Il giorno dopo è un
romanzo fantasy, in cui elementi classici si mescolano
a elementi tutt'altro che classici. Il tema di fondo,
per la seconda volta dopo La Rocca dei Silenzi,
non è affatto tipico della narrativa fantasy.
Non voglio anticipare nulla, perché sarebbe come
inculcare la mia visione e non voglio che ciò
avvenga; godo dei pareri indipendenti dei lettori.
Se sarò bravo, qualcuno di
voi intuirà il tema di fondo e vi rifletterà
- quanto in futuro è davvero troppo presto per
prevederlo.
Se non sarò bravo, sempre in
quell'indefinito futuro spero qualcuno di voi almeno
si goda una storia particolare, che svelerà un
nuovo mondo, popolato in un modo che per ora non ho
visto in altri romanzi.
6 aprile 2008
Capitolo XV ultimato: un segno di vita!
Ho finalmente terminato questo quindicesimo, ripetutamente interrotto capitolo. La vita è sempre imprevedibile e ti tira per la camicia. Ma, alla fine, perseverando, attendendo il momento buono, la soluzione giunge sempre.
Non posso promettere - soprattutto a me stesso - tempi di scrittura rapidi. Ma è certo che gli impegni che mi hanno quasi bloccato nell'ultimo anno e mezzo dovrebbero essersi ridotti all'osso.
Ma veniamo ai miei progetti, di cui questo Il giorno dopo è quello che più facilmente terminerò prima di tutti. Non è il solo, perché molte sono le cose che bollono in pentola. L'Universo mi darà ciò che è meglio per me. Senza fretta, lavorando con serenità, arriverò a nuovi traguardi: ne sono certo.
Terminata la piccola parentesi, parlo di questo Capitolo XV.
Mi è piaciuto scriverlo, anche se è stato un po' meno intenso di ciò che m'aspettavo, parlando di prima stesura. Le emozioni sono emerse durante la prima rilettura, in cui ho cambiato molto il testo, rendendo maggiormente ciò che il mio cuore m'aveva suggerito di comunicare... e che non era riuscito a comunicare.
E' un capitolo di passaggio soltanto in apparenza. Accade una cosa importante, fondamentale per ciò che mi sono proposto di trasmettere implicitamente (il senso del romanzo). Una cosa che condizionerà l'intero fronte d'azione, anche se in modo sottile, quasi agendo sul subconscio dei personaggi che lo animano.
Alla fine ne sono soddisfatto (sempre parlando di un testo che dev'essere ancora sottoposto a una seria revisione).
I personaggi stanno acquisendo spessore. Le loro storie e vite divengono più chiare a ogni capitolo. Eppure è tutto in divenire ed è necessario che continui a crescere sempre più, per maturare un po' prima della conclusione del romanzo, in cui dovranno essere presenti fatti allinterno dei quali i personaggi si muoveranno come attori conosciuti al lettore, al limite della "prevedibilità di reazione". Non so se ho scritto qualcosa di comprensibile, ma poco importa: questo è un diario e ha la limitazione del non poter parlare troppo chiaro, per non svelare nulla o quasi del romanzo, sul quale l'opinione deve formarsi in totale indipendenza.
L'ho sempre detto: questi miei Diari li scrivo per dar conto dei miei progressi narrativi, ma sono dei testi che acquisiscono un senso più profondo se letti a opera letta. Colgo l'occasione per suggerirvi, se siete tra coloro i quali scrivono, di leggere il diario de La Rocca dei Silenzi se per caso avete letto il romanzo. Da lì potrebbero nascere discussioni interessanti e formative per chiunque, il qui scrivente compreso.
Tornando ai personaggi, proprio questa notte ho avuto due intuizioni che m'hanno spinto a pescare al buio da sotto il letto il mio portatile, per digitare immediatamente l'appunto relativo (riletto questa mattina e davvero molto lucido nonostante fossi sotto l'assedio del sonno). Ho finalmente avuto l'intuizione che mancava a un certo aspetto della cultura nanica. Ed è stato un fulmine a ciel sereno, qualcosa che ha dato senso a ciò che mi tormentava da un po' di tempo, perché non riuscivo a capire come "regolare" un certo meccanismo, alieno alla nostra mentalità e proprio di una razza fantastica, che però necessita di credibilità assoluta come tutte le presenti nei Silenzi.
Il risultato è stato il benedetto legame inscindibile tra La Rocca dei Silenzi e Il giorno dopo, il sottile filo nero che li legherà, quando il nuovo romanzo sarà finalmente sotto i vostri occhi (non so in che forma, ma una sarà).
Ciò detto, sono tornato al capitolo precedente, per trovare la soluzione alla scena che chiude il capitolo stesso e una certa parte di un fronte d'azione. E, rileggendo l'intero Capitolo XIV ho scoperto una volta di più quanto l'opinione a caldo sui propri scritti sia decisamente fallace. Avevo scritto di trovare l'ultima parte del capitolo mal scritta. Ebbene, rileggendo ho trovato legnosa e spigolosa tutta la prima parte (che credevo fosse invece ben scritta) e decisamente godibile l'ultima parte, con una serie di intuizioni e dialoghi molto efficaci. Ho come l'impressione che l'applicazione del ritmo a livello cerebrale, logico, sia assolutamente fuorviante. I corsi di scrittura creativa dicono molte fesserie, che sembrano logiche soltanto perché applicabili a certi romanzi (spesso di successo). Poi, quando ci si trova a scrivere in prima persona, si capisce che sono cose valide, ma tutt'altro che infallibili. Anzi, spesso sono dannose per il testo. E da qui il mio (vecchissimo) consiglio di frequentare corsi di scrittura creativa (se proprio si sente di dover soddisfare quest'impulso) soltanto dopo aver scritto un bel po' per conto proprio (con costanza per qualche anno, tanto per intendersi), di modo che certe fesserie risultino tali ai vostri occhi - pur mettendosi sempre in discussione, ovviamente. Le verità sulla scrittura appaiono subito tali a chi ha esperienza. Ciò vale anche per le fesserie.
Il risultato della mia rilettura è stato edificante, per me e per il romanzo stesso, perché ho inquadrato un aspetto importante dell'evoluzione psicologica dei protagonisti del fronte d'azione affrontato. Il classico passetto in più che permette di dare ulteriore, realistico spessore alla situazione e ai personaggi che la vivono. Sono decisamente felice della cosa.
Sto scrivendo, lentamente, ma l'idea che mi sto facendo di quanto scrivo è molto vicina al mio ideale di scrittura: un'altra volta un libro denso, privo di lungaggini (perlomeno eccessive) e questa volta decisamente vasto per ambientazione, tematiche, varietà di situazioni e con un intreccio la cui prevedibilità non ha niente a che vedere con la sua qualità, che a me sembra alta (sempre se riuscirò a mantenermi su questo livello).
A tutti coloro i quali si chiedono perché "sforni" così lentamente i miei testi dico che la risposta è racchiusa in questo diario. Due sono i motivi generali: la vita che va vissuta, volenti o nolenti, e la ricerca di un certo tipo di qualtà, che costa fatica e dedizione. Il mio ritmo di scrittura deve accelerare, ma questo non signifca che io sarò un autore da "un libro all'anno". Non lo sono, preferisco raggiungere l'obiettivo che mi sono prefisso già durante la stesura de La Rocca dei Silenzi, che è quello di scrivere romanzi che siano intellettualmente onesti nei confronti dei lettori. L'impegno è necessario e i tempi sono soltanto una conseguenza. Che poi raggiunga il mio obiettivo è tutto da vedere, sono i lettori l'unico metro di giudizio valido. Ma io ho il dovere morale di arrivare a fine progetto con la certezza d'aver fatto del mio meglio.
Il mio meglio è un traguardo che personalmente sono in grado di raggiungere soltanto a una velocità ridotta, rispetto ad altri prolifici autori. Se volete, giudicate la cosa come un mio limite. Liberi di pensarlo - e magari con ragione -, ma il mio modo d'intendere la scrittura non cambia.
Ciò detto, è venuto per me il tempo di rimettermi sotto con costanza, che mi è mancata per troppo tempo.
30 novembre 2007
Capitolo XIV ultimato, con fatica.
È stato scritto bene fino all'ultima scena esclusa. L'ultima è, in un certo senso, deludente. È cambiata la mia prospettiva, diciamo, e un dialogo previsto non aveva più senso d'esistere; non così presto1. La conseguenza positiva è che la storia guadagna in verosimiglianza - di psicologia dei personaggi parlando. Quella negativa, ahimè, che il capitolo perde mordente.
Un punto basso, insomma, che non mi piace e che dovrò rimaneggiare, forse riscrivere totalmente. Ma ci penserò prima di riprendere in mano quel fronte d'azione. Mi sono annoiato - complici forse il momento triste e la discontinuità -, è questo è il primo, inequivocabile segnale di un cedimento della qualità narrativa. Rimedierò. 1 C'è un problema. La scena successiva colloca i personaggi in un “amiente” piuttosto complesso da descrivere. Il dialogo che avevo pianificato, e che ho poi eliminato, in realtà va reinserito, semplicemente perché è necessario per non affrontare tale “ambiente” e nel contempo alcuni aspetti dei protagonisti. Per mantenere la verosimiglianza, però, devo ricollocarlo altrove e in un momento temporale successivo a quanto previsto dalla scaletta - ma precedente a quanto accadrà nel capitolo seguente di quel fronte d'azione. La soluzione è questa.
Sono soddisfatto del modo in cui è terminata una certa parte della vicenda, piuttosto densa e articolata. Ora, per questo fronte d'azione, la strada è (relativamente) più lineare.
Ci sono meno personaggi. Finora la staticità dell'ambientazione (un unico luogo) richiedeva uno sforzo in altre direzioni per vivacizzare le scene, cosa che d'ora in avanti non sarà più necessario: l'ambientazione esplode! Si comincia a viaggiare, cosa stimolante di per sé, e per la situazione particolare (di cui non voglio rivelarvi alcunché), e perché non esiste meta prefissata.
Ora mi attende un capitolo che si occupa di un fronte d'azione molto stimolante, forse quello che preferisco, attualmente. Lo sfrutterò per tornare a macinare scrittura a un ritmo degno. Quando tornerò a questo fronte d'azione, subito dopo, dovrò rielaborare alcune cose e aggiungere il dialogo mancante. Conto di farlo con rinnovato entusiasmo.
Non aggiungo altro, perché ora mi preme continuare la narrazione.
17
ottobre 2007
È possibile che la discontinuità mi stia rendendo la vita più
difficile di quanto previsto. Ma sono piuttosto certo che questo romanzo, come
avevo intuito analizzando più attentamente la sua scaletta, sia davvero ambizioso.
La diretta conseguenza è che ogni capitolo si rivela più complicato da scrivere
rispetto alle mie precedenti esperienze. O forse sono diventato molto più esigente
(cosa che mi riesce difficile credere, perché, pur se con vari gradi di maturità,
ho sempre preteso tanto da me stesso).
Ebbene, è stato scritto. Il
Capitolo XIII è ultimato (infine!)
La prima considerazione che mi sovviene, è che davvero
non sarà possibile controllare la lunghezza dei miei capitoli, questa volta.
Niente cadenza regolare, insomma. La cosa non mi
piace, perché alcuni lettori vengono presi alla sprovvista quando i capitoli
variano troppo in lunghezza. Questa volta non è possibile evitare di scrivere
capitoli a volte molto lunghi - né è salutare per la storia. Invece di girare
attorno alle 10 pagine per capitolo - tollerandone un quantità che va dalle 8
alle 12 -, sono arrivato a capitoli di 24 e 18 (dodicesimo e tredicesimo). Si
sta verificando quello che temevo: certe situazioni sono talmente complesse e
ricche che il testo si allunga, nonostante abbia sviluppato nel tempo una certa
capacità di eliminare molto del superfluo (non ho però ancora raggiunto la sintesi
di Sepùlveda... magari! - Anche se qualcuno la riterrà forse eccessiva). Tali
situazioni, infatti, esigono chiarezza. Amo trattare il lettore come un mio pari
- mi considero piuttosto acuto - e non mi piace dargli la pappetta in bocca.
Di contro essere nebulosi è un trucco. E come direbbe Carver, niente
trucchi!
Da qui le ventiquattro pagine (che, badate bene, erano in realtà
34, ma ho spezzato il capitolo in due).
Fisso negli occhi il mio timore,
senza distogliere lo sguardo. Il giorno dopo avrà più di 500
pagine. La tendenza è piuttosto chiara. Vero, studiando
la scaletta, vedo che molte situazioni dovrebbero rientrare
nei limiti che avevo considerato accettabili. Ma ve ne
sono parecchie che, invece, m'appaiono latrici di ulteriori
lunghissimi capitoli, soprattutto più avanti nella storia.
Le prime a sembrarmi tali sono quelle che sono incentrate
su alcuni dialoghi deliziosi già sulla carta, che non
vedo l'ora di affontare... e che voglio sfruttare a fondo.
Un po' di numeri. Considerando che
i capitoli sono 49 (ora), ne mancano ancora 36 (sono,
cioè, a un quarto dell'opera). Le pagine ora sono oltre
160. Se ne aggiungo altre 360 si arriva a un totale di
520 (già ora). E 10 pagine per capitolo, come appurato,
è una media ottimistica (di 13 capitoli scritti ben
4 sono più lunghi; due 14 pagine, uno 18 e uno 24 - ve
n'è poi uno di 28, il secondo, ma quello era previsto
come tale ed è un'eccezione all'interno del romanzo).
Un terzo dei capitoli, insomma, è almeno due pagine più
lungo del considerato ragionevole. Così continuando,
arriverò almeno a 550 pagine di romanzo. Ma la sensazione
è che raggiungerò le 600. Tanto per discorrere di numeri...
Non è una cosa molto importante, in realtà, se non ai fini
della sua eventuale pubblicazione (che non mi preoccupa minimamente
a questo punto della faccenda, anche se uno scrittore dovrebbe considerare pure
tali aspetti - soprattutto se una delle possibilità è darsi da fare in proprio,
spendendo soldi... e 600 pagine sono tante, nonostante il fantasy ci abbia
abituati a tomi ben più voluminosi - il più delle volte al gusto di brodo).
Veniamo al capitolo vero e proprio.
Ribadisco: complesso. I personaggi in gioco sono tanti. Cominciando
ad affrontare la situazione nel dettaglio, poi, mi sono reso conto d'averla sottovalutata
durante la scaletta (che non deve approfondire, ma perlomeno darmi un'idea vaga
di ciò che dovrò fare). Era tutto chiaro, pur essendo nebuloso, insomma. E le
diretta conseguenza è che mi sono forzato a pianificare alcuni punti fondamentali,
per non far scoppiare come una bolla di sapone la sospensione
dell'incredulità.
Sono soddisfatto, ora il testo regge e tutto il fronte d'azione
relativo guadagna in verosimiglianza. Ma che fatica! E tanta dovrò farne durante
la revisione, per limare tutti i particolari, per far filare tutto liscio come
l'olio (cosa che ora, lo so, non credo il testo faccia).
Vi è un ulteriore problema, la caratterizzazione
del protagonista di questo fronte d'azione: mi sembra
incoerente, rispetto ai capitoli precedenti. Dovrò rivederla
con la massima attenzione. Purtroppo questo tipo
di problemi sorgono a causa della discontinuità;
ergo non posso ovviarvi, se non col sano impegno. Ma
non ho fretta, non tanta. Pur essendomi dato una cadenza
temporale, come sapete, non ho l'angoscia di una deadline.
Uno dei vantaggi di non aver avuto alcun successo in
libreria!
L'ultima sensazione che voglio descrivervi,
suscitata da questo capitolo, è quella che il romanzo
è quasi troppo ricco. Posso condurre
ogni dialogo in molteplici direzioni e tutte perfettamente
calate nel contesto, cioè senza andare fuori tema.
E, ogni volta, quando metto il punto finale a una scena,
sento che avrei potuto inserire qualche aspetto in
più.
Il problema è che devo tenermi a freno, incanalare nella direzione
migliore, trascurando le altre. In pratica, anche se eventuali aggiunte
sarebbero coerenti e, magari, perfino interessanti per il lettore. Non è così
che una storia va narrata, a mio avviso. Non posso inserire tutto quello che
mi passa per la testa, ma soltanto ciò che i personaggi farebbero. Se è d'obbligo
per la verosimiglianza che pongano dieci domande, allora devo inserirle
tutte. Ma se ne pongono soltanto quattro e il dialogo è più incisivo, senza minare
la credibilità del dialogo stesso, delle reazioni "umane" e della caratterizzazione
dei protagonisti, allora la strada da scegliere è quella delle quattro domande,
sempre. E' un concetto sottile, che dovrei spiegare con esempi concreti,
che spesso non viene visto di buon occhio da chi legge fantasy. Tuttavia non
sto scrivendo un manuale, né intendo farlo. (Molti pensano che in ogni
caso non ne sarei capace; immagino siano piuttosto vicini alla verità.)
Ormai
il lettore di genere (a me) sembra tutto proiettato verso un'attenzione maniacale
a ogni singolo aspetto di una storia. Mi sembra una cosa sbagliata.
Tralasciando il fatto che anche nella realtà i dialoghi deludono, spesso.
Quanti di noi si sono ritrovati a pensare di essersi dimenticati di chiedere
una cosa importante durante una conversazione ormai terminata? E quanti
si ritrovano a pensare che avrebbero potuto reagire in modo migliore? Non sempre,
cioè, un personaggio deve fare tutte le domande, né quelle giuste. E questa è
la strada che ho sempre battuto nei miei romanzi (rischiando di andare a sbattere
contro il muro costituito dalla superficialità di alcuni lettori...
muro contro cui ho prontamente cozzato! ;) ). In ogni caso, ciò che apprezzo
e mi fa considerare Ursula Le Guin il più grande scrittore del fantastico
in attività - assieme a Steven Erikson (che però è un maniaco dei dettagli! :)
- è proprio questa: lei è essenziale, non si perde in fronzoli, ma scrive soltanto
ciò che serve alla storia.
Insomma, lei possiede il dono della sintesi, una sintesi
che io sono ben lungi dal raggiungere con tale incisività.
Qualsiasi sarà la lunghezza del mio
romanzo, comunque, ciò a cui punterò sarà un risultato
simile - possibilmente migliore - a quello ottenuto con La
Rocca dei Silenzi, in cui ogni scena era importante
e faceva avanzare il romanzo. Niente era gratuito, cosa
che sarebbe stata un delitto, visto che il romanzo aveva
già più di 400 pagine. Che poi una sintesi perfetta l'avrebbe
reso di 300 pagine e non più, be'... non sono Ursula
Le Guin, né mai lo sarò.
Avevo altro da dire, ma non mi ricordo
più cosa. :-)
A differenza dei due precedenti
capitoli, questo infine mi soddisfa soltanto in parte.
Il lavoro di revisione sarà duro. Pur essendo partito
con gran slancio, alla fine mi sono arenato in complicazioni
di natura strutturale.
Il dialogo finale necessita di un'accurata
“taratura”, perché non posso permettermi di dire troppo.
Fin qui, nulla di così difficile. Il problema, invece,
è che oltre a non dover dire certe cose, devo giustificarne
altre e mi sono reso conto che allo stato attuale il
romanzo abbisogna di maggiore verosimiglianza in un aspetto
tutt'altro che secondario (limitatamente a questo fronte
d'azione).
Il risultato è che non sono soddisfatto. E che, naturlamente,
non sono capace di continuare finché non ho risolto il problema alla radice.
Quindi il Capitolo XIII attenderà, fino a quando non avrò rimediato.
Un tempo ero capace di sognare più
liberamente, per riprendere considerazioni precedenti.
Oggi sono prigioniero della maturità narrativa raggiunta,
in un certo senso, perché so che rimandare soluzioni
necessarie è deleterio. Un tempo mi abbandonavo a una
corsa sfrenata, fino all'epilogo. Oggi procedo a singhiozzo,
a tratti recalcitrante, come un mulo. Lo stallone d'un
tempo, fiero e precipitoso, non esiste più.
Ciò detto, questo fronte d'azione
resta una delle due anime di questo romanzo. E proprio
il dialogo di cui sopra mi ha regalato quel tipo di
emozione fantascientifica che soltanto pochi, pochissimi
testi fantasy mi hanno regalato.
Una simile emozione l'avevo già ricercata,
in modo inconsapevole, scrivendo la mia trilogia. Nel
quel del Villaggio dei Baldar e in altri, vaghi frangenti
della storia narrata nel Primo Ciclo
Minore. Qui è forse meno intensa, più inattesa, meno
preparata, ma l'effetto che ha sul sottoscritto è la
stessa: meraviglia, speranza, sguardo trasognato sul
possibile...
È uno dei punti di contatto più importanti, ed evidenti a una
sensibilità desta, che fantasy e fantascienza hanno, sebbene siano difformi le
modalità in cui il tema viene affrontato. Mi spiace essere nebuloso, di conseguenza,
pur rivelando un “retroscena” fondamentale de Il
giorno dopo,
voglio dirvi qual è questo punto di contatto: la possibilità concreta dell'esistenza
di altre razze, sconosciute ai protagonisti in un modo che sa molto di “umano
a tu per tu con l'alieno”.
È una cosa che a me ricorda l'emozionante,
commovente finale de La mano sinistra delle tenebre di
Ursula Le Guin.
Contrariamente al Capitolo XII,
che aveva così tanti titoli possibili da non riuscire
a sceglierne uno soddisfacente, questo Capitolo XI
ne ha avuto uno perfetto sin dal suo fulminante, visionario
principio.
Alla prossima. Torno al mio spinoso problema di verosimiglianza,
puff... puff...
20
agosto 2007
Intervengo nel mezzo della scrittura dell'undicesimo capitolo.
Molte volte mi è stato chiesto
qual
è il modo in cui un autore vive la scrittura dei
suoi romanzi, spesso a corredo dell'affermazione che
pianificare un romanzo - come io sono solito fare - uccida
l'ispirazione e l'emozione. Ebbene, posso rispondere
con un esempio, un'altra volta. Solo per me, naturalmente.
Ebbene, proprio prima di partire
per Barcelona (quattro giorni di meritatissimo stacco da
una quotidianità greve), ho vissuto un'altra delle
magie che la scrittura dona. Una magia tale che ne
percepisco gli strascichi ancora ora, a sei giorni
di distanza.
Inaugurando il penultimo fronte
d'azione del romanzo (ora me ne manca uno soltanto),
un fronte d'azione d'importanza centrale, ho sperimentato
quello che ho sempre vissuto a tu per tu con la scrittura:
magia, creazione che spesso viene da un posto altro,
innegabilmente. Sapevo cos'avrebbero fatto i
miei personaggi da anni, l'avevo pianificato per bene,
con un perché, un come, un quando. Ma quando l'ho scritto,
d'improvviso, la prospettiva è cambiata completamente.
E ho scoperto un piccolo ingranaggio in più, di questo
grande meccanismo che è il raccontare.
Non importa a che livello di dettaglio
si pianifichi, perché si pianifica da autori, come un
dio che decidesse le sorti di esseri viventi (cosa che
io credo più verosimile di quanto si pensi sano).
Non importa quanto, perché quando si racconta e si vive
quel dettaglio con gli occhi e il cuore dei personaggi cambia
tutto. La prospettiva trasforma il tuo pensiero,
trasforma il panorama, deforma i dettagli, emoziona profondamente,
te lo fa osservare con altri occhi, che non sono più
i tuoi di autore,
che tesse la tela degli eventi per farli giungere alla
degna conclusione della storia, ma i tuoi di persona/personaggio,
di scintilla vitale impressa nella retina della mente,
in quella parte del cuore che sembra posta sul retro,
tanto è nascosta.
È cambiato tutto - senza che cambiasse niente. Ed è stato
memorabile.
D'improvviso
ho compreso l'enorme portata di questo fronte d'azione, pur se mi era già parso
d'averla intesa tutta. No, niente da fare, è più grande e importante
di quanto credessi, ancora di più. I personaggi, questi miei amati personaggi
ordinari eppure così speciali, così vivi... emozionanti! Mi emozionano,
mi fanno capire ciò che non capisco da solo, mostrandomi il mondo a modo
loro, quasi a ribadire, sottolineare e spiegare una volta di più ciò che
vedo nella greve quotidianità,
ciò che mi si abbarbica al cuore e vi mette radici profonde e cocciute.
Per poi sbocciare, un giorno, d'improvviso, come simboli neri su uno sfondo bianco
infinito.
Un romanzo è nei suoi spazi bianchi, nel non detto.
Tra le righe c'è la verità ultima. Sempre.
E il fine della verità è sbocciare,
macchiando quasi per sbaglio la retine
dell'autore e dei lettori, d'inchiostro.
Questo romanzo è così ricco di spunti
e riflessioni, che mi domando quando lo finirò.
Ma, non importa: intanto me la godo. Prima o poi, spero,
ne godranno i degni lettori.
9
agosto
2007 Il giorno dopo non si è fermato.
Il suo secolare cammino continua e le nebbie che avvolgono il mondo perduto che
lo ospita si stanno dipanando. In questo periodo, preso da e perso tra mille
impegni, ho continuato a scrivere. In ufficio; ovvero sia, quando
potevo permettermelo.
Non esiste azienda in cui io abbia lavorato ove (sempre io) non abbia sottratto
qualche ora per scrivere. Decine di ore, per l’esattezza.
Mi sento colpevole? No. È la legge delle priorità.
Scrivere viene prima di lavorare.
Fossero tutti come te, mi disse un giorno un’amica (credo).
Le consiglierei di ripensarci bene.
Questa sera ho realizzato quanto solitaria sia la
scrittura. L’ho percepito nel midollo e nelle
urine. Il perché è semplice: questa sera
sono solo. E non ho scritto. Ero indaffarato, come
un uomo che è stato in una casa di 45 metri
quadri con due donne e due bambini di diciotto mesi
per tre settimane (tanto per capirsi). Ora è tutto
a posto. Tutto ordinato. Ah, finalmente! Tutto così tremendamente
a posto. Così vuoto.
Mentre m’affaccendavo affaccendato, nemmeno la
mia mente s’è fermata. Ha preferito soffermarsi,
anziché fermarsi. Sicché, benché laborioso,
giacché solo, perché era il momento,
con la coda dell’occhio ho scorto il particolare
che mi mancava, il dettaglio senza il quale sembrava
che nell’affresco ci fosse qualcosa di fuori
posto.
Cosa mi è successo negli ultimi due anni? Ora
lo so (era ora). Mi sentivo troppo solo. Troppo solo
per trovare la forza di scrivere.
Ero perso. Completamente perso, senza di lei.
Ora sono perso di lei.
Ma, ragazzi, mi stringo al petto la consapevolezza,
cullandola. Lei mi ha reso un uomo migliore. Lei è la
ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Ero
perso, completamente, senza di lei.
Una tempo mi sentivo bello e intelligente. Quand’ero
adolescente, per la precisione. Ma ero anche dannatamente
timido. Tutto sicurezza e insicurezza, insomma: una
miscela esplosiva di coerenza. Così ho cominciato
a scrivere, perfino incapace di parlare in un italiano
decente, eppure convinto che ce l’avrei fatta,
un giorno o l’altro. (Va detto che i primi scritti
furono lettere d’amore. Poi compresi che avrebbero
potuto avere più successo dei romanzi fantasy
e cambiai genere.)
Invidio quell’incoscienza, mi lasciava sognare
in pace.
E oggi? Non è così. Oggi mi sento dannatamente
umano. Ho sbagliato tanto in vita mia, anche scrivendo.
No, non soprattutto scrivendo. Purtroppo! E di sbaglio
in sbaglio ho finito per perdermi in me stesso. È troppo
buio, lì dentro; non ci vedo mai niente. E nell’oscurità troppe
cose mi vengono addosso, mi tirano, mi spingono. Non è una
bella sensazione.
Ci vuole qualcuno da stringere.
È così che è cominciata: l’ho
stretta e ora mi scopro aggrappato per non cadere.
Il Capitolo X è diventato anche il Capitolo
XII. E il Capitolo XII è lungo il doppio degli
altri. Insomma, il decimo capitolo si è rivelato
il triplo di quanto avessi previsto. L’ho diviso
una prima volta... la seconda non lo voglio fare. Così si è sdoppiato
(ma ha il triplo delle pagine). Tutto chiaro?
Mi sembrava, in effetti, che “poco
più lungo
della Rocca dei Silenzi” fosse ottimistico. Così continuando, Il
giorno dopo
sarà grosso quanto un mattone (non forato).
E tutto ruota attorno a questo personaggio, un erborista,
che si è lasciato alle spalle la propria casa,
chiudendovi dentro il proprio passato. Un erborista
che viaggia e che dopo soli venti giorni di cammino
tenta di fermarsi, per compagnia e per un po’ di
calore umano. Insomma, perché si sente solo,
perché abbisogna di qualcuno vicino. Il mondo è troppo
difficile per affrontarlo da soli.
Cos’è la vita, che pian piano ti strappa
i cari e che, per finire in bellezza, ti strappa ai
cari? Cos’è?
Non voglio parlare di questi due capitoli. Non me ne
frega niente. Ci ho messo l’anima, come sempre.
Ma non mi piace parlarne. Questa volta no. Lì dentro
c’è qualcuno che soffre, che cerca una
via d’uscita. Che si domanda cos’è stato,
perché, cosa sarà e, alla fine, si ritrova
solo, forzato alla disillusione. Per difendersi, per
non soffrire ancora. Rispetto quella lotta, rispetto
quel sordo sentire, quel soffocato sentirsi inadeguati
alla vita, pur combattendo con tutte le proprie forze
per vivere, perché morire no, sarebbe arrendersi.
Cosa sogno per questo libro? Che sia grande quanto
lo sento. E che, una volta finito, vada per la sua
strada. E che venga letto soltanto da chi ne sarà degno.
Come dicevo già altrove, ora scrivo perché la
scrittura è diventata una questione tra me e
lei. Non ci siete più di mezzo voi. Devo convivere
con la solitudine, con questa solitudine. Quando lo
leggerete, se lo leggerete, sembrerà che vi
stia raccontando una storia. In realtà, non
avrò fatto altro che raccontarla a me stesso.
Per capire cos’è stato, perché e
cosa sarà. Perché scrivendo mi sento
forte, pur non essendolo.
Ma solo, no, soltanto quando scrivo.
Altrove, altrimenti, non voglio più essere solo.
Che senso ha, ragazzi? Chi di voi
ci riesce, me lo spieghi. Come si fa a sentirsi pronti
per tutto questo? Come si fa a non andare lentamente, inesorabilmente in
pezzi?
Forse ho sbagliato tutto. Aveva ragione quel critico,
quel Tedeschi, tanti anni fa: dovevo farmi psicanalizzare.
Altro che scrivere!
Ma, toh!, ne sto scrivendo un altro. Recidivo.
21
maggio 2007
Ho ultimato la stesura del Capitolo IX.
La data giusta sarebbe il 18, tanto
per precisare i tempi, dal momento che se ne è parlato
negli scorsi diari.
Il capitolo è nato dalla
scelta di sviluppare in modo più corposo alcune
delle prime scene di un fronte d'azione, come già scritto.
Credo sia stata la soluzione migliore, sia perché dare
più importanza a certi dialoghi che erano in
programma era necessario, sia perché in questo
modo il fronte d'azione viene sviluppato non molti
capitoli dopo il suo esordio... come invece sarebbe
avvenuto, se non avessi inserito questo Capitolo IX,
facendo slittare tutti gli altri di una posizione.
Il risultato mi soddisfa, ma, se
devo essere sincero, credo che queste fasi iniziali
andranno riviste con una cura maniacale, perché informano
il lettore di molte cose e rischiano, così, di essere
meno liriche di quanto vorrei che fossero.
Ripensavo, infatti, al Capitolo II del romanzo, che è uno
scritto atipico, piuttosto lungo (tre volte un capitolo normale) e che ho steso
e rivisto e limato in molti modi, con cura, cullandolo e cullando la mia passione
per la scrittura. Ebbene, tale Capitolo II è divenuto il mio metro di
paragone, per questo romanzo, perché credo sia riuscito bene e dimostri
quali siano le mie capacità narrative, meglio di qualsiasi cosa abbia
scritto sinora. Ciò detto,
però, è davvero difficile eguagliarne l'equilibrio e la vena poetica
in tutte le pagine dei capitoli che seguono, sino a giungere all'epilogo. Difficilissimo,
anche per i temi e le situazioni affrontati. Ciò non toglie
che il mio obiettivo sia questo: svenarmi per raggiungere la massima qualità di
cui sono capace (che magari
è appena sufficiente, ma allo stato attuale delle cose non importa; si
vedrà a romanzo ultimato).
La varietà delle situazioni
mi porta a prediligere soluzioni ogni volta diverse
e questo rende complicato trovare una via che renda
equilibrata ogni singola scena. È necessaria
una sorta di duttilità
stilistica (non pensate a cose eccessive!) che non
so se possiedo e che, comunque,
è una delle sfide di questo vasto romanzo. Se
riuscirò
nell'intento, sono certo che il romanzo lascerà il
segno. Non è banale nel panorama di genere attuale,
nient'affatto. È ambizioso e la sua stessa ambizione
ne rappresenta l'originalità, credo, sebbene
ancora una volta sia rivisitazione (e che rivisitazione,
però!
Questa volta sarà sotto gli occhi di tutti).
È molto
probabile che durante la revisione il romanzo aumenti
di volume, anziché no. Tali e tante sono le
cose che mi preme dire implicitamente, narrando, che
già da queste prime battute (in realtà ho
superato le prime cento pagine di stesura) ho avuto modo
d'intendere l'andazzo generale. Forse l'ultimazione de Il giorno
dopo richiederà
più forze di quanto pensassi all'inizio, nonostante
avessi allertato me stesso: «Sarà dura!» Già...
Una volta di più, scrivere con passione e onestà intellettuale
si trasforma in una sfida che rischia di prosciugare
le energie dello scrittore. Quando non è un professionista, poi, le cose
si complicano ulteriormente.
Del Capitolo IX in sé posso dire
che il protagonista ne esce rinforzato, con maggior
spessore. Più viva e vivida risulta anche l'ambientazione
in cui lui si muove, affiancato da comprimari che già
si sono conquistati il mio affetto.
Ho affrontato anche una scena che ruota
attorno a qualcosa di trito e ritrito, nel panorama del
genere fantasy, rivisitandola a modo mio. L'inserimento
di una certa ironia di fondo e di alcune figure stereotipate,
a cui però ho tolto la maggior parte del "fascino alla
Dragonlance", volutamente, credo renda la
scena piuttosto stuzzicante e diversa dal solito. In
questo caso, forse, è più il "non detto" a stimolare
il lettore.
Nel contempo, ho riscoperto la bellezza
di descrivere disparati paesaggi aperti, contrariamente
a quanto fatto per la quasi totalità delle pagine ne La
Rocca dei Silenzi, in cui corridoi e cunicoli di
pietra hanno dominato il mio immaginario (che li ama,
ma è stato claustrofobico - come doveva essere, naturalmente!). Il
risultato è che sto amando sempre più la mia ambientazione
e ho ripreso a respirare a pieni polmoni. Mi mancavano
l'aspetto paesaggistico, l'effetto panorama, i rumori
e i profumi di ciò che circonda e blandisce i personaggi.
Eccome se mi mancava! Era da La Fortezza che non
mi ci immergevo tanto.
E, assaporando tutto questo, ringrazio
la Natura per avermi donato la scrittura.
14
maggio 2007
Ho ultimato la stesura del Capitolo VIII.
Questa volta mi sono impegnato di più,
per decidere un titolo. Alla fine, quello istintivo che
gli avevo affibbiato a prima stesura ultimata è cambiato.
Ragionandovi un po' ho trovato quello che rappresenta
meglio tutte le scene che lo scritto contiene (varie).
Va da sé che i titoli di alcuni dei capitoli precedenti,
che non mi convincono, andranno valutati con calma, una
volta rivisti i capitoli stessi.
Capitolo scritto con gran divertimento,
più di altri. Questo fronte d'azione è divertente,
frizzante, e risponde a una delle mie esigenze
di scrittura: l'azione, inframmezzata dalla caratterizzazione
di molti personaggi e da momenti di riflessione. È
un capitolo mio tipico, molto simile a quanto feci
ne La
Rocca dei Silenzi.
Subito sono incappato in alcune
incongruenze che ho dovuto risolvere e che dovrò considerare
con attenzione (studiacchiando qui e là, per amor di
realismo). A volte si prendono delle decisioni generali
circa l'ambientazione, prodigandosi affinché siano
giustificate, per poi ritrovarsi immersi nella narrazione
e rendersi conto di non aver considerato qualcosa di
banale.
Olio di gomito, come si dice. Fermarsi e mettere a
posto subito è l'unico modo per non procedere
in preda alla frustrazione e facendo troppi danni,
che poi sarebbero perlopiù irreparabili durante la
revisione.
Sono soddisfatto di come il romanzo
procede. Le domande sono molte, le situazioni varie.
Se non sono ricco io come scrittore, stilisticamente,
almeno dovrebbe essere ricca l'ambientazione e la vicenda
narrata. Molte cose accadono e molte dovrebbero stimolare
il lettore a interrogarsi sul prosieguo della vicenda.
È una cosa insita nella storia, tutt'altro
che pianificata a tavolino. Il risultato, però, è che
la curiosità spingerà a voltare le pagine, immagino. Facile,
quando i personaggi stessi vanno incontro all'ignoto,
perché personificano essi stessi degli interrogativi.
A
volte ci sarà disappunto, lo prevedo e mi rassegno.
Narrare più fronti d'azione separatamente, come già avvenuto con
la mia trilogia, finisce col frustrare il lettore, a volte. E la questione non
c'entra con l'abilità dello scrittore, ma con i gusti personali. È destino che
alcuni personaggi diventeranno i preferiti, rispetto ad altri (quali dipende
dal lettore). Così, girare pagina e ritrovarsi di fronte i meno amati (sono
ottimista!)
fa venir voglia di saltare i capitoli che separano dalla continuazione del fronte
d'azione appena letto.
Nel caso del Primo Ciclo Minore questo
pericolo veniva scongiurato dal fatto che i capitoli
erano misti, erano, cioè, una sorta di cadenza ritmica,
più che una suddivisione ragionata. Ne Il
giorno dopo, invece, i capitoli sono dedicati ai
singoli fronti d'azione. Quando cambia fronte, si chiude
un capitolo e ne comincia un altro. Questo ingenererà
la frustrazione di cui sopra, scintilla della tentazione.
Essendo l'autore, so quanto saltare capitoli sia pericoloso
e rischi di rovinare la lettura di questo romanzo (che
viene scritto capitolo dopo capitolo, non fronte d'azione
dopo fronte d'azione... e la cosa ha il suo peso). Ma,
come si sa, il lettore ha il sacrosanto diritto di farsi
gli affari suoi, quando ha in mano un testo. Quindi
me ne frego e tiro dritto! (Un'inutile divagazione, la
mia.)
Considerando il numero di pagine
scritte sinora - è la prima volta che uso una formattazione
dei documenti di Word molto simile all'impaginazione
finale del romanzo - direi che il libro non sarà
tanto più lungo de La Rocca dei Silenzi,
se continuo così, nonostante i 47/48/49 capitoli previsti.
Dovrei aggirarmi attorno alle 500 pagine (sono all'incirca
a un quinto della prima stesura). Di conseguenza, penso:
«Che dense!» E davvero la cosa mi aggrada. Niente
prese per i fondelli al lettore!
Il prossimo capitolo è un'aggiunta
(diventano 48). Il nono previsto è diventato il decimo.
Durante la stesura del Capitolo VI, infatti, ho lasciato
alcune scene per un successivo, breve capitolo aggiuntivo.
Valutando la sequenza e la cronologia degli eventi,
le scene tralasciate diventeranno il Capitolo IX.
7
maggio 2007
Ho ultimato la stesura del Capitolo VII.
In realtà l'ultimazione era
già del
4 maggio (ma il fine settimana mi ha rapito...). Il che
significa due giorni per scrivere un capitolo intero
(anche se piuttosto breve). Direi che i tempi
di stesura stanno migliorando. Bene. E con questo confermo
quanto detto in precedenza: quando non devo pensare a
personaggi nuovi, ma soltanto affrontare con quelli già introdotti
la vicenda, il tutto si fa molto più scorrevole
e semplice.
In questo senso, direi, m'avvedo una volta di più quanto
sia fondamentale per
l'autore non sottovalutare i primi capitoli del libro, dare il meglio di sé proprio
all'inizio, perché è complicato, complicatissimo. Bisogna trovare
un equilibrio, dosare nozioni indispensabili al lettore e scorrevolezza, caratterizzazione
dei personaggi ad azione. Poi, in seguito, il tutto scorre verso il mare in modo
più fluido. E chissà quando lo vedrò, il mare...
Veniamo a questo settimo capitolo.
Riprende le vicende del quarto, senza
scossoni, né grandi sorprese. La situazione si evolve
lentamente, perché così è stato previsto. Il protagonista
mi piace. È un uomo equilibrato, ma la situazione in
cui si è cacciato da solo non è facile da affrontare.
La prova è psicologica e lui reagisce da persona sicura
di sé, razionale, ma anche pressata dagli eventi, per
timore che precipitino. È una parte della storia piuttosto
statica ed è strano scriverla. Mi sembra di avere la
visuale ristretta dagli occhi del protagonista, che
poco può vedere del mondo, pur sapendo tanto del mondo
stesso. È piacevole, una sorta di momento intimista...
anche se, in realtà, i personaggi presenti nel fronte
d'azione sono molti (nove, compreso il protagonista).
Nel contempo, non mi sembra una tipologia
di personaggio così originale, affatto. Ma il contesto
in cui si muove lo rende affascinante. Una nuova rivisitazione,
dunque? Sì, ritengo di sì. Una rilettura, che mi aggrada
e che, credo, più la storia procederà più mi piacerà.
Tante sono le cose che vedrò, attraverso i suoi occhi.
Mi porrò molte domande e, forse, acciufferò qualche risposta.
Ma questo romanzo è come il futuro: un'incognita.
Il titolo è stato scelto velocemente,
ancora una volta con una certa difficoltà. Ma mi piace,
credo. È un'incognità esso stesso. Nemmeno il titolo
dà certezze. Sembra una partita a dadi: cosa porterà
il prossimo lancio? Lo scoprirò nel capitolo nono.
Circa il senso del romanzo... cominciano
già a emergere alcune emozioni agrodolci. Sull'umanità
piuttosto amare, a dir il vero. Eppure vedo anche
i germogli della speranza, nella bontà di alcuni
personaggi, disponibili... gentili,
in senso lato.
La gentilezza, una cosa mai abbastanza esaltata.
2
maggio 2007
Ho ultimato la stesura del Capitolo VI.
Non è stato un capitolo facile da scrivere.
Oltre alla preparazione del retroterra storico e culturale
- niente di così approfondito, va detto - e le schede
dei personaggi coinvolti - queste sì minuziose,
invece -, la stesura ha richiesto una serie di decisioni in
corsa piuttosto
delicate.
Essendo anche questo un capitolo
che inaugura un fronte d'azione, l'attenzione ai dettagli
doveva essere maniacale o quantomeno ponderata.
Ogni piccola parola, ogni piccolo risvolto viene assorbito
dal lettore in modo significativo, più che nello svolgersi
della vicenda, quando personaggi e ambientazione sono
ormai assodati. Di conseguenza, dire qualcosa di sbagliato
o di equivoco, può provocare un effetto
a catena... Un lettore si basa sulle sue prime impressioni
durante l'intera vicenda, soprattutto quando vive un'ambientazione
o un personaggio. È una legge che è bene tener presente.
Così ho fatto.
Di personaggi da "sviluppare", qui,
ve n'erano cinque. In origine erano di più, ma alcune
scene sono passate a un nuovo capitolo, che finora
non avevo previsto. Quindi Il giorno dopo avrà un
capitolo in più, con eventi già previsti e qualcosa
di nuovo. S'intenda, nulla che cambi la sostanza, anzi.
Tuttavia, arricchire questo inizio era cosa buona.
Non voglio lasciare nulla al caso e soltanto il giusto
all'immaginazione del lettore.
Il titolo è provvisorio, per la
prima vera volta in questo romanzo. Non mi convince
e mi riservo di modificarlo durante la revisione. Sono
certo che può esserci qualcosa di più efficace e meno
criptico nel contempo. Vedremo...
Soddisfatto? Ora, dopo il gran daffare,
direi di sì. È venuto diverso da come mi aspettavo
- dai! davvero? -, ma mi ha donato gioia. E
il risultato complessivo mi piace. Anche perché, d'improvviso,
s'è inserito un elemento nuovo nella vicenda, qualcosa
che mi fa sorridere e che ha molto a che fare con le
taccole de "La Rocca dei Silenzi", in un certo senso.
Divertente!
In aggiunta, posso elencare un po'
di cose che mi hanno regalato grandi soddisfazioni: l'ambientazione,
lo spessore storico del luogo in cui si svolge il lungo
dialogo contenuto nel capitolo, la figura del protagonista,
il tono. Soprattutto quest'ultimo è molto stimolante
e credo che più in là nella vicenda mi sollazzerò.
Comincio il prossimo capitolo,
sperando di accelerare i tempi di stesura, ancora troppo
lenti. Il Capitolo VIII non inaugura alcun
fronte d'azione e riprende certi personaggi già visti
- l'alternanza dei fronti è uno dei punti cardine de Il
giorno dopo. Così, confido nella "velocità d'esecuzione".
18
aprile 2007
Ho ultimato la stesura del Capitolo V.
Sono mediamente soddisfatto. Non è
stato semplice, soprattutto per la quantità di personaggi
da gestire, tutti "nuovi". Inutile dire che il lavoro
di preparazione è stato preziosissimo. Il "mediamente"
è dovuto alla sensazione che, in fase di revisione, avrò
un sacco di lavoro da fare, qui.
Ho iniziato questo nuovo fronte
d'azione, dunque.
La sensazione che mi ha comunicato è stata quasi tattile,
per un verso, è impalpabile per un altro. È costituito da due sole
scene, che sono molto diverse tra loro. Una è di pura azione, l'altra
di puro dialogo. La prima mi ha permesso di annusare e toccare e vedere l'ambiente
in cui i personaggi si muoveranno (non l'ambientazione, di cui molto ancora si
deve vedere). La seconda di fiutare il loro spirito: sono già vivi e scalpitanti!
Mentre scrivevo,
un pensiero mi si è palesato ripetute volte, in risposta
al timore di "dire troppo". La storia non è particolarmente
ingarbugliata - anzi! -, ma è complessa nei suoi
risvolti, ricca di dettagli e sfumature. L'impatto sul
lettore può essere violento, perché costringe a ragionare
rapidamente e a ricordare molto. Il rischio, appunto,
è di esagerare, di oberare. O, spaventandosi,
di rendere troppo snello, quasi superficiale.
Un buon
autore osa e dosa, ritengo.
L'unica soluzione a questo dilemma,
a mio avviso, è quella di scrivere onestamente. È fondamentale
trattare il lettore come un essere intelligente, dandogli
in pasto l'essenziale, con un po' di condimento qui e
là. L'essenziale, in questo capitolo, è stato detto.
Il condimento c'è, ma dosato con parsimonia (potrebbe
apparire il contrario, ma così non è). Il giusto equilibrio
secondo l'autore, infine, emergerà durante la revisione.
Credevo il capitolo sarebbe stato
più breve, invece la ricchezza della situazione (che
mi ha costretto a tacere molte cose e a pazientare,
pianificare il momento giusto) ha allungato il dialogo.
Una cosa è certa: sono quarantasette capitoli, contro i diciotto
de La Rocca dei Silenzi. Ma sono di sicuro più brevi e mirati.
Mi pare che ci siamo. Un altro
fronte d'azione è stato inaugurato. Ne restano
altri tre.
Il prossimo mi affascina molto e dovrò affrontarlo nel
Capitolo VI, cioè adesso (previa, ovviamente, ideazione dei nuovi personaggi
e di altri dettagliucci).
Se continuo a questo ritmo, terminerò
la prima stesura del romanzo tra ventuno mesi (due
capitoli al mese). È evidente, sebbene non abbia fretta,
che mi sembra troppo tempo! Va comunque considerato
che si tratta dei capitoli iniziali, in cui molto viene
spiegato, in cui anche un solo paragrafo descrittivo
di dieci righe può impegnare l'autore per un paio d'ore
(a me succede; se a voi no, siete fortunati!). Capitoli
iniziali che richiedono pause di ideazione "fuori dal
testo". Un lavorio impegnativo, frustrante se si sta
lì col cronometro...
Per giungere alla meta, fondamentale è la serenità. Ergo,
non mi resta che tralasciare questi calcoli e darmi un gran daffare.
2
aprile 2007
No, non ho terminato la stesura del Capitolo V . Devo
ancora cominciarlo.
Il perché è presto detto. È l'esordio di un nuovo fronte
d'azione e, come tale, necessita di qualche preparativo.
Durante la stesura della scaletta,
guardo ai personaggi in modo panoramico. Salvo in
casi particolari, non mi è mai stato necessario approfondirne
la caratterizzazione, scendendo a un livello di dettaglio
fuori luogo per il lavoro di ideazione. Quando arrivo
alla prima stesura, però, i protagonisti della
storia devono essere
delineati meglio, in modo che io possa viverli. Esatto! Ho dovuto approfondire
le schede dei personaggi del fronte d'azione che comincia
con il Capitolo V. E non sono pochi. Per la precisione,
dieci; sette di primo piano (due protagonisti assoluti)
e tre di secondo piano (anche le comparse hanno la propria
dignità). La cosa mi ha portato via tempo.
Ritengo questo lavoro indispensabile,
anche se è un po' barboso, alla lunga. Permette di
diversificare i personaggi, renderli unici. Soprattutto,
alla fine, per me è come avere di fronte un gruppo
di uomini e donne variegato, che comincia a reagire
a ciò che succede in modo autonomo.
Mi spiego meglio. Riunire sette personaggi nella stessa scena
diventa pericolosissimo, senza averne mai approfondito il carattere, la
psicologia, i sogni, le aspirazioni, il retroterra culturale, le esperienze che
hanno vissuto, i segni particolari, il modo in cui sono vestiti, i vezzi. Il
rischio è appiattirne la caratterizzazione (soprattutto se appartenenti
alla stessa razza) o stereotiparli (soprattutto se appartengono a razze diverse).
È necessario partire immediatamente con il piede giusto, particolareggiando.
E, ancora una volta, tutto questo lavoro di preparazione non fa altro che arricchire
il risultato finale, che sarà diverso, più profondo, ed eviterà problemi
d'incoerenza interna (la scheda dice e dirà sempre "capelli e barba
lunghi, biondi"). Come
già scritto altrove, tutto questo non verrà utilizzato in una scena
sola, né
forzatamente. Tuttavia, a me dà subito il senso e la
misura del "gruppetto".
Secondo vantaggio, significativo. Uno di quei vantaggi che
può essere soggettivo, perché questo è il modo in cui io reagisco;
non è detto che sia così per tutti. Conoscere
meglio i personaggi a priori, li rende autonomi e indipendenti, più che se non
avessi creato la scheda. Sapere che Tizio è brusco, mentre Caio è pacato, può
apparire un approccio infantile, privo di sfumature. Ma fa
la differenza, inizialmente, quando non c'è ancora una sola riga scritta
sui personaggi che entrano in scena.
In un dialogo, ad esempio, Tizio e Caio avranno reazioni opposte e io non dovrò
star lì a preoccuparmi continuamente di ideare mille cose in una volta sola,
invece di pensare a scrivere (e, comunque, scrivere fantasy implica di
per sé inventarne molte durante l'atto stesso – mi viene in mente Jack Vance
e il suo narrare spumeggiante, che ti porta alla deriva con particolari geniali
che stuzzicano il lettore, ma che lui piazza lì, con noncuranza. Sono certo
che quello è l'estro del momento, che è una delle capacità di un autore; un'altra
è essere capaci di arricchire un testo in modo estroso senza
perdere di vista la meta... e quindi soprassedendo su intuizioni e sprazzi creativi).
Ovvio, l'inizio è faticoso, perché
tenere a mente tutte queste informazioni è difficile,
anche se è più efficace che inventarsele durante la
stesura (che ne uscirebbe zoppicante, con certi difetti
di ritmo). Così, giunti alla revisione, il lavoro
sarà minore e, soprattutto, il testo scorrerà più fluido
verso valle, narrando una storia più credibile e
realistica, grazie a personaggi variegati - seppur
pennellati con tratti brevi.
Ora posso finalmente iniziare il
Capitolo V e questo nuovo fronte d'azione.
28 marzo 2007
Ho terminato la stesura del Capitolo IV .
È un passo significativo; purtroppo non posso spiegarvi
il perché. Diciamo che ora il primo fronte d'azione è
stata inaugurato. Un'altra piccola meta è stata raggiunta con successo. Felicemente.
Gioite per me, perché sono gioioso.
Prima di mettermi a scrivere, sono
ogni volta trepidante. Durante la scrittura, invece,
sono completamente immerso, assorto di fronte a un
mondo che si sta schiudendo, mostrandomi i suoi colori.
Ogni più piccola
scena mi strappa alle labbra un finalmente! Tutte,
infatti, nessuna esclusa, erano anni che attendevo
di vederle. Le difficoltà che
mi hanno portato sino a questo nuovo inizio, negli
ultimi tre anni, mi permettono di godere appieno di
ogni sfumatura dell'esperienza della scrittura. Nulla
mi pesa. Agli inizi era lo stesso, ma ero decisamente
più spensierato; era, in parole povere, più facile.
Ora, invece, lo sono nonostante la grande sfida.
Non è poco. Vivo la storia come un'avventura, sebbene
il termine andrebbe arricchito di mille sfumature più
intense, dovute alla maturità. E, credetemi, non è
cosa cui io sia abituato. Penso fosse dai tempi de La
Fortezza che non mi sentivo più così.
Il romanzo è vasto.
Ed è molto vario.
Lo vivo sulla mia pelle, sebbene abbia principiato
un solo fronte d'azione dei cinque
totali. Già questo primo fronte, infatti, mi sembrerebbe
una valida storia anche se presa singolarmente. Nondimeno,
nulla è scollegato in questo romanzo... ed è questa
la vera sfida: il senso d'insieme che riuscirò a dare
al testo.
Diversi personaggi, diverse esperienze,
per arrivare a una sola conclusione. Una conclusione
che mi sta molto a cuore e che è la risposta alla domanda iniziale.
Qual è la domanda iniziale?
Presto detto: «Ha ancora senso
contare i giorni?»
Eheheh... scusate se ancora una volta
gioco con voi. Mi diverte! Ma sapete che sono buono,
in fondo. Il mio fine è darvi qualcosa per cui valga
la pena investire il proprio tempo. Non è un'impresa
facile. Il tempo è una delle cose più preziose che abbiamo...
e non è illimitato per nessuno.
23 marzo 2007
Ho riletto l'intero diario. Finora Il giorno dopo rappresenta
la gestazione più tormentata della mia - breve - carriera!
Va bene, sono pronto: alziamo il
sipario.
Scrivo
ancora.
Quando ho comunicato "non
scrivo più", non ho mentito. Era
vero. Avevo bisogno di una pausa reale, di non pensare
più alla scrittura. È servito. In poco tempo, ho
recuperato forza e accumulato energia. In seguito
ho preso a girare attorno ai miei progetti narrativi,
annusando con fare circospetto, finché non ho capito quale faceva
al caso mio. Ero esasperato dai miei continui cambi
di rotta. Negli ultimi tre anni sono stato come una
bandierina impazzita, preda di venti di tempesta.
Era ora di finirla!
E, comprenderete, non avevo alcuna intenzione di rovinare il
nuovo equilibrio raggiunto. Quindi, ho dovuto mentirvi, ergendo una vecchia verità
("non scrivo più") a muro di protezione. Ho avuto bisogno
di mettermi alla prova, di capire se ancora potevo darvi qualcosa. Ai miei occhi,
era inutile comunicare per l'ennesima volta che
avevo cominciato a produrre un nuovo romanzo, se non ero sicuro di poter reggere
la fatica psicofisica. Per inciso, non credo
agli scrittori che sfornano romanzi con troppa facilità. Scrivere è come vivere:
impegnativo.
Ho scoperto la mia fragilità, in
questi ultimi anni. Ho scoperto che anch'io mi posso
rompere e non funzionare più. La scrittura era l'unica
cosa che sapevo fare e che non mi aveva mai dato grattacapi.
Mi sbagliavo.
La lezione è servita.
Ora, facciamo il punto della situazione.
In questi ultimi mesi, mi sono messo alla prova. Finalmente,
mi sento di nuovo a mio agio di fronte agli appunti, alle scalette, alla pagina
bianca da riempire. Le parole fluiscono di nuovo all'esterno come per miracolo
(è qualcosa che ha del miracoloso, per me, specie se penso a certi lampi inattesi).
Non ho preteso troppo da me stesso, una trentina di pagine. L'importante non
era la quantità, ma la sensazione che l'atto dello scrivere mi avrebbe comunicato.
Ho ripreso l'equilibrio. Ci sono.
Il giorno dopo sarà tutto
ciò che ho scritto in questo diario sinora. E qualcosa
in più, perché la vita è continua evoluzione. Il progetto
originale, in ogni caso, non è cambiato.
Attualmente sto scrivendo il quarto capitolo, divertendomi.
Ma la strada è molto lunga. I
capitoli previsti sono 47 (48 contando il prologo). Non so quanto sarà voluminoso
il romanzo. Ma certo più de La Rocca dei Silenzi. E, come nel caso
di quest'ultimo, nulla sarà superfluo. Quarantotto capitoli di scrittura condensata.
Non mi pagano a parola... ah, be', ora non mi pagano affatto!
Una cosa va detta: non attendetevi
i tempi di stesura del passato (per taluni talmente
rapidi d'apparire sospetti). La mia vita non è semplice,
in questo periodo. E purtroppo non
sto esagerando. Non posso assicurare
continuità nemmeno a me stesso, dunque. Quello che
conta, e che vorrei teneste presente e consideraste
una promessa, è che scrivere è di nuovo una gioia,
per me. Anche perché ho molto da dirvi. Avrò delle
pause, ma non smetterò. Pian piano arriverò fino all'epilogo.
Usate il blog per comunicare con
me, ragazzi. Ne sarò felice.
26 giugno 2006
A quasi un anno di distanza, aggiungo
nuove parole a questo diario. Sono successe molte cose,
ho cambiato rotta più volte, per far fronte a
forti correnti indesiderate o, a tratti, per ovviare
a una frustrante deriva da bonaccia. Ora, fermo nei
miei propositi, contrasterò qualsiasi cosa mi
sarà avversa, corrente, marea o vento.
So quali lidi voglio raggiungere e
so che non sarà affatto facile. Ma, per l’ennesima
volta, considero il viaggio la vera ricchezza.
Il giorno dopo salpa, dunque.
Va detto, per chiarezza, non a vele
spiegate. La velocità di crociera sarà
ridotta. Il motivo è che i miei molti impegni
si accavallano e il tempo a mia disposizione è
limitato. Di conseguenza, ho pianificato il futuro prossimo,
considerando soltanto ciò che è rilevante
e tralasciando tutto il resto. Il giorno dopo è rilevante
per una questione respiratoria, perché senza
la libertà di parola soffocherei. In tal senso,
è vitale, più che rilevante.
La mia filosofia, in questo momento,
è “piano ma lontano”. Questo vale
anche per gli altri progetti narrativi, Senzanome
e il Secondo Ciclo Minore. Il mio modo di scrivere
è cambiato, nel corso degli anni – parlo
proprio dell’atto della scrittura, non dello stile.
Sono meno irruente e più riflessivo, anche durante
la prima stesura. Amo leggere e rileggere quanto ho
appena scritto, senza la smania di continuare il racconto
in fretta. Ho bisogno di sapere che alle spalle mi lascio
qualcosa di solido, anziché qualcosa di precario
quanto il puro istinto. Seguire l’istinto è
fondamentale, per un artista, ma è necessario
incanalarlo, per sfruttarne il potenziale.
Detto questo, il Prologo è
stato scritto e riletto più volte.
È un testo sentito, una premessa
che ritengo suggestiva, che prende la giusta misura
al romanzo che voglio scrivere. Per collegarmi alle
parole che introducono questo diario, Il giorno dopo
avrà un tema di fondo che sentivo importante
tre anni fa, quando vi ho pensato per la prima volta,
e che sento ancora più importante oggi.
Il mondo sta cambiando velocemente.
Ognuno ha il proprio modo di affrontare questi cambiamenti
e la propria opinione in merito a ciò che accade
(invero, molti preferiscono non pensare al mondo...
e questo mi intristisce, perché non è
più tempo di provincialismi. Se globale lo si
vuole, in tal senso andrebbe sviluppata la propria coscienza,
non soltanto il proprio portafogli).
Il mio modo per affrontare i cambiamenti
non è argomento di discussione di questo romanzo.
E ci mancherebbe, ne risulterebbe una noia! Ma ad alcune
domande attuali, imprescindibili, ho alcune risposte
da dare. A modo mio, raccontando una storia. La storia
che parla di un mondo di fronte a grandi cambiamenti,
un mondo ferito, diviso, che deve trovare una nuova
via, per rinascere... o semplicemente per continuare.
Non è un caso che il romanzo
parta da una domanda.
Il prologo, in fondo, è una
domanda.
La risposta arriverà nelle
centinaia di pagine successive, spero forte e chiara.
Ancora una volta, credo il fantasy debba farsi carico
della realtà.
31 luglio 2005
Bene, è ora di ricominciare.
L'abnegazione stanerà la passione ancora una
volta, ne sono certo. Faccio molta fatica, ma non mi
fermo. Inutile dire altro, passiamo ai fatti.
Fatto. Ho la scaletta presentata
all'Editrice Nord pronta, ma per scrivere il libro devo
forzatamente costruirne un'altra parallela. La presente
è suddivisa in fronti d'azione (cinque o, con
altro occhio, sei; ma contiamone cinque), per chiarezza
espositiva e per far bene comprendere i tratti salienti
dell'opera. Ma questi fronti d'azione si intrecceranno
nel romanzo, seguendo la cronologia degli eventi (sebbene
non in modo stretto, questa volta non è possibile
e non lo ritengo necessario), e io devo avere ben chiara
la successione dei capitoli e la loro organizzazione.
Mi spiego. Sebbene il romanzo conti
cinque fronti d'azione, credo profondamente sbagliato
considerarli separati, perché tutti e cinque
assieme dovranno dare senso al romanzo, cioè
evitare che il lettore abbia l'impressione di leggere
cinque racconti separati. Questo flusso parallelo di
eventi, insomma, ha una meta precisa e per centrare
l'obiettivo è necessario ch'io pianifichi.
All'Andrea scrittore, a questo punto,
si pone un grande dilemma: stendere le prime stesure
dei cinque fronti d'azione separatamente oppure
seguire l'ordine dei capitoli? Non ho ancora una risposta,
ma quando avrò ultimato la scaletta per capitoli
avrò le idee più chiare.
Come sempre, cercare una soluzione
subito e a tutti i costi è stupido. La soluzione
viene lasciando sedimentare, ponderando, attendendo
con pazienza mentre si lavora ad altro.
Quello che conta è che, dopo
oltre sei mesi turbolenti, sono di nuovo in pista! ;-)
La scelta è stata fatta: Il
giorno dopo.
28 novembre 2004
Ho ultimato la scaletta.
Devo soltanto rileggerla, ritoccare
qui e là alcuni eventi, ma è finita. E
nel contempo ho conosciuto anche tutti i personaggi
che animeranno la vicenda.
Ho fatto un grosso lavoro, di cui
sono soddisfatto, perché ora ho basi solide su
cui costruire il romanzo. A questo punto, con in mano
l'ambientazione, i personaggi e la dettagliata scaletta
della vicenda, non mi resta che affrontare la prima
stesura.
Ma non lo farò, non ancora.
Non so se questo sarà il prossimo
romanzo che scriverò. Sarà uno dei prossimi.
E' pronto, mi chiama, scalpita come un cavallo che non
vede l'ora di galoppare in una fresca giornata primaverile,
dopo una notte di riposo.
Come è sempre successo, non
sono io che scelgo le storie, ma sono le storie che
scelgono me. Mi vedono, mi prendono di mira e mi si
appiccicano addosso, tirandomi per i vestiti senza posa. Il giorno dopo è la
storia che vorrei scrivere adesso? Sì e no. E'
la naturale evoluzione di ciò che ho scritto
ultimamente, ma frattanto un'altra vicenda si è
fatta largo e ora mi chiama a gran voce, più
attraente di questa: Luce.
Per chi ancora non lo sapesse, quando
scrivo io sono mosso sempre da un motivo profondo, un
qualcosa d'interiore che mi porta in una certa direzione
anziché in un'altra. Se penso a questo, so perché
Il giorno dopo viene dopo Luce: il motivo
scatenante de Il giorno dopo è una conseguenza
del motivo scatenante di Luce. E, credetemi senza
costringermi ad anticipare nulla, i due romanzi non
hanno alcun legame tra loro... se non il legame con
l'autore.
E l'autore, per scrivere, sa che deve
seguire le spinte interiori.
Vedremo, si vedrà. Ciò
che conta è che la fase di ideazione de Il
giorno dopo è praticamente conclusa e ora
non mi resta che cominciare a scriverlo. Cosa mi attira
della storia è presto detto: è ambiziosa,
in molti sensi, mi sfida a dare il massimo, perché
impegnarsi anche poco di meno porterebbe a un risultato
non soddisfacente.
Adoro le sfide!
7 settembre 2004
Vero, è dura parlare di un
romanzo senza rivelarne alcun particolare significativo.
Ma se ce l'ho fatta con La Rocca
dei Silenzi, quando l'avevo già vissuto profondamente,
posso farcela con qualcosa che deve ancora entrarmi
dentro.
In fondo se un proprio figlio vuole
riservatezza, gliela si concede.
Prima di tutto devo rispetto ai miei
romanzi e a me stesso.
In ogni caso... è troppo tardi.
I diari sono qui e qui restano, mi hanno insegnato che
la parola, in questo mondo inaffidabile, è prezioso
mantenerla. Ancor più quando la si è data
a se stessi.
Mantengo, quindi.
E, non fraintendetemi, lo faccio volentieri.
Nessun ripensamento.
Facciamo il punto della situazione
circa Il giorno dopo, dunque.
Il momento per cominciare è
propizio, perché segna la fine di una fase e
l'inizio di un'altra.
L'ambientazione è stata ideata,
a grandi linee. Vi sono luoghi che già sono dettagliati
(ma che saranno certo diversi quando li visiterò
davvero), ma ve ne sono altri di cui conosco la sola
essenza. Di più non serve.
Cosa altrettanto importante, vi sono
i personaggi e la trama sommaria.
Il mio ultimo romanzo, La Rocca
dei Silenzi, è stato sicuramente un'esperienza
di scrittura nuova. Sapevo a cosa andavo incontro, sapevo
che sarebbe stato un romanzo di personaggi e secondariamente
di trama, con un'ambientazione ridotta al necessario.
Ed è stato certamente intenso, coinvolgente. La Rocca dei Silenzi ha segnato
l'inizio di una nuova fase, per me, quella della maturità.
È stato il primo romanzo fantasy scritto dopo
l'esperienza del Primo Ciclo Minore, che definisco
formativa.
L'effetto che farà a chi leggerà
il romanzo è un altro paio di maniche. Ma, metaforicamente
parlando, se la mia trilogia mi ha portato dall'avanzare
a gattoni fino alla posizione eretta, La Rocca dei
Silenzi è stato il mio primo passo saldo.
Tutto questo per dire che la mia fantasy
ha infine preso la giusta piega, sia tecnicamente che
stilisticamente (dal mio punto di vista, ovvio). Ma,
certo, per compiere ciò che mi auspico, il primo
passo non basta. Il giorno dopo è il
secondo passo, per svariati motivi.
Il primo motivo è che Il
giorno dopo è la continuazione logica del
lavoro svolto ne La Rocca dei Silenzi.
Tento di concretizzare il mio pensiero:
per Il giorno dopo voglio personaggi “forti”
quanto quelli de La Rocca dei Silenzi, ma vorrei
che la (spero godibile) trama sia supportata da un'ambientazione
decisamente più vasta e presente.
La mia idea di “romanzo fantasy
ideale” vuole personaggi di spessore prima di
tutto, ma che si muovano su un palcoscenico coinvolgente.
Ne La Rocca dei Silenzi l'ambientazione non è
stata trascurata, semplicemente era molto più
efficace mostrarne una piccola parte, arricchire di
particolari il poco che mostravo e ammantare il tutto
con l'atmosfera voluta. Ne Il giorno dopo una
cosa simile sarebbe fallimentare e, comunque, per motivi
che non posso dirvi, sarebbe (stato) davvero sbagliato
trascurare l'ambientazione.
Ed eccomi qui, dunque, con in mano
un'ambientazione non più grande di un seme sotterrato
in terriccio fertile, ma pronta a sbocciare in tutta
la sua forza. Non parlo di una sequoia gigante, no,
ma di un noce nodoso sì.
Ancora una volta, perché la
scrittura è sempre una sfida, come la vita, tento
una strada diversa rispetto al mio passato. Se il Primo
Ciclo Minore era volutamente filo-umano (perché
il mondo de La Triade non contiene Elfi, Nani
et similia...), se La Rocca dei Silenzi era volutamente
fantasy classica (con Uomini, certo, ma accompagnati
da Nani, Elfi...) , questo Il giorno dopo sarà
qualcosa che non ho ancora scritto, né letto.
Una frittata? un pasticcio? Personalmente
spero sia un'intuizione, o un'idea, che alla fine mi
ripaghi del lavoro che mi costerà (e che mi è
già costato).
L'ambientazione c'è.
E grazie a essa vi sono anche dei
personaggi che da massa informe hanno cominciato ad
assumere un certo spessore. Alcuni di essi sono nelle
mie corde, anche se la loro caratterizzazione dovrà
essere forzatamente qualcosa di nuovo rispetto ai loro
predecessori (parlo in senso molto astratto, parlo di
tipologie di personaggi, non di parentele alla Shannara;
scusate la sottolineatura, ma è a scanso di equivoci).
Altri, invece, sono davvero una sfida (bello! :), perché
atipici; e se penso alla loro atipicità unita
all'ambientazione, anch'essa atipica (per certi versi,
sia chiaro), be'... spero davvero di essere all'altezza
delle mie intenzioni.
L'intreccio, ecco, esiste a grandi
linee. E qui mi fermerò, perché è
il punto in cui sono giunto. So cosa accadrà
ai personaggi, ma da questo a intessere l'intreccio
ce ne passa. Da domani, dunque, inizierò a stendere
una prima scaletta, con gli occhi di uno stupido di
fronte a un rompicapo.
Allo stupido basterà la curiosità
per risolvere il rompicapo?
Vediamo che succede?
A presto, un sorriso.
29 agosto 2004
L'introduzione è stata scritta.
L'inizio di questo diario è l'occasione per fare
il punto della situazione... ma non oggi. A presto.
Un sorriso.