Dall'alba al tramonto

.:  Dall'alba al tramonto

.:  Prologo
.:  Brano uno
.:  Brano due
.:  Brano tre
 
 

 

Secondo brano

   Notte che sfuma in crepuscolo, crepuscolo che schiarisce in alba, alba che s’illumina in mattino, mattino che s’infiamma in meriggio, meriggio che si tempera in pomeriggio, pomeriggio che scolorisce in sera, sera che si adombra in notte, notte che soffoca in profonda notte... profonda notte, nel cuore della notte, che smette di palpitare e muore.
   E risorge in notte, che poi sfuma in crepuscolo...
   Dall’alba al tramonto.
   Cos’era la vita? Cos’era quell’insieme di sensazioni lievi e acute, quell’infinita successione di particolari, quel concentrato di istanti intensi quanto la puntura di un’ape e di istanti invisibili quanto un sorriso non visto o una carezza non apprezzata?
   Cos’era la vita, mi chiedevo? La vita era tutto.
   E cosa, per contro, la morte? La fine di tutto, il cuore della notte che smetteva di palpitare e moriva.
   Eppure vita era anche camminare su un prato d’erba tagliata all’inglese, raggiungere una tomba e la sua lapide, poche parole, due date, un lasso di pochi anni... e quel doversi capacitare che, a volte, il mattino soffocava d’improvviso nelle profondità notturne, lacerando il corso degli eventi con violenza, trascinandoti repentinamente nel cuore della notte.
   E lì, poi, ti lasciava a giacere seduto sui tuoi calcagni... in ginocchio, tu che non pregavi, privo di appigli, cieco per la tenebra, sordo per il silenzio. Immota, a volte, la vita, come insensibile pietra di statua o gelido marmo di altare o legno senza più linfa, su cui fiori agonizzavano nel destino dell’appassire, ché il freddo li bruciava. Immota la vita nel cuore della notte.
   Immota dinanzi a un volto amico, che sorrideva dal passato.
   Cos’era la vita, mi chiedevo? La vita era tutto.
   E cosa, per contro, la morte? La fine di tutto, se veniva da te. Altrimenti era vita, che ti lasciava immobile, privo di appigli, cieco, sordo... ma vivo. E tu ricordavi quei fiori, vivi, che appassivano, su pietra insensibile, marmo gelido, legno senza linfa. E tu vedevi quei petali avvizzire, staccarsi, volteggiare appena e adagiarsi al suolo; decomporsi. Quel fiore, cui non potevo più donare altro che fiori e lacrime.
   Ma cosa potevano le lacrime, schizzi evanescenti su pietra insensibile?
   Cos’era la vita, mi chiedevo? La vita era tutto, anche morte.
   Quella sera, speciale, i miei libri venivano riposti sugli scaffali delle librerie americane. Perché, dunque, ricordare la morte, il passato, anziché gioire della vita, del presente? Forse, sorrisi, perché il passato non era tale finché non lo si dimenticava.
   Qualcosa che era tanto vivo nell’interiore come poteva essere passato?
   Ecco perché: avrei voluto che Anna vivesse quel momento... e quelli a venire. Di più. Avrei voluto anche mio cugino, per ridere con lui. Di più ancora. Avrei voluto il mio cane, da portare in bosco narrandogli il presente anziché, come avevo fatto, un possibile futuro. Molto di più. Infine sedermi, scrutare l’orizzonte come un lupo, per una volta fissandolo soltanto per meglio delinearlo, comprenderlo.
   L’orizzonte.
   L’orizzonte infinito.
   Là dove vivevano l’alba e il tramonto.
   Un buon posto.
   Oh, quanta vita c’era in quelle morti, tutta una vita.
   O di più, di più ancora... molto di più.
   – Freschetto, eh? – mi raggiunse in terrazza Nicola, fissando Trieste, il suo cupo orizzonte notturno. Si strofinò le mani.
   – Non troppo... un po’ – gli sorrisi.
   – Pensieroso?
   – Be’... è normale, no?
   – No: dovresti essere dentro a festeggiare – fu lapidario.
   – Presto...
   – ...o tardi – mi prese in giro. Ridemmo brevemente.
   – Pensavo a tante cose – iniziai. Si accese una sigaretta, appoggiandosi alla ringhiera. – In certi momenti mi sembra quasi la vita sia un sogno, qualcosa che ti ritrovi a guardare come fosse un quadro: un’opera finita, di un estraneo. A volte succedono tante cose e troppo velocemente. E alla fine ti ritrovi ad analizzare quello che è già successo. Corre troppo, non riesco a starle dietro.
   – La vita è come questa sigaretta, in fondo – filosofeggiò. Il paragone mi fece rabbrividire, ma ascoltai lo stesso.
   – Te la gusti, guardandoti attorno, parlando, bevendo; ma è sempre già finita – asserì. – Così ogni volta sei costretto ad accenderne un’altra, per continuare.
   – Forse per questo sono davvero rari i fumatori saltuari: o fumi o non fumi – riflettei.
   – È per questo che la vita non basta mai: ne vuoi sempre di più, ancora e ancora. Vivere è un vizio – bruciò un altro po’ di sigaretta e parlò sputando fuori il fumo. – Un vizio che non riesci a toglierti.
   – A volte mi chiedo chi dei due è lo scrittore.
   – Io, ovviamente. Tu sei soltanto il più fortunato – mi diede una pacca sulla spalla, sorridendo dal centro di quel suo pizzo scuro.
   Rientrammo, lasciandoci alle spalle la notte.
   Il cuore della notte.

               
 
 
Negróre
           
           
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