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Francesco Barbi
L'acchiapparatti di Tilos
edito da Campanila Editore
Francesco Barbi - L'acchiapparatti di Tilos

   Ieri sera, tornato da una meravigliosa tre giorni croata, stavo riflettendo su L'acchiapparatti di Tilos, splendido romanzo di Francesco Barbi. Credo sia venuto il momento di rendere onore a una delle migliori letture degli ultimi anni, a un mese dalla sua lettura.

   Il romanzo è originale. Il suo “profilo” è basso, per così dire: i personaggi non sono belli e forti, o misteriosi, o dannatamente “cazzuti”, ma esseri umani bizzarri, che nelle nostre società spesso occupano i luoghi dell'emarginazione (un nano storpio non sta a corte, di solito, tanto per capirsi...). Sorprende che, anche nell'ambientazione del romanzo, gli stessi occupino i medesimi luoghi. Sorprende perché è una scelta di realismo cui pochi si sarebbero piegati, che implica non poche complicazioni, se si vuol dare alla vicenda un certo pathos. Va fatto notare che Francesco Barbi non ha soltanto il coraggio necessario a scrivere fantasy originale, ma ha anche la qualità tecnica e umana per concretizzare le sue ambizioni.
   L’espressione “basso profilo”, però, acquisisce senso soprattutto se si analizza l’ambientazione: c’è un ipotetico Medioevo, come molto spesso, ma la terra è una terra di confine; in quanto tale è piuttosto rurale. L’unica fantasticheria “urlata”, in questo contesto, è il boia di Giloc (figura tragica che acquisisce spessore proprio in contrasto all’ambientazione). Se si esclude il boia, quindi, l’ambientazione esalta i personaggi e la loro caratterizzazione, magistrale. Non guardate i protagonisti, ai quali “è d’obbligo” dare spessore, perché la tensione narrativa gravita attorno alle loro azioni, parole e pensieri. Guardate ai personaggi secondari. Non noterete differenze di trattamento, se non nello spazio loro concesso, com’è ovvio che sia. Il ricordo è vivido qualunque sia l’attore di questo dramma in salsa d’inchiostro. E questo, permettetemi, non è una cosa che chiunque ha la forza e la maturità di compiere. Riuscire a tanto implica cura, devozione e una grande dose di onestà intellettuale e di rispetto per il lettore.

   C’è qualcosa in più, però, in Francesco Barbi.
   Ieri sera, disteso a letto, riflettevo sull’opportunità di fare paragoni. Alla fin fine, mi sono dissuaso: li faccio.
   Ci sono soltanto due autori italiani che scrivono fantasy, tra quelli che ho letto, ai quali io guardi come a maestri del genere: Riccardo Coltri e Francesco Barbi. Tutti gli altri, me compreso, lottano ad armi pari. C’è chi è più abile nel corpo a corpo, chi nella tattica, chi sfrutta la propria parlantina, chi il proprio fascino ambiguo... Il risultato è lo stesso: buono, non magistrale. Qualcuno emergerà con prepotenza, prima o poi, perché l’impegno dà sempre risultati e gli autori che ho letto hanno tutti profuso impegno in modo evidente.
   Anche per i due nomi fatti, però, è richiesta onestà. Riccardo Coltri lo attendo sulla lunga distanza (a breve!), perché le cose egregie mostrate con il primo Zeferina devono essere confermate da una prova più corposa (la seconda, più estesa versione di Zeferina, in uscita per Asengard? Stiamo a vedere...). Francesco Barbi, invece, ha già scritto ciò che doveva scrivere per superare tutti gli altri: un romanzo corposo, privo di sbavature, che ti conduce con grande facilità fino all’ultima riga dell’ultima pagina.
   Francesco Barbi adorna anche i passaggi in apparenza più insignificanti di piccole perle, di momenti di leggerezza, di curiosità, di descrizioni attente, insomma... di tempo che il lettore sente di spendere bene. Nulla sembra fuori posto, nulla infastidisce, nulla è un di più.
   Ormai sono decisamente molti i romanzi che non termino (non lo sapete, perché non amo parlarne, ma sono la maggior parte). Li chiudo, annoiato, o stizzito, e li ripongo da qualche parte, su qualche scaffale di casa. Gli unici due romanzi con cui io non abbia fatto fatica nemmeno un momento, di autori italiani, sono Zeferina e L’acchiapparatti di Tilos. I fatti, per il me lettore, contano. Sono soltanto i miei fatti, certo, ma questi sono.
   Prima che spunti qualche detrattore in ritardo, ultimamente gli unici romanzi stranieri che non ho riposto sugli scaffali sono quelli di Steven Erikson, relativamente al fantasy. Vi sono finiti molti “maestri” del genere, troppo spesso ben al di sotto della loro nomea – per quanto riguarda il sottoscritto in versione lettore.

   Del romanzo ho parlato poco? Non importa: dovete leggerlo.
   La storia avvince, fa ridere, sorridere, è d’atmosfera, è realistica, è curata nei minimi particolari, è originale, è animata da personaggi degni del ruolo loro assegnato ed è raccontata da un narratore che non scade mai in personalismi, che alla lunga stancano – e contro i quali io stesso lotto strenuamente, non uscendone sempre vittorioso, ahimè.
   Se volete dare una chance a un romanzo di fantasy scritta da un italiano (il “fantasy italiano” non esiste: finiamola con questa farsa!), non abbiate dubbi: L’acchiapparatti di Tilos è un ottimo romanzo con cui cominciare.

Voto: 8

   Consigliato a tutti, amanti del genere e non.

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© by Andrea D'Angelo

 

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