Michele
Giannone
Il segreto di Krune edito da Dario Flaccovio
Editore
Dario Flaccovio, editore che sceglie
con particolare cura le sue pubblicazioni, non disdegnando
una buona dose di rischio, nel 2007 ha deciso di osare
e puntare su un fantasy tutto italiano.
Michele
Giannone, classe 1971, esordisce così in un mercato
difficile, che sempre più spesso porta alla ribalta
nuove voci italiane. Se da un lato questo dato di fatto è confortante e fa sperare
in un futuro ancor più roseo per il fantastico tricolore, dall'altro richiede
un'attenta valutazione delle “forze in campo”. È, insomma, Michele Giannone un
autore maturo? La mia risposta è
affermativa.
Il romanzo lancia una sfida sin
dall'inizio, avendo come protagonista un'eroina femminile.
L'autore dà l'impressione, cioè, di volersi
sfidare, essendo uomo. Caratterizzare una donna
non è cosa semplice per noi maschietti. Tutta
la vicenda viene vista da Mareq Tha, Prima Vigilante
Militare del Matriarcato di Krune, devoto a Elle, dea
che ha imposto regole ferree alle sue fedeli, che di
conseguenza hanno schiavizzato gli uomini, dominandoli
con la magia che soltanto loro sono in grado di utilizzare.
Questa separazione
dei ruoli è stata portata all'estremo. Basti pensare
che agli uomini non è consentito nemmeno toccare una
donna, in Krune, pena la morte.
La scelta è forte, ma Giannone riesce
a renderla credibile, descrivendo, ad esempio, i riti
di preghiera della protagonista, che chiede forza alla
sua dea, affinché le conceda la magia. Un matriarcato rigido,
insomma, ma ben congeniato e leva fondamentale per ciò
che accadrà durante la vicenda.
La protagonista è ben caratterizzata,
come lo sono, in linea di massima, il comprimario Jaat
e i personaggi minori. Si tratta di una carrellata
di personaggi tutto sommato ordinari, donne e uomini
che si distinguono più grazie alle loro azioni che
alla loro personalità, non molto sfaccettate per via
dello spazio dedicato loro - comunque ben utilizzato.
Questo dimostra che l'autore è capace di
caratterizzare i suoi personaggi senza ricorrere a
trucchi da quattro soldi o forzature. Un gran pregio.
Ciò detto, il (piccolo) contro è che
se di protagonisti ordinari
si parla, ordinario sarà il ricordo che lasceranno di
sé. Mareq Tha mi resterà certamente impressa nella mente,
per via della sua provenienza, della sua educazione e
del modo in cui ha affrontato il cambiamento forzato,
durante la vicenda. Gli altri, Jaat incluso, invece,
credo non possa definirli memorabili. E questo, nel
caso di Jaat, è forse un problema... in prospettiva.
Ma veniamo alla storia.
Devo dire che questo romanzo mi aveva coinvolto molto dapprincipio,
suscitando in me anche qualche riflessione “tra le righe” - cosa che è sicuro
indice di qualità, per quanto riguarda il mio modo di vivere un romanzo. Sono
arrivato a pagina 300 in un soffio. Tuttavia la seconda parte, purtroppo,
non mantiene le aspettative create. Anzi, in un certo senso le tradisce. Non
posso considerare la cosa come un difetto oggettivo, direi piuttosto che si tratta
di una “scelta infelice” dell'autore, nonostante
sia piuttosto coerente. Tutto ciò che di buono c'era nel romanzo fino a ben oltre
la metà, è andato via via affievolendosi. La storia ha perso forza e si è trascinata
in modo prevedibile, verso un epilogo che, sebbene non
scontato, non appaga un lettore che si attendeva di più.
Ora spiego meglio - e chi non vuole anticipazioni, salti
alla valutazione finale, dopo il voto.
Come detto, il
romanzo attacca ottimamente. D'un tratto compare uno straniero, Jaat, che
costituisce da subito un mistero, poiché possiede la magia, prerogativa
femminile in Krune. Il picco più alto della storia è raggiunto
quando il passato di Jaat viene collegato all'esistenza dell'Unicorno, considerata
leggendaria. Giannone ti porta fin lì d'un soffio, incuriosendoti, legandoti
alla storia, suscitando il forte desiderio di
scoprire il prosieguo. Invece no, qui
l'autore tira dritto. Sceglie, cioè, di descrivere una guerra priva
di pathos, che arranca fin quasi al termine del romanzo, senza avvincere. E l'Unicorno?
E i poteri di Jaat? I poteri di Jaat intervengono risolutori e vengono spiegati,
ma soltanto in parte. Non viene spiegato cosa ne dovrà fare, infatti.
Né, ahimé,
s'incontrerà con l'Unicorno. L'apparente coerenza della vicenda si basa
su una scelta lineare della protagonista, che però appare piuttosto discutibile.
A due passi dal territorio dell'Unicorno, perché non
attendere una settimana in più e unirsi all'amato
Jaat, scoprire la verità e poi affrontare il
Matriarcato? È una domanda che
sorge spontanea durante la lettura, il punto nodale del romanzo, il momento
in cui esso prende una piega infelice.
Questa
non è una critica oggettiva o, almeno, non lo pare,
messa così. Personalmente, però, credo che via sia un fondo di
verità che possa essere considerato tale (oggettivo).
Parliamoci chiaro: il grave difetto di questo romanzo è non
aver osato abbastanza. Aver risparmiato sulle idee.
Aver osato, con successo, fin dall'inizio, ed essersi poi appiattito nella descrizione
di eventi prevedibili e tutt'altro che degni di nota
(e non forzatamente conseguenti, pur se sottostanti una certa logica).
Penso alla ricchezza dei testi di grandi autori del passato.
Mi sovviene Ambra di Zelazny, incessante nelle sue trovate e nel metterle in
pratica. Ripenso al guizzo geniale di Jack Vance, talmente creativo da
approfondire un quarto di ciò che suggerisce narrando. O considero il senso poetico
e corposo delle storie di Ursula Le Guin, che ti guida per mano come se fossi
un bambino, fino
all'epilogo, commuovendoti. E così rivivendo torno a Giannone. Se il seguito
immaginato da Giannone fosse stato incanalato in
questa storia,
rendendo il suo svolgimento di gran lunga più ricco,
come i romanzi d'un tempo, che afferravano la forza
delle idee e la sfruttavano subito, senza conservarla sterilmente,
se Mareq Tha avesse atteso qualche giorno in più e avesse accompagnato Jaat all'incontro
con l'Unicorno, prima di tornare nel Matriarcato, se l'autore avesse messo in
secondo piano una guerra insipida - che per non esserlo avrebbe necessitato molte
più pagine e un tentativo più convincente di coinvolgere il lettore nella sua
drammaticità -, allora avrei considerato il romanzo degno di un voto sensibilmente più
alto.
Giudizio negativo, dunque? No, nel
modo più categorico. Il romanzo si merita una sufficienza
piena, anche in virtù del fatto che è scritto
bene ed è scorrevole in ogni sua parte.
Di stile parlando,
piccola considerazione: la scrittura dell'autore non
è molto personale. È fluida, ma quasi
impersonale. E, sia chiaro, non sto dicendo “piatta”.
Per qualcuno questo potrebbe essere un difetto, per
qualcun altro un pregio. Nota a latere. Ottimo editing,
gradevole l'oggetto; la Flaccovio si guadagna per l'ennesima
volta la mia stima, per la cura dedicata a questo libro,
per la scelta della copertina - calzante! - e per la
buona rilegatura.
Voto: 6.5
Le prime trecento pagine
mi avevano fatto pensare a un 7,5. L'inclusione dell'Unicorno
mi aveva entusiasmato. Poi, la piega presa dalla vicenda
nelle restanti duecento mi ha deluso e, tentando di
essere obiettivo, mi è parsa non all'altezza delle
precedenti. In ogni caso, Michele Giannone è l'autore
italiano che mi pare più maturo e pronto a lasciare
il segno. Si tratterebbe, a mio avviso, soltanto di
sfruttare le idee e di non diluirle nel tempo.