La Rocca dei Silenzi

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1. Il fuoco delle tenebre

   Salirono l'ennesimo tratto impervio della via montana.
   A destra la parete rocciosa s'innalzava, scoscesa; la pietra scura era punteggiata da pini mughi e da qualche raro ciuffo d'erba. Sull'altro lato, lo strapiombo sembrava chiamarli dalle sue profondità brumose. Era un invito suadente, subdolo. Accettare sarebbe stato come liberarsi di una maledizione.
   L'aria era fredda. Una nebbia rada velava i monti e a tratti li avvolgeva, attorcigliandosi ai loro corpi massicci. Là, da qualche parte tra quelle evanescenti spire, si nascondeva Ammothàd, la Rocca dei Silenzi.
   E con essa, mostruoso, il suo segreto.
   Ghòna Nodh arrivò in cima alla salita e si fermò, guardando in avanti. Un piccolo spiazzo interrompeva il sentiero, che continuava lungo la stretta cengia per alcuni metri prima di curvare verso destra. Inspirò ed espirò alcune volte, profondamente, poi regolò il respiro e attese.
   Ledrijn Màhal lo raggiunse. Discendente da otto generazioni elfiche, dei suoi antenati non aveva ereditato le movenze dinoccolate, anzi procedeva ferino, simile a un gatto nero a caccia di topi.
   Ghòna lo osservò dal basso, tormentandosi la corta barba striata di grigio con la mano libera.
   «Cosa vedi, orbo di un Nano?» chiese Ledrijn, lasciando che i capelli gli coprissero parte del volto spigoloso.
   «Forse vedi meglio di me attraverso questa nebbia gelida?» replicò Ghòna, battendo uno dei due pesanti stivali a terra per liberare la suola dal fango.
   «Più lontano di sicuro, dalla mia altezza.»
   «Non fare troppo lo spiritoso», borbottò il Nano. Dopo aver appoggiato la punta dell'ascia bilama a terra, si asciugò la mano con cui ne aveva stretto l'impugnatura sulle vesti aderenti, più strati di stoffa cuciti insieme per affrontare l'inverno. «Quello che ci aspetta potrebbe avere sangue di ghiaccio, per quanto ne sappiamo, e non lo vedresti nemmeno con la Spettrovisione.»
   «Ammothàd è diventata un incubo a occhi aperti per te, Ghòna», replicò il giovane, fissandolo.
   «Ammothàd è un incubo.» Il Nano riprese l'ascia. «E molto presto lo sarà a occhi aperti... oppure non sai dove stiamo andando?»
   «Finirai per scorgere pericoli dove non ve ne saranno mai.» Ledrijn guardò in avanti, scrutando il sentiero. «In fondo che differenza fa sporcare una lama con sangue caldo o con ghiaccio?»
   «Sei incosciente, Ledrijn, non coraggioso», rispose il Nano. L'Elfo Scuro rabbrividì, scosso dal ricordo improvviso. A poco valeva la consapevolezza di essere un buon combattente e prima ancora un buon mago.
   Lo sferragliare dell'armatura di Koh Katt Maddon si fece vicino ed entrambi si voltarono. L'uomo era imponente, quasi due metri di muscoli duri come l'acciaio, che si muovevano in armonia con lo spadone a due mani, con la coppia di mazze ferrate oppure con la nobile spada, protetta dallo scudo amaranto. «Ve l'ho detto, essere un guerriero è assai più faticoso che essere uno qualsiasi di voi due.» Il volto abbronzato si allargò in un sorriso ironico, poi Koh Katt Maddon si sfilò l'elmo ornato di piume e dalla fronte gli colarono alcune gocce di sudore.
   «Se ogni volta che esci di casa ti porti via tutte le armi che possiedi, Katt, abbi almeno il buonsenso di non lamentarti», lo derise bonariamente l'Elfo Scuro.
   «Il mio buonsenso ti ha salvato la vita tre volte.» Koh Katt si passò l'avambraccio sulla fronte e si rimise l'elmo. Ledrijn tremò ancora sotto l'ennesima ondata di ricordi e si limitò ad annuire, chiudendosi in un silenzio riconoscente.
   «Ora vogliamo continuare compatti?» esclamò Ghòna. «Da questo spiazzo ad Ammothàd non manca molto.»
   A quelle parole sia l'Elfo Scuro sia il guerriero aguzzarono lo sguardo, come per trapassare la nebbia che bagnava l'intero paesaggio. Avrebbero giurato di trovarsi a un'altitudine notevole, eppure di neve non ne avevano ancora calpestata. Forse, rifletté Ghòna, attorno alla Rocca dei Silenzi nulla poteva essere secondo natura.
   «Vado avanti io», disse Ledrijn, acuendo istintivamente i sensi.
   «Seguilo!» Koh Katt diede un'energica pacca a Ghòna.
   Il Nano si accodò, mettendosi in spalla l'ascia. Dietro di lui, l'amico guerriero s'impose di mantenere l'andatura. Poi infilò un braccio nei passanti dello scudo e sfoderò la spada con un rumore secco.
   Il loro terzetto era ben noto e temuto, rifletté Ghòna. In molte zone delle Terre si erano narrate le loro gesta, gli eroismi di battaglie sempre vinte. Sorrise con amarezza. Purtroppo tanti onori non si ottenevano senza conseguenze. E la conseguenza principale, per tutti e tre, era una pressante inquietudine che ricordava loro Ammothàd.
   La Rocca dei Silenzi: quel nome era di certo appropriato. Quante vite erano andate perse per sempre! Granito e quercia facevano da tomba a decine di combattenti, donne e uomini periti in quella maledetta notte di otto anni prima.
   Quella notte... Erano giunti fin lassù spavaldi, pronti a tutto pur di riuscire nell'impresa. Non avrebbero mai immaginato che sarebbero morti nel semplice tentativo di fuggire alla progenie più aberrante del Male.
   Erano entrati in Ammothàd in ventitré e ne erano usciti in quattro.
   Il quarto di loro, un mago di nome Thal Dom Djèw, in seguito all'accaduto si era ritirato nell'Agarìnna, una regione a nord-est, completamente coperta da foreste. Avevano trascorso buona parte dell'ultimo anno nel tentativo di rintracciarlo, setacciando palmo a palmo quel territorio impervio. Quando l'avevano trovato era parso seccato e confuso, però li aveva accolti con un sorriso nella grotta in cui viveva. L'incontro, tuttavia, era stato breve. Non appena gli avevano comunicato l'intenzione di tornare ad Ammothàd, il mago li aveva scacciati. Fronteggiare la propria morte è ammirevole, sperare di sconfiggerla è da idioti! Io attenderò che venga a prendermi. Questo aveva detto Thal Dom Djèw. Poi li aveva congedati, svanendo tra le imponenti conifere che circondavano la grotta.
   E adesso, a due mesi da quell'incontro, erano quasi giunti alla meta.
   In tre.
   La nebbia s'infittì. L'aria gelida penetrava sotto le vesti come mani di cadaveri dalle dita tentacolari e il sudore colava lungo le schiene, quasi trasformandosi in brina. Lo strapiombo diventò una bianca distesa informe. La roccia bagnata passò dal grigio scuro a un colore ibrido, in cui si mescolavano il bruno e il rame.
   Ghòna deglutì. Aveva paura. Era terrorizzato di scoprire cosa li attendeva dopo otto anni da quella tragica notte. Negli ultimi mesi si era chiesto spesso se Ammothàd fosse stata abbandonata, se il Male che vi aveva albergato avesse lasciato il posto a un silenzio luttuoso per le vittime che aveva mietuto. E ogni volta si era imposto di non illudersi, perché non sarebbe stato facile: la Rocca dei Silenzi era ancora in mano a quella progenie demoniaca, proprio come lo era stata in passato. E forse anche peggio. Perché andarci, allora? pensò, rabbrividendo. Perché non tornare indietro? Erano ancora in tempo. Ma lui conosceva la risposta, come la conoscevano Ledrijn e Koh Katt. Era sopravvissuto alla notte di otto anni prima, però era morto dentro.
   Quella follia era l'unico modo per risorgere.
   Continuarono a salire. I pini mughi si fecero sempre più rari, l'erba scomparve del tutto e il sentiero sterrato diventò una via di roccia scivolosa e stretta. Dietro di lui, Koh Katt avanzava. Il Nano sapeva che sarebbe stato impossibile per il compagno – grosso e pesante – correre lungo quel sentiero. Poco male: questa volta non ci sarebbe stata nessuna fuga. O avrebbero trionfato o sarebbero morti.
   La via piegò a destra, immettendosi in una breve galleria che terminava qualche passo più in là, prima di una seconda svolta.
   «Ricordo questa galleria», sussurrò Ghòna, protendendo la doppia lama dell'ascia e rallentando il passo. Davanti a lui, Ledrijn si fermò, voltandosi verso il Nano e il guerriero, mentre il suo cappuccio nero si muoveva sulle spalle, frustato dai capelli biondi.
   «C'è tensione nell'aria, siamo vicini», sussurrò di rimando l'Elfo Scuro, rendendosi conto che non aveva più voglia di scherzare.
   «Andiamo», li esortò Koh Katt, sempre impaziente all'approssimarsi del pericolo.
   Ledrijn avanzò, cauto. Acuendo i suoi sensi elfici, avvertì la fitta trama maligna che compenetrava l'aria rarefatta della zona. I compagni gli si avvicinarono. Oltrepassò la galleria e girò a destra. La via continuava diritta, perdendosi nella nebbia. Non si vedeva che a una ventina di passi.
   Procedettero in silenzio per un po', con una lentezza che esasperava Koh Katt. Poi una lieve brezza venne loro incontro, portando un vago puzzo acre. Istintivamente Ledrijn si fermò di nuovo e Ghòna quasi gli sbatté contro.
   Koh Katt fletté le gambe, ma si rese conto di non poter combattere così, dietro i compagni e lungo una cengia larga un passo. Allora sbottò: «Muoviamoci, dannazione!»
   Fu allora che la bruma si diradò.
   Poco più avanti, la via svoltava bruscamente a sinistra, continuando con un arco naturale di roccia che scavalcava il baratro di un balzo e atterrava in un largo spiazzo di granito. Lì una tozza costruzione si allungava verso di loro, mostrando le fauci tenebrose, circondate da un portone in legno scuro spalancato.
   Ammothàd.
   Perpendicolari all'entrata, le mura si allungavano, parallele tra loro, conficcandosi in una massiccia torre ottagonale. Grigia, la Rocca dei Silenzi li osservava dalle sue poche aperture squadrate, simili a nere pupille, specchio di un'anima corrotta, perduta per sempre.
   La nebbia si richiuse sulla vetta oltre il baratro e Ammothàd scomparve alla vista.
   Ledrijn avanzò, facendo fluire nelle vene la Magia che di lì a poco avrebbe potuto salvargli la vita. Ghòna imprecò tra sé e, nel procedere, iniziò a spostare lo sguardo dal sentiero al muro di nebbia sulla loro sinistra. Koh Katt non pensò più a nulla, prigioniero di quell'istinto primordiale che faceva della sopravvivenza l'unica meta.
   Raggiunsero l'arco naturale e s'imposero di attraversarlo. Sospesi sopra il baratro, quello squarcio di mondo sembrò una visione onirica, all'interno della quale loro fluttuavano tra due cieli bianchi di bruma e nuvole.
   Una volta superato il precipizio, però, tornò la fredda consapevolezza della realtà. Si misero l'uno di fianco all'altro al centro dello spiazzo, immobili di fronte al portone spalancato, e studiarono l'entrata, ansimando per la tensione. A quella distanza, il fetore era più intenso e pungente. Uno dei due battenti appariva scardinato e penzolante; al di là, nulla si muoveva. Le due mura parallele formavano un lungo e ampio corridoio dalla volta in pietra. Un po' ovunque, dal granito della costruzione, fuoriuscivano punte di ferro arrugginite, come spine di un enorme, orrendo porcospino.
   Ghòna avanzò e i compagni non esitarono ad affiancarsi. Poco prima di varcare la soglia, Ledrijn pronunciò qualche parola sottovoce e una sfera infuocata si materializzò nell'aria, illuminando l'oscurità oltre il portale. Ma le fiamme magiche non portarono alla luce nessun segreto. Niente li attendeva vicino all'entrata.
   Eppure intuivano che il Male li stava aspettando.
   La sfera li precedette, muovendosi con loro, due passi più avanti e più in alto dell'elmo di Koh Katt. Il guerriero azzardò un cambio di arma, non convinto che la spada sarebbe stata sufficiente contro le creature che si annidavano lì dentro. Camminando, la rinfoderò e si passò la banda dello scudo attorno alla testa, facendolo pendere nuovamente sulla schiena; quindi sguainò lo spadone a due mani con un rapido movimento. I due compagni non lo degnarono di uno sguardo né di un pensiero. Teso come loro, Koh Katt si chiese come mai l'impugnatura fosse così scivolosa.
   Avanzarono con estrema lentezza. Lungo quell'enorme corridoio c'erano soltanto sedie e tavoli marcescenti, molti ridotti a miseri mucchi di legna ormai neppure buona per essere arsa. Ragnatele impolverate ornavano gli angoli. Fredde e malinconiche, macchie scurissime di quello che un tempo doveva essere stato sangue imbrattavano il pavimento e, a tratti, le pareti.
   A un certo punto, orridamente affascinati, calpestarono la scritta SIATE DANNATI, che lordava il pavimento. L'inchiostro ancora una volta era stato sangue. E si chiesero se fosse stata una presa di coscienza o se fosse una minaccia.
   Passarono minuti lunghi come ore prima che raggiungessero la fine dell'androne, stando ben attenti a non far rumore, calpestando i frammenti di vetro e i cocci di ceramica sparsi in alcuni punti. Poi un muro sbarrò loro il passo. Al centro, c'era un'apertura che culminava in un arco a pieno sesto e che sembrava ammonirli. Alcune ossa erano ammassate in prossimità della soglia.
   Ancora una volta il Nano venne assalito dai ricordi. Vista la presenza di quei resti, infatti, ne avrebbero dovuto scorgere altri lungo il corridoio, invece... Strano, pensò, rabbrividendo. Che fine avevano fatto gli scheletri dei compagni morti otto anni prima?
   La sfera infuocata ardeva, sibilando debolmente. Koh Katt tenne d'occhio l'apertura e Ghòna si voltò verso Ledrijn con aria interrogativa. L'Elfo Scuro dapprima scosse la testa, poi, proprio quando il Nano stava per avanzare, gesticolò e, corrugando la fronte, sussurrò qualcosa.
   Una luminescenza simile a polvere d'argento si sollevò da terra e si mosse verso l'arco con esasperante lentezza. Non appena varcò la soglia, una figura grottesca prese forma: era bassa, ingobbita, e pareva un'ombra. L'essere dovette accorgersi di essere stato scoperto, poiché si ritirò nell'oscurità prima che Ledrijn potesse colpirlo con un rapido incantesimo d'offesa. Udirono un sommesso scalpiccio allontanarsi verso il basso e l'Elfo Scuro imprecò, lasciando morire la Magia sulle labbra. Cupo in volto, li incitò a proseguire.
   Senza esitare un istante di più, Koh Katt oltrepassò l'adito con un balzo, alzando da terra un polverone che fendette, roteando su se stesso. Quindi si fermò e fece cenno agli altri due di raggiungerlo.
   Si trovavano al piano terreno della torre ottagonale. L'interno replicava la geometria della costruzione: una larga scalinata saliva dirimpetto all'arco che avevano varcato, seguendo il perimetro, fin sopra le loro teste e oltre. Sotto di essa ne scendeva una seconda, a chiocciola, quella che la creatura aveva utilizzato per defilarsi, come rivelavano le sue orme nella polvere.
   «Una sentinella», mormorò Ghòna.
   I tre rammentavano quel luogo: otto anni prima erano stati aggrediti proprio lì. Avevano subito massacrato alcune ributtanti creature, tozze e pelose. Poi le cose erano precipitate e loro si erano divisi in due gruppi, l'uno diretto in alto, l'altro in...
   Un verso mostruoso provenne dalla scala che scendeva e gelò loro il sangue. Cos'era stato? Un ringhio, un ululato... o entrambi?
   «Andiamocene», disse Ledrijn con uno sguardo febbrile. «Percepisco qualcosa di estremamente forte… Non possiamo farcela.»
   «Finiscila, Ledrijn!» scattò Koh Katt.
   «Via da qui… Stanno arrivando!» gridò l'Elfo Scuro.
   Non ebbero il tempo di chiedersi cosa stesse arrivando.
   Rapidissima per la propria mole, ma muovendosi con passi pesanti, una sagoma sbucò dalla scala a chiocciola. Era enorme e nuda, il corpo coperto di scaglie amaranto. Tre corni arricciati ornavano un volto bestiale, da cui due occhi di pece li osservavano. Il resto del corpo era antropomorfo, ma spaventosamente più muscoloso, abnorme. La sagoma latrò, scuotendo la testa massiccia e spargendo una bava densa che pochi denti acuminati non riuscirono a trattenere. E, soprattutto, non arrestò per un solo istante la propria corsa.
   Koh Katt roteò lo spadone. La creatura schivò il fendente di un soffio e si gettò fulminea verso Ledrijn. L'Elfo Scuro urlò qualcosa d'incomprensibile e un bagliore accecante illuminò la stanza. Ghòna balzò di lato, abbacinato, e, non appena la vista si riadattò alla luce della sfera infuocata, cercò con lo sguardo la creatura. La vide che si stava agitando in un angolo, ringhiando orribilmente. Poi, sotto di essa, scorse il corpo raggomitolato di Ledrijn.
   In quell'istante, Koh Katt affondò lo spadone con forza. Il mostro tentò di schivare la lama, però essa si piantò ugualmente nella spalla e fuoriuscì dal petto. L'essere scaraventò di lato Koh Katt con un secondo latrato, estrasse lo spadone dalle proprie carni e lo gettò lontano dal guerriero.
   Con la furia della disperazione, Ghòna mirò all'addome del nemico, mettendo nel colpo tutta la propria forza. Dopo un ultimo, raggelante verso demoniaco, la creatura si accasciò, quasi squarciata in due.
   Il Nano si precipitò verso l'Elfo Scuro, scorgendo con la coda dell'occhio Koh Katt che si rialzava da terra e andava a prendere lo spadone. Non si curò del sangue bruno che impiastricciava l'ascia e gocciolava piano, tanto era denso. «Ledrijn… Alzati, andiamocene da qui!» Ma, quando Ghòna si avvide delle condizioni in cui versava l'amico, le parole gli morirono in gola.
   «È inutile... orbo di un Nano...» L'Elfo Scuro ebbe la forza di sogghignare. «Non vedi che sto morendo?» Il suo volto era una maschera di sangue; le due braccia penzolavano, spezzate.
   «Ti portiamo fuori da qui.»
   «Correte via, invece... siete in tempo... Ha perfino resistito alla Magia, non l'hai visto? Ne arriveranno altri, potete... soltanto...» Le palpebre si socchiusero.
   Tremolando, la sfera infuocata si affievolì e poi si spense del tutto, lasciandoli al buio e soli di fronte all'ignoto.
   «Accendi una torcia!» urlò Koh Katt.
   Ghòna prese ad armeggiare, in preda al panico… Lui che aveva avuto così tanta paura una sola volta in vita sua, otto anni prima. Poi udì qualcosa e non se la sentì di mollare l'ascia. Dalla scala a chiocciola provenne una luce fioca.
   La paura diventò terrore.
   «Andiamocene, Katt!» sibilò il Nano.
   «Morirò qui dentro! Non ho voglia di rifare quel maledetto sentiero a ritroso!» esclamò il guerriero, sentendosi un idiota, ma gonfiando i muscoli e mettendosi in posizione di difesa davanti alla scala a chiocciola.
   «Dannato testardo!» Ghòna si preparò a combattere.
   L'unione li galvanizzò, rendendoli forti di cuore, cacciando l'orrore che Ammothàd suscitava in loro. Rimasero vicini, pronti a tutto pur di vendere cara la pelle. Quale che fosse il loro nemico, l'avrebbero sconfitto, vendicando la morte di Ledrijn e di tutti quelli che otto anni prima erano periti sotto i pesanti colpi di quel Male.
   In una manciata di secondi, ogni buon proposito si dissolse.
   Una… due... tre... quattro… Cinque creature sbucarono dalle viscere del monte. Erano della stessa demoniaca specie di quella che avevano abbattuto soltanto un minuto prima.
   Con un latrato assordante gli esseri li caricarono.
   Vennero travolti da una forza d'urto pari a quella di una frana e si addossarono alla parete. Combatterono da eroi valorosi quali erano, ma resistettero poco, pochissimo, schiacciati e impotenti com'erano.
   Il primo a cedere fu Koh Katt. Perse la presa sull'arma e, qualche istante dopo, un poderoso artiglio penetrò nel suo stomaco. Il guerriero sputò il sangue in faccia al suo carnefice, ma lo mancò.
   Ghòna osservava la scena come se si svolgesse al rallentatore, quasi che quegli attimi fossero stati ore; allo stesso modo vide tre corna avvicinarsi. Un attimo prima che il cranio gli venisse fracassato contro il muro, fissò due occhi neri come la tenebra che lo guardavano e, dietro essi, quel furore incontrollato proprio dei dannati. Allora si rese conto del proprio destino.
   Ancora una volta, e dopo qualche minuto di grida ovattate, la costruzione avvolta nella nebbia tornò a essere la Rocca dei Silenzi.

               
 
 
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