Cos'è un romanzo senza una buona caratterizzazione dei personaggi?
La mia risposta, per quanto strana vi potrà sembrare,
è questa: non ci si può permettere di essere lacunosi
proprio in ciò che dovremmo conoscere meglio, ossia
noi stessi.
C'è una cosa che vorrei sottolineare,
circa quanto detto sull'onestà intellettuale nel capitolo
precedente. Vero, si scrive per essere letti, se si
viene apprezzati si è più felici ed è bene ricordarsi
dei propri debiti con il passato. Tuttavia, c'è una
cosa imprescindibile, che dovrebbe togliere qualsiasi
dubbio a proposito di cosa sia uno scrittore. Nonostante
tutto questo, lo scrittore segue sempre se stesso,
non cambia strada perché qualcun altro glielo dice se
prima non ha ponderato a sufficienza; uno scrittore
pensa, e crea, di testa propria. Scrivere per essere letti significa
imparare a comunicare, non a comunicare ciò che
i lettori (il mercato?) vogliono sentirsi dire. Scrivere per essere apprezzati
significa rendersi conto che siamo esseri umani,
esseri, cioè, che abbisognano della socialità quanto
un lupo abbisogna del suo branco o un grande albero
del terreno fertile in cui affonda le proprie radici.
Ricordarsi dei propri debiti con
il passato significa comprendere che in tutto questo
noi siamo parte di un processo, di pensieri che
vengono da molto lontano, elaborati e rielaborati, per
rielaborare a nostra volta e divenire un giorno parte
di mezzo del lungo corso d'acqua che è il patrimonio
intellettuale dell'umanità.
Se una di queste cose viene meno,
allora non farete mai parte del patrimonio intellettuale
dell'umanità. Uno scrittore non è una persona che scrive.
Se bastasse soltanto questo, solo in Italia il numero
di scrittori sarebbe imbarazzante, superiore a quello
dei lettori.
Uno scrittore è un individuo che è
onesto con se stesso e con gli altri, perché si rende
conto di essere unico, ma sa che senza gli altri non
sarebbe nessuno.
Questa specie di ulteriore divagazione
sulle premesse dello scrivere potrebbe sembrare inopportuna,
me ne rendo conto. Cosa c'entra con la caratterizzazione
dei personaggi?
Mi cito nuovamente (anche perché se
attendo che mi citi qualcun altro... ;-). Nei ringraziamenti
finali della mia prima trilogia, ho scritto queste frasi:
"Il mio secondo ringraziamento va a tutte le persone
della mia vita. Si nasce soli e si muore soli, ma si
vive assieme agli altri, altrimenti sarebbe come morire
pian piano e non tutto d'un tratto, in pochi istanti.
Scrivo fantasy perché amo la vita.
E finché avrò voi vicino, sarò vivo."
A tutte le persone della mia
vita, quindi, non parlo soltanto di parenti e amici,
parlo di tutte quelle che ho incontrato e incontrerò.
Amare la vita è anche amare il prossimo. E, no, il mio
discorso non ha nulla a che fare con una qualsivoglia
religione.
In tutto questo, non c'è aspetto
di un romanzo più legato all'amore per la vita del dar
vita ai personaggi.
Vi siete mai chiesti qual è la differenza
tra un personaggio mal caratterizzato e uno ben caratterizzato?
Da lettori, la risposta è semplice: il primo non riuscite
a viverlo, il secondo invece vi cattura con le sue azioni,
con le sue parole, con i suoi pensieri e con i suoi
sentimenti, quali che siano. Il secondo, aggiungo io,
lo vivete quasi fosse la trasposizione letteraria di
una persona esistente.
Uno scrittore non potrà mai caratterizzare
male dei personaggi che ama davvero e che lo toccano
nel profondo, perché li ama come se fossero esseri viventi
in carne e ossa.
Ci sono scrittori che si ispirano
a persone reali per costruire i propri personaggi, come
ci sono scrittori che invece non hanno punti di riferimento
reali... davvero? Potete crederlo? Io no, nemmeno di
me stesso: i punti di riferimento esistono sempre. A
volte semplicemente non sono individuabili. Personalmente,
non mi ispiro a persone che conosco, né a sconosciuti,
ma so molto bene che i miei personaggi esistono perché
amo la vita.
E, tra le cose che amo più della vita,
ci sono tutte le persone della mia vita.
Lo so, vi aspettavate una carrellata
di consigli pratici. Ma è davvero possibile dirvi come
rendere vividi, come infondere la vita ai vostri personaggi?
A mio avviso no. Ecco uno dei motivi principali per
cui i manuali di scrittura creativa hanno poco senso:
le cose che contano di più, non ve le può insegnare
nessuno.
Vivete le persone che vi circondano,
imparate ad apprezzare anche quelle che a pelle vi stanno
antipatiche, perché chiunque vi può arricchire. La vita,
ecco cosa mi sento di dire questa volta, la vita
è il manuale di scrittura creativa che non dovreste
mai stancarvi di studiare.
Una ulteriore breve riflessione, per
tentare di chiarire ciò che intendo.
Le persone, amici o sconosciuti che
siano, non fanno mai nulla a caso. Anche le azioni più
inspiegabili hanno delle motivazioni precise. Questo
è il principale motivo per cui giudicare il prossimo
non è una cosa saggia. E, naturalmente, le persone che
giudichiamo più facilmente sono i conoscenti, gli sconosciuti...
non gli amici.
Perché? Perché gli amici si conoscono
e le loro azioni ai nostri occhi sono quasi sempre logiche,
anche quando commettono degli errori. Lo stesso vale
per noi: quando sbagliamo, sappiamo perché abbiamo sbagliato.
Pensate a tutto questo, poi guardate
i vostri personaggi e fate in modo che siano coerenti
a se stessi, che agiscano sempre per delle motivazioni
valide, che reagiscano secondo ciò che sono e non secondo
ciò che voi vorreste che siano. Inizialmente erano degli
sconosciuti, ma ora siete di fronte alla vostra prima
stesura e ormai avete avuto modo di conoscerli, di farveli
amici. Ora sapete tutto di loro o quasi.
Il mio unico consiglio, dunque, è
questo: considerate i vostri personaggi persone.
Allora scorgerete facilmente le inverosimiglianze e
comprenderete cosa fare per rafforzarne la caratterizzazione.
Nel prossimo capitolo, ultimo della
prima parte di "Un nuovo mondo", affronterò la coerenza
interna nella revisione.