Steven Erikson
House of Chains tradotto in Italia
da Armenia come La Casa delle Catene
Steven Erikson. Più continuo la
sua mirabile saga, più mi rendo conto del genio di
questo scrittore canadese.
Il terzo volume della saga, Memories
of Ice, è considerato dai suoi stessi lettori
un capolavoro, superiore ai precedenti due. Questo
quarto volume, dunque, rischiava di deludere i palati
viziati di chi sta avidamente divorando la moltissime
pagine dei Malazan Books of the Fallen. Ebbene,
da estimatore dell'autore canadese quale sono, sono
felice di affermare che questo House of Chains mi
ha colpito e commosso.
Un altro capolavoro, dunque? Sì, secondo i miei parametri.
Anche se, è necessario sottolinearlo, mi è sembrato leggermente
inferiore al precedente volume, per una questione di scheletro narrativo. House
of Chains è
frammentario, perché, se possibile, ancora più ricco di trame e
sottotrame rispetto ai suoi predecessori. Di conseguenza, anche un lettore avido
di stimoli intellettuali come me a volte si ritrova vagamente spaesato. Questo è,
a mio avviso, l'unico difetto di un romanzo di grande livello - difetto a momenti
piuttosto grave.
Eppure, Steven Erikson rispetta se stesso e continua la saga
seguendo le peculiarità che l'hanno fatto conoscere ai lettori del fantastico
mondiali. Una prosa mai banale, dialoghi spiazzanti, situazioni molto varie,
originalità assoluta delle trame. Grande quantità e qualità,
insomma. Fin qui, però, nulla di nuovo. Una felice conferma... e non è poco.
Tuttavia, che “personalità” ha questo
quarto romanzo della saga?
Due cose su tutto mi hanno
colpito in positivo. Le due cose
che mi hanno convinto, infine, a dargli lo stesso voto
di Memories of Ice.
Uno. La prima parte
del romanzo, corposa, è interamente dedicata al personaggio
di Karsa Orlong. Poche ciance: chiunque accusasse Steven Erikson di non essere
capace di caratterizzare è servito. Karsa Orlong è un personaggio
di grande spessore, complesso, che stuzzica l'intelletto e che suscita differenti
emozioni, mai banali. Si conferma così quanto vado dicendo da tempo: le brevi
pennellate con cui Erikson caratterizza i suoi personaggi sono frutto di
una scelta,
non d'incapacità.
Due. Questa volta Erikson non ha girato
al largo dell'argomento “amore”. Due storie
hanno luogo in House of Chains, rivelandosi complesse
e tutt'altro che superficiali. Due storie dall'esito
diverso e di cui non voglio svelare i protagonisti. Ebbene,
anche questo smentisce chi, come me, aveva visto nel
Ganoes Paran di Gardens of the
Moon una storia d'amore acerba, poco spiegata e,
in definitiva, quasi insapore. L'autore detta le sue
regole, una volta di più: niente melassa, niente
soluzioni semplici, niente risvolti Harmony e niente “e
vissero felici e contenti”, che finisca male o
che finisca bene. Il canadese preferisce giocare di fino,
suggerendo, anziché dicendo direttamente. Ma,
alla fine, è comunque
chiaro l'esito. La sensazione che resta addosso è quella
che spesso la vita ci impone, riguardo all'amore: nonostante
l'esito sia chiaro, infatti, qualcosa risulta inspiegabile,
qualcosa sfugge... nel bene o nel male. Amore maturo,
tutt'altro che superficiale, mescolato all'azione e alla
gravità della situazione che i personaggi si trovano
ad affrontare. A mio avviso, molto convicente.
Tre. Sì, inserisco un tre
- ed evito di arrivare a dieci, come la ricchezza di
tutti i romanzi del nostro spingerebbe a fare. Steven
Erikson stesso, durante una sua intervista, ha parlato
dei suoi romanzi in termini molto semplici, ma esplicativi.
Questo quarto, dice l'autore, è dedicato al rapporto
umano che intercorre tra le sorelle. Verità profonda,
e sintesi, che ho apprezzato molto. Una verità amara,
invero, poiché
calata in un dramma. Non due sorelle qualsiasi,
quelle di House
of Chains. Eppure, proprio grazie alle loro figure
tormentate si vivono forse la pagine più toccanti
del volume, commoventi nel finale.
Grazie a questo aspetto principale del romanzo, portante per
lo stesso autore, ho scoperto una volta di più la
profondità di
Steven Erikson, la sua umanità e la sua sensibilità. Se il genio
narrativo del canadese
è evidente dalla costruzione molto ambiziosa della sua saga, il
genio letterario si evince da poche, magistrali pagine scritte col cuore.
In assoluto una spanna sopra a qualsiasi
altro autore fantasy contemporaneo.
Voto: 8.5
Quarto romanzo dei Malazan
Books of the Fallen, seguito del capolavoro che
è Memories of Ice, non delude le aspettative,
sebbene sia leggermente inferiore, a causa della
sua essenza frammentaria. Ma, a mio avviso, si tratta
di un altro capolavoro. Chi scrive romanzi altrettanto
sontuosi, oggigiorno, nella Fantasy? Leggere per
imparare e godere di una fantasia di prim'ordine.