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Daniele Bonfanti
L'eterno sogno
edito da Lulu
Daniele Bonfanti - L'eterno sogno

   Daniele Bonfanti, classe '80, colpisce subito per il suo stile asciutto, sbrigativo. L'autore non si perde in fronzoli e spinge la sua storia in avanti a gran velocità, riducendo all'essenziale la narrazione.
   In queste sommarie affermazioni iniziali sta tutta l'essenza del giovane scrittore lecchese. E in esse sono racchiusi gli aspetti positivi e gli aspetti negativi del suo romanzo.

   La sintesi narrativa, tecnica, è di notevole impatto. Non lascia indifferenti. La scrittura appare dapprima semplicistica, ma con lo scorrere delle pagine ci si rende conto di quanto la scelta dell'autore sia stata misurata. Bonfanti non cade mai nell'errore di complicare la narrazione, con passaggi astrusi. Anche le cose più complesse da spiegare scivolano via leggere. Rari sono i passaggi in cui sarebbe stata necessaria una revisione più attenta.
   Il contro è che il romanzo risulta spesso privo d'atmosfera, quasi l'autore avesse voluto lasciare troppo all'immaginazione del lettore. E che il gusto della lettura, che viene in metà parte dallo stile, si perda nella frenesia del scene spezzettate.
   Proprio lo spezzettamento delle scene è un'altra questione di cui discutere. La narrazione, infatti, viene continuamente interrotta da salti di riga, come se nel bel mezzo di una scena al cinema vi fosse il classico passaggio al buio di un paio di secondi. Se nella maggior parte delle volte questo ha portato a un cadenzare felice, a tratti il lettore viene distratto, proprio per lo spezzettamento eccessivo, quasi che l'autore volesse sottolineare alcuni passaggi visivamente, oltreché linguisticamente. Nei casi infelici, sarebbe stato meno dannoso sottolineare con un paragrafo a sé stante, ma escludendo il salto riga e continuando la scena senza frantumarla.
   Quella di Bonfanti, insomma, appare come una scelta radicale, che può valergli il plauso di alcuni e lo sdegno di altri. Fin qui, però, nulla di nuovo. La mia personale opinione propende per una posizione di mezzo, come i pro e i contro individuati più sopra giustificano.

   Altra cosa è la storia, invece.
   Un manipolo assortito di personaggi, la cui originalità è soltanto parziale. Ottimi sono i draghi, evoluzione verso il "più piccolo, meno bestiale, ma comunque pericoloso" di quelli comunemente rinomati da Dragonlance in poi. La loro psicologia, dominata dall'istinto e da una sorta di pragmatismo feroce, è stata tratteggiata con abilità e risulta per certo la parte più godibile dell'intero romanzo. Buono il mago Aghon, la cui natura misteriosa è rimasta tale fino alla sua dipartita, restando perciò tale per sempre - cosa che, non nascondo, mi ha colpito piacevolmente. Buono il nano, che però era un nano e basta; da qui tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Simpatici anche i kenin, specie di gattoni, antropomorfizzati nel portamento e nell'interazione con gli altri personaggi, sebbene la loro caratterizzazione mi sia parsa a tratti un po' fosca - forse la cosa dipende dalla loro entrata in scena tardiva. Meno buoni, invece, gli Elfi, che forse per una ricerca dell'originalità sono parsi deboli, anche nella loro caratterizzazione, un po' altalenante, salvo poi avere dei picchi di protagonismo che collidevano con l'immagine che ci si era fatta fin lì.
   La trama, infine, è piuttosto lineare, priva di colpi di scena sbalorditivi, ma nel contempo non del tutto prevedibile. Quest'aspetto dell'opera è, a mio avviso, quello che influisce negativamente sul mio personale giudizio. Troppe situazioni sono state affrontate con una pianificazione sommaria - o così appare -, ancor più sottolineata da soluzioni efficaci, invece, che lo stesso autore ha saputo descrivere e narrare (esempio di queste ultime è tutta la parte del salto dalla scogliera e il seguente aggiramento a nuoto della retroguardia nemica). In realtà, resta il dubbio che forse tali scelte di trama fossero più che giustificate e che, invece, proprio la cifra stilistica, unita a un eccessivo incalzare degli eventi, portino il lettore a considerarle quantomeno azzardate. Il tutto, tirando le somme, appare come una lunga sequela di inseguimenti e combattimenti, in cui si inseriscono le parti migliori della narrazione... tutto ciò che inseguimento e combattimento non è.
   Da lodare, per terminare, il finale. Nessun colpo a effetto, nessuna banalità. Preciso, liscio, intelligente. Un giusto finale, equilibrato, come è difficile avere la forza di scrivere, resistendo alla tentazione di strafare.

   In conclusione, il romanzo è una piacevole lettura, che scorre bene verso valle, anche se in modo un po' indolore e incolore. L'autore ha buone capacità linguistiche, anche se si vorrebbe vederlo alla prova con qualcosa di maggiormente articolato. Anche l'inventiva è buona. Resta da scoprire se, pur non volendo svilire la sua personale cifra stilistica, la prossima opera lo vedrà maturare verso qualcosa di più letterario.

Voto: 5

   Nel panorama italiano, Daniele Bonfanti è una voce da tenere sott'occhio. Tuttavia, se paragonato ai volumi in circolazione, ha ancora un po' di strada da fare, prima di oltrepassare la soglia della sufficienza - oltre la quale non c'è limite alla crescita artistica. Manca, forse, soltanto un po' d'esperienza in più.

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© by Andrea D'Angelo

 

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