Dall'alba al tramonto

.:  Dall'alba al tramonto

.:  Prologo
.:  Brano uno
.:  Brano due
.:  Brano tre
 
 

 

Primo brano

   Una lunga larga strada dalle rare curve, poco traffico. Una temperatura calda all’esterno, tanto da viaggiare a finestrini abbassati a cento chilometri all’ora e non sentire freddo con una sottile maglietta addosso. Il vento giocava con il mio volto, dando colpetti e carezze alla pelle, scompigliando i capelli lunghi che tenevo a bada con un berretto da baseball nero.
   Sentire la natura accoglierti a quel modo era inebriante.
   L’autostrada si snodava attraverso le colline carsiche, trasmettendoti il senso del territorio, facendotelo sentire sotto i pneumatici, tutto attorno a te. Sfilavano alberi, prati, case e tratturi e sentieri... un tutt’uno palpitante di vita, che tu oltrepassavi sentendoti immerso nella gloria quasi fossi alla testa di un esercito vittorioso, immemore delle brutture della guerra, semplicemente gioioso di essere ancora vivo e di poter ammirare ciò che è troppo intenso per essere descritto: il mondo, la natura.
   La natura del mondo.
   Superai la stazione di servizio di Duino e Sistiana e mi trovai di fronte la pianura della Venezia Giulia che s’innestava in quella del Friuli, entrambe baciate dal sole che tramontava incuneandosi nell’entroterra. Ora avvertivo sul mio volto anche le sue carezze oltre a quelle del vento.
   Immerso nel tepore del tramonto di un mondo.
   Quelle cose non erano sfumature, no, erano le tinte forti della realtà, talmente abbacinanti che al solo pensiero di poterle osservare come un affresco mi si accapponò la pelle. Percepii un brivido, intenso, che in furia corse su per gli avambracci e valicando le spalle si precipitò lungo la schiena gridando d’euforia. Alcune lacrime mi salirono agli occhi, ricordandomi il piccolo posto che occupavo nell’affresco, un granello di sabbia sul fondo di un oceano imperscrutabile. Non mi importava: ero un puntino di pittura sulla tela del mondo, ma c’ero.
   C’ero.
   Cosa sarebbe accaduto se un puntino avesse aspirato a diventare un punto o addirittura un’intera pennellata? Si sarebbe illuso, pensai, illuso di figurare più importante agli occhi degli altri milioni di puntini. No, non per comandare o divenire superbo, solo per mostrare agli altri di essere. Anche perché il puntino non sapeva di significare molto per il pittore, lui e tutti i restanti puntini: il puntino non conosceva il pittore.
   Perciò si illudeva di importare di più per i puntini.
   E quale altro modo aveva di crescere le sue illusioni se non comunicandole agli altri, mostrando loro ciò che lui vedeva chiaramente attorno a sé, sfiorato dalla frescura del vento e dal tepore del sole? Descrivere l’affresco nel suo splendore, nella sua smisurata bellezza che toglieva il fiato, provare a delinearne i contorni pur sapendo di essere un puntino e non il pittore. In fondo il puntino voleva condividere la gioia di esistere e di far parte del grande quadro della vita con gli altri puntini, era questo il suo scopo. Ma prima doveva parlare loro della sua visione dell’affresco, conscio che quella era solo una delle prospettive.
   Poi avrebbe potuto collocarsi sulla tela.
   Sarebbe rimasto un puntino.
   Tuttavia un giorno, forse, avrebbe contagiato con le sue visioni i compagni d’esistenza.
   E i puntini assieme potevano formare un punto e anche una pennellata.
   I puntini erano l’affresco.
   Con il passare del tempo il puntino era cresciuto fino a maturare, fino ad asciugarsi sulla tela e consolidarsi. E nel contempo aveva conosciuto e imparato ad amare i puntini a lui più vicini, la sua famiglia. E si era spesso domandato se, alla fin fine, il suo grande progetto non fosse altro che un modo per compiacere e ripagare i cari che contornandolo l’avevano cullato, cresciuto e protetto. Voleva spiegare loro che la sua rappresentazione dell’affresco era il solo modo che avesse di esistere, era il solo modo per comunicare di essere vivo. Ma essi avrebbero voluto che lui fosse un puntino modello, fiero di stare in un gruppo in cui le regole erano già stabilite e giuste: non era necessario che comunicasse di essere vivo.
   Regole: a lui stavano strette. Lo imbavagliavano impedendogli di esprimersi, non gli permettevano di assaporare la libertà che credeva il pittore gli avesse dato inserendolo nell’affresco. La libertà di essere.
   Come tutti i restanti puntini aveva un colore ben definito e sapeva che se non avesse affermato di essere colorato a quel modo avrebbe calpestato se stesso, la dignità della sua esistenza. Si sarebbe tradito, avrebbe ingannato gli altri e soprattutto, si ripeté, se stesso.
   Le sfumature dell’affresco erano date dall’insieme di puntini.
   Un merlo attraversò veloce la strada statale, che mi portava verso Grado attraversando campi coltivati e incolti, zone palustri, pioppeti... un’altra zona dell’affresco. Quella sera avrei incontrato mio padre, l’uomo che più di tutti avrebbe voluto mi attenessi alle regole del mondo. In realtà, meditai, vi erano più interpretazioni possibili di quelle regole, sebbene fossero state incise a fuoco sulla pelle di ogni adolescente. Ma i marchi si possono nascondere o comunque il tempo li rende sbiaditi e li sforma. Infatti era anche l’uomo che aveva voluto insegnarmi a pensare sempre in autonomia, come dire... libero.
   E supposi che mentre mi insegnava si rendesse perfettamente conto che la libertà rendeva liberi.
   Sorrisi, con amarezza. Un uomo così vicino eppure così distante. L’aveva spaventato la mia diversità? No, era intelligente. Semplicemente l’aveva deluso, lo sapevo. Avrebbe voluto fossi meno selvaggio, che pensassi con la mia testa e seguissi le regole. Ma come si può credere a una cosa simile? Essere liberi sottostando a dettami altrui.
   Vero, non vi erano interpretazioni possibili delle regole, mi ero sbagliato un attimo prima: così erano e così sarebbero state. L’illusione dell’interpretazione era dovuta allo spirito di conservazione. La libertà ti conquistava in modo graduale, evitando di scioccarti. La prima necessità era quella di farti scorgere una scappatoia alle regole, pur non eludendole... uno specchietto per le allodole. E una volta pronto ti catturava: quando avevi assaggiato il gusto intenso della libertà non potevi più dimenticarlo o farne a meno. Ti drogava.
   La libertà rendeva liberi.
   Ed ero grato di questo a mio padre: mi aveva reso libero suo malgrado. E anche selvaggio, donandomi i boschi di conifere delle Dolomiti in cui avevo vissuto cinque anni della mia fanciullezza, cinque anni che mi avevano segnato a tal punto che i miei romanzi erano immersi nella neve all’ombra di pini abeti e larici.
   Quello che la libertà aveva iniziato, liberando il mio cuore dalle catene delle regole, la natura incontaminata della montagna l’aveva terminato, ghermendo il mio cuore per sempre.
   Un rapimento dei sensi nel contempo dolce e feroce.
   Vent’anni dopo, andando incontro a mio padre, delle lacrime mi avevano bagnato gli occhi, provocate da un tramonto.
   Avrei voluto dare grandi notizie a quell’uomo che a modo suo aveva fatto tanto per me. Aveva sbagliato direzione, sottovalutato il potere che mi stava conferendo; tuttavia l’aveva guidato una profonda convinzione e per questo andava amato. Avrei voluto dimostrargli che la strada che avevo intrapreso, in apparenza sbagliata, in realtà portava a qualcosa di grandioso: una libertà totale, ma priva degli stenti causati dall’essere selvaggi in una società addomesticata. Avrei voluto che si sentisse orgoglioso di me e delle mie scelte, che fosse orgoglioso di aver cullato, cresciuto e protetto un frutto che era maturato e divenuto dolce, ricco di polpa.
   Avrei voluto che la mia rappresentazione dell’affresco contagiasse lui come molti altri, affinché diventassimo un’intera pennellata tutti assieme.
   Ma non avevo grandi notizie, la mia rappresentazione... i miei romanzi non possedevano il contagio della peste, non si diffondevano rapidamente. Perlopiù restavano sugli scaffali delle librerie, nella maggior parte dei casi impolverati.
   Le visioni del puntino erano difficili da comunicare, proprio perché scintille di vita vissuta.
   E il puntino non si illudeva potessero incendiare la tela.
   Ero e sarei rimasto un semplice puntino.
   Un puntino.

               
 
 
Negróre
           
           
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