Notte che sfuma in crepuscolo, crepuscolo
che schiarisce in alba, alba che s’illumina in
mattino, mattino che s’infiamma in meriggio, meriggio
che si tempera in pomeriggio, pomeriggio che scolorisce
in sera, sera che si adombra in notte, notte che soffoca
in profonda notte... profonda notte, nel cuore della
notte, che smette di palpitare e muore.
E risorge in notte, che poi sfuma
in crepuscolo...
Dall’alba al tramonto.
Cos’era la vita? Cos’era
quell’insieme di sensazioni lievi e acute, quell’infinita
successione di particolari, quel concentrato di istanti
intensi quanto la puntura di un’ape e di istanti
invisibili quanto un sorriso non visto o una carezza
non apprezzata?
Cos’era la vita, mi chiedevo?
La vita era tutto.
E cosa, per contro, la morte? La fine
di tutto, il cuore della notte che smetteva di palpitare
e moriva.
Eppure vita era anche camminare su
un prato d’erba tagliata all’inglese, raggiungere
una tomba e la sua lapide, poche parole, due date, un
lasso di pochi anni... e quel doversi capacitare che,
a volte, il mattino soffocava d’improvviso nelle
profondità notturne, lacerando il corso degli
eventi con violenza, trascinandoti repentinamente nel
cuore della notte.
E lì, poi, ti lasciava a giacere
seduto sui tuoi calcagni... in ginocchio, tu che non
pregavi, privo di appigli, cieco per la tenebra, sordo
per il silenzio. Immota, a volte, la vita, come insensibile
pietra di statua o gelido marmo di altare o legno senza
più linfa, su cui fiori agonizzavano nel destino
dell’appassire, ché il freddo li bruciava.
Immota la vita nel cuore della notte.
Immota dinanzi a un volto amico, che
sorrideva dal passato.
Cos’era la vita, mi chiedevo?
La vita era tutto.
E cosa, per contro, la morte? La fine
di tutto, se veniva da te. Altrimenti era vita, che
ti lasciava immobile, privo di appigli, cieco, sordo...
ma vivo. E tu ricordavi quei fiori, vivi, che appassivano,
su pietra insensibile, marmo gelido, legno senza linfa.
E tu vedevi quei petali avvizzire, staccarsi, volteggiare
appena e adagiarsi al suolo; decomporsi. Quel fiore,
cui non potevo più donare altro che fiori e lacrime.
Ma cosa potevano le lacrime, schizzi
evanescenti su pietra insensibile?
Cos’era la vita, mi chiedevo?
La vita era tutto, anche morte.
Quella sera, speciale, i miei libri
venivano riposti sugli scaffali delle librerie americane.
Perché, dunque, ricordare la morte, il passato,
anziché gioire della vita, del presente? Forse,
sorrisi, perché il passato non era tale finché
non lo si dimenticava.
Qualcosa che era tanto vivo nell’interiore
come poteva essere passato?
Ecco perché: avrei voluto che
Anna vivesse quel momento... e quelli a venire. Di più.
Avrei voluto anche mio cugino, per ridere con lui. Di
più ancora. Avrei voluto il mio cane, da portare
in bosco narrandogli il presente anziché, come
avevo fatto, un possibile futuro. Molto di più.
Infine sedermi, scrutare l’orizzonte come un lupo,
per una volta fissandolo soltanto per meglio delinearlo,
comprenderlo.
L’orizzonte.
L’orizzonte infinito.
Là dove vivevano l’alba
e il tramonto.
Un buon posto.
Oh, quanta vita c’era in quelle
morti, tutta una vita.
O di più, di più ancora...
molto di più.
– Freschetto, eh? – mi
raggiunse in terrazza Nicola, fissando Trieste, il suo
cupo orizzonte notturno. Si strofinò le mani.
– Non troppo... un po’
– gli sorrisi.
– Pensieroso?
– Be’... è normale,
no?
– No: dovresti essere dentro
a festeggiare – fu lapidario.
– Presto...
– ...o tardi – mi prese
in giro. Ridemmo brevemente.
– Pensavo a tante cose –
iniziai. Si accese una sigaretta, appoggiandosi alla
ringhiera. – In certi momenti mi sembra quasi
la vita sia un sogno, qualcosa che ti ritrovi a guardare
come fosse un quadro: un’opera finita, di un estraneo.
A volte succedono tante cose e troppo velocemente. E
alla fine ti ritrovi ad analizzare quello che è
già successo. Corre troppo, non riesco a starle
dietro.
– La vita è come questa
sigaretta, in fondo – filosofeggiò. Il
paragone mi fece rabbrividire, ma ascoltai lo stesso.
– Te la gusti, guardandoti attorno,
parlando, bevendo; ma è sempre già finita
– asserì. – Così ogni volta
sei costretto ad accenderne un’altra, per continuare.
– Forse per questo sono davvero
rari i fumatori saltuari: o fumi o non fumi –
riflettei.
– È per questo che la
vita non basta mai: ne vuoi sempre di più, ancora
e ancora. Vivere è un vizio – bruciò
un altro po’ di sigaretta e parlò sputando
fuori il fumo. – Un vizio che non riesci a toglierti.
– A volte mi chiedo chi dei
due è lo scrittore.
– Io, ovviamente. Tu sei soltanto
il più fortunato – mi diede una pacca sulla
spalla, sorridendo dal centro di quel suo pizzo scuro.
Rientrammo, lasciandoci alle spalle
la notte.
Il cuore della notte.