Salirono l'ennesimo tratto impervio
della via montana.
A destra la parete rocciosa s'innalzava,
scoscesa; la pietra scura era punteggiata da pini mughi
e da qualche raro ciuffo d'erba. Sull'altro lato, lo
strapiombo sembrava chiamarli dalle sue profondità
brumose. Era un invito suadente, subdolo. Accettare
sarebbe stato come liberarsi di una maledizione.
L'aria era fredda. Una nebbia rada
velava i monti e a tratti li avvolgeva, attorcigliandosi
ai loro corpi massicci. Là, da qualche parte
tra quelle evanescenti spire, si nascondeva Ammothàd,
la Rocca dei Silenzi.
E con essa, mostruoso, il suo segreto.
Ghòna Nodh arrivò in
cima alla salita e si fermò, guardando in avanti.
Un piccolo spiazzo interrompeva il sentiero, che continuava
lungo la stretta cengia per alcuni metri prima di curvare
verso destra. Inspirò ed espirò alcune
volte, profondamente, poi regolò il respiro e
attese.
Ledrijn Màhal lo raggiunse.
Discendente da otto generazioni elfiche, dei suoi antenati
non aveva ereditato le movenze dinoccolate, anzi procedeva
ferino, simile a un gatto nero a caccia di topi.
Ghòna lo osservò dal
basso, tormentandosi la corta barba striata di grigio
con la mano libera.
«Cosa vedi, orbo di un Nano?»
chiese Ledrijn, lasciando che i capelli gli coprissero
parte del volto spigoloso.
«Forse vedi meglio di me attraverso
questa nebbia gelida?» replicò Ghòna,
battendo uno dei due pesanti stivali a terra per liberare
la suola dal fango.
«Più lontano di sicuro,
dalla mia altezza.»
«Non fare troppo lo spiritoso»,
borbottò il Nano. Dopo aver appoggiato la punta
dell'ascia bilama a terra, si asciugò la mano
con cui ne aveva stretto l'impugnatura sulle vesti aderenti,
più strati di stoffa cuciti insieme per affrontare
l'inverno. «Quello che ci aspetta potrebbe avere
sangue di ghiaccio, per quanto ne sappiamo, e non lo
vedresti nemmeno con la Spettrovisione.»
«Ammothàd è diventata
un incubo a occhi aperti per te, Ghòna»,
replicò il giovane, fissandolo.
«Ammothàd è
un incubo.» Il Nano riprese l'ascia. «E
molto presto lo sarà a occhi aperti... oppure
non sai dove stiamo andando?»
«Finirai per scorgere pericoli
dove non ve ne saranno mai.» Ledrijn guardò
in avanti, scrutando il sentiero. «In fondo che
differenza fa sporcare una lama con sangue caldo o con
ghiaccio?»
«Sei incosciente, Ledrijn, non
coraggioso», rispose il Nano. L'Elfo Scuro rabbrividì,
scosso dal ricordo improvviso. A poco valeva la consapevolezza
di essere un buon combattente e prima ancora un buon
mago.
Lo sferragliare dell'armatura di Koh
Katt Maddon si fece vicino ed entrambi si voltarono.
L'uomo era imponente, quasi due metri di muscoli duri
come l'acciaio, che si muovevano in armonia con lo spadone
a due mani, con la coppia di mazze ferrate oppure con
la nobile spada, protetta dallo scudo amaranto. «Ve
l'ho detto, essere un guerriero è assai più
faticoso che essere uno qualsiasi di voi due.»
Il volto abbronzato si allargò in un sorriso
ironico, poi Koh Katt Maddon si sfilò l'elmo
ornato di piume e dalla fronte gli colarono alcune gocce
di sudore.
«Se ogni volta che esci di casa
ti porti via tutte le armi che possiedi, Katt, abbi
almeno il buonsenso di non lamentarti», lo derise
bonariamente l'Elfo Scuro.
«Il mio buonsenso ti ha salvato
la vita tre volte.» Koh Katt si passò
l'avambraccio sulla fronte e si rimise l'elmo. Ledrijn
tremò ancora sotto l'ennesima ondata di ricordi
e si limitò ad annuire, chiudendosi in un silenzio
riconoscente.
«Ora vogliamo continuare compatti?»
esclamò Ghòna. «Da questo spiazzo
ad Ammothàd non manca molto.»
A quelle parole sia l'Elfo Scuro sia
il guerriero aguzzarono lo sguardo, come per trapassare
la nebbia che bagnava l'intero paesaggio. Avrebbero
giurato di trovarsi a un'altitudine notevole, eppure
di neve non ne avevano ancora calpestata. Forse, rifletté
Ghòna, attorno alla Rocca dei Silenzi nulla poteva
essere secondo natura.
«Vado avanti io», disse
Ledrijn, acuendo istintivamente i sensi.
«Seguilo!» Koh Katt diede
un'energica pacca a Ghòna.
Il Nano si accodò, mettendosi
in spalla l'ascia. Dietro di lui, l'amico guerriero
s'impose di mantenere l'andatura. Poi infilò
un braccio nei passanti dello scudo e sfoderò
la spada con un rumore secco.
Il loro terzetto era ben noto e temuto,
rifletté Ghòna. In molte zone delle Terre
si erano narrate le loro gesta, gli eroismi di battaglie
sempre vinte. Sorrise con amarezza. Purtroppo tanti
onori non si ottenevano senza conseguenze. E la conseguenza
principale, per tutti e tre, era una pressante inquietudine
che ricordava loro Ammothàd.
La Rocca dei Silenzi: quel nome era
di certo appropriato. Quante vite erano andate perse
per sempre! Granito e quercia facevano da tomba a decine
di combattenti, donne e uomini periti in quella maledetta
notte di otto anni prima. Quella notte... Erano giunti
fin lassù spavaldi, pronti a tutto pur di riuscire
nell'impresa. Non avrebbero mai immaginato che sarebbero
morti nel semplice tentativo di fuggire alla progenie
più aberrante del Male.
Erano entrati in Ammothàd in
ventitré e ne erano usciti in quattro.
Il quarto di loro, un mago di nome
Thal Dom Djèw, in seguito all'accaduto si era
ritirato nell'Agarìnna, una regione a nord-est,
completamente coperta da foreste. Avevano trascorso
buona parte dell'ultimo anno nel tentativo di rintracciarlo,
setacciando palmo a palmo quel territorio impervio.
Quando l'avevano trovato era parso seccato e confuso,
però li aveva accolti con un sorriso nella grotta
in cui viveva. L'incontro, tuttavia, era stato breve.
Non appena gli avevano comunicato l'intenzione di tornare
ad Ammothàd, il mago li aveva scacciati. Fronteggiare
la propria morte è ammirevole, sperare di sconfiggerla
è da idioti! Io attenderò che venga a
prendermi. Questo aveva detto Thal Dom Djèw.
Poi li aveva congedati, svanendo tra le imponenti conifere
che circondavano la grotta.
E adesso, a due mesi da quell'incontro,
erano quasi giunti alla meta.
In tre.
La nebbia s'infittì. L'aria
gelida penetrava sotto le vesti come mani di cadaveri
dalle dita tentacolari e il sudore colava lungo le schiene,
quasi trasformandosi in brina. Lo strapiombo diventò
una bianca distesa informe. La roccia bagnata passò
dal grigio scuro a un colore ibrido, in cui si mescolavano
il bruno e il rame.
Ghòna deglutì. Aveva
paura. Era terrorizzato di scoprire cosa li attendeva
dopo otto anni da quella tragica notte. Negli ultimi
mesi si era chiesto spesso se Ammothàd fosse
stata abbandonata, se il Male che vi aveva albergato
avesse lasciato il posto a un silenzio luttuoso per
le vittime che aveva mietuto. E ogni volta si era imposto
di non illudersi, perché non sarebbe stato facile:
la Rocca dei Silenzi era ancora in mano a quella progenie
demoniaca, proprio come lo era stata in passato. E forse
anche peggio. Perché andarci, allora? pensò,
rabbrividendo. Perché non tornare indietro?
Erano ancora in tempo. Ma lui conosceva la risposta,
come la conoscevano Ledrijn e Koh Katt. Era sopravvissuto
alla notte di otto anni prima, però era morto
dentro.
Quella follia era l'unico modo per
risorgere.
Continuarono a salire. I pini mughi
si fecero sempre più rari, l'erba scomparve del
tutto e il sentiero sterrato diventò una via
di roccia scivolosa e stretta. Dietro di lui, Koh Katt
avanzava. Il Nano sapeva che sarebbe stato impossibile
per il compagno – grosso e pesante – correre
lungo quel sentiero. Poco male: questa volta non ci
sarebbe stata nessuna fuga. O avrebbero trionfato o
sarebbero morti.
La via piegò a destra, immettendosi
in una breve galleria che terminava qualche passo più
in là, prima di una seconda svolta.
«Ricordo questa galleria»,
sussurrò Ghòna, protendendo la doppia
lama dell'ascia e rallentando il passo. Davanti a lui,
Ledrijn si fermò, voltandosi verso il Nano e
il guerriero, mentre il suo cappuccio nero si muoveva
sulle spalle, frustato dai capelli biondi.
«C'è tensione nell'aria,
siamo vicini», sussurrò di rimando l'Elfo
Scuro, rendendosi conto che non aveva più voglia
di scherzare.
«Andiamo», li esortò
Koh Katt, sempre impaziente all'approssimarsi del pericolo.
Ledrijn avanzò, cauto. Acuendo
i suoi sensi elfici, avvertì la fitta trama maligna
che compenetrava l'aria rarefatta della zona. I compagni
gli si avvicinarono. Oltrepassò la galleria e
girò a destra. La via continuava diritta, perdendosi
nella nebbia. Non si vedeva che a una ventina di passi.
Procedettero in silenzio per un po',
con una lentezza che esasperava Koh Katt. Poi una lieve
brezza venne loro incontro, portando un vago puzzo acre.
Istintivamente Ledrijn si fermò di nuovo e Ghòna
quasi gli sbatté contro.
Koh Katt fletté le gambe, ma
si rese conto di non poter combattere così, dietro
i compagni e lungo una cengia larga un passo. Allora
sbottò: «Muoviamoci, dannazione!»
Fu allora che la bruma si diradò.
Poco più avanti, la via svoltava
bruscamente a sinistra, continuando con un arco naturale
di roccia che scavalcava il baratro di un balzo e atterrava
in un largo spiazzo di granito. Lì una tozza
costruzione si allungava verso di loro, mostrando le
fauci tenebrose, circondate da un portone in legno scuro
spalancato.
Ammothàd.
Perpendicolari all'entrata, le mura
si allungavano, parallele tra loro, conficcandosi in
una massiccia torre ottagonale. Grigia, la Rocca dei
Silenzi li osservava dalle sue poche aperture squadrate,
simili a nere pupille, specchio di un'anima corrotta,
perduta per sempre.
La nebbia si richiuse sulla vetta
oltre il baratro e Ammothàd scomparve alla vista.
Ledrijn avanzò, facendo fluire
nelle vene la Magia che di lì a poco avrebbe
potuto salvargli la vita. Ghòna imprecò
tra sé e, nel procedere, iniziò a spostare
lo sguardo dal sentiero al muro di nebbia sulla loro
sinistra. Koh Katt non pensò più a nulla,
prigioniero di quell'istinto primordiale che faceva
della sopravvivenza l'unica meta.
Raggiunsero l'arco naturale e s'imposero
di attraversarlo. Sospesi sopra il baratro, quello squarcio
di mondo sembrò una visione onirica, all'interno
della quale loro fluttuavano tra due cieli bianchi di
bruma e nuvole.
Una volta superato il precipizio,
però, tornò la fredda consapevolezza della
realtà. Si misero l'uno di fianco all'altro al
centro dello spiazzo, immobili di fronte al portone
spalancato, e studiarono l'entrata, ansimando per la
tensione. A quella distanza, il fetore era più
intenso e pungente. Uno dei due battenti appariva scardinato
e penzolante; al di là, nulla si muoveva. Le
due mura parallele formavano un lungo e ampio corridoio
dalla volta in pietra. Un po' ovunque, dal granito della
costruzione, fuoriuscivano punte di ferro arrugginite,
come spine di un enorme, orrendo porcospino.
Ghòna avanzò e i compagni
non esitarono ad affiancarsi. Poco prima di varcare
la soglia, Ledrijn pronunciò qualche parola sottovoce
e una sfera infuocata si materializzò nell'aria,
illuminando l'oscurità oltre il portale. Ma le
fiamme magiche non portarono alla luce nessun segreto.
Niente li attendeva vicino all'entrata.
Eppure intuivano che il Male li stava
aspettando.
La sfera li precedette, muovendosi
con loro, due passi più avanti e più in
alto dell'elmo di Koh Katt. Il guerriero azzardò
un cambio di arma, non convinto che la spada sarebbe
stata sufficiente contro le creature che si annidavano
lì dentro. Camminando, la rinfoderò e
si passò la banda dello scudo attorno alla testa,
facendolo pendere nuovamente sulla schiena; quindi sguainò
lo spadone a due mani con un rapido movimento. I due
compagni non lo degnarono di uno sguardo né di
un pensiero. Teso come loro, Koh Katt si chiese come
mai l'impugnatura fosse così scivolosa.
Avanzarono con estrema lentezza. Lungo
quell'enorme corridoio c'erano soltanto sedie e tavoli
marcescenti, molti ridotti a miseri mucchi di legna
ormai neppure buona per essere arsa. Ragnatele impolverate
ornavano gli angoli. Fredde e malinconiche, macchie
scurissime di quello che un tempo doveva essere stato
sangue imbrattavano il pavimento e, a tratti, le pareti.
A un certo punto, orridamente affascinati,
calpestarono la scritta SIATE DANNATI, che lordava il
pavimento. L'inchiostro ancora una volta era stato sangue.
E si chiesero se fosse stata una presa di coscienza
o se fosse una minaccia.
Passarono minuti lunghi come ore prima
che raggiungessero la fine dell'androne, stando ben
attenti a non far rumore, calpestando i frammenti di
vetro e i cocci di ceramica sparsi in alcuni punti.
Poi un muro sbarrò loro il passo. Al centro,
c'era un'apertura che culminava in un arco a pieno sesto
e che sembrava ammonirli. Alcune ossa erano ammassate
in prossimità della soglia.
Ancora una volta il Nano venne assalito
dai ricordi. Vista la presenza di quei resti, infatti,
ne avrebbero dovuto scorgere altri lungo il corridoio,
invece... Strano, pensò, rabbrividendo.
Che fine avevano fatto gli scheletri dei compagni morti
otto anni prima?
La sfera infuocata ardeva, sibilando
debolmente. Koh Katt tenne d'occhio l'apertura e Ghòna
si voltò verso Ledrijn con aria interrogativa.
L'Elfo Scuro dapprima scosse la testa, poi, proprio
quando il Nano stava per avanzare, gesticolò
e, corrugando la fronte, sussurrò qualcosa.
Una luminescenza simile a polvere
d'argento si sollevò da terra e si mosse verso
l'arco con esasperante lentezza. Non appena varcò
la soglia, una figura grottesca prese forma: era bassa,
ingobbita, e pareva un'ombra. L'essere dovette accorgersi
di essere stato scoperto, poiché si ritirò
nell'oscurità prima che Ledrijn potesse colpirlo
con un rapido incantesimo d'offesa. Udirono un sommesso
scalpiccio allontanarsi verso il basso e l'Elfo Scuro
imprecò, lasciando morire la Magia sulle labbra.
Cupo in volto, li incitò a proseguire.
Senza esitare un istante di più,
Koh Katt oltrepassò l'adito con un balzo, alzando
da terra un polverone che fendette, roteando su se stesso.
Quindi si fermò e fece cenno agli altri due di
raggiungerlo.
Si trovavano al piano terreno della
torre ottagonale. L'interno replicava la geometria della
costruzione: una larga scalinata saliva dirimpetto all'arco
che avevano varcato, seguendo il perimetro, fin sopra
le loro teste e oltre. Sotto di essa ne scendeva una
seconda, a chiocciola, quella che la creatura aveva
utilizzato per defilarsi, come rivelavano le sue orme
nella polvere.
«Una sentinella», mormorò
Ghòna.
I tre rammentavano quel luogo: otto
anni prima erano stati aggrediti proprio lì.
Avevano subito massacrato alcune ributtanti creature,
tozze e pelose. Poi le cose erano precipitate e loro
si erano divisi in due gruppi, l'uno diretto in alto,
l'altro in...
Un verso mostruoso provenne dalla
scala che scendeva e gelò loro il sangue. Cos'era
stato? Un ringhio, un ululato... o entrambi?
«Andiamocene», disse Ledrijn
con uno sguardo febbrile. «Percepisco qualcosa
di estremamente forte… Non possiamo farcela.»
«Finiscila, Ledrijn!»
scattò Koh Katt.
«Via da qui… Stanno arrivando!»
gridò l'Elfo Scuro.
Non ebbero il tempo di chiedersi cosa
stesse arrivando.
Rapidissima per la propria mole, ma
muovendosi con passi pesanti, una sagoma sbucò
dalla scala a chiocciola. Era enorme e nuda, il corpo
coperto di scaglie amaranto. Tre corni arricciati ornavano
un volto bestiale, da cui due occhi di pece li osservavano.
Il resto del corpo era antropomorfo, ma spaventosamente
più muscoloso, abnorme. La sagoma latrò,
scuotendo la testa massiccia e spargendo una bava densa
che pochi denti acuminati non riuscirono a trattenere.
E, soprattutto, non arrestò per un solo istante
la propria corsa.
Koh Katt roteò lo spadone.
La creatura schivò il fendente di un soffio e
si gettò fulminea verso Ledrijn. L'Elfo Scuro
urlò qualcosa d'incomprensibile e un bagliore
accecante illuminò la stanza. Ghòna balzò
di lato, abbacinato, e, non appena la vista si riadattò
alla luce della sfera infuocata, cercò con lo
sguardo la creatura. La vide che si stava agitando in
un angolo, ringhiando orribilmente. Poi, sotto di essa,
scorse il corpo raggomitolato di Ledrijn.
In quell'istante, Koh Katt affondò
lo spadone con forza. Il mostro tentò di schivare
la lama, però essa si piantò ugualmente
nella spalla e fuoriuscì dal petto. L'essere
scaraventò di lato Koh Katt con un secondo latrato,
estrasse lo spadone dalle proprie carni e lo gettò
lontano dal guerriero.
Con la furia della disperazione, Ghòna
mirò all'addome del nemico, mettendo nel colpo
tutta la propria forza. Dopo un ultimo, raggelante verso
demoniaco, la creatura si accasciò, quasi squarciata
in due.
Il Nano si precipitò verso
l'Elfo Scuro, scorgendo con la coda dell'occhio Koh
Katt che si rialzava da terra e andava a prendere lo
spadone. Non si curò del sangue bruno che impiastricciava
l'ascia e gocciolava piano, tanto era denso. «Ledrijn…
Alzati, andiamocene da qui!» Ma, quando Ghòna
si avvide delle condizioni in cui versava l'amico, le
parole gli morirono in gola.
«È inutile... orbo di
un Nano...» L'Elfo Scuro ebbe la forza di sogghignare.
«Non vedi che sto morendo?» Il suo volto
era una maschera di sangue; le due braccia penzolavano,
spezzate.
«Ti portiamo fuori da qui.»
«Correte via, invece... siete
in tempo... Ha perfino resistito alla Magia, non l'hai
visto? Ne arriveranno altri, potete... soltanto...»
Le palpebre si socchiusero.
Tremolando, la sfera infuocata si
affievolì e poi si spense del tutto, lasciandoli
al buio e soli di fronte all'ignoto.
«Accendi una torcia!»
urlò Koh Katt.
Ghòna prese ad armeggiare,
in preda al panico… Lui che aveva avuto così
tanta paura una sola volta in vita sua, otto anni prima.
Poi udì qualcosa e non se la sentì di
mollare l'ascia. Dalla scala a chiocciola provenne una
luce fioca.
La paura diventò terrore.
«Andiamocene, Katt!» sibilò
il Nano.
«Morirò qui dentro! Non
ho voglia di rifare quel maledetto sentiero a ritroso!»
esclamò il guerriero, sentendosi un idiota, ma
gonfiando i muscoli e mettendosi in posizione di difesa
davanti alla scala a chiocciola.
«Dannato testardo!» Ghòna
si preparò a combattere.
L'unione li galvanizzò, rendendoli
forti di cuore, cacciando l'orrore che Ammothàd
suscitava in loro. Rimasero vicini, pronti a tutto pur
di vendere cara la pelle. Quale che fosse il loro nemico,
l'avrebbero sconfitto, vendicando la morte di Ledrijn
e di tutti quelli che otto anni prima erano periti sotto
i pesanti colpi di quel Male.
In una manciata di secondi, ogni buon
proposito si dissolse.
Una… due... tre... quattro…
Cinque creature sbucarono dalle viscere del monte. Erano
della stessa demoniaca specie di quella che avevano
abbattuto soltanto un minuto prima.
Con un latrato assordante gli esseri
li caricarono.
Vennero travolti da una forza d'urto
pari a quella di una frana e si addossarono alla parete.
Combatterono da eroi valorosi quali erano, ma resistettero
poco, pochissimo, schiacciati e impotenti com'erano.
Il primo a cedere fu Koh Katt. Perse
la presa sull'arma e, qualche istante dopo, un poderoso
artiglio penetrò nel suo stomaco. Il guerriero
sputò il sangue in faccia al suo carnefice, ma
lo mancò.
Ghòna osservava la scena come
se si svolgesse al rallentatore, quasi che quegli attimi
fossero stati ore; allo stesso modo vide tre corna avvicinarsi.
Un attimo prima che il cranio gli venisse fracassato
contro il muro, fissò due occhi neri come la
tenebra che lo guardavano e, dietro essi, quel furore
incontrollato proprio dei dannati. Allora si rese conto
del proprio destino.
Ancora una volta, e dopo qualche minuto
di grida ovattate, la costruzione avvolta nella nebbia
tornò a essere la Rocca dei Silenzi.