Il giorno dopo

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   Il giorno dopo è un romanzo fantasy, in cui elementi classici si mescolano a elementi tutt'altro che classici. Il tema di fondo, per la seconda volta dopo La Rocca dei Silenzi, non è affatto tipico della narrativa fantasy. Non voglio anticipare nulla, perché sarebbe come inculcare la mia visione e non voglio che ciò avvenga; godo dei pareri indipendenti dei lettori.
   Se sarò bravo, qualcuno di voi intuirà il tema di fondo e vi rifletterà - quanto in futuro è davvero troppo presto per prevederlo.
   Se non sarò bravo, sempre in quell'indefinito futuro spero qualcuno di voi almeno si goda una storia particolare, che svelerà un nuovo mondo, popolato in un modo che per ora non ho visto in altri romanzi.


   6 aprile 2008
   Capitolo XV ultimato: un segno di vita!
   Ho finalmente terminato questo quindicesimo, ripetutamente interrotto capitolo. La vita è sempre imprevedibile e ti tira per la camicia. Ma, alla fine, perseverando, attendendo il momento buono, la soluzione giunge sempre.
   Non posso promettere - soprattutto a me stesso - tempi di scrittura rapidi. Ma è certo che gli impegni che mi hanno quasi bloccato nell'ultimo anno e mezzo dovrebbero essersi ridotti all'osso.

   Ma veniamo ai miei progetti, di cui questo Il giorno dopo è quello che più facilmente terminerò prima di tutti. Non è il solo, perché molte sono le cose che bollono in pentola. L'Universo mi darà ciò che è meglio per me. Senza fretta, lavorando con serenità, arriverò a nuovi traguardi: ne sono certo.

   Terminata la piccola parentesi, parlo di questo Capitolo XV.
   Mi è piaciuto scriverlo, anche se è stato un po' meno intenso di ciò che m'aspettavo, parlando di prima stesura. Le emozioni sono emerse durante la prima rilettura, in cui ho cambiato molto il testo, rendendo maggiormente ciò che il mio cuore m'aveva suggerito di comunicare... e che non era riuscito a comunicare.
   E' un capitolo di passaggio soltanto in apparenza. Accade una cosa importante, fondamentale per ciò che mi sono proposto di trasmettere implicitamente (il senso del romanzo). Una cosa che condizionerà l'intero fronte d'azione, anche se in modo sottile, quasi agendo sul subconscio dei personaggi che lo animano.
   Alla fine ne sono soddisfatto (sempre parlando di un testo che dev'essere ancora sottoposto a una seria revisione).

   I personaggi stanno acquisendo spessore. Le loro storie e vite divengono più chiare a ogni capitolo. Eppure è tutto in divenire ed è necessario che continui a crescere sempre più, per maturare un po' prima della conclusione del romanzo, in cui dovranno essere presenti fatti allinterno dei quali i personaggi si muoveranno come attori conosciuti al lettore, al limite della "prevedibilità di reazione". Non so se ho scritto qualcosa di comprensibile, ma poco importa: questo è un diario e ha la limitazione del non poter parlare troppo chiaro, per non svelare nulla o quasi del romanzo, sul quale l'opinione deve formarsi in totale indipendenza.
   L'ho sempre detto: questi miei Diari li scrivo per dar conto dei miei progressi narrativi, ma sono dei testi che acquisiscono un senso più profondo se letti a opera letta. Colgo l'occasione per suggerirvi, se siete tra coloro i quali scrivono, di leggere il diario de La Rocca dei Silenzi se per caso avete letto il romanzo. Da lì potrebbero nascere discussioni interessanti e formative per chiunque, il qui scrivente compreso.

   Tornando ai personaggi, proprio questa notte ho avuto due intuizioni che m'hanno spinto a pescare al buio da sotto il letto il mio portatile, per digitare immediatamente l'appunto relativo (riletto questa mattina e davvero molto lucido nonostante fossi sotto l'assedio del sonno). Ho finalmente avuto l'intuizione che mancava a un certo aspetto della cultura nanica. Ed è stato un fulmine a ciel sereno, qualcosa che ha dato senso a ciò che mi tormentava da un po' di tempo, perché non riuscivo a capire come "regolare" un certo meccanismo, alieno alla nostra mentalità e proprio di una razza fantastica, che però necessita di credibilità assoluta come tutte le presenti nei Silenzi.
   Il risultato è stato il benedetto legame inscindibile tra La Rocca dei Silenzi e Il giorno dopo, il sottile filo nero che li legherà, quando il nuovo romanzo sarà finalmente sotto i vostri occhi (non so in che forma, ma una sarà).

   Ciò detto, sono tornato al capitolo precedente, per trovare la soluzione alla scena che chiude il capitolo stesso e una certa parte di un fronte d'azione. E, rileggendo l'intero Capitolo XIV ho scoperto una volta di più quanto l'opinione a caldo sui propri scritti sia decisamente fallace. Avevo scritto di trovare l'ultima parte del capitolo mal scritta. Ebbene, rileggendo ho trovato legnosa e spigolosa tutta la prima parte (che credevo fosse invece ben scritta) e decisamente godibile l'ultima parte, con una serie di intuizioni e dialoghi molto efficaci. Ho come l'impressione che l'applicazione del ritmo a livello cerebrale, logico, sia assolutamente fuorviante. I corsi di scrittura creativa dicono molte fesserie, che sembrano logiche soltanto perché applicabili a certi romanzi (spesso di successo). Poi, quando ci si trova a scrivere in prima persona, si capisce che sono cose valide, ma tutt'altro che infallibili. Anzi, spesso sono dannose per il testo. E da qui il mio (vecchissimo) consiglio di frequentare corsi di scrittura creativa (se proprio si sente di dover soddisfare quest'impulso) soltanto dopo aver scritto un bel po' per conto proprio (con costanza per qualche anno, tanto per intendersi), di modo che certe fesserie risultino tali ai vostri occhi - pur mettendosi sempre in discussione, ovviamente. Le verità sulla scrittura appaiono subito tali a chi ha esperienza. Ciò vale anche per le fesserie.
   Il risultato della mia rilettura è stato edificante, per me e per il romanzo stesso, perché ho inquadrato un aspetto importante dell'evoluzione psicologica dei protagonisti del fronte d'azione affrontato. Il classico passetto in più che permette di dare ulteriore, realistico spessore alla situazione e ai personaggi che la vivono. Sono decisamente felice della cosa.

   Sto scrivendo, lentamente, ma l'idea che mi sto facendo di quanto scrivo è molto vicina al mio ideale di scrittura: un'altra volta un libro denso, privo di lungaggini (perlomeno eccessive) e questa volta decisamente vasto per ambientazione, tematiche, varietà di situazioni e con un intreccio la cui prevedibilità non ha niente a che vedere con la sua qualità, che a me sembra alta (sempre se riuscirò a mantenermi su questo livello).

   A tutti coloro i quali si chiedono perché "sforni" così lentamente i miei testi dico che la risposta è racchiusa in questo diario. Due sono i motivi generali: la vita che va vissuta, volenti o nolenti, e la ricerca di un certo tipo di qualtà, che costa fatica e dedizione. Il mio ritmo di scrittura deve accelerare, ma questo non signifca che io sarò un autore da "un libro all'anno". Non lo sono, preferisco raggiungere l'obiettivo che mi sono prefisso già durante la stesura de La Rocca dei Silenzi, che è quello di scrivere romanzi che siano intellettualmente onesti nei confronti dei lettori. L'impegno è necessario e i tempi sono soltanto una conseguenza. Che poi raggiunga il mio obiettivo è tutto da vedere, sono i lettori l'unico metro di giudizio valido. Ma io ho il dovere morale di arrivare a fine progetto con la certezza d'aver fatto del mio meglio.
   Il mio meglio è un traguardo che personalmente sono in grado di raggiungere soltanto a una velocità ridotta, rispetto ad altri prolifici autori. Se volete, giudicate la cosa come un mio limite. Liberi di pensarlo - e magari con ragione -, ma il mio modo d'intendere la scrittura non cambia.
   Ciò detto, è venuto per me il tempo di rimettermi sotto con costanza, che mi è mancata per troppo tempo.

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   30 novembre 2007
   Capitolo XIV ultimato, con fatica.
   È stato scritto bene fino all'ultima scena esclusa. L'ultima è, in un certo senso, deludente. È cambiata la mia prospettiva, diciamo, e un dialogo previsto non aveva più senso d'esistere; non così presto1. La conseguenza positiva è che la storia guadagna in verosimiglianza - di psicologia dei personaggi parlando. Quella negativa, ahimè, che il capitolo perde mordente.
   Un punto basso, insomma, che non mi piace e che dovrò rimaneggiare, forse riscrivere totalmente. Ma ci penserò prima di riprendere in mano quel fronte d'azione. Mi sono annoiato - complici forse il momento triste e la discontinuità -, è questo è il primo, inequivocabile segnale di un cedimento della qualità narrativa. Rimedierò.
   1 C'è un problema. La scena successiva colloca i personaggi in un “amiente” piuttosto complesso da descrivere. Il dialogo che avevo pianificato, e che ho poi eliminato, in realtà va reinserito, semplicemente perché è necessario per non affrontare tale “ambiente” e nel contempo alcuni aspetti dei protagonisti. Per mantenere la verosimiglianza, però, devo ricollocarlo altrove e in un momento temporale successivo a quanto previsto dalla scaletta - ma precedente a quanto accadrà nel capitolo seguente di quel fronte d'azione. La soluzione è questa.

   Sono soddisfatto del modo in cui è terminata una certa parte della vicenda, piuttosto densa e articolata. Ora, per questo fronte d'azione, la strada è (relativamente) più lineare.
   Ci sono meno personaggi. Finora la staticità dell'ambientazione (un unico luogo) richiedeva uno sforzo in altre direzioni per vivacizzare le scene, cosa che d'ora in avanti non sarà più necessario: l'ambientazione esplode! Si comincia a viaggiare, cosa stimolante di per sé, e per la situazione particolare (di cui non voglio rivelarvi alcunché), e perché non esiste meta prefissata.

   Ora mi attende un capitolo che si occupa di un fronte d'azione molto stimolante, forse quello che preferisco, attualmente. Lo sfrutterò per tornare a macinare scrittura a un ritmo degno. Quando tornerò a questo fronte d'azione, subito dopo, dovrò rielaborare alcune cose e aggiungere il dialogo mancante. Conto di farlo con rinnovato entusiasmo.

   Non aggiungo altro, perché ora mi preme continuare la narrazione.

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   17 ottobre 2007
   È possibile che la discontinuità mi stia rendendo la vita più difficile di quanto previsto. Ma sono piuttosto certo che questo romanzo, come avevo intuito analizzando più attentamente la sua scaletta, sia davvero ambizioso. La diretta conseguenza è che ogni capitolo si rivela più complicato da scrivere rispetto alle mie precedenti esperienze. O forse sono diventato molto più esigente (cosa che mi riesce difficile credere, perché, pur se con vari gradi di maturità, ho sempre preteso tanto da me stesso).

   Ebbene, è stato scritto. Il Capitolo XIII è ultimato (infine!)
   La prima considerazione che mi sovviene, è che davvero non sarà possibile controllare la lunghezza dei miei capitoli, questa volta. Niente cadenza regolare, insomma. La cosa non mi piace, perché alcuni lettori vengono presi alla sprovvista quando i capitoli variano troppo in lunghezza. Questa volta non è possibile evitare di scrivere capitoli a volte molto lunghi - né è salutare per la storia. Invece di girare attorno alle 10 pagine per capitolo - tollerandone un quantità che va dalle 8 alle 12 -, sono arrivato a capitoli di 24 e 18 (dodicesimo e tredicesimo). Si sta verificando quello che temevo: certe situazioni sono talmente complesse e ricche che il testo si allunga, nonostante abbia sviluppato nel tempo una certa capacità di eliminare molto del superfluo (non ho però ancora raggiunto la sintesi di Sepùlveda... magari! - Anche se qualcuno la riterrà forse eccessiva). Tali situazioni, infatti, esigono chiarezza. Amo trattare il lettore come un mio pari - mi considero piuttosto acuto - e non mi piace dargli la pappetta in bocca. Di contro essere nebulosi è un trucco. E come direbbe Carver, niente trucchi!
   Da qui le ventiquattro pagine (che, badate bene, erano in realtà 34, ma ho spezzato il capitolo in due).

   Fisso negli occhi il mio timore, senza distogliere lo sguardo.
   Il giorno dopo avrà più di 500 pagine. La tendenza è piuttosto chiara. Vero, studiando la scaletta, vedo che molte situazioni dovrebbero rientrare nei limiti che avevo considerato accettabili. Ma ve ne sono parecchie che, invece, m'appaiono latrici di ulteriori lunghissimi capitoli, soprattutto più avanti nella storia. Le prime a sembrarmi tali sono quelle che sono incentrate su alcuni dialoghi deliziosi già sulla carta, che non vedo l'ora di affontare... e che voglio sfruttare a fondo.
   Un po' di numeri. Considerando che i capitoli sono 49 (ora), ne mancano ancora 36 (sono, cioè, a un quarto dell'opera). Le pagine ora sono oltre 160. Se ne aggiungo altre 360 si arriva a un totale di 520 (già ora). E 10 pagine per capitolo, come appurato, è una media ottimistica (di 13 capitoli scritti ben 4 sono più lunghi; due 14 pagine, uno 18 e uno 24 - ve n'è poi uno di 28, il secondo, ma quello era previsto come tale ed è un'eccezione all'interno del romanzo). Un terzo dei capitoli, insomma, è almeno due pagine più lungo del considerato ragionevole. Così continuando, arriverò almeno a 550 pagine di romanzo. Ma la sensazione è che raggiungerò le 600. Tanto per discorrere di numeri...
   Non è una cosa molto importante, in realtà, se non ai fini della sua eventuale pubblicazione (che non mi preoccupa minimamente a questo punto della faccenda, anche se uno scrittore dovrebbe considerare pure tali aspetti - soprattutto se una delle possibilità è darsi da fare in proprio, spendendo soldi... e 600 pagine sono tante, nonostante il fantasy ci abbia abituati a tomi ben più voluminosi - il più delle volte al gusto di brodo).

   Veniamo al capitolo vero e proprio.
   Ribadisco: complesso. I personaggi in gioco sono tanti. Cominciando ad affrontare la situazione nel dettaglio, poi, mi sono reso conto d'averla sottovalutata durante la scaletta (che non deve approfondire, ma perlomeno darmi un'idea vaga di ciò che dovrò fare). Era tutto chiaro, pur essendo nebuloso, insomma. E le diretta conseguenza è che mi sono forzato a pianificare alcuni punti fondamentali, per non far scoppiare come una bolla di sapone la sospensione dell'incredulità.
   Sono soddisfatto, ora il testo regge e tutto il fronte d'azione relativo guadagna in verosimiglianza. Ma che fatica! E tanta dovrò farne durante la revisione, per limare tutti i particolari, per far filare tutto liscio come l'olio (cosa che ora, lo so, non credo il testo faccia).
   Vi è un ulteriore problema, la caratterizzazione del protagonista di questo fronte d'azione: mi sembra incoerente, rispetto ai capitoli precedenti. Dovrò rivederla con la massima attenzione. Purtroppo questo tipo di problemi sorgono a causa della discontinuità; ergo non posso ovviarvi, se non col sano impegno. Ma non ho fretta, non tanta. Pur essendomi dato una cadenza temporale, come sapete, non ho l'angoscia di una deadline. Uno dei vantaggi di non aver avuto alcun successo in libreria!

   L'ultima sensazione che voglio descrivervi, suscitata da questo capitolo, è quella che il romanzo è quasi troppo ricco. Posso condurre ogni dialogo in molteplici direzioni e tutte perfettamente calate nel contesto, cioè senza andare fuori tema. E, ogni volta, quando metto il punto finale a una scena, sento che avrei potuto inserire qualche aspetto in più.
   Il problema è che devo tenermi a freno, incanalare nella direzione migliore, trascurando le altre. In pratica, anche se eventuali aggiunte sarebbero coerenti e, magari, perfino interessanti per il lettore. Non è così che una storia va narrata, a mio avviso. Non posso inserire tutto quello che mi passa per la testa, ma soltanto ciò che i personaggi farebbero. Se è d'obbligo per la verosimiglianza che pongano dieci domande, allora devo inserirle tutte. Ma se ne pongono soltanto quattro e il dialogo è più incisivo, senza minare la credibilità del dialogo stesso, delle reazioni "umane" e della caratterizzazione dei protagonisti, allora la strada da scegliere è quella delle quattro domande, sempre. E' un concetto sottile, che dovrei spiegare con esempi concreti, che spesso non viene visto di buon occhio da chi legge fantasy. Tuttavia non sto scrivendo un manuale, né intendo farlo. (Molti pensano che in ogni caso non ne sarei capace; immagino siano piuttosto vicini alla verità.)
   Ormai il lettore di genere (a me) sembra tutto proiettato verso un'attenzione maniacale a ogni singolo aspetto di una storia. Mi sembra una cosa sbagliata. Tralasciando il fatto che anche nella realtà i dialoghi deludono, spesso. Quanti di noi si sono ritrovati a pensare di essersi dimenticati di chiedere una cosa importante durante una conversazione ormai terminata? E quanti si ritrovano a pensare che avrebbero potuto reagire in modo migliore? Non sempre, cioè, un personaggio deve fare tutte le domande, né quelle giuste. E questa è la strada che ho sempre battuto nei miei romanzi (rischiando di andare a sbattere contro il muro costituito dalla superficialità di alcuni lettori... muro contro cui ho prontamente cozzato! ;) ). In ogni caso, ciò che apprezzo e mi fa considerare Ursula Le Guin il più grande scrittore del fantastico in attività - assieme a Steven Erikson (che però è un maniaco dei dettagli! :) - è proprio questa: lei è essenziale, non si perde in fronzoli, ma scrive soltanto ciò che serve alla storia.
   Insomma, lei possiede il dono della sintesi, una sintesi che io sono ben lungi dal raggiungere con tale incisività.
   Qualsiasi sarà la lunghezza del mio romanzo, comunque, ciò a cui punterò sarà un risultato simile - possibilmente migliore - a quello ottenuto con La Rocca dei Silenzi, in cui ogni scena era importante e faceva avanzare il romanzo. Niente era gratuito, cosa che sarebbe stata un delitto, visto che il romanzo aveva già più di 400 pagine. Che poi una sintesi perfetta l'avrebbe reso di 300 pagine e non più, be'... non sono Ursula Le Guin, né mai lo sarò.

   Avevo altro da dire, ma non mi ricordo più cosa. :-)

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   27 agosto 2007
   Il capitolo XI è stato terminato.

   A differenza dei due precedenti capitoli, questo infine mi soddisfa soltanto in parte. Il lavoro di revisione sarà duro. Pur essendo partito con gran slancio, alla fine mi sono arenato in complicazioni di natura strutturale.
   Il dialogo finale necessita di un'accurata “taratura”, perché non posso permettermi di dire troppo. Fin qui, nulla di così difficile. Il problema, invece, è che oltre a non dover dire certe cose, devo giustificarne altre e mi sono reso conto che allo stato attuale il romanzo abbisogna di maggiore verosimiglianza in un aspetto tutt'altro che secondario (limitatamente a questo fronte d'azione).
   Il risultato è che non sono soddisfatto. E che, naturlamente, non sono capace di continuare finché non ho risolto il problema alla radice. Quindi il Capitolo XIII attenderà, fino a quando non avrò rimediato.

   Un tempo ero capace di sognare più liberamente, per riprendere considerazioni precedenti. Oggi sono prigioniero della maturità narrativa raggiunta, in un certo senso, perché so che rimandare soluzioni necessarie è deleterio. Un tempo mi abbandonavo a una corsa sfrenata, fino all'epilogo. Oggi procedo a singhiozzo, a tratti recalcitrante, come un mulo. Lo stallone d'un tempo, fiero e precipitoso, non esiste più.

   Ciò detto, questo fronte d'azione resta una delle due anime di questo romanzo. E proprio il dialogo di cui sopra mi ha regalato quel tipo di emozione fantascientifica che soltanto pochi, pochissimi testi fantasy mi hanno regalato.
   Una simile emozione l'avevo già ricercata, in modo inconsapevole, scrivendo la mia trilogia. Nel quel del Villaggio dei Baldar e in altri, vaghi frangenti della storia narrata nel Primo Ciclo Minore. Qui è forse meno intensa, più inattesa, meno preparata, ma l'effetto che ha sul sottoscritto è la stessa: meraviglia, speranza, sguardo trasognato sul possibile...
   È uno dei punti di contatto più importanti, ed evidenti a una sensibilità desta, che fantasy e fantascienza hanno, sebbene siano difformi le modalità in cui il tema viene affrontato. Mi spiace essere nebuloso, di conseguenza, pur rivelando un “retroscena” fondamentale de Il giorno dopo, voglio dirvi qual è questo punto di contatto: la possibilità concreta dell'esistenza di altre razze, sconosciute ai protagonisti in un modo che sa molto di “umano a tu per tu con l'alieno”.
   È una cosa che a me ricorda l'emozionante, commovente finale de La mano sinistra delle tenebre di Ursula Le Guin.

   Contrariamente al Capitolo XII, che aveva così tanti titoli possibili da non riuscire a sceglierne uno soddisfacente, questo Capitolo XI ne ha avuto uno perfetto sin dal suo fulminante, visionario principio.
   Alla prossima. Torno al mio spinoso problema di verosimiglianza, puff... puff...

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   20 agosto 2007
   Intervengo nel mezzo della scrittura dell'undicesimo capitolo.
   Molte volte mi è stato chiesto qual è il modo in cui un autore vive la scrittura dei suoi romanzi, spesso a corredo dell'affermazione che pianificare un romanzo - come io sono solito fare - uccida l'ispirazione e l'emozione. Ebbene, posso rispondere con un esempio, un'altra volta. Solo per me, naturalmente.

   Ebbene, proprio prima di partire per Barcelona (quattro giorni di meritatissimo stacco da una quotidianità greve), ho vissuto un'altra delle magie che la scrittura dona. Una magia tale che ne percepisco gli strascichi ancora ora, a sei giorni di distanza.

   Inaugurando il penultimo fronte d'azione del romanzo (ora me ne manca uno soltanto), un fronte d'azione d'importanza centrale, ho sperimentato quello che ho sempre vissuto a tu per tu con la scrittura: magia, creazione che spesso viene da un posto altro, innegabilmente. Sapevo cos'avrebbero fatto i miei personaggi da anni, l'avevo pianificato per bene, con un perché, un come, un quando. Ma quando l'ho scritto, d'improvviso, la prospettiva è cambiata completamente. E ho scoperto un piccolo ingranaggio in più, di questo grande meccanismo che è il raccontare.
   Non importa a che livello di dettaglio si pianifichi, perché si pianifica da autori, come un dio che decidesse le sorti di esseri viventi (cosa che io credo più verosimile di quanto si pensi sano). Non importa quanto, perché quando si racconta e si vive quel dettaglio con gli occhi e il cuore dei personaggi cambia tutto. La prospettiva trasforma il tuo pensiero, trasforma il panorama, deforma i dettagli, emoziona profondamente, te lo fa osservare con altri occhi, che non sono più i tuoi di autore, che tesse la tela degli eventi per farli giungere alla degna conclusione della storia, ma i tuoi di persona/personaggio, di scintilla vitale impressa nella retina della mente, in quella parte del cuore che sembra posta sul retro, tanto è nascosta.
   È cambiato tutto - senza che cambiasse niente. Ed è stato memorabile.
   D'improvviso ho compreso l'enorme portata di questo fronte d'azione, pur se mi era già parso d'averla intesa tutta. No, niente da fare, è più grande e importante di quanto credessi, ancora di più. I personaggi, questi miei amati personaggi ordinari eppure così speciali, così vivi... emozionanti! Mi emozionano, mi fanno capire ciò che non capisco da solo, mostrandomi il mondo a modo loro, quasi a ribadire, sottolineare e spiegare una volta di più ciò che vedo nella greve quotidianità, ciò che mi si abbarbica al cuore e vi mette radici profonde e cocciute. Per poi sbocciare, un giorno, d'improvviso, come simboli neri su uno sfondo bianco infinito.
   Un romanzo è nei suoi spazi bianchi, nel non detto. Tra le righe c'è la verità ultima. Sempre. E il fine della verità è sbocciare, macchiando quasi per sbaglio la retine dell'autore e dei lettori, d'inchiostro.

   Questo romanzo è così ricco di spunti e riflessioni, che mi domando quando lo finirò. Ma, non importa: intanto me la godo. Prima o poi, spero, ne godranno i degni lettori.

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   9 agosto 2007
   Il giorno dopo non si è fermato. Il suo secolare cammino continua e le nebbie che avvolgono il mondo perduto che lo ospita si stanno dipanando. In questo periodo, preso da e perso tra mille impegni, ho continuato a scrivere. In ufficio; ovvero sia, quando potevo permettermelo. Non esiste azienda in cui io abbia lavorato ove (sempre io) non abbia sottratto qualche ora per scrivere. Decine di ore, per l’esattezza.
   Mi sento colpevole? No. È la legge delle priorità.
   Scrivere viene prima di lavorare.
   Fossero tutti come te, mi disse un giorno un’amica (credo). Le consiglierei di ripensarci bene.

   Questa sera ho realizzato quanto solitaria sia la scrittura. L’ho percepito nel midollo e nelle urine. Il perché è semplice: questa sera sono solo. E non ho scritto. Ero indaffarato, come un uomo che è stato in una casa di 45 metri quadri con due donne e due bambini di diciotto mesi per tre settimane (tanto per capirsi). Ora è tutto a posto. Tutto ordinato. Ah, finalmente! Tutto così tremendamente a posto. Così vuoto.
   Mentre m’affaccendavo affaccendato, nemmeno la mia mente s’è fermata. Ha preferito soffermarsi, anziché fermarsi. Sicché, benché laborioso, giacché solo, perché era il momento, con la coda dell’occhio ho scorto il particolare che mi mancava, il dettaglio senza il quale sembrava che nell’affresco ci fosse qualcosa di fuori posto.
   Cosa mi è successo negli ultimi due anni? Ora lo so (era ora). Mi sentivo troppo solo. Troppo solo per trovare la forza di scrivere.
   Ero perso. Completamente perso, senza di lei.
   Ora sono perso di lei.
   Ma, ragazzi, mi stringo al petto la consapevolezza, cullandola. Lei mi ha reso un uomo migliore. Lei è la ragione per cui faccio tutto quello che faccio. Ero perso, completamente, senza di lei.

   Una tempo mi sentivo bello e intelligente. Quand’ero adolescente, per la precisione. Ma ero anche dannatamente timido. Tutto sicurezza e insicurezza, insomma: una miscela esplosiva di coerenza. Così ho cominciato a scrivere, perfino incapace di parlare in un italiano decente, eppure convinto che ce l’avrei fatta, un giorno o l’altro. (Va detto che i primi scritti furono lettere d’amore. Poi compresi che avrebbero potuto avere più successo dei romanzi fantasy e cambiai genere.)
   Invidio quell’incoscienza, mi lasciava sognare in pace.
   E oggi? Non è così. Oggi mi sento dannatamente umano. Ho sbagliato tanto in vita mia, anche scrivendo. No, non soprattutto scrivendo. Purtroppo! E di sbaglio in sbaglio ho finito per perdermi in me stesso. È troppo buio, lì dentro; non ci vedo mai niente. E nell’oscurità troppe cose mi vengono addosso, mi tirano, mi spingono. Non è una bella sensazione.
   Ci vuole qualcuno da stringere.
   È così che è cominciata: l’ho stretta e ora mi scopro aggrappato per non cadere.

   Il Capitolo X è diventato anche il Capitolo XII. E il Capitolo XII è lungo il doppio degli altri. Insomma, il decimo capitolo si è rivelato il triplo di quanto avessi previsto. L’ho diviso una prima volta... la seconda non lo voglio fare. Così si è sdoppiato (ma ha il triplo delle pagine). Tutto chiaro?
   Mi sembrava, in effetti, che “poco più lungo della Rocca dei Silenzi” fosse ottimistico.    Così continuando, Il giorno dopo sarà grosso quanto un mattone (non forato).
   E tutto ruota attorno a questo personaggio, un erborista, che si è lasciato alle spalle la propria casa, chiudendovi dentro il proprio passato. Un erborista che viaggia e che dopo soli venti giorni di cammino tenta di fermarsi, per compagnia e per un po’ di calore umano. Insomma, perché si sente solo, perché abbisogna di qualcuno vicino. Il mondo è troppo difficile per affrontarlo da soli.
   Cos’è la vita, che pian piano ti strappa i cari e che, per finire in bellezza, ti strappa ai cari? Cos’è?
   Non voglio parlare di questi due capitoli. Non me ne frega niente. Ci ho messo l’anima, come sempre. Ma non mi piace parlarne. Questa volta no. Lì dentro c’è qualcuno che soffre, che cerca una via d’uscita. Che si domanda cos’è stato, perché, cosa sarà e, alla fine, si ritrova solo, forzato alla disillusione. Per difendersi, per non soffrire ancora. Rispetto quella lotta, rispetto quel sordo sentire, quel soffocato sentirsi inadeguati alla vita, pur combattendo con tutte le proprie forze per vivere, perché morire no, sarebbe arrendersi.
   Cosa sogno per questo libro? Che sia grande quanto lo sento. E che, una volta finito, vada per la sua strada. E che venga letto soltanto da chi ne sarà degno.
   Come dicevo già altrove, ora scrivo perché la scrittura è diventata una questione tra me e lei. Non ci siete più di mezzo voi. Devo convivere con la solitudine, con questa solitudine. Quando lo leggerete, se lo leggerete, sembrerà che vi stia raccontando una storia. In realtà, non avrò fatto altro che raccontarla a me stesso. Per capire cos’è stato, perché e cosa sarà. Perché scrivendo mi sento forte, pur non essendolo.
   Ma solo, no, soltanto quando scrivo. Altrove, altrimenti, non voglio più essere solo.

   Che senso ha, ragazzi? Chi di voi ci riesce, me lo spieghi. Come si fa a sentirsi pronti per tutto questo? Come si fa a non andare lentamente, inesorabilmente in pezzi?

   Forse ho sbagliato tutto. Aveva ragione quel critico, quel Tedeschi, tanti anni fa: dovevo farmi psicanalizzare. Altro che scrivere!
   Ma, toh!, ne sto scrivendo un altro. Recidivo.

   Eppure, che senso ha?

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   21 maggio 2007
   Ho ultimato la stesura del Capitolo IX.
   La data giusta sarebbe il 18, tanto per precisare i tempi, dal momento che se ne è parlato negli scorsi diari.

   Il capitolo è nato dalla scelta di sviluppare in modo più corposo alcune delle prime scene di un fronte d'azione, come già scritto. Credo sia stata la soluzione migliore, sia perché dare più importanza a certi dialoghi che erano in programma era necessario, sia perché in questo modo il fronte d'azione viene sviluppato non molti capitoli dopo il suo esordio... come invece sarebbe avvenuto, se non avessi inserito questo Capitolo IX, facendo slittare tutti gli altri di una posizione.

   Il risultato mi soddisfa, ma, se devo essere sincero, credo che queste fasi iniziali andranno riviste con una cura maniacale, perché informano il lettore di molte cose e rischiano, così, di essere meno liriche di quanto vorrei che fossero.
   Ripensavo, infatti, al Capitolo II del romanzo, che è uno scritto atipico, piuttosto lungo (tre volte un capitolo normale) e che ho steso e rivisto e limato in molti modi, con cura, cullandolo e cullando la mia passione per la scrittura. Ebbene, tale Capitolo II è divenuto il mio metro di paragone, per questo romanzo, perché credo sia riuscito bene e dimostri quali siano le mie capacità narrative, meglio di qualsiasi cosa abbia scritto sinora. Ciò detto, però, è davvero difficile eguagliarne l'equilibrio e la vena poetica in tutte le pagine dei capitoli che seguono, sino a giungere all'epilogo. Difficilissimo, anche per i temi e le situazioni affrontati. Ciò non toglie che il mio obiettivo sia questo: svenarmi per raggiungere la massima qualità di cui sono capace (che magari è appena sufficiente, ma allo stato attuale delle cose non importa; si vedrà a romanzo ultimato).

   La varietà delle situazioni mi porta a prediligere soluzioni ogni volta diverse e questo rende complicato trovare una via che renda equilibrata ogni singola scena. È necessaria una sorta di duttilità stilistica (non pensate a cose eccessive!) che non so se possiedo e che, comunque, è una delle sfide di questo vasto romanzo. Se riuscirò nell'intento, sono certo che il romanzo lascerà il segno. Non è banale nel panorama di genere attuale, nient'affatto. È ambizioso e la sua stessa ambizione ne rappresenta l'originalità, credo, sebbene ancora una volta sia rivisitazione (e che rivisitazione, però! Questa volta sarà sotto gli occhi di tutti).
   È molto probabile che durante la revisione il romanzo aumenti di volume, anziché no. Tali e tante sono le cose che mi preme dire implicitamente, narrando, che già da queste prime battute (in realtà ho superato le prime cento pagine di stesura) ho avuto modo d'intendere l'andazzo generale. Forse l'ultimazione de Il giorno dopo richiederà più forze di quanto pensassi all'inizio, nonostante avessi allertato me stesso: «Sarà dura!» Già...
   Una volta di più, scrivere con passione e onestà intellettuale si trasforma in una sfida che rischia di prosciugare le energie dello scrittore. Quando non è un professionista, poi, le cose si complicano ulteriormente.

   Del Capitolo IX in sé posso dire che il protagonista ne esce rinforzato, con maggior spessore. Più viva e vivida risulta anche l'ambientazione in cui lui si muove, affiancato da comprimari che già si sono conquistati il mio affetto.
   Ho affrontato anche una scena che ruota attorno a qualcosa di trito e ritrito, nel panorama del genere fantasy, rivisitandola a modo mio. L'inserimento di una certa ironia di fondo e di alcune figure stereotipate, a cui però ho tolto la maggior parte del "fascino alla Dragonlance", volutamente, credo renda la scena piuttosto stuzzicante e diversa dal solito. In questo caso, forse, è più il "non detto" a stimolare il lettore.
   Nel contempo, ho riscoperto la bellezza di descrivere disparati paesaggi aperti, contrariamente a quanto fatto per la quasi totalità delle pagine ne La Rocca dei Silenzi, in cui corridoi e cunicoli di pietra hanno dominato il mio immaginario (che li ama, ma è stato claustrofobico - come doveva essere, naturalmente!). Il risultato è che sto amando sempre più la mia ambientazione e ho ripreso a respirare a pieni polmoni. Mi mancavano l'aspetto paesaggistico, l'effetto panorama, i rumori e i profumi di ciò che circonda e blandisce i personaggi. Eccome se mi mancava! Era da La Fortezza che non mi ci immergevo tanto.
   E, assaporando tutto questo, ringrazio la Natura per avermi donato la scrittura.

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   14 maggio 2007
   Ho ultimato la stesura del Capitolo VIII.
   Questa volta mi sono impegnato di più, per decidere un titolo. Alla fine, quello istintivo che gli avevo affibbiato a prima stesura ultimata è cambiato. Ragionandovi un po' ho trovato quello che rappresenta meglio tutte le scene che lo scritto contiene (varie). Va da sé che i titoli di alcuni dei capitoli precedenti, che non mi convincono, andranno valutati con calma, una volta rivisti i capitoli stessi.

   Capitolo scritto con gran divertimento, più di altri. Questo fronte d'azione è divertente, frizzante, e risponde a una delle mie esigenze di scrittura: l'azione, inframmezzata dalla caratterizzazione di molti personaggi e da momenti di riflessione. È un capitolo mio tipico, molto simile a quanto feci ne La Rocca dei Silenzi.

   Subito sono incappato in alcune incongruenze che ho dovuto risolvere e che dovrò considerare con attenzione (studiacchiando qui e là, per amor di realismo). A volte si prendono delle decisioni generali circa l'ambientazione, prodigandosi affinché siano giustificate, per poi ritrovarsi immersi nella narrazione e rendersi conto di non aver considerato qualcosa di banale. Olio di gomito, come si dice. Fermarsi e mettere a posto subito è l'unico modo per non procedere in preda alla frustrazione e facendo troppi danni, che poi sarebbero perlopiù irreparabili durante la revisione.

   Sono soddisfatto di come il romanzo procede. Le domande sono molte, le situazioni varie. Se non sono ricco io come scrittore, stilisticamente, almeno dovrebbe essere ricca l'ambientazione e la vicenda narrata. Molte cose accadono e molte dovrebbero stimolare il lettore a interrogarsi sul prosieguo della vicenda. È una cosa insita nella storia, tutt'altro che pianificata a tavolino. Il risultato, però, è che la curiosità spingerà a voltare le pagine, immagino. Facile, quando i personaggi stessi vanno incontro all'ignoto, perché personificano essi stessi degli interrogativi.
   A volte ci sarà disappunto, lo prevedo e mi rassegno. Narrare più fronti d'azione separatamente, come già avvenuto con la mia trilogia, finisce col frustrare il lettore, a volte. E la questione non c'entra con l'abilità dello scrittore, ma con i gusti personali. È destino che alcuni personaggi diventeranno i preferiti, rispetto ad altri (quali dipende dal lettore). Così, girare pagina e ritrovarsi di fronte i meno amati (sono ottimista!) fa venir voglia di saltare i capitoli che separano dalla continuazione del fronte d'azione appena letto.
   Nel caso del Primo Ciclo Minore questo pericolo veniva scongiurato dal fatto che i capitoli erano misti, erano, cioè, una sorta di cadenza ritmica, più che una suddivisione ragionata. Ne Il giorno dopo, invece, i capitoli sono dedicati ai singoli fronti d'azione. Quando cambia fronte, si chiude un capitolo e ne comincia un altro. Questo ingenererà la frustrazione di cui sopra, scintilla della tentazione. Essendo l'autore, so quanto saltare capitoli sia pericoloso e rischi di rovinare la lettura di questo romanzo (che viene scritto capitolo dopo capitolo, non fronte d'azione dopo fronte d'azione... e la cosa ha il suo peso). Ma, come si sa, il lettore ha il sacrosanto diritto di farsi gli affari suoi, quando ha in mano un testo. Quindi me ne frego e tiro dritto! (Un'inutile divagazione, la mia.)

   Considerando il numero di pagine scritte sinora - è la prima volta che uso una formattazione dei documenti di Word molto simile all'impaginazione finale del romanzo - direi che il libro non sarà tanto più lungo de La Rocca dei Silenzi, se continuo così, nonostante i 47/48/49 capitoli previsti. Dovrei aggirarmi attorno alle 500 pagine (sono all'incirca a un quinto della prima stesura). Di conseguenza, penso: «Che dense!» E davvero la cosa mi aggrada. Niente prese per i fondelli al lettore!

   Il prossimo capitolo è un'aggiunta (diventano 48). Il nono previsto è diventato il decimo. Durante la stesura del Capitolo VI, infatti, ho lasciato alcune scene per un successivo, breve capitolo aggiuntivo. Valutando la sequenza e la cronologia degli eventi, le scene tralasciate diventeranno il Capitolo IX.

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   7 maggio 2007
   Ho ultimato la stesura del Capitolo VII.
   In realtà l'ultimazione era già del 4 maggio (ma il fine settimana mi ha rapito...). Il che significa due giorni per scrivere un capitolo intero (anche se piuttosto breve). Direi che i tempi di stesura stanno migliorando. Bene. E con questo confermo quanto detto in precedenza: quando non devo pensare a personaggi nuovi, ma soltanto affrontare con quelli già introdotti la vicenda, il tutto si fa molto più scorrevole e semplice.
   In questo senso, direi, m'avvedo una volta di più quanto sia fondamentale per l'autore non sottovalutare i primi capitoli del libro, dare il meglio di sé proprio all'inizio, perché è complicato, complicatissimo. Bisogna trovare un equilibrio, dosare nozioni indispensabili al lettore e scorrevolezza, caratterizzazione dei personaggi ad azione. Poi, in seguito, il tutto scorre verso il mare in modo più fluido. E chissà quando lo vedrò, il mare...

   Veniamo a questo settimo capitolo.
   Riprende le vicende del quarto, senza scossoni, né grandi sorprese. La situazione si evolve lentamente, perché così è stato previsto. Il protagonista mi piace. È un uomo equilibrato, ma la situazione in cui si è cacciato da solo non è facile da affrontare. La prova è psicologica e lui reagisce da persona sicura di sé, razionale, ma anche pressata dagli eventi, per timore che precipitino. È una parte della storia piuttosto statica ed è strano scriverla. Mi sembra di avere la visuale ristretta dagli occhi del protagonista, che poco può vedere del mondo, pur sapendo tanto del mondo stesso. È piacevole, una sorta di momento intimista... anche se, in realtà, i personaggi presenti nel fronte d'azione sono molti (nove, compreso il protagonista).
   Nel contempo, non mi sembra una tipologia di personaggio così originale, affatto. Ma il contesto in cui si muove lo rende affascinante. Una nuova rivisitazione, dunque? Sì, ritengo di sì. Una rilettura, che mi aggrada e che, credo, più la storia procederà più mi piacerà. Tante sono le cose che vedrò, attraverso i suoi occhi. Mi porrò molte domande e, forse, acciufferò qualche risposta. Ma questo romanzo è come il futuro: un'incognita.

   Il titolo è stato scelto velocemente, ancora una volta con una certa difficoltà. Ma mi piace, credo. È un'incognità esso stesso. Nemmeno il titolo dà certezze. Sembra una partita a dadi: cosa porterà il prossimo lancio? Lo scoprirò nel capitolo nono.

   Circa il senso del romanzo... cominciano già a emergere alcune emozioni agrodolci. Sull'umanità piuttosto amare, a dir il vero. Eppure vedo anche i germogli della speranza, nella bontà di alcuni personaggi, disponibili... gentili, in senso lato.
   La gentilezza, una cosa mai abbastanza esaltata.

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   2 maggio 2007
   Ho ultimato la stesura del Capitolo VI.
   Non è stato un capitolo facile da scrivere. Oltre alla preparazione del retroterra storico e culturale - niente di così approfondito, va detto - e le schede dei personaggi coinvolti - queste sì minuziose, invece -, la stesura ha richiesto una serie di decisioni in corsa piuttosto delicate.
   Essendo anche questo un capitolo che inaugura un fronte d'azione, l'attenzione ai dettagli doveva essere maniacale o quantomeno ponderata. Ogni piccola parola, ogni piccolo risvolto viene assorbito dal lettore in modo significativo, più che nello svolgersi della vicenda, quando personaggi e ambientazione sono ormai assodati. Di conseguenza, dire qualcosa di sbagliato o di equivoco, può provocare un effetto a catena... Un lettore si basa sulle sue prime impressioni durante l'intera vicenda, soprattutto quando vive un'ambientazione o un personaggio. È una legge che è bene tener presente. Così ho fatto.

   Di personaggi da "sviluppare", qui, ve n'erano cinque. In origine erano di più, ma alcune scene sono passate a un nuovo capitolo, che finora non avevo previsto. Quindi Il giorno dopo avrà un capitolo in più, con eventi già previsti e qualcosa di nuovo. S'intenda, nulla che cambi la sostanza, anzi. Tuttavia, arricchire questo inizio era cosa buona. Non voglio lasciare nulla al caso e soltanto il giusto all'immaginazione del lettore.

   Il titolo è provvisorio, per la prima vera volta in questo romanzo. Non mi convince e mi riservo di modificarlo durante la revisione. Sono certo che può esserci qualcosa di più efficace e meno criptico nel contempo. Vedremo...

   Soddisfatto? Ora, dopo il gran daffare, direi di sì. È venuto diverso da come mi aspettavo - dai! davvero? -, ma mi ha donato gioia. E il risultato complessivo mi piace. Anche perché, d'improvviso, s'è inserito un elemento nuovo nella vicenda, qualcosa che mi fa sorridere e che ha molto a che fare con le taccole de "La Rocca dei Silenzi", in un certo senso. Divertente!
   In aggiunta, posso elencare un po' di cose che mi hanno regalato grandi soddisfazioni: l'ambientazione, lo spessore storico del luogo in cui si svolge il lungo dialogo contenuto nel capitolo, la figura del protagonista, il tono. Soprattutto quest'ultimo è molto stimolante e credo che più in là nella vicenda mi sollazzerò.

   Comincio il prossimo capitolo, sperando di accelerare i tempi di stesura, ancora troppo lenti. Il Capitolo VIII non inaugura alcun fronte d'azione e riprende certi personaggi già visti - l'alternanza dei fronti è uno dei punti cardine de Il giorno dopo. Così, confido nella "velocità d'esecuzione".

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   18 aprile 2007
   Ho ultimato la stesura del Capitolo V.
   Sono mediamente soddisfatto. Non è stato semplice, soprattutto per la quantità di personaggi da gestire, tutti "nuovi". Inutile dire che il lavoro di preparazione è stato preziosissimo. Il "mediamente" è dovuto alla sensazione che, in fase di revisione, avrò un sacco di lavoro da fare, qui.

   Ho iniziato questo nuovo fronte d'azione, dunque.
   La sensazione che mi ha comunicato è stata quasi tattile, per un verso, è impalpabile per un altro. È costituito da due sole scene, che sono molto diverse tra loro. Una è di pura azione, l'altra di puro dialogo. La prima mi ha permesso di annusare e toccare e vedere l'ambiente in cui i personaggi si muoveranno (non l'ambientazione, di cui molto ancora si deve vedere). La seconda di fiutare il loro spirito: sono già vivi e scalpitanti!
   Mentre scrivevo, un pensiero mi si è palesato ripetute volte, in risposta al timore di "dire troppo". La storia non è particolarmente ingarbugliata - anzi! -, ma è complessa nei suoi risvolti, ricca di dettagli e sfumature. L'impatto sul lettore può essere violento, perché costringe a ragionare rapidamente e a ricordare molto. Il rischio, appunto, è di esagerare, di oberare. O, spaventandosi, di rendere troppo snello, quasi superficiale.
   Un buon autore osa e dosa, ritengo.
   L'unica soluzione a questo dilemma, a mio avviso, è quella di scrivere onestamente. È fondamentale trattare il lettore come un essere intelligente, dandogli in pasto l'essenziale, con un po' di condimento qui e là. L'essenziale, in questo capitolo, è stato detto. Il condimento c'è, ma dosato con parsimonia (potrebbe apparire il contrario, ma così non è). Il giusto equilibrio secondo l'autore, infine, emergerà durante la revisione.

   Credevo il capitolo sarebbe stato più breve, invece la ricchezza della situazione (che mi ha costretto a tacere molte cose e a pazientare, pianificare il momento giusto) ha allungato il dialogo.
   Una cosa è certa: sono quarantasette capitoli, contro i diciotto de La Rocca dei Silenzi. Ma sono di sicuro più brevi e mirati.

   Mi pare che ci siamo. Un altro fronte d'azione è stato inaugurato. Ne restano altri tre.
   Il prossimo mi affascina molto e dovrò affrontarlo nel Capitolo VI, cioè adesso (previa, ovviamente, ideazione dei nuovi personaggi e di altri dettagliucci).

   Se continuo a questo ritmo, terminerò la prima stesura del romanzo tra ventuno mesi (due capitoli al mese). È evidente, sebbene non abbia fretta, che mi sembra troppo tempo! Va comunque considerato che si tratta dei capitoli iniziali, in cui molto viene spiegato, in cui anche un solo paragrafo descrittivo di dieci righe può impegnare l'autore per un paio d'ore (a me succede; se a voi no, siete fortunati!). Capitoli iniziali che richiedono pause di ideazione "fuori dal testo". Un lavorio impegnativo, frustrante se si sta lì col cronometro...
   Per giungere alla meta, fondamentale è la serenità. Ergo, non mi resta che tralasciare questi calcoli e darmi un gran daffare.

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   2 aprile 2007
   No, non ho terminato la stesura del Capitolo V . Devo ancora cominciarlo.
   Il perché è presto detto. È l'esordio di un nuovo fronte d'azione e, come tale, necessita di qualche preparativo.

   Durante la stesura della scaletta, guardo ai personaggi in modo panoramico. Salvo in casi particolari, non mi è mai stato necessario approfondirne la caratterizzazione, scendendo a un livello di dettaglio fuori luogo per il lavoro di ideazione. Quando arrivo alla prima stesura, però, i protagonisti della storia devono essere delineati meglio, in modo che io possa viverli.
   Esatto! Ho dovuto approfondire le schede dei personaggi del fronte d'azione che comincia con il Capitolo V. E non sono pochi. Per la precisione, dieci; sette di primo piano (due protagonisti assoluti) e tre di secondo piano (anche le comparse hanno la propria dignità). La cosa mi ha portato via tempo.

   Ritengo questo lavoro indispensabile, anche se è un po' barboso, alla lunga. Permette di diversificare i personaggi, renderli unici. Soprattutto, alla fine, per me è come avere di fronte un gruppo di uomini e donne variegato, che comincia a reagire a ciò che succede in modo autonomo.
   Mi spiego meglio. Riunire sette personaggi nella stessa scena diventa pericolosissimo, senza averne mai approfondito il carattere, la psicologia, i sogni, le aspirazioni, il retroterra culturale, le esperienze che hanno vissuto, i segni particolari, il modo in cui sono vestiti, i vezzi. Il rischio è appiattirne la caratterizzazione (soprattutto se appartenenti alla stessa razza) o stereotiparli (soprattutto se appartengono a razze diverse). È necessario partire immediatamente con il piede giusto, particolareggiando. E, ancora una volta, tutto questo lavoro di preparazione non fa altro che arricchire il risultato finale, che sarà diverso, più profondo, ed eviterà problemi d'incoerenza interna (la scheda dice e dirà sempre "capelli e barba lunghi, biondi"). Come già scritto altrove, tutto questo non verrà utilizzato in una scena sola, né forzatamente. Tuttavia, a me dà subito il senso e la misura del "gruppetto".
   Secondo vantaggio, significativo. Uno di quei vantaggi che può essere soggettivo, perché questo è il modo in cui io reagisco; non è detto che sia così per tutti. Conoscere meglio i personaggi a priori, li rende autonomi e indipendenti, più che se non avessi creato la scheda. Sapere che Tizio è brusco, mentre Caio è pacato, può apparire un approccio infantile, privo di sfumature. Ma fa la differenza, inizialmente, quando non c'è ancora una sola riga scritta sui personaggi che entrano in scena. In un dialogo, ad esempio, Tizio e Caio avranno reazioni opposte e io non dovrò star lì a preoccuparmi continuamente di ideare mille cose in una volta sola, invece di pensare a scrivere (e, comunque, scrivere fantasy implica di per sé inventarne molte durante l'atto stesso – mi viene in mente Jack Vance e il suo narrare spumeggiante, che ti porta alla deriva con particolari geniali che stuzzicano il lettore, ma che lui piazza lì, con noncuranza. Sono certo che quello è l'estro del momento, che è una delle capacità di un autore; un'altra è essere capaci di arricchire un testo in modo estroso senza perdere di vista la meta... e quindi soprassedendo su intuizioni e sprazzi creativi).

   Ovvio, l'inizio è faticoso, perché tenere a mente tutte queste informazioni è difficile, anche se è più efficace che inventarsele durante la stesura (che ne uscirebbe zoppicante, con certi difetti di ritmo). Così, giunti alla revisione, il lavoro sarà minore e, soprattutto, il testo scorrerà più fluido verso valle, narrando una storia più credibile e realistica, grazie a personaggi variegati - seppur pennellati con tratti brevi.

   Ora posso finalmente iniziare il Capitolo V e questo nuovo fronte d'azione.

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   28 marzo 2007
   Ho terminato la stesura del Capitolo IV .
   È un passo significativo; purtroppo non posso spiegarvi il perché. Diciamo che ora il primo fronte d'azione è stata inaugurato. Un'altra piccola meta è stata raggiunta con successo. Felicemente. Gioite per me, perché sono gioioso.

   Prima di mettermi a scrivere, sono ogni volta trepidante. Durante la scrittura, invece, sono completamente immerso, assorto di fronte a un mondo che si sta schiudendo, mostrandomi i suoi colori.
   Ogni più piccola scena mi strappa alle labbra un finalmente! Tutte, infatti, nessuna esclusa, erano anni che attendevo di vederle. Le difficoltà che mi hanno portato sino a questo nuovo inizio, negli ultimi tre anni, mi permettono di godere appieno di ogni sfumatura dell'esperienza della scrittura. Nulla mi pesa. Agli inizi era lo stesso, ma ero decisamente più spensierato; era, in parole povere, più facile. Ora, invece, lo sono nonostante la grande sfida. Non è poco. Vivo la storia come un'avventura, sebbene il termine andrebbe arricchito di mille sfumature più intense, dovute alla maturità. E, credetemi, non è cosa cui io sia abituato. Penso fosse dai tempi de La Fortezza che non mi sentivo più così.

   Il romanzo è vasto. Ed è molto vario. Lo vivo sulla mia pelle, sebbene abbia principiato un solo fronte d'azione dei cinque totali. Già questo primo fronte, infatti, mi sembrerebbe una valida storia anche se presa singolarmente. Nondimeno, nulla è scollegato in questo romanzo... ed è questa la vera sfida: il senso d'insieme che riuscirò a dare al testo.
   Diversi personaggi, diverse esperienze, per arrivare a una sola conclusione. Una conclusione che mi sta molto a cuore e che è la risposta alla domanda iniziale.
   Qual è la domanda iniziale?
   Presto detto: «Ha ancora senso contare i giorni?»
   Eheheh... scusate se ancora una volta gioco con voi. Mi diverte! Ma sapete che sono buono, in fondo. Il mio fine è darvi qualcosa per cui valga la pena investire il proprio tempo. Non è un'impresa facile. Il tempo è una delle cose più preziose che abbiamo... e non è illimitato per nessuno.

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   23 marzo 2007
   Ho riletto l'intero diario. Finora Il giorno dopo rappresenta la gestazione più tormentata della mia - breve - carriera!

   Va bene, sono pronto: alziamo il sipario.
   Scrivo ancora.

   Quando ho comunicato "non scrivo più", non ho mentito. Era vero. Avevo bisogno di una pausa reale, di non pensare più alla scrittura. È servito. In poco tempo, ho recuperato forza e accumulato energia. In seguito ho preso a girare attorno ai miei progetti narrativi, annusando con fare circospetto, finché non ho capito quale faceva al caso mio. Ero esasperato dai miei continui cambi di rotta. Negli ultimi tre anni sono stato come una bandierina impazzita, preda di venti di tempesta. Era ora di finirla!
   E, comprenderete, non avevo alcuna intenzione di rovinare il nuovo equilibrio raggiunto. Quindi, ho dovuto mentirvi, ergendo una vecchia verità ("non scrivo più") a muro di protezione. Ho avuto bisogno di mettermi alla prova, di capire se ancora potevo darvi qualcosa. Ai miei occhi, era inutile comunicare per l'ennesima volta che avevo cominciato a produrre un nuovo romanzo, se non ero sicuro di poter reggere la fatica psicofisica. Per inciso, non credo agli scrittori che sfornano romanzi con troppa facilità. Scrivere è come vivere: impegnativo.

   Ho scoperto la mia fragilità, in questi ultimi anni. Ho scoperto che anch'io mi posso rompere e non funzionare più. La scrittura era l'unica cosa che sapevo fare e che non mi aveva mai dato grattacapi. Mi sbagliavo.
   La lezione è servita.

   Ora, facciamo il punto della situazione.
   In questi ultimi mesi, mi sono messo alla prova. Finalmente, mi sento di nuovo a mio agio di fronte agli appunti, alle scalette, alla pagina bianca da riempire. Le parole fluiscono di nuovo all'esterno come per miracolo (è qualcosa che ha del miracoloso, per me, specie se penso a certi lampi inattesi). Non ho preteso troppo da me stesso, una trentina di pagine. L'importante non era la quantità, ma la sensazione che l'atto dello scrivere mi avrebbe comunicato.
   Ho ripreso l'equilibrio. Ci sono.

   Il giorno dopo sarà tutto ciò che ho scritto in questo diario sinora. E qualcosa in più, perché la vita è continua evoluzione. Il progetto originale, in ogni caso, non è cambiato.
   Attualmente sto scrivendo il quarto capitolo, divertendomi.
   Ma la strada è molto lunga. I capitoli previsti sono 47 (48 contando il prologo). Non so quanto sarà voluminoso il romanzo. Ma certo più de La Rocca dei Silenzi. E, come nel caso di quest'ultimo, nulla sarà superfluo. Quarantotto capitoli di scrittura condensata. Non mi pagano a parola... ah, be', ora non mi pagano affatto!

   Una cosa va detta: non attendetevi i tempi di stesura del passato (per taluni talmente rapidi d'apparire sospetti). La mia vita non è semplice, in questo periodo. E purtroppo non sto esagerando. Non posso assicurare continuità nemmeno a me stesso, dunque. Quello che conta, e che vorrei teneste presente e consideraste una promessa, è che scrivere è di nuovo una gioia, per me. Anche perché ho molto da dirvi. Avrò delle pause, ma non smetterò. Pian piano arriverò fino all'epilogo.

   Usate il blog per comunicare con me, ragazzi. Ne sarò felice.

   Un grande, caldo sorriso.

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   26 giugno 2006
   A quasi un anno di distanza, aggiungo nuove parole a questo diario. Sono successe molte cose, ho cambiato rotta più volte, per far fronte a forti correnti indesiderate o, a tratti, per ovviare a una frustrante deriva da bonaccia. Ora, fermo nei miei propositi, contrasterò qualsiasi cosa mi sarà avversa, corrente, marea o vento.
   So quali lidi voglio raggiungere e so che non sarà affatto facile. Ma, per l’ennesima volta, considero il viaggio la vera ricchezza.

   Il giorno dopo salpa, dunque.
   Va detto, per chiarezza, non a vele spiegate. La velocità di crociera sarà ridotta. Il motivo è che i miei molti impegni si accavallano e il tempo a mia disposizione è limitato. Di conseguenza, ho pianificato il futuro prossimo, considerando soltanto ciò che è rilevante e tralasciando tutto il resto.
   Il giorno dopo è rilevante per una questione respiratoria, perché senza la libertà di parola soffocherei. In tal senso, è vitale, più che rilevante.
   La mia filosofia, in questo momento, è “piano ma lontano”. Questo vale anche per gli altri progetti narrativi, Senzanome e il Secondo Ciclo Minore. Il mio modo di scrivere è cambiato, nel corso degli anni – parlo proprio dell’atto della scrittura, non dello stile. Sono meno irruente e più riflessivo, anche durante la prima stesura. Amo leggere e rileggere quanto ho appena scritto, senza la smania di continuare il racconto in fretta. Ho bisogno di sapere che alle spalle mi lascio qualcosa di solido, anziché qualcosa di precario quanto il puro istinto. Seguire l’istinto è fondamentale, per un artista, ma è necessario incanalarlo, per sfruttarne il potenziale.

   Detto questo, il Prologo è stato scritto e riletto più volte.
   È un testo sentito, una premessa che ritengo suggestiva, che prende la giusta misura al romanzo che voglio scrivere. Per collegarmi alle parole che introducono questo diario, Il giorno dopo avrà un tema di fondo che sentivo importante tre anni fa, quando vi ho pensato per la prima volta, e che sento ancora più importante oggi.
   Il mondo sta cambiando velocemente. Ognuno ha il proprio modo di affrontare questi cambiamenti e la propria opinione in merito a ciò che accade (invero, molti preferiscono non pensare al mondo... e questo mi intristisce, perché non è più tempo di provincialismi. Se globale lo si vuole, in tal senso andrebbe sviluppata la propria coscienza, non soltanto il proprio portafogli).
   Il mio modo per affrontare i cambiamenti non è argomento di discussione di questo romanzo. E ci mancherebbe, ne risulterebbe una noia! Ma ad alcune domande attuali, imprescindibili, ho alcune risposte da dare. A modo mio, raccontando una storia. La storia che parla di un mondo di fronte a grandi cambiamenti, un mondo ferito, diviso, che deve trovare una nuova via, per rinascere... o semplicemente per continuare.
   Non è un caso che il romanzo parta da una domanda.
   Il prologo, in fondo, è una domanda.

   La risposta arriverà nelle centinaia di pagine successive, spero forte e chiara. Ancora una volta, credo il fantasy debba farsi carico della realtà.

   31 luglio 2005
   Bene, è ora di ricominciare. L'abnegazione stanerà la passione ancora una volta, ne sono certo. Faccio molta fatica, ma non mi fermo. Inutile dire altro, passiamo ai fatti.

   Fatto. Ho la scaletta presentata all'Editrice Nord pronta, ma per scrivere il libro devo forzatamente costruirne un'altra parallela. La presente è suddivisa in fronti d'azione (cinque o, con altro occhio, sei; ma contiamone cinque), per chiarezza espositiva e per far bene comprendere i tratti salienti dell'opera. Ma questi fronti d'azione si intrecceranno nel romanzo, seguendo la cronologia degli eventi (sebbene non in modo stretto, questa volta non è possibile e non lo ritengo necessario), e io devo avere ben chiara la successione dei capitoli e la loro organizzazione.
   Mi spiego. Sebbene il romanzo conti cinque fronti d'azione, credo profondamente sbagliato considerarli separati, perché tutti e cinque assieme dovranno dare senso al romanzo, cioè evitare che il lettore abbia l'impressione di leggere cinque racconti separati. Questo flusso parallelo di eventi, insomma, ha una meta precisa e per centrare l'obiettivo è necessario ch'io pianifichi.

   All'Andrea scrittore, a questo punto, si pone un grande dilemma: stendere le prime stesure dei cinque fronti d'azione separatamente oppure seguire l'ordine dei capitoli? Non ho ancora una risposta, ma quando avrò ultimato la scaletta per capitoli avrò le idee più chiare.
   Come sempre, cercare una soluzione subito e a tutti i costi è stupido. La soluzione viene lasciando sedimentare, ponderando, attendendo con pazienza mentre si lavora ad altro.

   Quello che conta è che, dopo oltre sei mesi turbolenti, sono di nuovo in pista! ;-)

   La scelta è stata fatta: Il giorno dopo.

   28 novembre 2004
   Ho ultimato la scaletta.
   Devo soltanto rileggerla, ritoccare qui e là alcuni eventi, ma è finita. E nel contempo ho conosciuto anche tutti i personaggi che animeranno la vicenda.
   Ho fatto un grosso lavoro, di cui sono soddisfatto, perché ora ho basi solide su cui costruire il romanzo. A questo punto, con in mano l'ambientazione, i personaggi e la dettagliata scaletta della vicenda, non mi resta che affrontare la prima stesura.

   Ma non lo farò, non ancora.
   Non so se questo sarà il prossimo romanzo che scriverò. Sarà uno dei prossimi. E' pronto, mi chiama, scalpita come un cavallo che non vede l'ora di galoppare in una fresca giornata primaverile, dopo una notte di riposo.
   Come è sempre successo, non sono io che scelgo le storie, ma sono le storie che scelgono me. Mi vedono, mi prendono di mira e mi si appiccicano addosso, tirandomi per i vestiti senza posa.
   Il giorno dopo è la storia che vorrei scrivere adesso? Sì e no. E' la naturale evoluzione di ciò che ho scritto ultimamente, ma frattanto un'altra vicenda si è fatta largo e ora mi chiama a gran voce, più attraente di questa: Luce.
   Per chi ancora non lo sapesse, quando scrivo io sono mosso sempre da un motivo profondo, un qualcosa d'interiore che mi porta in una certa direzione anziché in un'altra. Se penso a questo, so perché Il giorno dopo viene dopo Luce: il motivo scatenante de Il giorno dopo è una conseguenza del motivo scatenante di Luce. E, credetemi senza costringermi ad anticipare nulla, i due romanzi non hanno alcun legame tra loro... se non il legame con l'autore.
   E l'autore, per scrivere, sa che deve seguire le spinte interiori.

   Vedremo, si vedrà. Ciò che conta è che la fase di ideazione de Il giorno dopo è praticamente conclusa e ora non mi resta che cominciare a scriverlo. Cosa mi attira della storia è presto detto: è ambiziosa, in molti sensi, mi sfida a dare il massimo, perché impegnarsi anche poco di meno porterebbe a un risultato non soddisfacente.
   Adoro le sfide!

   7 settembre 2004
   Vero, è dura parlare di un romanzo senza rivelarne alcun particolare significativo.
   Ma se ce l'ho fatta con La Rocca dei Silenzi, quando l'avevo già vissuto profondamente, posso farcela con qualcosa che deve ancora entrarmi dentro.
   In fondo se un proprio figlio vuole riservatezza, gliela si concede.
   Prima di tutto devo rispetto ai miei romanzi e a me stesso.

   In ogni caso... è troppo tardi. I diari sono qui e qui restano, mi hanno insegnato che la parola, in questo mondo inaffidabile, è prezioso mantenerla. Ancor più quando la si è data a se stessi.
   Mantengo, quindi.
   E, non fraintendetemi, lo faccio volentieri. Nessun ripensamento.

   Facciamo il punto della situazione circa Il giorno dopo, dunque.
   Il momento per cominciare è propizio, perché segna la fine di una fase e l'inizio di un'altra.
   L'ambientazione è stata ideata, a grandi linee. Vi sono luoghi che già sono dettagliati (ma che saranno certo diversi quando li visiterò davvero), ma ve ne sono altri di cui conosco la sola essenza. Di più non serve.
   Cosa altrettanto importante, vi sono i personaggi e la trama sommaria.

   Il mio ultimo romanzo, La Rocca dei Silenzi, è stato sicuramente un'esperienza di scrittura nuova. Sapevo a cosa andavo incontro, sapevo che sarebbe stato un romanzo di personaggi e secondariamente di trama, con un'ambientazione ridotta al necessario. Ed è stato certamente intenso, coinvolgente.
   La Rocca dei Silenzi ha segnato l'inizio di una nuova fase, per me, quella della maturità. È stato il primo romanzo fantasy scritto dopo l'esperienza del Primo Ciclo Minore, che definisco formativa.
   L'effetto che farà a chi leggerà il romanzo è un altro paio di maniche. Ma, metaforicamente parlando, se la mia trilogia mi ha portato dall'avanzare a gattoni fino alla posizione eretta, La Rocca dei Silenzi è stato il mio primo passo saldo.
   Tutto questo per dire che la mia fantasy ha infine preso la giusta piega, sia tecnicamente che stilisticamente (dal mio punto di vista, ovvio). Ma, certo, per compiere ciò che mi auspico, il primo passo non basta.
   Il giorno dopo è il secondo passo, per svariati motivi.

   Il primo motivo è che Il giorno dopo è la continuazione logica del lavoro svolto ne La Rocca dei Silenzi.
   Tento di concretizzare il mio pensiero: per Il giorno dopo voglio personaggi “forti” quanto quelli de La Rocca dei Silenzi, ma vorrei che la (spero godibile) trama sia supportata da un'ambientazione decisamente più vasta e presente.

   La mia idea di “romanzo fantasy ideale” vuole personaggi di spessore prima di tutto, ma che si muovano su un palcoscenico coinvolgente. Ne La Rocca dei Silenzi l'ambientazione non è stata trascurata, semplicemente era molto più efficace mostrarne una piccola parte, arricchire di particolari il poco che mostravo e ammantare il tutto con l'atmosfera voluta. Ne Il giorno dopo una cosa simile sarebbe fallimentare e, comunque, per motivi che non posso dirvi, sarebbe (stato) davvero sbagliato trascurare l'ambientazione.

   Ed eccomi qui, dunque, con in mano un'ambientazione non più grande di un seme sotterrato in terriccio fertile, ma pronta a sbocciare in tutta la sua forza. Non parlo di una sequoia gigante, no, ma di un noce nodoso sì.
   Ancora una volta, perché la scrittura è sempre una sfida, come la vita, tento una strada diversa rispetto al mio passato. Se il Primo Ciclo Minore era volutamente filo-umano (perché il mondo de La Triade non contiene Elfi, Nani et similia...), se La Rocca dei Silenzi era volutamente fantasy classica (con Uomini, certo, ma accompagnati da Nani, Elfi...) , questo Il giorno dopo sarà qualcosa che non ho ancora scritto, né letto.
   Una frittata? un pasticcio? Personalmente spero sia un'intuizione, o un'idea, che alla fine mi ripaghi del lavoro che mi costerà (e che mi è già costato).

   L'ambientazione c'è.
   E grazie a essa vi sono anche dei personaggi che da massa informe hanno cominciato ad assumere un certo spessore. Alcuni di essi sono nelle mie corde, anche se la loro caratterizzazione dovrà essere forzatamente qualcosa di nuovo rispetto ai loro predecessori (parlo in senso molto astratto, parlo di tipologie di personaggi, non di parentele alla Shannara; scusate la sottolineatura, ma è a scanso di equivoci). Altri, invece, sono davvero una sfida (bello! :), perché atipici; e se penso alla loro atipicità unita all'ambientazione, anch'essa atipica (per certi versi, sia chiaro), be'... spero davvero di essere all'altezza delle mie intenzioni.

   L'intreccio, ecco, esiste a grandi linee. E qui mi fermerò, perché è il punto in cui sono giunto. So cosa accadrà ai personaggi, ma da questo a intessere l'intreccio ce ne passa. Da domani, dunque, inizierò a stendere una prima scaletta, con gli occhi di uno stupido di fronte a un rompicapo.
   Allo stupido basterà la curiosità per risolvere il rompicapo?

   Vediamo che succede?
   A presto, un sorriso.

   29 agosto 2004
   L'introduzione è stata scritta. L'inizio di questo diario è l'occasione per fare il punto della situazione... ma non oggi. A presto.
   Un sorriso.

     
               
 
 
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