E venne la notte nella
Dimensione Terrena. Le energie dei sentimenti
scemarono d’intensità, mentre i pensieri
incoscienti proruppero sempre più numerosi nella
vastità della Dimensione Onirica. Sopra a essi,
superiore a quel silente fracasso, il Circolo Senziente
vegliava sulla vita inferiore. Ma quella notte, sebbene
il tempo scorresse in modo diverso nella Dimensione
Onirica, quasi fosse un fiume che risaliva la china
di un monte... quella notte, in silenzio, i Saggi Astrali
attendevano la venuta di un altro essere meritevole:
il Circolo Senziente sarebbe divenuto più ampio.
Un lungo viaggio, naturalmente
travagliato. Il passaggio dalla Dimensione Terrena alla
Dimensione Onirica non era mai stato semplice, sin dal
Principio. Tanto meno quando la morte carpiva un essere
in anticipo. Staccarsi... dimenticare
i sentimenti... annullare il corpo fisico... lasciarsi
trasportare in un luogo sconosciuto, apparentemente
tenebroso... tutto ciò esplodeva una greve sensazione
di paura dell’ignoto. Sembrava una follia diventare
qualcosa di drasticamente difforme rispetto a quanto
si era sempre stati, pareva un’orripilante metamorfosi
ai sensi di chi miscredeva, quasi un tuffo verso le
viscere dell’inferno. Ma tutti gli esseri,
divenendo consci della propria definitiva essenza, di
stare viaggiando alla volta dell’ultima dimora,
tutti gli esseri giungevano alla meta dopo il
travaglio del passaggio. E allora qualcosa li pervadeva,
una strana euforia frammista agli strascichi di un passato
visto come remoto pur essendo prossimo; i sentimenti
si staccavano dall’essere, senza più turbarlo
o distrarlo. I soli strascichi tenevano
stretta in seno la consapevolezza di ciò che
era stato; di solito, giustamente stato. E venne notte fonda
nella Dimensione Terrena. Per qualche istante
sembrò che il vortice temporale si fermasse a
osservare la nuova importante venuta. L’essere
che tanto era stato atteso dai Saggi Astrali, e per
cui era stato aggiunto uno spazio vuoto al termine del
Circolo Senziente, giunse nella Dimensione
Onirica, nonostante la profonda tristezza dei vivi e
la loro lacerante malinconia. Rugoso in volto, ma
con occhi vivaci e giovani, il nuovo venuto si fermò
al cospetto del Circolo Senziente. «Ora siedi tra
noi», parlò la figura al centro. Senza
proferir parola, il nuovo venuto sedette. Quindi lo
stesso Saggio Astrale si alzò e venne imitato
dagli altri; poi parlò ancora. «Senzienti,
diamo il benvenuto a Burk dei Baile.»
* * *
Appoggiandosi al bastone,
più per abitudine che per necessità, l’uomo
salì la scala ricavata nella roccia del monte
Khîma. Compì tre interi giri prima di giungere
sulla sommità, piatta e poco estesa. I raggi di Fadejuîn
scaldavano i suoi muscoli, instancabili da tempo immemore.
Sorrise, increspando appena le labbra: il Grande Fratello
lo teneva d’occhio, quasi fosse un custode incaricato
da Tâh’dokhmatêy in persona... se
così poteva concedersi di pensare. Per un attimo un’ombra
oscurò il cielo, ma non si scompose, conscio
dell’esistenza di altri esseri viventi su quell’isola.
Un enorme uccello dal piumaggio blu notte planò
verso valle; poi virò di centottanta gradi, mostrando
il collo azzurro argenteo che esaltava il suo aspetto
maestoso, e s’infilò all’interno
del monte. Assuefatto a quelle
ascese mattutine, si concesse una breve pausa mentale
prima di ricominciare il proprio infinito lavoro. Sorrise
ancora, questa volta senza che se ne vedesse alcun segno
esteriore: era buffo possedere tanta sapienza e non
poterla condividere appieno con qualcuno. Gli abitanti dell’isola
avevano il divieto assoluto di salire fino alla Biblioteca.
Gli Accoliti, scelti a maturità raggiunta e portati
al suo cospetto, erano le uniche persone che potevano
discutere con lui la storia della Terra Uhda’etsolaêy,
la parte a cui erano destinati. Soltanto loro vivevano
con lui lassù, limitati dalle ferree regole interne
alla Biblioteca. Inoltre, erano gli unici ad avere il
permesso di scendere a valle per impinguare le provviste
di cibo, di cui lui non aveva bisogno: non mangiava
mai. Era solo in tanta conoscenza.
Questo, anche se in apparenza gli Accoliti non
lo comprendevano, lo spingeva quotidianamente in cima
a quel monte: trovava sollievo alla solitudine che covava
curando la parrotia e, soprattutto, rimirando l’esteso
panorama visibile. E di pari passo a una
vista acuta che mai sarebbe calata, egli possedeva uno
speciale settimo senso che gli permetteva di scrutare
i Nove Mondi sin nelle loro viscere e di percepire segreti
che nessun mortale avrebbe mai conosciuto. Erano secoli che ponderava
a occhi aperti la grandezza della Natura da quella cima
rocciosa, appena punteggiata di ciuffi d’erba.
Aveva osservato quegli stessi ciuffi rinverdire in primavera
e imbrunire in inverno tante di quelle volte che quasi
li considerava un’estensione del proprio corpo.
Allo stesso modo riceveva le visite dei maestosi Arrak
dal collo azzurro argenteo, che avevano fatto di quell’isola
la loro unica patria, e dei chiassosi gabbiani che lo
burlavano per il suo ostinato silenzio. Amava le creature
dell’isola, ma amava anche gli uccelli migratori
che venivano da molto lontano e gli trasmettevano la
propria ancestrale saggezza nel loro semplice idioma...
e i venti, rapidi, sfuggevoli messaggeri del cielo.
Tutto questo lo rilassava,
perché semplificava parecchio la millenaria complessità
della Terra Uhda’etsolaêy, il grave passato
che le costellazioni e il Sistema Astrale gli trasmettevano
ogniqualvolta li osservava. Ma in fondo, ribadì
a se stesso, entità così vaste e incomprensibili
per i mortali, così basilari se collocate nel
quadro degli Equilibri, che lui ben conosceva, non potevano
che essere latrici della seria concretezza necessaria
affinché la vita perdurasse. Ricordava ancora l’ultima
volta in cui era salito all’alba sino a quella
sommità e aveva scorto tutte e sette le Lune,
colto da un tremito interiore; era stato poco prima
che scoppiasse la devastante Guerra delle Cento Genti.
Allora aveva saputo, come nelle rare occasioni precedenti,
che la singolarità della congiunzione astrale
trasmetteva un presagio nefasto. Confermato: Mante aveva
scatenato forze magiche mai viste prima. Sorrise ancora, questa
volta scuotendo il capo: durante la Guerra delle Cento
Genti i suoi Accoliti erano stati più che impegnati.
Cosa giustificata dall’importanza degli eventi
e dall’eco che in seguito questi avrebbero riversato
sui Nove Mondi come la gigantesca onda di un maremoto.
Per lui, nonostante gli infausti volumi scritti, quel
periodo era stato meno solitario; ogni sera, durante
la cena a cui presenziava pur non cibandosi, gli Accoliti
l’avevano tempestato di domande, spesso ritardando
l’ora del Riposo. Le implicazioni insite in quegli
sconvolgenti avvenimenti erano state così numerose
che perfino la Biblioteca non era riuscita a evitare
contraccolpi. Sia per rilassarsi che
per adempiere ai propri compiti, quindi, saliva lassù
da sempre, ogni alba, e scrutava l’orizzonte dopo
aver carezzato il fusto della parrotia che curava amorevolmente;
un semplice saluto tra compagni di destino, sebbene
l’albero fosse l’ultimo di una lunga serie.
Anche quella mattina
compì quel silenzioso rituale. Sfiorò
con le dita la corteccia della pianta, mentre un altro
Arrak passava maestoso, solcando l’aria con la
grande apertura alare. Lo guardò planare verso
valle, verso le baie che proteggevano la città.
E quando alzò
lo sguardo al cielo, come d’abitudine, fu scosso
da un tremito: le Lune, tutte e sette, erano in vista.
* * *
Il pensiero: era come
il volo di un’aquila, leggero... silenzioso. Volava, lasciandosi
alle spalle i Luoghi Deserti, eludendo il caldo torrido
che si alzava dal territorio arido come un’esalazione
malsana, che faceva ondeggiare la popolosa Hoasis quasi
fosse un miraggio in lontananza. Sorvolava i Monti Ostici,
più alto delle cime perennemente innevate, fino
a giungere sopra Gourh Tjalm. Seguiva le correnti di
quota, piegava verso sud e discendeva in accelerazione
i pendii lungo il corso del Chârmujin. Le miglia
scorrevano veloci quanto il tempo, cavalcava il cielo
come un possente pegaso, instancabile. Le Piane Occidentali
erano libere e la Terra di Nessuno lo invitava a lanciarsi
in una folle corsa verso i Monti Nebbiosi. E il pensiero accettava
l’invito quasi fosse una sfida, rapido, tanto
rapido che dovette bruscamente librarsi per evitare
di schiantarsi contro la lunghissima dorsale. E nel
librarsi piegò verso nord, verso il proprio padrone
in attesa. Vide la meta vicina, scorgendo le nere mura
percorse da riflessi violacei, mastodontiche; le nubi,
un enorme cavallone dall’aspetto minaccioso, stavano
per investirle. Il pensiero percorse
fulmineo l’ultima breve distanza che lo separava
dal proprio padrone, passando attraverso lo spioncino
nel portone principale, gettandosi a capofitto nel lungo
corridoio, svoltando e svoltando ancora senza spegnere
le fiamme rosso violacee, salendo senza mai rallentare...
e, raggiunto il terzo piano sopra il livello del terreno,
scivolò fino all’ultimo appartamento privato
dei Luoghi Proibiti, il più proibito. La porta non si aprì,
naturalmente. Mja Dell tornò
in sé dopo quel volo interdimensionale: nulla,
non aveva ancora scoperto nulla. Schiuse gli occhi e
si dondolò sulla sua poltrona di velluto lionato,
le mani poggiate sui braccioli. Come colto da un’illuminazione,
d’un tratto si alzò in piedi e mosse verso
la propria scrivania in marmo nero, ordinata seppur
zeppa. Passò oltre con un fruscio di vesti, approssimandosi
a una modesta libreria in noce. La polvere ricopriva
uniformemente i tomi: era tanto tempo che non consultava
quel suo personale archivio di conoscenza. Ghermì il primo
dei nove tozzi volumi amaranto, i Nêhdoghaân,
le Nove Ombre, che lo scrutavano quasi con odio. Il
Principio La
scissione nel Bene e nel Male L’incisione, del colore
del ghiaccio più puro, lo fece sorridere. La
prima volta che aveva sfiorato quella scritta con le
dita se ne era amaramente pentito, poiché il
gelo gli aveva corroso la carne dei polpastrelli quasi
fino all’osso, in pochi istanti. Poi si incupì:
una sofferenza risibile se paragonata a quanto aveva
sopportato per apprendere i segreti contenuti tra quelle
pagine antiche. I Nêhdoghaân
custodivano con ostinazione il sapere più occulto
e proibito che le molte generazioni della Terra Uhda’etsolaêy
avevano accumulato. Erano micidiali, dotati
di una ferrea volontà conservativa, che negava
l’accesso a chiunque non fosse abbastanza forte
da contrastarla e vincerla. Senza indugiare oltre,
Mja Dell sottomise al proprio volere il Volume Mastro,
annullando in pochi istanti la resistenza che questo
oppose: oramai lui era troppo potente per le Nove Ombre.
Ancora una volta violi i
nostri segreti, Desertico, proruppe una voce lontana,
seppur nitida e grave. Non perdiamo tempo, Mastro,
rispose telepaticamente Mja Dell. Il mio mandato è
troppo importante per attardarmi in sciocche discussioni.
Domanda allora, echeggiò
ancora una volta l’antica voce. Ho bisogno di sapere qualcosa
che esula dalle vostre conoscenze, cominciò
Mja Dell, il volto tirato dalle tenebrose ipotesi cui
era giunto quella notte. Non abbiamo altre conoscenze
che le nostre, Desertico, replicò il Volume
Mastro, apparentemente senz’ammettere replica.
Errato. Si fece ancor
più serio Mja Dell, comprendendo la difficoltà
del suo intento: quegli antichi volumi non potevano
abbandonare il sentiero cui erano stati costretti al
momento della creazione. Ma doveva provare lo stesso,
era troppo importante. Non insistere, Desertico,
ribadì il concetto la voce. È necessario che
io sappia, Mastro, non demorse. Chi vi ha posseduto
prima di me, prima che vi sottraessi alla follia del
giovane chierico di Tubreh? chiese infine, temendo
la risposta. Sapeva che essere posseduti
per i nove volumi non significava far parte della biblioteca
di qualcuno, bensì condividere le conoscenze.
Il giovane chierico di Tubreh era impazzito nel tentativo
di sottomettere al proprio volere i Nêhdoghaân,
senza riuscirvi; allora lui, sottraendoglieli, aveva
posto fine alle sue sofferenze uccidendolo in modo indolore.
Prima di quello sventurato,
dunque, chi aveva realmente posseduto il sapere delle
Nove Ombre, impadronendosi di incredibili nozioni sul
potere della Magia? Non posso rispondere a quanto
chiedi, Desertico, parve adirarsi il Mastro. Dimmi il nome, Mastro, o
ti imporrò di farlo, minacciò Mja
Dell, sapendo che costringere il Mastro a rivelare quanto
non poteva rivelare significava dover riconquistare
la sua collaborazione in futuro, cosa che gli sarebbe
costata non poca fatica. Non posso rispondere,
ribadì il Mastro, brusco. In quell’istante
Mja Dell lo colpì con parte della propria potenza
mentale, consapevole che quello era il momento migliore
per piegarne la volontà. Come previsto, il Mastro
cedette in pochi secondi d’intensa lotta. Chi vi ha posseduto prima
di me? Mja Dell lo tenne stretto in una morsa. L’arcimago di nome
Mante, rispose la voce. Liberando il Mastro
dalla presa, Mja Dell lo ripose nella libreria, espirando.
Andò ad affacciarsi all’alta finestra che
dava una sinistra vista dei Monti Nebbiosi e guardò
le nebbie sovrappensiero, in apparenza senza notarle.
Quindi incrociò le braccia sul petto. «Proprio così»,
sussurrò e strinse le labbra. «Le nebbie
s’infittiscono.»