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Glen Cook
The Black Company
edito da Tor
non tradotto in Italia
Glen Cook - The Black Company

   Glen Cook scrisse e pubblicò il suo romanzo d'esordio, questo The Black Company, nel 1984. Come esordio, tanto di cappello! È uno degli autori a cui, tanto per capirsi, Steven Erikson si è più ispirato, dichiaratamente.

   In effetti, fin dalle prime battute, si riscontra un certo approccio alla narrazione tipico di Erikson, che è quello di mettere il lettore nel bel mezzo dell'azione, nel bel mezzo di un mondo complesso e nel bel mezzo di una compagnia di soldati che si conoscono da anni e che dialogano tra loro in modo spesso nebuloso, sottintendendo rapporti interpersonali già acquisiti e maturi. I bridgeburners (in italiano tradotti con “arsori di ponti”) sono l'immagine riflessa dei protagonisti di questo romanzo, i soldati della Black Company o, meglio, dell'ultima compagnia rimasta delle dodici originarie black companies .

   L'abilità narrativa di Glen Cook si manifesta sin dal primo capitolo e, forse, proprio nel primo capitolo. Introduce la vicenda, la fa esplodere fuorviando il lettore e presenta un buon numero di personaggi, tutto allo stesso tempo. L'atmosfera che si respira è cupa, degna di menzione d'onore per intensità; non mancano sangue e orrore. La narrazione si tinge di rosso e nero, in un modo che fa piazza pulita del buonismo di un certo tipo di fantasy (e ricordiamo che l'anno è il 1984, non il 2000 e rotti di George Martin). Poi, l'autore sposta l'attenzione del lettore d'improvviso, con un colpo di scena per molti versi inatteso. Il tutto in una quarantina di pagine scarse e grazie a una prosa tagliente, diretta, ma nel contempo ricca ed evocativa.
   Il romanzo evidenzia tutti i pregi, molti, e tutti i difetti, pochi, del Glen Cook dell'esordio. Come l'autore si sia evoluto, questo potrò scoprirlo soltanto leggendo i seguiti della sua saga, che a tutt'oggi sono nove (dieci libri in totale, cui si dovrebbero aggiungere ulteriori due, conclusivi). La mia netta impressione è che Cook si muova con maestria negli spazi angusti, nei dialoghi a due, nelle scene che richiedono atmosfera, suspence, e nella caratterizzazione dei protagonisti. Di contro, quando la visuale si allarga e ci sarebbe bisogno di una grande capacità di descrivere eventi epici, l'autore perde mordente. La lettura continua, perché Cook non scende sotto un buon livello, ma la sua epicità è incapace di mantenere alta la febbre del lettore. Il penultimo capitolo, quello che descrive la grande battaglia conclusiva di questo primo volume, è infatti di qualità sensibilmente inferiore ai primi tre capitoli del romanzo. In questa mia critica, sto attento ad accantonare la mia predilezione (come lettore e scrittore) per le “scene anguste”, per l'atmosfera e la suspence. Ma resto dell'idea che la capacità descrittiva di Steven Erikson, ad esempio, quando rivolta a grandi eventi (quali sono le battaglie campali, per l'appunto), sia di gran lunga superiore. Concedo a Glen Cook il beneficio del dubbio, perché non posso giudicarne la caratura dal solo esordio (come non si poteva giudicare Steven Erikson dal solo I giardini della luna).

   Ragiono brevemente anche sugli altri pregi, meno immediati, ma di sicuro valore e che, da soli, mi fanno sperare in un futuro di grandi letture, grazie ai seguiti di questo romanzo. Il primo, grande pregio di Glen Cook è l'ironia. Il romanzo ne è intriso e, vi assicuro, non è facile ironia. È intelligente, tagliente, a volte persino spiazzante. Il secondo pregio, in un'epoca in cui gli autori si sbrodolano addosso, strappando lauti compensi, è la sua capacità di sintesi. Il romanzo conta appena 320 pagine e il decimo della saga, sebbene più voluminoso, non rivaleggia con i ben più pesanti mattoni di carta stampata alla Jordan, Martin ed Erikson. Se Steven Erikson scrive tomi di 800 pagine molto dense, lo stesso non si può dire di Robert Jordan e George Martin (che vengono citati poiché meritevoli - inutile sprecare parole e tempo per citare tomi di 600 pagine di autori di scarso valore, che non dovrebbero nemmeno essere presi in considerazione e finire nell'oblio delle “opere da cestinare senza pietà” - o per pietà).
   Con questo paragrafo intendo dire che Glen Cook mi ha lasciato un buon gusto in bocca, il gusto che soltanto gli autori di spessore, appassionati e intellettualmente onesti lasciano.

   In conclusione, sono felice d'aver infine “incontrato” un ottimo autore, che in Italia non è mai stato tradotto e che, invece, sarebbe bene tradurre, per arricchire un panorama editoriale, quello del Fantasy pubblicato in Italia, che troppo spesso offre scarsa scelta o scelte tutte volte in una sola, sterile direzione di lettura, quella dell'“intrattenimento a cervello spento” (o con encefalogramma dai picchi piuttosto bassi).

Voto: 7,5

   Il voto è di un punto inferiore a quello dato a Memorie di ghiaccio, la cui ricchezza, nonostante il calco attuato con i bridgeburners, è decisamente superiore. La brevità dell'opera e la sua grande densità, infine, pongono Glen Cook tra i migliori autori di genere che abbia mai letto sino a oggi.

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© by Andrea D'Angelo

 

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