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La porta della cantina di Burk
© 2003 by Alberto Dal Lago

La porta della cantina di Burk
e il serpente a due teste su di essa.

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Libro Primo: “Le sette gemme

Prologo

Vi è un unico inizio per il Regno del Male: la fine della Capitolazione del Bene.

   Una figura incappucciata sbucò d’improvviso da uno dei cunicoli sotterranei delle fognature della Fortezza. Il cappuccio gli oscurava completamente il volto, nonostante gli unici esseri viventi che avrebbero potuto vederlo fossero i ratti grigiastri, che si aggiravano in cerca di qualche facile preda. Ma, spaventati dall’intrusione di un essere di tali dimensioni, si ritraevano nell’oscurità.
   L’uomo incappucciato non badava a ciò che avveniva tra le ombre vicine; non si curava dei movimenti sfuggevoli, non sembrava preoccupato. Procedeva verso un punto preciso degli intricati e puzzolenti tunnel, lentamente, ma senza alcuna esitazione.
   I suoi passi echeggiavano debolmente mentre le sue vesti nere sfioravano appena l’umido e scivoloso pavimento roccioso. Il silenzio era assoluto, gli unici lievi rumori che si potevano udire erano i fugaci squittii di quei ratti che popolavano a migliaia le fredde gallerie.
   Fuori era da poco spuntato Fadejuîn, il sole che splendeva caldo sulle terre del Mondo Interno. In quel momento, molti dei suoi servitori stavano svolgendo i compiti che aveva loro assegnato; i suoi discepoli dormivano ancora oppure stavano impratichendosi con incantesimi che lui solo conosceva a fondo.
   Quale miglior momento per occuparsi di una faccenda delicata come quella? Nessuno doveva venire a conoscenza di quello che stava facendo. Nessuno! sibilò il pensiero. Un ratto scivolò velocemente dietro l’angolo più vicino, quasi avesse udito la minacciosa voce mentale dell’intruso.
   Incedeva sicuro sul percorso da seguire... certo che nessuno l’avrebbe visto. La meta si avvicinava e la sua brama di portare a termine ciò che si era prefisso cresceva al diminuire della distanza.
   Ancora pochi minuti e il segreto della Fortezza sarebbe stato suo.
   In poco tempo, infatti, giunse alla meta.
   Gli scuri tunnel che l’avevano circondato e soffocato fino a pochi istanti prima, si aprirono in un’ampia stanza avvolta nell’oscurità. Le tenebre, ovunque immote, gli impedivano di scorgere l’oggetto che da tempo aveva bramato.
   Avanzò senza esitare, attento a scoprire ogni minimo movimento sospetto. Ma lì, in quella remota parte delle fogne della Fortezza, sembrava che l’unico essere vivente a esservi giunto fosse lui. In realtà sapeva di non essere il primo; il suo maestro Mante, in passato, aveva percorso gli stessi opprimenti cunicoli per portare a termine un’opera che non avrebbe mai potuto sfruttare: l’invisibile mano della morte lo aveva colto prima del previsto. Ora, però, lui avrebbe utilizzato quello che Mante aveva creato.
   Avrebbe apposto il suo sigillo sul destino.
   Avanzò spedito, quasi con affanno. Era la cupidigia, alleata dell’imprudenza, che lo spingevano a procedere in quel modo . Poi, d’un tratto, si bloccò davanti a un massiccio cubo di marmo nero situato al centro della camera. Si avvicinò incerto, come se avesse paura di trovarsi di fronte a un miraggio.
   Lo scuro cubo stava lì, lo fissava, invitandolo a sfiorarlo.
   La Forgia! Così l’aveva chiamata Mante al tempo della sua creazione.
   Si costrinse a non toccarla, sapeva che un gesto sconsiderato come quello l’avrebbe portato a una morte tanto rapida e atroce quanto certa. Si avvicinò quel tanto che gli avrebbe permesso di portare a compimento ciò che si era ripromesso.
   La piccola lama che estrasse dalla tunica brillò fugacemente, nonostante le tenebre che l’avvolgevano.
   Con movimenti sicuri portò l’affilatissima arma al polso sinistro e deciso si tagliò una vena; in quel momento il suo volto era una maschera impenetrabile.
   Il cubo nero appariva perfettamente levigato in ogni sua piccola parte. Alzò il polso sopra di esso e fece gocciolare il sangue nell’incavo a forma di occhio ricavato nella faccia superiore. Apparentemente non successe niente. Quando l’iride di quel simbolo fu totalmente riempita sussurrò parole incomprensibili, che suonarono come un velenoso sibilo nell’oscurità: la ferita al polso si richiuse. Allora senza esitare conficcò l’affilata lama nel braccio destro, in un punto preciso sotto il bicipite. Il muscolo si contrasse tremando e una fitta di dolore lancinante scosse tutto il suo corpo. Poi, stringendo il pugno sinistro attorno al manico dell’arma finché le nocche sbiancarono, portò il braccio trafitto sopra alla fissa pupilla dell’occhio marmoreo che lo osservava freddo, inespressivo. Il sangue che fuoruscì, più chiaro di quello che aveva già versato, colò nella cavità. Quando anche questa fu colma, pronunciò sottovoce altre incomprensibili parole e attese.
   Rimase lì in piedi per molto tempo, fissando la lucida Forgia e il suo simbolo opaco; la pupilla vermiglia contraccambiò lo sguardo. Passarono delle ore. Non aveva la forza di muoversi, ma anche se l’avesse avuta, non avrebbe potuto spostarsi di un solo centimetro: il rito gli imponeva di restare immobile, fino a quando avrebbe conosciuto l’esito della prova a cui si era sottoposto. Si chiese quale sarebbe stato il segnale.
   Dopo molto tempo ebbe la risposta che aveva pazientemente aspettato e, soprattutto, malignamente agognato. La Forgia iniziò a pulsare di una luce interna rosso fuoco. Una strana sensazione si impadronì del suo corpo, restituendogli le energie perse e infondendogli potere.
   Il sangue versato cominciò a bollire e in breve diventò parte integrante dell’arcano cubo, come se egli stesso avesse collocato nella cavità a forma di occhio due pezzi di marmo scarlatto così perfettamente scolpiti e levigati da coincidere millimetricamente. Restò stupefatto nell’assistere alla magica trasformazione, nonostante avesse visto molto durante i lunghi anni di tirocinio e avesse studiato a fondo il prezioso documento lasciatogli dal suo maestro Mante, che illustrava la corretta procedura per destare la Forgia: Un dono inestimabile, frutto di anni di ricerca e di notti insonni passate a ponderare con costanza maniacale i logici ma oscuri procedimenti della Magia Profana.
   I pensieri fluirono verso valle, verso le nebbie del passato. L’indecifrabile sensazione si impadronì di lui. Era inspiegabile e diventava sempre più acuta e tangibile.
   Recuperate le forze, guardò per un ultimo lungo, eccitante momento la Forgia che pulsava nell’oscurità assoluta, poi si voltò e ripercorse i cunicoli che l’avevano condotto fin lì. Non avrebbe mai scordato la visione di quello squadrato pezzo di carbone ardente che gli aveva infuso una grande potenza.
   Camminò veloce, ma attento a percepire ogni più piccolo movimento che potesse rivelare un pericolo celato tra le ombre. In realtà la sensazione che avvertiva lo faceva sentire potente e non aveva timori. Si sentiva parte della Fortezza... anzi, sentiva che la Fortezza era diventata parte del suo essere.
   Alla fine, dunque, aveva svegliato la sua enorme dimora.
   Mante in persona gliel’aveva affidata, nella speranza che un giorno il suo discepolo avrebbe avuto successo laddove lui aveva fallito, nella speranza che tramite il suo pupillo sarebbe riuscito a vendicarsi della propria sconfitta anche da morto. Pensò a cosa ciò implicasse e un ghigno gli increspò una parte della bocca.
   Ebbene, ora l’umile seguace di Mante aveva dato vita alla Fortezza, legandosi a essa fino alla morte, avrebbe ottenuto tanta potenza da poter assoggettare in poco tempo l’intero Mondo Interno. Prima, però, lo attendeva un viaggio dalle innumerevoli incognite, ma questo era solo un piccolo tratto del sentiero che l’avrebbe portato a dominare le Razze: con la sua nuova potenza sarebbe riuscito a percorrerlo senza eccessivi rischi.
   Giunto al cancello che dalle intricate fognature portava alle segrete della Fortezza, l’oltrepassò senza aprirlo, e camminò con passo felpato lungo i corridoi che portavano alle celle. Alcune di esse erano abitate da esseri mostruosi creati con la Magia Profana. Altre da volgari nemici, assai meno pericolosi dei primi, nemici che da illusi avevano tentato di intralciargli il passo. Quelle vuote, infine, sogghignò tra sé, attendevano di venir animate dai prossimi malcapitati.
   Salite le numerose rampe di scale in pietra che portavano alle sale inferiori della Fortezza, si sedette tra le ombre, dietro una vecchia tenda in velluto consunto. Nel silenzio assoluto si smaterializzò, teletrasportandosi nella Sala del Comando, dal cui trono impartiva ordini ai servitori. Era lì dove riceveva i suoi ospiti: servitori e ospiti per lui non erano differenti.
   Un servo sbucò da dietro una tenda; evidentemente aveva aspettato il suo ritorno in paziente e muta attesa.
   «Ai suoi ordini, Ahr Delmar Lork!» disse, inchinandosi.
   «Ci sono novità?» domandò l’arcimago mentre osservava compiaciuto il piccolo coltello che teneva nella mano sinistra, crogiolandosi ancora una volta nella sensazione di potenza. Sentiva la Fortezza viva sotto di sé, sopra... dappertutto. Le grosse mura di pietra, antiche, lo circondavano come un impenetrabile mantello.
   «No, Ahr Delmar», rispose sottomesso il servitore.
   «Allora va’ via da qui. Adesso non ho tempo da perdere.»
   «Ahr Delmar...» si congedò l’altro inchinandosi nuovamente e facendo qualche passo all’indietro. Poi sparì rapido dietro la tenda da cui era venuto.
   Desertico! Chiamò telepaticamente Lork, dirigendo il pensiero in un punto preciso dei Luoghi Proibiti, gli alloggi dei suoi discepoli. Desertico, raggiungimi nella Sala del Comando!
   Pochi secondi dopo una figura incappucciata, vestita di nero, si materializzò davanti al trono, prendendo pian piano forma. Quando i contorni divennero chiari e il teletrasporto terminato, la figura sembrò incompleta, quasi fosse un’ombra fuori posto.
   «Delmar Lork...» disse inchinandosi appena, sottovoce; sembrava riluttante a quel saluto e per nulla intimorita dall’arcimago.
   «È giunto il momento di cambiare volto alla Fortezza, Desertico», disse Lork con voce calma, incurante del comportamento del discepolo e apparentemente abituato alla sua evanescenza.
   «Cosa dovrei fare?» chiese questi con un sussurro roco.
   «Dovrà apparire più minacciosa ed emanare potenza alla sola vista, Desertico, come le si confà quale mia dimora. Pretendo sia tu a occupartene», concluse Lork, secco; le sue parole non ammettevano replica.
   «Delmar Lork...» il discepolo si smaterializzò senza neppure inchinarsi, lasciandolo solo nella Sala del Comando. All’arcimago sembrò quasi d’aver parlato al vento; ma sapeva bene che così non era.
   Desertico gli piaceva, aveva del fegato a comportarsi a quel modo: il suo atteggiamento lo aveva affascinato più di una volta. Se non avesse portato a termine un buon lavoro, però, gli avrebbe fatto notare quanto i saluti e gli inchini che esibiva difettassero di riverenza. E a Desertico la cosa non sarebbe piaciuta... sapeva di non possedere nemmeno un briciolo di pietà: le sue punizioni erano le torture. Addestrare dei discepoli necessitava una grande dose di disciplina, e lui aveva trovato il modo per ottenerla.
   Già, a Desertico conveniva fare un buon lavoro.
   Si alzò in piedi e mosse la mano nell’aria, tracciando un immaginario cerchio. Subito il servitore ricomparve da dietro la tenda.
   «Ai suoi ordini, Ahr Delmar Lork!» si chinò questi fin quasi a baciare il suolo. Lork pensò a quelle parole come alla solita litania. Ma in fondo era stato lui a volere così, perché cambiarla? Forse era il servo a essere diventato monotono... sempre la stessa faccia. Mosse appena le labbra, con un guizzo, e il poveruomo si accasciò a terra. In pochi secondi divenne paonazzo. Poi ripeté il gesto circolare e un altro inserviente entrò nella sala poco dopo.
   «Ai suoi ordini, Ahr Delmar Lork... ma... cosa...?» chiese titubante, cominciando ad avvicinarsi al vecchio servo sofferente, accasciato sul gelido pavimento di marmo nero e amaranto.
   «Ho fame, servo!» lo bloccò Lork; il tono di voce bastò a immobilizzare sul posto il nuovo venuto. «Portami cibo in abbondanza, altrimenti mangerò te per saziarmi.» Guardò il servitore con fare minaccioso.
   «Sarà fatto, Ahr Delmar Lork.» Aveva la voce spezzata dal timore; quindi si inchinò e sgusciò veloce fuori. Lork sorrise della stoltezza dell’uomo. Ma subito la stizza lo compenetrò: era circondato da degli sciocchi, capaci perfino di credere che lui avrebbe potuto mangiare uno di loro, disgustoso!
   In quel momento il vecchio servo emise un rantolo soffocato, il volto gonfio e livido a causa del soffocamento. Poi delle fiamme azzurre lo avvolsero e due serpenti neri rilucenti d’argento lo trascinarono nell’oblio, all’interno del pavimento. L’ultima cosa che Lork vide fu lo sguardo terrorizzato di un uomo che sapeva di aver appena iniziato a soffrire. Poi le fiamme si spensero, i serpenti svanirono, e torno la calma. Lork torse la bocca sottile, compiaciuto.

* * *

   La foresta a est di Decade e della più lontana Città Sacra, capitale del Territorio Sacro, sembrava essere stata devastata da un terrificante incendio in epoche oramai remote. Gli alberi si reggevano in piedi a malapena, contorti per cercare di proteggersi dal sole cocente che picchiava la pelle della terra fino a spaccarla. In tutto il Mondo Interno non c’era posto più arido e deturpato; non un filo d’erba, non un solo animale, non vi era nulla che vivacizzasse il paesaggio. Lì la morte regnava sovrana dopo aver cacciato da tempo la vita.
   La Desolazione, così la popolazione locale aveva chiamato la zona e così oramai tutte le popolazioni la ricordavano. Già gli Antichi, in epoche remote e da tutti dimenticate, l’avevano nominata Dêtsolhiât, la Foresta Secca, e ciò stava a indicare una sconcertante realtà: da sempre era stata priva di vita, quasi fosse affetta da un implacabile sortilegio.
   Si raccontavano numerose leggende sulla Desolazione, ma in realtà nessuno sapeva cosa avesse potuto e continuasse a causare una simile devastazione naturale. Alcuni spiegavano l’innaturale aridità con la vicinanza dei Covi dei Morti, altri con l’inconsistenza del sottosuolo che non riusciva a trattenere la pioggia, altri ancora con vicende bizzarre partorite da individui dotati di fervida fantasia. Ma la maggioranza della gente era convinta che le sciagure della Desolazione fossero dovute alla misteriosa costruzione che si innalzava al centro della stessa.
   Trih’lêeth: un imponente monolito che si stagliava bianco e nero contro l’azzurro intenso del cielo, un prisma la cui base triangolare poggiava saldamente sulla sterile e screpolata crosta della terra. Alto più di cento metri, poteva essere visto anche dalla Città Sacra che da esso distava una settimana di marcia. I temerari avevano osato avvicinarvisi fino a qualche decina di metri, mai oltre. E ora, tutto ciò che si sapeva del granitico monumento, eretto in epoche perse negli eoni, era che non esistesse alcuna entrata lungo le sue ciclopiche facce, nessuna apertura che permettesse di scoprire cosa vi fosse all’interno. Oltre a ciò nulla, se non le più disparate immaginazioni dei visionari.
   Insomma, niente si sapeva di Trih’lêeth e niente si sarebbe mai saputo.
   Raccogliendo queste sue sommarie conoscenze si materializzò dinanzi al misterioso monolito con la strana sensazione di essere osservato. Fadejuîn stava per tramontare a oriente e il caldo intenso permeava ancora l’aria come un opprimente sudario. Il silenzio che lo accolse lo soffocò da subito.
   La Desolazione. Si guardò attorno... quale miglior nome?
   Avanzò senza fretta, ancora percependo uno sguardo fisso su di lui. Quando raggiunse il monolito si fermò titubante. Osservò la liscia superficie bianca e nera, poi alzò il capo per osservare l’incredibile altezza della costruzione e lo strano effetto che derivò dal suo gesto lo stordì, giacché gli parve che Trih’lêeth si chinasse su di lui, come un muto gigante che lo osservasse nella sua infinita piccolezza. Accanto a quell’enormità il cielo gli parve meno sterminato. Osservò nuovamente la strana superficie del ciclopico custode della Desolazione e curioso allungò una mano.
   Appena i polpastrelli toccarono il monolito si sentì molto leggero e in qualche modo risucchiato. Allo stesso tempo, d’improvviso, la luce solare del tramonto svanì lasciandolo nelle tenebre più cupe.
   Lo stupore fu grande, nonostante fosse abituato a accadimenti di quel tipo durante la pratica della Magia, Profana o Sacra che fosse. Ma l’intelligenza e soprattutto l’enorme sicurezza interiore che da sempre l’avevano contraddistinto fecero sì che né il panico né il disorientamento lo cogliessero. D’altronde sapeva benissimo dove ora si trovava: era all’interno del Trih’lêeth.
   Attese a lungo che l’oscurità si dipanasse in qualche punto. Sondò mentalmente il luogo e scoprì di essere nel mezzo di un enorme spazio vuoto, quasi che l’intero monolito fosse cavo al suo interno. Ciò che più lo incuriosì, tuttavia, fu un corpo irregolare che a una decina di metri dinanzi a lui rappresentava l’unico aspetto estraneo al piatto pavimento della vasta sala. D’un tratto una luce intensa e calda, di color arancione, illuminò ciò che a poca distanza da lui stava immobile. Vide cos’era e gli fu tutto chiaro.
   Alcuni gradini portavano a una pedana rialzata di forma circolare, al centro della quale un tripode reggeva una semisfera in apparenza di roccia con l’unica faccia piana rivolta all’insù. Inclinò il capo ma non riuscì a scorgere da dove provenisse quella strana luce, capace di illuminare solo l’altare.
   Un improvviso profumo di terra ed erba permeò l’aria immota. Poi avvertì un forte aroma agrodolce che si diffuse rapidamente, avvolgendolo. Infine cominciò a udire un fresco scroscio, come se a pochi passi da lui scorresse un ruscello.
Allora accadde la cosa che nessun uomo dei Nove Mondi avrebbe potuto osservare senza piangere di gioia.
   Il cerchio di luce si espanse diventando un sole, mostrando ciò che fino ad allora era rimasto nell’oscurità di una notte senza lune né stelle.
   Un giardino! Altro che vuoto, era circondato da un giardino!
   Il paesaggio si rivelò di una tale armoniosa bellezza che il fiato gli si bloccò in gola. Girò su se stesso, osservando ciò che lo attorniava; lo stupore fu tale che non resistette e cadde in ginocchio. Alcune le lacrime gli rigarono il volto bruno.
   Ora aveva capito, ora aveva visto il segreto di Trih’lêeth.
   La vegetazione all’interno del monolito era talmente rigogliosa da far apparire scialba perfino la folta e ricca Foresta Allegra. C’erano piante di tutte le specie, conifere e latifoglie: abeti slanciati e austeri spalleggiavano maestosi faggi, larici e pini si mescolavano curiosamente a peri e meli carichi di frutti. Un ruscello serpeggiava limpido tra le forti radici degli alberi e splendidi fiori multicolori lo fiancheggiavano: splendidi gigli, ciuffi di nontiscordardimé. Roseti erano abbarbicati ai fusti delle magnolie; più in là alcuni salici piangenti di un verde delicato si tuffavano tra le acque di un laghetto, ornato di fiori acquatici dai colori tanto vivi da sembrare brillare di luce propria. E dall’altra parte acacie punteggiate di giallo e bianco, noci neri, betulle dalle splendide cortecce rosate, olmi carichi di frutti violacei che si accostavano a cespugli di bacche rosso fuoco. Ben in mostra alcuni platani sfidavano in altezza querce e sequoie dall’aspetto maestoso. E in mezzo ai prati punteggiati da una miriade di margherite, tulipani e mughetti, la vita si svolgeva frenetica: farfalle leggiadre volavano di fiore in fiore, lepri si rincorrevano veloci, cerbiatti e caprioli brucavano placidi sotto i ripari formati dalle fronde degli alberi; sopra a tutti, scoiattoli spiccavano balzi dalla grazia prodigiosa. E non ultimi si scorgevano uccelli: passeri, allodole, usignoli, rondini che incrociandosi disegnavano figure aggraziate nell’aria profumata; altri si cibavano dei numerosi frutti maturi non ancora caduti dagli alberi.
   E su tutto regnava un’armonia disarmante, di certo impossibile da trovare in una sola delle tante foreste dei Nove Mondi.
   Il Desertico fu certo che quel paradiso fosse opera della Magia, non v’era altra spiegazione.
   «Vieni a me», udì d’un tratto mentre ancora le lacrime gli rigavano il volto. Era una voce suadente, armoniosa almeno quanto il giardino che lo circondava; una voce di donna.
   Non esitò, sicuro d’essere uno dei pochi uomini in millenni di storia ad aver avuto l’inestimabile fortuna di vedere la meraviglia che Trih’lêeth nascondeva. Percorse il breve spazio che lo separava dall’altare circolare, che ora gli appariva quasi freddo se confrontato con il resto.
   Ma quando salì i gradini dovette ricredersi.
   La semisfera era cava e al suo interno una miriade di cristalli simili al quarzo riflettevano la calda luce che da un punto indefinito, in alto, si tuffava nel vuoto apprestandosi a venir deviata in innumerevoli direzioni. L’effetto che ne scaturiva lo lasciò di stucco. Le migliaia di raggi rifranti formavano la sagoma ben precisa di una bocca. Quando udì per la seconda volta la voce, fu sorpreso di vedere che quella bocca si muoveva all’unisono con le parole.
   «Sei stato saggio e audace a venire. Non mi hai deluso.»
   «Perché sono qui?» chiese il Desertico, ora che il suo corpo e la sua mente erano nuovamente sotto controllo, destati dalla voce dell’oracolo.
   «Per divenire il prossimo Fondatore del Presente», rispose la voce, dolce.
   «Sarò all’altezza del compito?» domandò riverente.
   «Mi hai già servito da vero prode durante la tua ancora breve esistenza. Ora sei pronto per esserne conscio.»
   «Qual è il mio compito?» Stava cercando di tenere a bada il vorticoso turbinio di pensieri.
   «Difendermi.»
   «Ma come potrei?»
   «Continuando ad agire come hai agito finora.»
   «Avrò qualcuno dalla mia parte?»
   «Mangia il frutto che più ti piace e bevi nove sorsi d’acqua dal ruscello. Allora sarai il Fondatore del Presente e conoscerai la risposta al tuo quesito.
   «Prima che tu vada, sappi che è un tuo diritto rifiutare l’incarico.»
   «Non mangiando il frutto e non bevendo i nove sorsi d’acqua.»
   «Hai colto la verità. Ora va’ e agisci come il tuo sapiente essere suggerisce.»
   Si inchinò, osservando per un’ultima volta la bocca, simbolo di colei che gli aveva parlato, tramite fra due dimensioni tanto parallele quanto opposte. Si sentiva lucido; nondimeno avrebbe dovuto ponderare molto per comprendere a fondo ciò che gli era stato chiesto, quello a cui non si sarebbe sottratto.
   Prese una mela gialla da un albero poco lontano e si sedette vicino al ruscello. Un cerbiatto gli si avvicinò per bere fino a giungere a un paio di metri di distanza. Lo osservò senza tentare di avvicinarsi, comprendendo che avrebbe potuto disturbare la sua quiete. Quindi, finito il frutto, bevette i nove sorsi d’acqua immergendo le mani nel limpido ruscello.
   Quando tornò in posizione eretta, meravigliato, si rese conto d’aver acquisito nuove strabilianti conoscenze, proprio come aveva affermato poco prima l’Oracolo di Lêethe. Eppure, notò, con grande sollievo, di non essere affatto cambiato, di essere lo stesso uomo di qualche ora prima, quando ancora non era entrato in Trih’lêeth.
   Tuttavia una differenza c’era: adesso era il nuovo Fondatore del Presente.

* * *

   Il cielo era terso, perfettamente azzurro sopra le villette di Meekkârja, costruite in pietra e legno. Era una giornata strana per essere estiva: un po’ troppo fredda per i suoi gusti. Non era un fatto inconsueto comunque: la temperatura scendeva spesso di parecchi gradi dopo i violenti temporali che si abbattevano sulla città e nella notte precedente una cupa perturbazione aveva rovesciato con violenza il proprio fardello.
   Si alzò faticosamente dall’annosa sedia a dondolo posta di lato al caminetto acceso, che costituiva l’unica fonte di calore della casa. Le vecchie ossa cominciavano a scricchiolare sotto il peso dei suoi chili. Era ingrassato negli ultimi due mesi, si era gonfiato.
   «Invecchi quanto le farfalle in estate, Burk», borbottò cupo a se stesso.
   La mano ossuta si posò sulla maniglia della massiccia porta in noce sulla quale vi era inciso un serpente il cui corpo disegnava una esse invertita. Alle estremità del sinuoso ventre, il rettile possedeva due teste uguali, protese in avanti, come volesse fissare chiunque si avvicinasse alla porta, e il suo sguardo pareva minaccioso.
   Gli occhi del Baile, circondati da rughe in apparenza secolari, si soffermarono ancora una volta su quel simbolo, domandandosi stancamente chi mai fosse stato a inciderlo: era un’opera davvero raffinata... anche se inquietante. Qualche volta aveva quasi avuto l’impressione di vederlo animarsi.
   Ah! Brutti scherzi che la sua vecchia vista gli giocava, illusioni ottiche prive di fondamento. Eppure ora il serpente sembrava invitarlo, conciliante, lo sfidava a varcare un’altra volta quella soglia, come se oltre a essa avrebbe trovato qualcosa di strano, di infido.
   Le dita scheletriche imposero la loro volontà e la consumata maniglia d’ottone si piegò. La porta si aprì con un lieve cigolio. Alla sua sinistra stava appesa una lanterna: la accese. Quindi la staccò dal gancio e si apprestò a scendere in cantina.
   La luce del lume squarciò l’oscurità umida e densa della stanza; le scale scricchiolarono sotto i passi lenti e sicuri dell’anziano Baile. Le pareti e il pavimento erano ricoperti dal muschio accumulatosi durante i decenni. Terminata la discesa, si avviò verso la parte più buia e infossata della cantina. Raggiunse l’ultimo scaffale, sul quale poggiavano due vasetti di vetro lavorati. Erano impolverati, da tempo nessuno li aveva mossi o toccati. Li studiò attentamente, come se dovesse decidere quale dei due prendere, nonostante in apparenza fossero uguali sia per forma sia per contenuto. Scelse quello di destra. Prima di voltarsi sfiorò il vasetto destinato a restare sulla scansia con un pizzico di malinconia nello sguardo; la polvere gli si attaccò alle dita.
   L’impronta che lasciò era destinata a essere cancellata dal tempo.
   Con passo lento ripercorse la lunga stanza sotterranea quasi fino alla scala. Giunto a poco più di quattro metri dal primo gradino si bloccò stupito. Alzò gli occhi verso la finestrella posta all’incirca mezzo metro sopra di lui: era leggermente aperta e dallo spiraglio penetrava un po’ della frescura esterna. Allungò il braccio con cui teneva il vasetto, riuscendo a stento a chiudere l’apertura e a ricacciare fuori l’aria che profumava di terra bagnata. Scosse il capo, domandandosi come avesse fatto a dimenticarla socchiusa... stava davvero invecchiando rapidamente.
   Quando guardò a terra, l’aria perplessa e confusa si riaffacciò sul volto. Con difficoltà, a causa degli oggetti che teneva in mano, si chinò e raccolse un libro, grosso e pesante. Per un istante ebbe uno strano presentimento: quel tomo significava guai ed era stato gettato proprio nella sua cantina.
   La conclusione era ovvia.
   Una volta raggiunta la sommità della scala spense la lanterna e la riappese al gancio. Appoggiò il volume sul mobile lì vicino e si affrettò a chiudere la massiccia porta del seminterrato per non permettere alla sua aria malsana di penetrare in casa. Poi mise a bollire un po’ d’acqua sul caminetto. Aprì il vasetto e ne estrasse una piccola fogliolina verde smeraldo a forma di cuore. Attese poco e la immerse nell’acqua che bolliva impaziente. Subito un profumo dolce e rilassante permeò la stanza.
   Con molta calma andò a prendere il libro e mentre osservava l’incomprensibile scritta cucita sulla copertina di pelle con fili dorati, scorse con la coda dell’occhio un breve luccichio seguito da un fugace movimento.
   Rimase quasi pietrificato per lo stupore: il serpente a due teste si era mosso o forse era un nuovo e poco piacevole scherzo dei suoi occhi? Si avvicinò con molta cautela, pensando a quanto fosse stupido temere un’incisione nel legno. Nondimeno preferiva essere prudente, anche se a causa di quello strano ritrovamento si sentiva un po’ scosso.
   Giunto vicino alla porta, vide che apparentemente nulla era cambiato e se ne compiacque. Si rimproverò per essere stato così sciocco d’aver creduto possibile una cosa simile, anche se solo per un istante.
   «È evidente che sei un vecchio stolto" disse tra sé scuotendo la testa.»
   Tuttavia, prima di voltarsi fissò ancora una volta l’incisione. Si sentì nuovamente stupido, però non rifiutò l’impressione che quella vista gli diede e si chiese se fosse suggestione; forse lo era, ma non gliene importava un gran che.
   Osservò incuriosito i quattro occhi del rettile: quello sguardo non era più malignamente carico di sfida, bensì soddisfatto, appagato dagli avvenimenti. Per quanto assurdo, quei lignei e levigati occhi sapevano... e gioivano.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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