Quando cominciai a muovere i primi
passi nel mondo della narrativa, incerti e claudicanti,
non mi resi conto di quanto lunga e affascinante sarebbe
stata la via. Tralasciando le scandalose lacune linguistiche,
ero infantile nella creazione di nomi luoghi e personaggi,
banale nella stesura della trama, grezzo negli espedienti
narrativi... eppure non posso ignorare che anche passando
attraverso quegli sbagli ho poi visitato mondi che fino
ad allora mi erano sconosciuti.
In questa sottosezione, dedicata ai
romanzi della mia saga, La
Triade, vorrei sottolineare i tratti fondamentali
della scrittura, così come la intendo personalmente.
Il fine più alto, tacito, è
sempre stato quello di donare sensazioni al lettore,
di suscitare in lui sentimenti forti, i cui strascichi
facciano poi parte dei suoi ricordi. Tempo fa un amico
mi confessò che in un passaggio del Libro
Terzo ha pianto. Lì per lì sorvolai,
scherzando, probabilmente per imbarazzo. Poi, tornato
a casa, mi sedetti in silenzio, di fronte alla finestra
della mia stanza, guardando dalloscurità
verso le ombre notturne. E mi commossi.
Vi è poi un secondo fine, piuttosto
ambizioso. Stimolare il lettore a scorgere il messaggio
profondo, cui solitamente i miei scritti tendono implicitamente.
Non sto parlando di insegnare qualcosa a qualcuno, per
mezzo di lunghi aneddoti in chiave fantastica: se pretendessi
una cosa simile, sarei presuntuoso. Parlo di ispirare
riflessioni, di comunicare alla mente di chi legge e
di suscitare pensieri che facciano leva sulla storia
narrata per giungere alla vita reale.
Ultimo, ma non meno importante, vi
è il fine di intrattenere... anzitutto me stesso.
Quello che sono oggi come scrittore, lo devo principalmente
ai libri che ho amato, che mi hanno stimolato e avvinto.
Scrivere narrativa significa, per lappunto, narrare.
Delle cose cui aspiro, questa è quella cui ho
dedicato anima e corpo, affinché il lettore anzitutto
si divertisse. Non sarebbe potuto essere altrimenti.