Dall'alba al tramonto

.:  Dall'alba al tramonto

.:  Prologo
.:  Brano uno
.:  Brano due
.:  Brano tre
 
 

 

Prologo

   Udì un suono sinistro. Un fischio... o un sibilo.
   Le nebbie del sonno si dissolsero a partire dal centro della sua mente, nel punto esatto in cui si era accoccolato per riposare. Subito le sue percezioni lo infastidirono.
   E quel suono pareva un’avvisaglia del fastidio causato dalle sue percezioni, fastidioso esso stesso.
   Si sarebbe dovuto trovare in posizione fetale, ma ora stava supino, con gli arti distesi e molli, quasi intorpiditi. Non sapeva spiegarsi il perché, inconsciamente si era aspettato di risvegliarsi in un’altra posizione. Bizzarro.
   Si mosse appena: faticoso, estremamente. Si sentiva uno straccio zuppo d’acqua stantia, come quando si assopiva durante il pomeriggio e tentava di rialzarsi un’ora più tardi: senso di nausea, il corpo pesante, il pressante desiderio di far finta di nulla e dormire avanti, ancora... stendere un velo pietoso su un pezzo di carne spossato.
   Dormire ancora, sì... questo avrebbe voluto.
   Dormire ancora.
   Il sibilo ebbe un picco, simile al fischio che un treno produce frenando bruscamente; metallo che sfrega contro altro metallo. I passeggeri sopportavano quel rumore soltanto perché colpiti da paure peggiori. Ma un suono così era nefasto, se solo ci si soffermava di più, se solo si rifletteva. Quella nota penetrante, aliena.
   Spalancò gli occhi.
   Ciò che lo accolse, fissandolo a braccia conserte, non gli piacque. Un soffitto piatto, piuttosto basso, retto da quattro pareti piatte. Quei muri parevano ruvidi. Striature color rame e ottone si allungavano su una base ocra, ghignando in segno di scherno. Si alzò a sedere di scatto e subito gli girò la testa: era debole. Dove mai... che posto... cosa? Si osservò, scioccato: il suo corpo, certo, quello era il suo solito corpo. Il resto...
   Il giaciglio in cui si trovava era rozzo: una lastra di metallo nero retta da tozzi piedi dello stesso materiale; sopra, un sottile materasso in cui varie tonalità di grigio si mescolavano al bianco. Niente lenzuola, niente coperte, niente cuscino, niente ornamenti... niente. Una scatola con dentro un oggetto. Solo quel giaciglio dai colori scialbi che contrastava con il resto della stanza variopinta, una macchia scura al centro di un quadro surreale.
   Era vestito con dei jeans blu, una camicia azzurra e un maglione panna; stivali. Il malessere crebbe. Si guardò le mani e gli parvero più pallide del solito. Capì il perché: aveva freddo. Quando respirò, l’alito si materializzò davanti ai suoi occhi e subito svanì, come il vapore di un geyser islandese nell’aria gelida del nord del mondo.
   Quella stanza, quel... loculo...
   Un incubo, era vittima di un incubo. Eppure il sibilo, onnipresente, era così vero... cresceva e si allontanava, poi fischiava di nuovo. Vento! Sì, era vento. Ma dove... da dove...
   La nausea lo stordì, la debolezza lo assalì mordendolo alla gola. Aveva l’impressione di rantolare nel tentativo di respirare, quasi fosse asmatico o un pesce fuor d’acqua. Quello non era il suo mondo, era un alieno in una terra aliena. Gli girò la testa e un senso di oppressione lo colpì allo stomaco, con forza.
   Ricadde supino. Era troppo stanco, quel suo corpo pesava troppo. Troppo lui, troppo il luogo, troppo di tutto... troppo...
   Dormire ancora, sì...
   Dormire ancora.

               
 
 
Negróre
           
           
E-mail
 
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

Homepage Negrore.com Homepage Negrore.com Homepage Tomi