Steven Erikson
Midnight Tides tradotto in Italia da Armenia col titolo di "Maree di mezzanotte"
Quinto romanzo della saga “Malazan Book of the Fallen”, portato in Italia da Armenia con il titolo di “Maree di mezzanotte”, Midnight Tides è meno sorprendente dei precedenti due (Memories of Ice, House of Chains). Tuttavia la qualità non è scemata: Steven Erikson conferma gli altissimi livelli narrativi raggiunti in precedenza. Meno sorprendente è, forse, perché si comincia un po’ a capire il suo modo d’agire, di trama parlando, e ci si aspetta che alcuni colpi di scena arrivino nelle pagine finali. Ciò detto, sfido chiunque a capire in anticipo quali saranno i colpi di scena, quale la loro natura. Si sa che sta per arrivare qualcosa, ma non si sa quasi mai cosa. L’autore continua a sorprendere, ma ormai è più forte il piacere per i suoi intrecci machiavellici, per le sue caratterizzazioni, sempre molto efficaci per il ricchissimo contesto (leggi, decine di personaggi), per la sua inventiva narrativa, che lo porta a guidare il lettore attraverso sentieri spesso singolari, per poi arrivare, magari, alla semplice entrata in scena di un nuovo personaggio. Steven Erikson non fa nulla a caso, e nulla in modo banale. Avevo letto che questa volta l’autore canadese si fosse soffermato su uno scontro di civiltà che ricordava fin troppo da vicino lo scontro in atto nel mondo reale, tra Occidente e il Resto-del-mondo. Più precisamente, lo scontro verte tra il capitalismo (i Letherii) e un popolo che è ancora fortemente aggrappato alle tradizioni e vede nel mero profitto la religione dell’odiato nemico (i Tiste Edur). Tutto vero, ma tutto molto riduttivo, dal mio punto di vista. C’è molto di più, nello sviluppo di questo tema di fondo. Anzitutto, a mio avviso, c’è una profonda riflessione sulla difesa di chi viene volgarmente aggredito perché intralcia gli interessi altrui. A lungo aleggia la seguente domanda: qualsiasi reazione a un’aggressione è lecita? La risposta, ovvia, è no. Ma l’ovvietà non le toglie forza, soprattutto perché Steven Erikson spinge la faccia del lettore fino a fargli sentire il puzzo della merda. Alla fine l’ovvietà è una risposta troppo greve per dimenticarsene. Inutile star lì a giudicare l’aggressione del capitalismo: è sbagliata in partenza ed è evidente agli occhi di chiunque sia abbastanza sereno interiormente, mentre osserva i fatti. Infatti, lato Letherii, Erikson si è prodigato di analizzare le false fondamenta su cui poggiano certi convincimenti, anziché limitarsi a mostrarci tale volgarità, cosa che sarebbe stata fin troppo facile. Il giudizio sarebbe stato banale e scontato, poco interessante. Meno inutile, invece, giudicare la reazione. Se non lo si intuisce subito, la risposta arriva forte e chiara, alla fine – ma già durante – una battaglia devastante. La violenza genera violenza, e non è mai lecita. Detesto tentare di pensare con la testa dell’autore (quando viene fatto con me, m’inalbero all’istante), ma per una volta voglio azzardare: Steven Erikson ha aggredito i Tiste Edur per farli reagire in modo illecito e riflettere profondamente sull’11 settembre e tutto ciò che gli sta attorno. Da un lato la volgarità capitalistica, dall’altra un fondamentalismo che diviene altrettanto guerrafondaio, finendo per corrompersi allo stesso modo. Il risultato è convincente, oltreché, ahimè, molto triste.
Staccandomi dall’analisi della vicenda, tanto lineare nei suoi presupposti quanto splendidamente realizzata, mi resta la grandezza di uno scrittore ingiustamente accusato da molti di non saper caratterizzare (cosa su cui mi sono già espresso recensendo House of Chains). Dal giocoso, spiritosissimo rapporto tra Tehol Beddict e il suo servo Bugg (l’ironia è una di quelle componenti che Steven Erikson non esclude mai dalle sue opere, cosa di cui non gli sarò mai abbastanza grato), al tormentato, infine tragico rapporto tra l’Imperatore dei Tiste Edur e il servo, tratteggiato in modo magistrale, attorno al quale s’intreccia il rapporto sofferto e conflittuale tra i fratelli Sengar, altrettanto riuscito. Vi sono, infine, alcuni collegamenti non da poco col resto della saga (altra cosa su cui non sono d’accordo con le opinioni lette). Midnight Tides porta avanti la storia, anche se in un modo non sempre così evidente. Da sottolineare la presenza di una spiegazione per principianti (“for dummies”) dei canali magici e del loro funzionamento. Vi lascio il piacere di riflettervi e di scoprire che, in fondo, le cose non sono così complicate, se spiegate con parole semplici – cosa giustificata da un incontro minore all’interno della vicenda, ma che avrà certamente la sua bella importanza nel prosieguo della vicenda (come si intuisce subito e ci si vede confermare, in modo indiretto, a fine romanzo).
La stima per quest’autore rimane assoluta. Il voto non può che essere molto alto. Midnight Tides potrebbe piacere meno a chi si attende dal canadese un intrattenimento sfrenato, che Memories of Ice ci ha regalato. Apprezzo molto, invece, che Steven Erikson non si limiti a darci lo zuccherino e continui a donarci la sua visione del mondo, senza risparmiarci momenti di riflessione, che a volte possono diventare il 50% di un romanzo di oltre 700 pagine – in italiano. Una volta di più vedo confermare la mia più profonda convinzione: il Fantasy oggigiorno può riflettere sulla realtà in modo diretto. Non scrivo “deve”, perché pretendere che la libertà d’espressione e artistica venga canalizzata in un’unica direzione sarebbe violento. Ma, per quanto mi riguarda, io sono già da molti anni in linea con la filosofia di scrittura di Steven Erikson – che poi, se volete, è il motivo che mi fa amare senza riserve questo fenomenale autore. Resto convinto che la vera ricetta per uscire dalla nicchia sia l’intenzione letteraria, cioè esattamente il contrario di quanto vogliono farci credere i Letherii, tutti tesi al profitto.
Voto: 8.5
Lo stesso voto di Memories of Ice e di House of Chains. Meritatissimo. Ho già attaccato The Bonehunters, il VI della saga.