Una lunga larga strada dalle rare
curve, poco traffico. Una temperatura calda all’esterno,
tanto da viaggiare a finestrini abbassati a cento chilometri
all’ora e non sentire freddo con una sottile maglietta
addosso. Il vento giocava con il mio volto, dando colpetti
e carezze alla pelle, scompigliando i capelli lunghi
che tenevo a bada con un berretto da baseball nero.
Sentire la natura accoglierti a quel
modo era inebriante.
L’autostrada si snodava attraverso
le colline carsiche, trasmettendoti il senso del territorio,
facendotelo sentire sotto i pneumatici, tutto attorno
a te. Sfilavano alberi, prati, case e tratturi e sentieri...
un tutt’uno palpitante di vita, che tu oltrepassavi
sentendoti immerso nella gloria quasi fossi alla testa
di un esercito vittorioso, immemore delle brutture
della guerra, semplicemente gioioso di essere ancora
vivo e di poter ammirare ciò che è troppo
intenso per essere descritto: il mondo, la natura.
La natura del mondo.
Superai la stazione di servizio di
Duino e Sistiana e mi trovai di fronte la pianura della
Venezia Giulia che s’innestava in quella del Friuli,
entrambe baciate dal sole che tramontava incuneandosi
nell’entroterra. Ora avvertivo sul mio volto anche
le sue carezze oltre a quelle del vento.
Immerso nel tepore del tramonto di
un mondo.
Quelle cose non erano sfumature, no,
erano le tinte forti della realtà, talmente abbacinanti
che al solo pensiero di poterle osservare come un affresco
mi si accapponò la pelle. Percepii un brivido,
intenso, che in furia corse su per gli avambracci e
valicando le spalle si precipitò lungo la schiena
gridando d’euforia. Alcune lacrime mi salirono
agli occhi, ricordandomi il piccolo posto che occupavo
nell’affresco, un granello di sabbia sul fondo
di un oceano imperscrutabile. Non mi importava: ero
un puntino di pittura sulla tela del mondo, ma c’ero.
C’ero.
Cosa sarebbe accaduto se un puntino
avesse aspirato a diventare un punto o addirittura un’intera
pennellata? Si sarebbe illuso, pensai, illuso di figurare
più importante agli occhi degli altri milioni
di puntini. No, non per comandare o divenire superbo,
solo per mostrare agli altri di essere. Anche perché
il puntino non sapeva di significare molto per il pittore,
lui e tutti i restanti puntini: il puntino non conosceva
il pittore.
Perciò si illudeva di importare
di più per i puntini.
E quale altro modo aveva di crescere
le sue illusioni se non comunicandole agli altri, mostrando
loro ciò che lui vedeva chiaramente attorno a
sé, sfiorato dalla frescura del vento e dal tepore
del sole? Descrivere l’affresco nel suo splendore,
nella sua smisurata bellezza che toglieva il fiato,
provare a delinearne i contorni pur sapendo di essere
un puntino e non il pittore. In fondo il puntino voleva
condividere la gioia di esistere e di far parte del
grande quadro della vita con gli altri puntini, era
questo il suo scopo. Ma prima doveva parlare loro della
sua visione dell’affresco, conscio che quella
era solo una delle prospettive.
Poi avrebbe potuto collocarsi sulla
tela.
Sarebbe rimasto un puntino.
Tuttavia un giorno, forse, avrebbe
contagiato con le sue visioni i compagni d’esistenza.
E i puntini assieme potevano formare
un punto e anche una pennellata.
I puntini erano l’affresco.
Con il passare del tempo il puntino
era cresciuto fino a maturare, fino ad asciugarsi sulla
tela e consolidarsi. E nel contempo aveva conosciuto
e imparato ad amare i puntini a lui più vicini,
la sua famiglia. E si era spesso domandato se, alla
fin fine, il suo grande progetto non fosse altro che
un modo per compiacere e ripagare i cari che contornandolo
l’avevano cullato, cresciuto e protetto. Voleva
spiegare loro che la sua rappresentazione dell’affresco
era il solo modo che avesse di esistere, era il solo
modo per comunicare di essere vivo. Ma essi avrebbero
voluto che lui fosse un puntino modello, fiero di stare
in un gruppo in cui le regole erano già stabilite
e giuste: non era necessario che comunicasse di essere
vivo.
Regole: a lui stavano strette. Lo
imbavagliavano impedendogli di esprimersi, non gli permettevano
di assaporare la libertà che credeva il pittore
gli avesse dato inserendolo nell’affresco. La
libertà di essere.
Come tutti i restanti puntini aveva
un colore ben definito e sapeva che se non avesse affermato
di essere colorato a quel modo avrebbe calpestato se
stesso, la dignità della sua esistenza. Si sarebbe
tradito, avrebbe ingannato gli altri e soprattutto,
si ripeté, se stesso.
Le sfumature dell’affresco erano
date dall’insieme di puntini.
Un merlo attraversò veloce
la strada statale, che mi portava verso Grado attraversando
campi coltivati e incolti, zone palustri, pioppeti...
un’altra zona dell’affresco. Quella sera
avrei incontrato mio padre, l’uomo che più
di tutti avrebbe voluto mi attenessi alle regole del
mondo. In realtà, meditai, vi erano più
interpretazioni possibili di quelle regole, sebbene
fossero state incise a fuoco sulla pelle di ogni adolescente.
Ma i marchi si possono nascondere o comunque il tempo
li rende sbiaditi e li sforma. Infatti era anche l’uomo
che aveva voluto insegnarmi a pensare sempre in autonomia,
come dire... libero.
E supposi che mentre mi insegnava
si rendesse perfettamente conto che la libertà
rendeva liberi.
Sorrisi, con amarezza. Un uomo così
vicino eppure così distante. L’aveva spaventato
la mia diversità? No, era intelligente. Semplicemente
l’aveva deluso, lo sapevo. Avrebbe voluto fossi
meno selvaggio, che pensassi con la mia testa e seguissi
le regole. Ma come si può credere a una cosa
simile? Essere liberi sottostando a dettami altrui.
Vero, non vi erano interpretazioni
possibili delle regole, mi ero sbagliato un attimo prima:
così erano e così sarebbero state. L’illusione
dell’interpretazione era dovuta allo spirito di
conservazione. La libertà ti conquistava in
modo graduale, evitando di scioccarti. La prima necessità
era quella di farti scorgere una scappatoia alle regole,
pur non eludendole... uno specchietto per le allodole.
E una volta pronto ti catturava: quando avevi assaggiato
il gusto intenso della libertà non potevi più
dimenticarlo o farne a meno. Ti drogava.
La libertà rendeva liberi.
Ed ero grato di questo a mio padre:
mi aveva reso libero suo malgrado. E anche selvaggio,
donandomi i boschi di conifere delle Dolomiti in cui
avevo vissuto cinque anni della mia fanciullezza, cinque
anni che mi avevano segnato a tal punto che i miei romanzi
erano immersi nella neve all’ombra di pini abeti
e larici.
Quello che la libertà aveva
iniziato, liberando il mio cuore dalle catene delle
regole, la natura incontaminata della montagna l’aveva
terminato, ghermendo il mio cuore per sempre.
Un rapimento dei sensi nel contempo
dolce e feroce.
Vent’anni dopo, andando incontro
a mio padre, delle lacrime mi avevano bagnato gli occhi,
provocate da un tramonto.
Avrei voluto dare grandi notizie a
quell’uomo che a modo suo aveva fatto tanto per
me. Aveva sbagliato direzione, sottovalutato il potere
che mi stava conferendo; tuttavia l’aveva guidato
una profonda convinzione e per questo andava amato.
Avrei voluto dimostrargli che la strada che avevo intrapreso,
in apparenza sbagliata, in realtà portava a
qualcosa di grandioso: una libertà totale, ma
priva degli stenti causati dall’essere selvaggi
in una società addomesticata. Avrei voluto che
si sentisse orgoglioso di me e delle mie scelte, che
fosse orgoglioso di aver cullato, cresciuto e protetto
un frutto che era maturato e divenuto dolce, ricco di
polpa.
Avrei voluto che la mia rappresentazione
dell’affresco contagiasse lui come molti altri,
affinché diventassimo un’intera pennellata
tutti assieme.
Ma non avevo grandi notizie, la mia
rappresentazione... i miei romanzi non possedevano il
contagio della peste, non si diffondevano rapidamente.
Perlopiù restavano sugli scaffali delle librerie,
nella maggior parte dei casi impolverati.
Le visioni del puntino erano difficili
da comunicare, proprio perché scintille di vita
vissuta.
E il puntino non si illudeva potessero
incendiare la tela.
Ero e sarei rimasto un semplice puntino.
Un puntino.