Il titolo sembra un grido di vendetta, un coro di grida,
le grida di tutti coloro i quali hanno letto con disgusto
la mia rubrica sino a oggi, considerando il metodo qualcosa
di sbagliato, di castrante per la creatività, di fondamentalmente
antiartistico (sempre che considerino la scrittura un'arte...
ché scrivere è un mestiere, credevi fosse così facile,
sciocco emulo italiano dei miti d'oltreoceano?).
Sembrerebbe che la spontaneità
dei personaggi dipenda dalla spontaneità dello scrittore,
dunque.
Spontaneità? Prendete il vacabolo
per il significato che gli do io in questo capitolo,
significato che assume in sé concetti come "verosimiglianza",
"vitalità", "passionalità", "coerenza"... e riassumeteli
sotto un ulteriore concetto, chiamato "caratterizzazione".
A questo punto potrei dire: sembrerebbe
che la caratterizzazione dei personaggi dipenda dalla
spontaneità dello scrittore, dunque. Ma rende meglio
l'idea di ciò che penso la prima.
Quindi, abbiate pietà di me, lasciatemi
usare il termine "spontaneità". Magari alla fine ne
uscirà qualcosa di sensato.
Voi state sempre scrivendo, d'accordo?
Andate a ruota libera, parola dopo
parola, frase dopo frase. I paragrafi vi escono come
piccoli gioielli che splendono nell'oscurità di una
notte in cui il vostro assassino si muove furtivo e
letale. E di paragrafo in paragrafo tutto fluisce, legando
ogni gioiello a un'unica trama che infine forma una
cometa di brillanti d'impareggiabile splendore. E lui,
spietato d'una romantica spietatezza, uccide senza far
soffrire...
Vivido, il risultato della vostra
spontaneità si staglia contro la nera volta notturna.
Spontaneità per spontaneità, in questo
potreste riuscire bene.
Se l'ambientazione rischia d'essere
assai penalizzata dal "non-metodo", i personaggi a volte
possono riuscire persino più veri. Questa è una
cosa che appare evidente anche a me (ovvero all'orrendo
scrittore che per restare a galla si aggrappa al "metodo").
Sia chiaro, chiarissimo, continuo
a credere il "metodo" valido, validissimo, perché
non esclude la spontaneità, anzi, la esalta;
ma ciò non toglie che nel caso dei personaggi il "non-metodo"
possa maturare in frutti particolarmente dolci.
Riprendendo ciò che ho scritto nella
prima parte, sarò schematico. 1. Non avrete difficoltà
a rendere giustizia all'aspetto fisico del personaggio,
al suo volto. Anzi, sarete perfino facilitati nel mostrare
gradualmente, anziché nel dire troppo tutto
in una volta. 2. Essendo l'aspetto
psicologico una forma astratta in continua evoluzione,
che si plasma sugli eventi, il "non-metodo" è altrettanto
valido del "metodo", dal momento che quest'ultimo favorisce
soltanto le primissime apparizioni del personaggio.
3. Il cuore del personaggio,
i suoi desideri, ciò che vuole dalla vita e ciò a cui
tende, invece, è già una questione piuttosto complessa,
che se non molto chiara fin dall'inizio potrebbe crearvi
dei grattacapi alla lunga. Con una certa abilità
e qualche rapida decisione, comunque, potreste mantenere
la situazione in pugno senza faticare troppo. 4. Se il terzo punto
è delicato, questo quarto lo è ancora di più, più di
tutti. Il passato del personaggio, qualora non pensato
per bene, rischia davvero di risultare banale, stereotipato,
di poco spessore... e di rovinare molte cose sin dall'inizio
(una banalità fulminea, per farvi capire: se il personaggio
ha visto morire sul rogo la madre da piccolo, potrebbe
odiare il fuoco più di qualsiasi altra cosa; se questo
lo decidete a posteriori, potreste rendervi conto che
il suo comportamento ogni volta che l'avete messo di
fronte a un fuoco è stato noncurante in modo irrealistico...).
La storia del vostro personaggio, prima di fargli muovere
il suo primo passo nel vostro romanzo, dovrebbe essere
stata già pensata. Con il "non-metodo" non lo farete
e vi ritroverete a mettere un particolare in fila all'altro,
ma in ordine sparso. E sarà difficile unire poi
i particolari in un disegno che abbia una forma sensata.
Lo sarà quasi sempre.
Tra tutti gli aspetti di un romanzo,
i personaggi sono probabilmente quello che trae maggior
giovamento dal "non-metodo". Gli aspetti negativi di
non pensare ai personaggi come a qualcosa che si deve
costruire prima (non necessariamente in nove mesi ;-),
per poi lasciarli camminare per il vostro mondo in autonomia,
sono difficoltà che si possono affrontare sperando di
vincerle senza preoccuparsi troppo.
Vi devo forse dire che, più difficoltà
vi creerete, più lavorerete durante la revisione?
Ok, ok... per ora lascio perdere.
Inutile nascondersi dietro a un dito:
alcuni dei miei personaggi migliori (considerate
la cosa come un semplice dato; è sempre il giudizio
del creatore sulle sue creature, non può essere imparziale)
sono nati spontaneamente, prendendo vita mentre
scrivevo, diventando sempre più veri di capitolo in
capitolo. E soltanto poi vi ho ripensato per capire
se c'era qualcosa di incoerente nel loro modo di pensare,
di agire, di rapportarsi alla storia, agli eventi e
al loro inesistente passato.
La prova fatta durante la stesura
del mio ultimo romanzo vale soltanto in parte, perché,
come ho già scritto, a un certo punto ho dovuto cominciare
a pianificare per esigenze editoriali.
Tuttavia, finché non avevo pianificato
i miei personaggi stavano venendo piuttosto bene. Certo,
poi, pianificando, ho aggiunto particolari e il loro
spessore è aumentato... e non sono così incline a pensare
che tali particolari siano soltanto delle ciliegine
sulla torta. Anzi, in taluni casi hanno dato un senso
compiuto alle azioni e alle reazioni di alcuni di essi,
azioni e reazioni che fino ad allora non avevo ben compreso
nemmeno io.
In talaltri, però, sono davvero particolari...
ciliegine.
Quindi, tentando di essere onesto
nei vostri confronti sino all'ultima ciocca di capelli,
è sicuramente possibile caratterizzare i vostri
personaggi senza star lì a compilare schede di ragionate
caratteristiche psicofisiche e passati burrascosi che
puntano a sogni irrealizzabili. Lo spessore e la spontaneità, in
poche parole, possono andare di pari passo.
Nel prossimo capitolo affronterò la
trama del "non-metodo"... oh-oh... ;-)