La porta della cantina di Burk
e il serpente a due teste su di essa.
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Libro
Primo: “Le sette gemme”
Prologo
Vi è un unico inizio per il Regno del Male:
la fine della Capitolazione del Bene.
Una figura incappucciata
sbucò d’improvviso da uno dei cunicoli
sotterranei delle fognature della Fortezza. Il cappuccio
gli oscurava completamente il volto, nonostante gli
unici esseri viventi che avrebbero potuto vederlo fossero
i ratti grigiastri, che si aggiravano in cerca di qualche
facile preda. Ma, spaventati dall’intrusione di
un essere di tali dimensioni, si ritraevano nell’oscurità.
L’uomo incappucciato non badava
a ciò che avveniva tra le ombre vicine; non si
curava dei movimenti sfuggevoli, non sembrava preoccupato.
Procedeva verso un punto preciso degli intricati e puzzolenti
tunnel, lentamente, ma senza alcuna esitazione.
I suoi passi echeggiavano debolmente
mentre le sue vesti nere sfioravano appena l’umido
e scivoloso pavimento roccioso. Il silenzio era assoluto,
gli unici lievi rumori che si potevano udire erano i
fugaci squittii di quei ratti che popolavano a migliaia
le fredde gallerie.
Fuori era da poco spuntato Fadejuîn,
il sole che splendeva caldo sulle terre del Mondo Interno.
In quel momento, molti dei suoi servitori stavano svolgendo
i compiti che aveva loro assegnato; i suoi discepoli
dormivano ancora oppure stavano impratichendosi con
incantesimi che lui solo conosceva a fondo.
Quale miglior momento per occuparsi
di una faccenda delicata come quella? Nessuno doveva
venire a conoscenza di quello che stava facendo. Nessuno!
sibilò il pensiero. Un ratto scivolò velocemente
dietro l’angolo più vicino, quasi avesse
udito la minacciosa voce mentale dell’intruso.
Incedeva sicuro sul percorso da seguire...
certo che nessuno l’avrebbe visto. La meta si
avvicinava e la sua brama di portare a termine ciò
che si era prefisso cresceva al diminuire della distanza.
Ancora pochi minuti e il segreto della
Fortezza sarebbe stato suo.
In poco tempo, infatti, giunse alla
meta.
Gli scuri tunnel che l’avevano
circondato e soffocato fino a pochi istanti prima, si
aprirono in un’ampia stanza avvolta nell’oscurità.
Le tenebre, ovunque immote, gli impedivano di scorgere
l’oggetto che da tempo aveva bramato.
Avanzò senza esitare, attento
a scoprire ogni minimo movimento sospetto. Ma lì,
in quella remota parte delle fogne della Fortezza, sembrava
che l’unico essere vivente a esservi giunto fosse
lui. In realtà sapeva di non essere il primo;
il suo maestro Mante, in passato, aveva percorso gli
stessi opprimenti cunicoli per portare a termine un’opera
che non avrebbe mai potuto sfruttare: l’invisibile
mano della morte lo aveva colto prima del previsto.
Ora, però, lui avrebbe utilizzato quello che
Mante aveva creato.
Avrebbe apposto il suo sigillo sul
destino.
Avanzò spedito, quasi con affanno.
Era la cupidigia, alleata dell’imprudenza, che
lo spingevano a procedere in quel modo . Poi, d’un
tratto, si bloccò davanti a un massiccio cubo
di marmo nero situato al centro della camera. Si avvicinò
incerto, come se avesse paura di trovarsi di fronte
a un miraggio.
Lo scuro cubo stava lì, lo
fissava, invitandolo a sfiorarlo.
La Forgia! Così l’aveva
chiamata Mante al tempo della sua creazione.
Si costrinse a non toccarla, sapeva
che un gesto sconsiderato come quello l’avrebbe
portato a una morte tanto rapida e atroce quanto certa.
Si avvicinò quel tanto che gli avrebbe permesso
di portare a compimento ciò che si era ripromesso.
La piccola lama che estrasse dalla
tunica brillò fugacemente, nonostante le tenebre
che l’avvolgevano.
Con movimenti sicuri portò
l’affilatissima arma al polso sinistro e deciso
si tagliò una vena; in quel momento il suo volto
era una maschera impenetrabile.
Il cubo nero appariva perfettamente
levigato in ogni sua piccola parte. Alzò il polso
sopra di esso e fece gocciolare il sangue nell’incavo
a forma di occhio ricavato nella faccia superiore. Apparentemente
non successe niente. Quando l’iride di quel simbolo
fu totalmente riempita sussurrò parole incomprensibili,
che suonarono come un velenoso sibilo nell’oscurità:
la ferita al polso si richiuse. Allora senza esitare
conficcò l’affilata lama nel braccio destro,
in un punto preciso sotto il bicipite. Il muscolo si
contrasse tremando e una fitta di dolore lancinante
scosse tutto il suo corpo. Poi, stringendo il pugno
sinistro attorno al manico dell’arma finché
le nocche sbiancarono, portò il braccio trafitto
sopra alla fissa pupilla dell’occhio marmoreo
che lo osservava freddo, inespressivo. Il sangue che
fuoruscì, più chiaro di quello che aveva
già versato, colò nella cavità.
Quando anche questa fu colma, pronunciò sottovoce
altre incomprensibili parole e attese.
Rimase lì in piedi per molto
tempo, fissando la lucida Forgia e il suo simbolo opaco;
la pupilla vermiglia contraccambiò lo sguardo.
Passarono delle ore. Non aveva la forza di muoversi,
ma anche se l’avesse avuta, non avrebbe potuto
spostarsi di un solo centimetro: il rito gli imponeva
di restare immobile, fino a quando avrebbe conosciuto
l’esito della prova a cui si era sottoposto. Si
chiese quale sarebbe stato il segnale.
Dopo molto tempo ebbe la risposta
che aveva pazientemente aspettato e, soprattutto, malignamente
agognato. La Forgia iniziò a pulsare di una luce
interna rosso fuoco. Una strana sensazione si impadronì
del suo corpo, restituendogli le energie perse e infondendogli
potere.
Il sangue versato cominciò
a bollire e in breve diventò parte integrante
dell’arcano cubo, come se egli stesso avesse collocato
nella cavità a forma di occhio due pezzi di marmo
scarlatto così perfettamente scolpiti e levigati
da coincidere millimetricamente. Restò stupefatto
nell’assistere alla magica trasformazione, nonostante
avesse visto molto durante i lunghi anni di tirocinio
e avesse studiato a fondo il prezioso documento lasciatogli
dal suo maestro Mante, che illustrava la corretta procedura
per destare la Forgia: Un dono inestimabile, frutto
di anni di ricerca e di notti insonni passate a ponderare
con costanza maniacale i logici ma oscuri procedimenti
della Magia Profana.
I pensieri fluirono verso valle, verso
le nebbie del passato. L’indecifrabile sensazione
si impadronì di lui. Era inspiegabile e diventava
sempre più acuta e tangibile.
Recuperate le forze, guardò
per un ultimo lungo, eccitante momento la Forgia che
pulsava nell’oscurità assoluta, poi si
voltò e ripercorse i cunicoli che l’avevano
condotto fin lì. Non avrebbe mai scordato la
visione di quello squadrato pezzo di carbone ardente
che gli aveva infuso una grande potenza.
Camminò veloce, ma attento
a percepire ogni più piccolo movimento che potesse
rivelare un pericolo celato tra le ombre. In realtà
la sensazione che avvertiva lo faceva sentire potente
e non aveva timori. Si sentiva parte della Fortezza...
anzi, sentiva che la Fortezza era diventata parte del
suo essere.
Alla fine, dunque, aveva svegliato
la sua enorme dimora.
Mante in persona gliel’aveva
affidata, nella speranza che un giorno il suo discepolo
avrebbe avuto successo laddove lui aveva fallito, nella
speranza che tramite il suo pupillo sarebbe riuscito
a vendicarsi della propria sconfitta anche da morto.
Pensò a cosa ciò implicasse e un ghigno
gli increspò una parte della bocca.
Ebbene, ora l’umile seguace
di Mante aveva dato vita alla Fortezza, legandosi a
essa fino alla morte, avrebbe ottenuto tanta potenza
da poter assoggettare in poco tempo l’intero Mondo
Interno. Prima, però, lo attendeva un viaggio
dalle innumerevoli incognite, ma questo era solo un
piccolo tratto del sentiero che l’avrebbe portato
a dominare le Razze: con la sua nuova potenza sarebbe
riuscito a percorrerlo senza eccessivi rischi.
Giunto al cancello che dalle intricate
fognature portava alle segrete della Fortezza, l’oltrepassò
senza aprirlo, e camminò con passo felpato lungo
i corridoi che portavano alle celle. Alcune di esse
erano abitate da esseri mostruosi creati con la Magia
Profana. Altre da volgari nemici, assai meno pericolosi
dei primi, nemici che da illusi avevano tentato di intralciargli
il passo. Quelle vuote, infine, sogghignò tra
sé, attendevano di venir animate dai prossimi
malcapitati.
Salite le numerose rampe di scale
in pietra che portavano alle sale inferiori della Fortezza,
si sedette tra le ombre, dietro una vecchia tenda in
velluto consunto. Nel silenzio assoluto si smaterializzò,
teletrasportandosi nella Sala del Comando, dal cui trono
impartiva ordini ai servitori. Era lì dove riceveva
i suoi ospiti: servitori e ospiti per lui non erano
differenti.
Un servo sbucò da dietro una
tenda; evidentemente aveva aspettato il suo ritorno
in paziente e muta attesa.
«Ai suoi ordini, Ahr Delmar
Lork!» disse, inchinandosi. «Ci sono novità?»
domandò l’arcimago mentre osservava compiaciuto
il piccolo coltello che teneva nella mano sinistra,
crogiolandosi ancora una volta nella sensazione di potenza.
Sentiva la Fortezza viva sotto di sé, sopra...
dappertutto. Le grosse mura di pietra, antiche, lo circondavano
come un impenetrabile mantello.
«No, Ahr Delmar», rispose
sottomesso il servitore.
«Allora va’ via da qui.
Adesso non ho tempo da perdere.»
«Ahr Delmar...» si congedò
l’altro inchinandosi nuovamente e facendo qualche
passo all’indietro. Poi sparì rapido dietro
la tenda da cui era venuto. Desertico! Chiamò telepaticamente
Lork, dirigendo il pensiero in un punto preciso dei
Luoghi Proibiti, gli alloggi dei suoi discepoli. Desertico,
raggiungimi nella Sala del Comando!
Pochi secondi dopo una figura incappucciata,
vestita di nero, si materializzò davanti al trono,
prendendo pian piano forma. Quando i contorni divennero
chiari e il teletrasporto terminato, la figura sembrò
incompleta, quasi fosse un’ombra fuori posto.
«Delmar Lork...» disse
inchinandosi appena, sottovoce; sembrava riluttante
a quel saluto e per nulla intimorita dall’arcimago.
«È giunto il momento
di cambiare volto alla Fortezza, Desertico», disse
Lork con voce calma, incurante del comportamento del
discepolo e apparentemente abituato alla sua evanescenza.
«Cosa dovrei fare?» chiese
questi con un sussurro roco.
«Dovrà apparire più
minacciosa ed emanare potenza alla sola vista, Desertico,
come le si confà quale mia dimora. Pretendo sia
tu a occupartene», concluse Lork, secco; le sue
parole non ammettevano replica.
«Delmar Lork...» il discepolo
si smaterializzò senza neppure inchinarsi, lasciandolo
solo nella Sala del Comando. All’arcimago sembrò
quasi d’aver parlato al vento; ma sapeva bene
che così non era.
Desertico gli piaceva, aveva del fegato
a comportarsi a quel modo: il suo atteggiamento lo aveva
affascinato più di una volta. Se non avesse portato
a termine un buon lavoro, però, gli avrebbe fatto
notare quanto i saluti e gli inchini che esibiva difettassero
di riverenza. E a Desertico la cosa non sarebbe piaciuta...
sapeva di non possedere nemmeno un briciolo di pietà:
le sue punizioni erano le torture. Addestrare dei discepoli
necessitava una grande dose di disciplina, e lui aveva
trovato il modo per ottenerla.
Già, a Desertico conveniva
fare un buon lavoro.
Si alzò in piedi e mosse la
mano nell’aria, tracciando un immaginario cerchio.
Subito il servitore ricomparve da dietro la tenda.
«Ai suoi ordini, Ahr Delmar
Lork!» si chinò questi fin quasi a baciare
il suolo. Lork pensò a quelle parole come alla
solita litania. Ma in fondo era stato lui a volere così,
perché cambiarla? Forse era il servo a essere
diventato monotono... sempre la stessa faccia. Mosse
appena le labbra, con un guizzo, e il poveruomo si accasciò
a terra. In pochi secondi divenne paonazzo. Poi ripeté
il gesto circolare e un altro inserviente entrò
nella sala poco dopo.
«Ai suoi ordini, Ahr Delmar
Lork... ma... cosa...?» chiese titubante, cominciando
ad avvicinarsi al vecchio servo sofferente, accasciato
sul gelido pavimento di marmo nero e amaranto.
«Ho fame, servo!» lo bloccò
Lork; il tono di voce bastò a immobilizzare sul
posto il nuovo venuto. «Portami cibo in abbondanza,
altrimenti mangerò te per saziarmi.»
Guardò il servitore con fare minaccioso.
«Sarà fatto, Ahr Delmar
Lork.» Aveva la voce spezzata dal timore; quindi
si inchinò e sgusciò veloce fuori. Lork
sorrise della stoltezza dell’uomo. Ma subito la
stizza lo compenetrò: era circondato da degli
sciocchi, capaci perfino di credere che lui avrebbe
potuto mangiare uno di loro, disgustoso!
In quel momento il vecchio servo emise
un rantolo soffocato, il volto gonfio e livido a causa
del soffocamento. Poi delle fiamme azzurre lo avvolsero
e due serpenti neri rilucenti d’argento lo trascinarono
nell’oblio, all’interno del pavimento. L’ultima
cosa che Lork vide fu lo sguardo terrorizzato di un
uomo che sapeva di aver appena iniziato a soffrire.
Poi le fiamme si spensero, i serpenti svanirono, e torno
la calma. Lork torse la bocca sottile, compiaciuto.
* * *
La foresta a est di
Decade e della più lontana Città Sacra,
capitale del Territorio Sacro, sembrava essere stata
devastata da un terrificante incendio in epoche oramai
remote. Gli alberi si reggevano in piedi a malapena,
contorti per cercare di proteggersi dal sole cocente
che picchiava la pelle della terra fino a spaccarla.
In tutto il Mondo Interno non c’era posto più
arido e deturpato; non un filo d’erba, non un
solo animale, non vi era nulla che vivacizzasse il paesaggio.
Lì la morte regnava sovrana dopo aver cacciato
da tempo la vita.
La Desolazione, così
la popolazione locale aveva chiamato la zona e così
oramai tutte le popolazioni la ricordavano. Già
gli Antichi, in epoche remote e da tutti dimenticate,
l’avevano nominata Dêtsolhiât, la
Foresta Secca, e ciò stava a indicare una sconcertante
realtà: da sempre era stata priva di vita, quasi
fosse affetta da un implacabile sortilegio.
Si raccontavano numerose leggende
sulla Desolazione, ma in realtà nessuno sapeva
cosa avesse potuto e continuasse a causare una simile
devastazione naturale. Alcuni spiegavano l’innaturale
aridità con la vicinanza dei Covi dei Morti,
altri con l’inconsistenza del sottosuolo che non
riusciva a trattenere la pioggia, altri ancora con vicende
bizzarre partorite da individui dotati di fervida fantasia.
Ma la maggioranza della gente era convinta che le sciagure
della Desolazione fossero dovute alla misteriosa costruzione
che si innalzava al centro della stessa.
Trih’lêeth: un imponente
monolito che si stagliava bianco e nero contro l’azzurro
intenso del cielo, un prisma la cui base triangolare
poggiava saldamente sulla sterile e screpolata crosta
della terra. Alto più di cento metri, poteva
essere visto anche dalla Città Sacra che da esso
distava una settimana di marcia. I temerari avevano
osato avvicinarvisi fino a qualche decina di metri,
mai oltre. E ora, tutto ciò che si sapeva del
granitico monumento, eretto in epoche perse negli eoni,
era che non esistesse alcuna entrata lungo le sue ciclopiche
facce, nessuna apertura che permettesse di scoprire
cosa vi fosse all’interno. Oltre a ciò
nulla, se non le più disparate immaginazioni
dei visionari.
Insomma, niente si sapeva di Trih’lêeth
e niente si sarebbe mai saputo.
Raccogliendo queste sue sommarie conoscenze
si materializzò dinanzi al misterioso monolito
con la strana sensazione di essere osservato. Fadejuîn
stava per tramontare a oriente e il caldo intenso permeava
ancora l’aria come un opprimente sudario. Il silenzio
che lo accolse lo soffocò da subito.
La Desolazione. Si guardò attorno...
quale miglior nome?
Avanzò senza fretta, ancora
percependo uno sguardo fisso su di lui. Quando raggiunse
il monolito si fermò titubante. Osservò
la liscia superficie bianca e nera, poi alzò
il capo per osservare l’incredibile altezza della
costruzione e lo strano effetto che derivò dal
suo gesto lo stordì, giacché gli parve
che Trih’lêeth si chinasse su di lui, come
un muto gigante che lo osservasse nella sua infinita
piccolezza. Accanto a quell’enormità il
cielo gli parve meno sterminato. Osservò nuovamente
la strana superficie del ciclopico custode della Desolazione
e curioso allungò una mano.
Appena i polpastrelli toccarono il
monolito si sentì molto leggero e in qualche
modo risucchiato. Allo stesso tempo, d’improvviso,
la luce solare del tramonto svanì lasciandolo
nelle tenebre più cupe.
Lo stupore fu grande, nonostante fosse
abituato a accadimenti di quel tipo durante la pratica
della Magia, Profana o Sacra che fosse. Ma l’intelligenza
e soprattutto l’enorme sicurezza interiore che
da sempre l’avevano contraddistinto fecero sì
che né il panico né il disorientamento
lo cogliessero. D’altronde sapeva benissimo dove
ora si trovava: era all’interno del Trih’lêeth.
Attese a lungo che l’oscurità
si dipanasse in qualche punto. Sondò mentalmente
il luogo e scoprì di essere nel mezzo di un enorme
spazio vuoto, quasi che l’intero monolito fosse
cavo al suo interno. Ciò che più lo incuriosì,
tuttavia, fu un corpo irregolare che a una decina di
metri dinanzi a lui rappresentava l’unico aspetto
estraneo al piatto pavimento della vasta sala. D’un
tratto una luce intensa e calda, di color arancione,
illuminò ciò che a poca distanza da lui
stava immobile. Vide cos’era e gli fu tutto chiaro.
Alcuni gradini portavano a una pedana
rialzata di forma circolare, al centro della quale un
tripode reggeva una semisfera in apparenza di roccia
con l’unica faccia piana rivolta all’insù.
Inclinò il capo ma non riuscì a scorgere
da dove provenisse quella strana luce, capace di illuminare
solo l’altare.
Un improvviso profumo di terra ed
erba permeò l’aria immota. Poi avvertì
un forte aroma agrodolce che si diffuse rapidamente,
avvolgendolo. Infine cominciò a udire un fresco
scroscio, come se a pochi passi da lui scorresse un
ruscello.
Allora accadde la cosa che nessun uomo dei Nove Mondi
avrebbe potuto osservare senza piangere di gioia.
Il cerchio di luce si espanse diventando
un sole, mostrando ciò che fino ad allora era
rimasto nell’oscurità di una notte senza
lune né stelle. Un giardino! Altro che vuoto,
era circondato da un giardino!
Il paesaggio si rivelò di una
tale armoniosa bellezza che il fiato gli si bloccò
in gola. Girò su se stesso, osservando ciò
che lo attorniava; lo stupore fu tale che non resistette
e cadde in ginocchio. Alcune le lacrime gli rigarono
il volto bruno.
Ora aveva capito, ora aveva visto
il segreto di Trih’lêeth.
La vegetazione all’interno del
monolito era talmente rigogliosa da far apparire scialba
perfino la folta e ricca Foresta Allegra. C’erano
piante di tutte le specie, conifere e latifoglie: abeti
slanciati e austeri spalleggiavano maestosi faggi, larici
e pini si mescolavano curiosamente a peri e meli carichi
di frutti. Un ruscello serpeggiava limpido tra le forti
radici degli alberi e splendidi fiori multicolori lo
fiancheggiavano: splendidi gigli, ciuffi di nontiscordardimé.
Roseti erano abbarbicati ai fusti delle magnolie; più
in là alcuni salici piangenti di un verde delicato
si tuffavano tra le acque di un laghetto, ornato di
fiori acquatici dai colori tanto vivi da sembrare brillare
di luce propria. E dall’altra parte acacie punteggiate
di giallo e bianco, noci neri, betulle dalle splendide
cortecce rosate, olmi carichi di frutti violacei che
si accostavano a cespugli di bacche rosso fuoco. Ben
in mostra alcuni platani sfidavano in altezza querce
e sequoie dall’aspetto maestoso. E in mezzo ai
prati punteggiati da una miriade di margherite, tulipani
e mughetti, la vita si svolgeva frenetica: farfalle
leggiadre volavano di fiore in fiore, lepri si rincorrevano
veloci, cerbiatti e caprioli brucavano placidi sotto
i ripari formati dalle fronde degli alberi; sopra a
tutti, scoiattoli spiccavano balzi dalla grazia prodigiosa.
E non ultimi si scorgevano uccelli: passeri, allodole,
usignoli, rondini che incrociandosi disegnavano figure
aggraziate nell’aria profumata; altri si cibavano
dei numerosi frutti maturi non ancora caduti dagli alberi.
E su tutto regnava un’armonia
disarmante, di certo impossibile da trovare in una sola
delle tante foreste dei Nove Mondi.
Il Desertico fu certo che quel paradiso
fosse opera della Magia, non v’era altra spiegazione.
«Vieni a me», udì
d’un tratto mentre ancora le lacrime gli rigavano
il volto. Era una voce suadente, armoniosa almeno quanto
il giardino che lo circondava; una voce di donna.
Non esitò, sicuro d’essere
uno dei pochi uomini in millenni di storia ad aver avuto
l’inestimabile fortuna di vedere la meraviglia
che Trih’lêeth nascondeva. Percorse il breve
spazio che lo separava dall’altare circolare,
che ora gli appariva quasi freddo se confrontato con
il resto.
Ma quando salì i gradini dovette
ricredersi.
La semisfera era cava e al suo interno
una miriade di cristalli simili al quarzo riflettevano
la calda luce che da un punto indefinito, in alto, si
tuffava nel vuoto apprestandosi a venir deviata in innumerevoli
direzioni. L’effetto che ne scaturiva lo lasciò
di stucco. Le migliaia di raggi rifranti formavano la
sagoma ben precisa di una bocca. Quando udì per
la seconda volta la voce, fu sorpreso di vedere che
quella bocca si muoveva all’unisono con le parole.
«Sei stato saggio e audace a
venire. Non mi hai deluso.»
«Perché sono qui?»
chiese il Desertico, ora che il suo corpo e la sua mente
erano nuovamente sotto controllo, destati dalla voce
dell’oracolo.
«Per divenire il prossimo Fondatore
del Presente», rispose la voce, dolce.
«Sarò all’altezza
del compito?» domandò riverente.
«Mi hai già servito da
vero prode durante la tua ancora breve esistenza. Ora
sei pronto per esserne conscio.»
«Qual è il mio compito?»
Stava cercando di tenere a bada il vorticoso turbinio
di pensieri.
«Difendermi.»
«Ma come potrei?»
«Continuando ad agire come hai
agito finora.»
«Avrò qualcuno dalla
mia parte?»
«Mangia il frutto che più
ti piace e bevi nove sorsi d’acqua dal ruscello.
Allora sarai il Fondatore del Presente e conoscerai
la risposta al tuo quesito.
«Prima che tu vada, sappi che
è un tuo diritto rifiutare l’incarico.»
«Non mangiando il frutto e non
bevendo i nove sorsi d’acqua.»
«Hai colto la verità.
Ora va’ e agisci come il tuo sapiente essere suggerisce.»
Si inchinò, osservando per
un’ultima volta la bocca, simbolo di colei che
gli aveva parlato, tramite fra due dimensioni tanto
parallele quanto opposte. Si sentiva lucido; nondimeno
avrebbe dovuto ponderare molto per comprendere a fondo
ciò che gli era stato chiesto, quello a cui non
si sarebbe sottratto.
Prese una mela gialla da un albero
poco lontano e si sedette vicino al ruscello. Un cerbiatto
gli si avvicinò per bere fino a giungere a un
paio di metri di distanza. Lo osservò senza tentare
di avvicinarsi, comprendendo che avrebbe potuto disturbare
la sua quiete. Quindi, finito il frutto, bevette i nove
sorsi d’acqua immergendo le mani nel limpido ruscello.
Quando tornò in posizione eretta,
meravigliato, si rese conto d’aver acquisito nuove
strabilianti conoscenze, proprio come aveva affermato
poco prima l’Oracolo di Lêethe. Eppure,
notò, con grande sollievo, di non essere affatto
cambiato, di essere lo stesso uomo di qualche ora prima,
quando ancora non era entrato in Trih’lêeth.
Tuttavia una differenza c’era:
adesso era il nuovo Fondatore del Presente.
* * *
Il cielo era terso,
perfettamente azzurro sopra le villette di Meekkârja,
costruite in pietra e legno. Era una giornata strana
per essere estiva: un po’ troppo fredda per i
suoi gusti. Non era un fatto inconsueto comunque: la
temperatura scendeva spesso di parecchi gradi dopo i
violenti temporali che si abbattevano sulla città
e nella notte precedente una cupa perturbazione aveva
rovesciato con violenza il proprio fardello.
Si alzò faticosamente dall’annosa
sedia a dondolo posta di lato al caminetto acceso, che
costituiva l’unica fonte di calore della casa.
Le vecchie ossa cominciavano a scricchiolare sotto il
peso dei suoi chili. Era ingrassato negli ultimi due
mesi, si era gonfiato.
«Invecchi quanto le farfalle
in estate, Burk», borbottò cupo a se stesso.
La mano ossuta si posò sulla
maniglia della massiccia porta in noce sulla quale vi
era inciso un serpente il cui corpo disegnava una esse
invertita. Alle estremità del sinuoso ventre,
il rettile possedeva due teste uguali, protese in avanti,
come volesse fissare chiunque si avvicinasse alla porta,
e il suo sguardo pareva minaccioso.
Gli occhi del Baile, circondati da
rughe in apparenza secolari, si soffermarono ancora
una volta su quel simbolo, domandandosi stancamente
chi mai fosse stato a inciderlo: era un’opera
davvero raffinata... anche se inquietante. Qualche volta
aveva quasi avuto l’impressione di vederlo animarsi.
Ah! Brutti scherzi che la sua vecchia
vista gli giocava, illusioni ottiche prive di fondamento.
Eppure ora il serpente sembrava invitarlo, conciliante,
lo sfidava a varcare un’altra volta quella soglia,
come se oltre a essa avrebbe trovato qualcosa di strano,
di infido.
Le dita scheletriche imposero la loro
volontà e la consumata maniglia d’ottone
si piegò. La porta si aprì con un lieve
cigolio. Alla sua sinistra stava appesa una lanterna:
la accese. Quindi la staccò dal gancio e si apprestò
a scendere in cantina.
La luce del lume squarciò l’oscurità
umida e densa della stanza; le scale scricchiolarono
sotto i passi lenti e sicuri dell’anziano Baile.
Le pareti e il pavimento erano ricoperti dal muschio
accumulatosi durante i decenni. Terminata la discesa,
si avviò verso la parte più buia e infossata
della cantina. Raggiunse l’ultimo scaffale, sul
quale poggiavano due vasetti di vetro lavorati. Erano
impolverati, da tempo nessuno li aveva mossi o toccati.
Li studiò attentamente, come se dovesse decidere
quale dei due prendere, nonostante in apparenza fossero
uguali sia per forma sia per contenuto. Scelse quello
di destra. Prima di voltarsi sfiorò il vasetto
destinato a restare sulla scansia con un pizzico di
malinconia nello sguardo; la polvere gli si attaccò
alle dita.
L’impronta che lasciò
era destinata a essere cancellata dal tempo.
Con passo lento ripercorse la lunga
stanza sotterranea quasi fino alla scala. Giunto a poco
più di quattro metri dal primo gradino si bloccò
stupito. Alzò gli occhi verso la finestrella
posta all’incirca mezzo metro sopra di lui: era
leggermente aperta e dallo spiraglio penetrava un po’
della frescura esterna. Allungò il braccio con
cui teneva il vasetto, riuscendo a stento a chiudere
l’apertura e a ricacciare fuori l’aria che
profumava di terra bagnata. Scosse il capo, domandandosi
come avesse fatto a dimenticarla socchiusa... stava
davvero invecchiando rapidamente.
Quando guardò a terra, l’aria
perplessa e confusa si riaffacciò sul volto.
Con difficoltà, a causa degli oggetti che teneva
in mano, si chinò e raccolse un libro, grosso
e pesante. Per un istante ebbe uno strano presentimento:
quel tomo significava guai ed era stato gettato proprio
nella sua cantina.
La conclusione era ovvia.
Una volta raggiunta la sommità
della scala spense la lanterna e la riappese al gancio.
Appoggiò il volume sul mobile lì vicino
e si affrettò a chiudere la massiccia porta del
seminterrato per non permettere alla sua aria malsana
di penetrare in casa. Poi mise a bollire un po’
d’acqua sul caminetto. Aprì il vasetto
e ne estrasse una piccola fogliolina verde smeraldo
a forma di cuore. Attese poco e la immerse nell’acqua
che bolliva impaziente. Subito un profumo dolce e rilassante
permeò la stanza.
Con molta calma andò a prendere
il libro e mentre osservava l’incomprensibile
scritta cucita sulla copertina di pelle con fili dorati,
scorse con la coda dell’occhio un breve luccichio
seguito da un fugace movimento.
Rimase quasi pietrificato per lo stupore:
il serpente a due teste si era mosso o forse era un
nuovo e poco piacevole scherzo dei suoi occhi? Si avvicinò
con molta cautela, pensando a quanto fosse stupido temere
un’incisione nel legno. Nondimeno preferiva essere
prudente, anche se a causa di quello strano ritrovamento
si sentiva un po’ scosso.
Giunto vicino alla porta, vide che
apparentemente nulla era cambiato e se ne compiacque.
Si rimproverò per essere stato così sciocco
d’aver creduto possibile una cosa simile, anche
se solo per un istante.
«È evidente che sei un
vecchio stolto" disse tra sé scuotendo la
testa.»
Tuttavia, prima di voltarsi fissò
ancora una volta l’incisione. Si sentì
nuovamente stupido, però non rifiutò l’impressione
che quella vista gli diede e si chiese se fosse suggestione;
forse lo era, ma non gliene importava un gran che.
Osservò incuriosito i quattro
occhi del rettile: quello sguardo non era più
malignamente carico di sfida, bensì soddisfatto,
appagato dagli avvenimenti. Per quanto assurdo, quei
lignei e levigati occhi sapevano... e gioivano.