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Il Mito Storjâ sul monte Khîma
© 2004 by Alberto Dal Lago

Il Mito Storjâ sul monte Khîma.

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Libro Terzo: “La Fortezza

 Interludio del Bene

   E venne la notte nella Dimensione Terrena.
   Le energie dei sentimenti scemarono d’intensità, mentre i pensieri incoscienti proruppero sempre più numerosi nella vastità della Dimensione Onirica. Sopra a essi, superiore a quel silente fracasso, il Circolo Senziente vegliava sulla vita inferiore.
   Ma quella notte, sebbene il tempo scorresse in modo diverso nella Dimensione Onirica, quasi fosse un fiume che risaliva la china di un monte... quella notte, in silenzio, i Saggi Astrali attendevano la venuta di un altro essere meritevole: il Circolo Senziente sarebbe divenuto più ampio.
   Un lungo viaggio, naturalmente travagliato. Il passaggio dalla Dimensione Terrena alla Dimensione Onirica non era mai stato semplice, sin dal Principio. Tanto meno quando la morte carpiva un essere in anticipo.
   Staccarsi... dimenticare i sentimenti... annullare il corpo fisico... lasciarsi trasportare in un luogo sconosciuto, apparentemente tenebroso... tutto ciò esplodeva una greve sensazione di paura dell’ignoto. Sembrava una follia diventare qualcosa di drasticamente difforme rispetto a quanto si era sempre stati, pareva un’orripilante metamorfosi ai sensi di chi miscredeva, quasi un tuffo verso le viscere dell’inferno.
   Ma tutti gli esseri, divenendo consci della propria definitiva essenza, di stare viaggiando alla volta dell’ultima dimora, tutti gli esseri giungevano alla meta dopo il travaglio del passaggio. E allora qualcosa li pervadeva, una strana euforia frammista agli strascichi di un passato visto come remoto pur essendo prossimo; i sentimenti si staccavano dall’essere, senza più turbarlo o distrarlo.
   I soli strascichi tenevano stretta in seno la consapevolezza di ciò che era stato; di solito, giustamente stato.
   E venne notte fonda nella Dimensione Terrena.
   Per qualche istante sembrò che il vortice temporale si fermasse a osservare la nuova importante venuta. L’essere che tanto era stato atteso dai Saggi Astrali, e per cui era stato aggiunto uno spazio vuoto al termine del Circolo Senziente, giunse nella    Dimensione Onirica, nonostante la profonda tristezza dei vivi e la loro lacerante malinconia.
   Rugoso in volto, ma con occhi vivaci e giovani, il nuovo venuto si fermò al cospetto del Circolo Senziente.
   «Ora siedi tra noi», parlò la figura al centro. Senza proferir parola, il nuovo venuto sedette. Quindi lo stesso Saggio Astrale si alzò e venne imitato dagli altri; poi parlò ancora. «Senzienti, diamo il benvenuto a Burk dei Baile.»

* * *

   Appoggiandosi al bastone, più per abitudine che per necessità, l’uomo salì la scala ricavata nella roccia del monte Khîma. Compì tre interi giri prima di giungere sulla sommità, piatta e poco estesa.
   I raggi di Fadejuîn scaldavano i suoi muscoli, instancabili da tempo immemore. Sorrise, increspando appena le labbra: il Grande Fratello lo teneva d’occhio, quasi fosse un custode incaricato da Tâh’dokhmatêy in persona... se così poteva concedersi di pensare.
   Per un attimo un’ombra oscurò il cielo, ma non si scompose, conscio dell’esistenza di altri esseri viventi su quell’isola. Un enorme uccello dal piumaggio blu notte planò verso valle; poi virò di centottanta gradi, mostrando il collo azzurro argenteo che esaltava il suo aspetto maestoso, e s’infilò all’interno del monte.
   Assuefatto a quelle ascese mattutine, si concesse una breve pausa mentale prima di ricominciare il proprio infinito lavoro. Sorrise ancora, questa volta senza che se ne vedesse alcun segno esteriore: era buffo possedere tanta sapienza e non poterla condividere appieno con qualcuno.
   Gli abitanti dell’isola avevano il divieto assoluto di salire fino alla Biblioteca. Gli Accoliti, scelti a maturità raggiunta e portati al suo cospetto, erano le uniche persone che potevano discutere con lui la storia della Terra Uhda’etsolaêy, la parte a cui erano destinati. Soltanto loro vivevano con lui lassù, limitati dalle ferree regole interne alla Biblioteca. Inoltre, erano gli unici ad avere il permesso di scendere a valle per impinguare le provviste di cibo, di cui lui non aveva bisogno: non mangiava mai.
   Era solo in tanta conoscenza. Questo, anche se in apparenza gli Accoliti non lo comprendevano, lo spingeva quotidianamente in cima a quel monte: trovava sollievo alla solitudine che covava curando la parrotia e, soprattutto, rimirando l’esteso panorama visibile.
   E di pari passo a una vista acuta che mai sarebbe calata, egli possedeva uno speciale settimo senso che gli permetteva di scrutare i Nove Mondi sin nelle loro viscere e di percepire segreti che nessun mortale avrebbe mai conosciuto.
   Erano secoli che ponderava a occhi aperti la grandezza della Natura da quella cima rocciosa, appena punteggiata di ciuffi d’erba. Aveva osservato quegli stessi ciuffi rinverdire in primavera e imbrunire in inverno tante di quelle volte che quasi li considerava un’estensione del proprio corpo. Allo stesso modo riceveva le visite dei maestosi Arrak dal collo azzurro argenteo, che avevano fatto di quell’isola la loro unica patria, e dei chiassosi gabbiani che lo burlavano per il suo ostinato silenzio. Amava le creature dell’isola, ma amava anche gli uccelli migratori che venivano da molto lontano e gli trasmettevano la propria ancestrale saggezza nel loro semplice idioma... e i venti, rapidi, sfuggevoli messaggeri del cielo.
   Tutto questo lo rilassava, perché semplificava parecchio la millenaria complessità della Terra Uhda’etsolaêy, il grave passato che le costellazioni e il Sistema Astrale gli trasmettevano ogniqualvolta li osservava. Ma in fondo, ribadì a se stesso, entità così vaste e incomprensibili per i mortali, così basilari se collocate nel quadro degli Equilibri, che lui ben conosceva, non potevano che essere latrici della seria concretezza necessaria affinché la vita perdurasse.
   Ricordava ancora l’ultima volta in cui era salito all’alba sino a quella sommità e aveva scorto tutte e sette le Lune, colto da un tremito interiore; era stato poco prima che scoppiasse la devastante Guerra delle Cento Genti. Allora aveva saputo, come nelle rare occasioni precedenti, che la singolarità della congiunzione astrale trasmetteva un presagio nefasto.
   Confermato: Mante aveva scatenato forze magiche mai viste prima.
   Sorrise ancora, questa volta scuotendo il capo: durante la Guerra delle Cento Genti i suoi Accoliti erano stati più che impegnati. Cosa giustificata dall’importanza degli eventi e dall’eco che in seguito questi avrebbero riversato sui Nove Mondi come la gigantesca onda di un maremoto. Per lui, nonostante gli infausti volumi scritti, quel periodo era stato meno solitario; ogni sera, durante la cena a cui presenziava pur non cibandosi, gli Accoliti l’avevano tempestato di domande, spesso ritardando l’ora del Riposo. Le implicazioni insite in quegli sconvolgenti avvenimenti erano state così numerose che perfino la Biblioteca non era riuscita a evitare contraccolpi.
   Sia per rilassarsi che per adempiere ai propri compiti, quindi, saliva lassù da sempre, ogni alba, e scrutava l’orizzonte dopo aver carezzato il fusto della parrotia che curava amorevolmente; un semplice saluto tra compagni di destino, sebbene l’albero fosse l’ultimo di una lunga serie.
   Anche quella mattina compì quel silenzioso rituale. Sfiorò con le dita la corteccia della pianta, mentre un altro Arrak passava maestoso, solcando l’aria con la grande apertura alare. Lo guardò planare verso valle, verso le baie che proteggevano la città.
   E quando alzò lo sguardo al cielo, come d’abitudine, fu scosso da un tremito: le Lune, tutte e sette, erano in vista.

* * *

   Il pensiero: era come il volo di un’aquila, leggero... silenzioso.
   Volava, lasciandosi alle spalle i Luoghi Deserti, eludendo il caldo torrido che si alzava dal territorio arido come un’esalazione malsana, che faceva ondeggiare la popolosa Hoasis quasi fosse un miraggio in lontananza.
   Sorvolava i Monti Ostici, più alto delle cime perennemente innevate, fino a giungere sopra Gourh Tjalm. Seguiva le correnti di quota, piegava verso sud e discendeva in accelerazione i pendii lungo il corso del Chârmujin. Le miglia scorrevano veloci quanto il tempo, cavalcava il cielo come un possente pegaso, instancabile. Le Piane Occidentali erano libere e la Terra di Nessuno lo invitava a lanciarsi in una folle corsa verso i Monti Nebbiosi.
   E il pensiero accettava l’invito quasi fosse una sfida, rapido, tanto rapido che dovette bruscamente librarsi per evitare di schiantarsi contro la lunghissima dorsale. E nel librarsi piegò verso nord, verso il proprio padrone in attesa. Vide la meta vicina, scorgendo le nere mura percorse da riflessi violacei, mastodontiche; le nubi, un enorme cavallone dall’aspetto minaccioso, stavano per investirle.
   Il pensiero percorse fulmineo l’ultima breve distanza che lo separava dal proprio padrone, passando attraverso lo spioncino nel portone principale, gettandosi a capofitto nel lungo corridoio, svoltando e svoltando ancora senza spegnere le fiamme rosso violacee, salendo senza mai rallentare... e, raggiunto il terzo piano sopra il livello del terreno, scivolò fino all’ultimo appartamento privato dei Luoghi Proibiti, il più proibito.
   La porta non si aprì, naturalmente.
   Mja Dell tornò in sé dopo quel volo interdimensionale: nulla, non aveva ancora scoperto nulla. Schiuse gli occhi e si dondolò sulla sua poltrona di velluto lionato, le mani poggiate sui braccioli.
   Come colto da un’illuminazione, d’un tratto si alzò in piedi e mosse verso la propria scrivania in marmo nero, ordinata seppur zeppa. Passò oltre con un fruscio di vesti, approssimandosi a una modesta libreria in noce. La polvere ricopriva uniformemente i tomi: era tanto tempo che non consultava quel suo personale archivio di conoscenza.
   Ghermì il primo dei nove tozzi volumi amaranto, i Nêhdoghaân, le Nove Ombre, che lo scrutavano quasi con odio.

   
Il Principio
   La scissione
   nel Bene e nel Male

   
L’incisione, del colore del ghiaccio più puro, lo fece sorridere. La prima volta che aveva sfiorato quella scritta con le dita se ne era amaramente pentito, poiché il gelo gli aveva corroso la carne dei polpastrelli quasi fino all’osso, in pochi istanti. Poi si incupì: una sofferenza risibile se paragonata a quanto aveva sopportato per apprendere i segreti contenuti tra quelle pagine antiche.
   I Nêhdoghaân custodivano con ostinazione il sapere più occulto e proibito che le molte generazioni della Terra Uhda’etsolaêy avevano accumulato.
   Erano micidiali, dotati di una ferrea volontà conservativa, che negava l’accesso a chiunque non fosse abbastanza forte da contrastarla e vincerla.
   Senza indugiare oltre, Mja Dell sottomise al proprio volere il Volume Mastro, annullando in pochi istanti la resistenza che questo oppose: oramai lui era troppo potente per le Nove Ombre.
   Ancora una volta violi i nostri segreti, Desertico, proruppe una voce lontana, seppur nitida e grave.
   Non perdiamo tempo, Mastro, rispose telepaticamente Mja Dell. Il mio mandato è troppo importante per attardarmi in sciocche discussioni.
   Domanda allora, echeggiò ancora una volta l’antica voce.
   Ho bisogno di sapere qualcosa che esula dalle vostre conoscenze, cominciò Mja Dell, il volto tirato dalle tenebrose ipotesi cui era giunto quella notte.
   Non abbiamo altre conoscenze che le nostre, Desertico, replicò il Volume Mastro, apparentemente senz’ammettere replica.
   Errato. Si fece ancor più serio Mja Dell, comprendendo la difficoltà del suo intento: quegli antichi volumi non potevano abbandonare il sentiero cui erano stati costretti al momento della creazione. Ma doveva provare lo stesso, era troppo importante.
   Non insistere, Desertico, ribadì il concetto la voce.
   È necessario che io sappia, Mastro, non demorse. Chi vi ha posseduto prima di me, prima che vi sottraessi alla follia del giovane chierico di Tubreh? chiese infine, temendo la risposta.
   Sapeva che essere posseduti per i nove volumi non significava far parte della biblioteca di qualcuno, bensì condividere le conoscenze. Il giovane chierico di Tubreh era impazzito nel tentativo di sottomettere al proprio volere i Nêhdoghaân, senza riuscirvi; allora lui, sottraendoglieli, aveva posto fine alle sue sofferenze uccidendolo in modo indolore.
   Prima di quello sventurato, dunque, chi aveva realmente posseduto il sapere delle Nove Ombre, impadronendosi di incredibili nozioni sul potere della Magia?
   Non posso rispondere a quanto chiedi, Desertico, parve adirarsi il Mastro.
   Dimmi il nome, Mastro, o ti imporrò di farlo, minacciò Mja Dell, sapendo che costringere il Mastro a rivelare quanto non poteva rivelare significava dover riconquistare la sua collaborazione in futuro, cosa che gli sarebbe costata non poca fatica.
   Non posso rispondere, ribadì il Mastro, brusco.
   In quell’istante Mja Dell lo colpì con parte della propria potenza mentale, consapevole che quello era il momento migliore per piegarne la volontà. Come previsto, il Mastro cedette in pochi secondi d’intensa lotta.
   Chi vi ha posseduto prima di me? Mja Dell lo tenne stretto in una morsa.
   L’arcimago di nome Mante, rispose la voce.
   Liberando il Mastro dalla presa, Mja Dell lo ripose nella libreria, espirando. Andò ad affacciarsi all’alta finestra che dava una sinistra vista dei Monti Nebbiosi e guardò le nebbie sovrappensiero, in apparenza senza notarle. Quindi incrociò le braccia sul petto.
   «Proprio così», sussurrò e strinse le labbra. «Le nebbie s’infittiscono.»

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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