Udì un suono sinistro. Un
fischio... o un sibilo.
Le nebbie del sonno si dissolsero
a partire dal centro della sua mente, nel punto esatto
in cui si era accoccolato per riposare. Subito le sue
percezioni lo infastidirono.
E quel suono pareva un’avvisaglia
del fastidio causato dalle sue percezioni, fastidioso
esso stesso.
Si sarebbe dovuto trovare in posizione
fetale, ma ora stava supino, con gli arti distesi e
molli, quasi intorpiditi. Non sapeva spiegarsi il perché,
inconsciamente si era aspettato di risvegliarsi in un’altra
posizione. Bizzarro.
Si mosse appena: faticoso, estremamente.
Si sentiva uno straccio zuppo d’acqua stantia,
come quando si assopiva durante il pomeriggio e tentava
di rialzarsi un’ora più tardi: senso di
nausea, il corpo pesante, il pressante desiderio di
far finta di nulla e dormire avanti, ancora... stendere
un velo pietoso su un pezzo di carne spossato.
Dormire ancora, sì... questo
avrebbe voluto.
Dormire ancora.
Il sibilo ebbe un picco, simile al
fischio che un treno produce frenando bruscamente; metallo
che sfrega contro altro metallo. I passeggeri sopportavano
quel rumore soltanto perché colpiti da paure
peggiori. Ma un suono così era nefasto, se solo
ci si soffermava di più, se solo si rifletteva.
Quella nota penetrante, aliena.
Spalancò gli occhi.
Ciò che lo accolse, fissandolo
a braccia conserte, non gli piacque. Un soffitto piatto,
piuttosto basso, retto da quattro pareti piatte. Quei
muri parevano ruvidi. Striature color rame e ottone
si allungavano su una base ocra, ghignando in segno
di scherno. Si alzò a sedere di scatto e subito
gli girò la testa: era debole. Dove mai... che
posto... cosa? Si osservò, scioccato: il suo
corpo, certo, quello era il suo solito corpo. Il resto...
Il giaciglio in cui si trovava era
rozzo: una lastra di metallo nero retta da tozzi piedi
dello stesso materiale; sopra, un sottile materasso
in cui varie tonalità di grigio si mescolavano
al bianco. Niente lenzuola, niente coperte, niente cuscino,
niente ornamenti... niente. Una scatola con dentro un
oggetto. Solo quel giaciglio dai colori scialbi che
contrastava con il resto della stanza variopinta, una
macchia scura al centro di un quadro surreale.
Era vestito con dei jeans blu, una
camicia azzurra e un maglione panna; stivali. Il malessere
crebbe. Si guardò le mani e gli parvero più
pallide del solito. Capì il perché: aveva
freddo. Quando respirò, l’alito si materializzò
davanti ai suoi occhi e subito svanì, come il
vapore di un geyser islandese nell’aria gelida
del nord del mondo.
Quella stanza, quel... loculo...
Un incubo, era vittima di un incubo.
Eppure il sibilo, onnipresente, era così vero...
cresceva e si allontanava, poi fischiava di nuovo.
Vento! Sì, era vento. Ma dove... da dove...
La nausea lo stordì, la debolezza
lo assalì mordendolo alla gola. Aveva l’impressione
di rantolare nel tentativo di respirare, quasi fosse
asmatico o un pesce fuor d’acqua. Quello non era
il suo mondo, era un alieno in una terra aliena. Gli
girò la testa e un senso di oppressione lo colpì
allo stomaco, con forza.
Ricadde supino. Era troppo stanco,
quel suo corpo pesava troppo. Troppo lui, troppo il
luogo, troppo di tutto... troppo...
Dormire ancora, sì...
Dormire ancora.