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Dario de Judicibus
La lama nera
edito in Italia da Armenia
Dario de Judicibus - La lama nera

   Primo di una trilogia, questo romanzo d’esordio di Dario de Judicibus è un ottimo inizio.
   L’autore di Brescia ha due qualità che mi fanno sperare bene per il (suo) futuro.
   In primo luogo ha un approccio serio al genere, come dimostra la solida ambientazione. Il mondo creato è credibile. La sua geografia è studiata, come sono studiati gli aspetti culturali a essa legati. Il retroterra storico è ben delineato. Le dinamiche politiche sono ragionevoli. Anche senza leggere le appendici, che considero un valore aggiunto – e una comodità a volte abusata –, il grosso lavoro di ideazione di de Judicibus emerge in modo chiaro.
   In secondo luogo, il bresciano ha una buona capacità d’introspezione. Il carattere e la psicologia del protagonista vengono sviluppati con intelligenza e nulla sembra forzato. A tratti, la prima parte del libro mi ha ricordato uno dei romanzi fantasy più riusciti tra quelli tradotti in Italia di recente, L’apprendista assassino di Robin Hobb.
   La storia è ben congegnata e si nota che le valide letture di de Judicibus hanno influito in modo positivo sulla sua visione della storia, che non si perde in fronzoli e procede spedita, cambiando direzione in modo coerente e a volte imprevisto.
   Le pecche, a mio avviso, sono tutte concentrate nella parte centrale del romanzo, quella in cui entrano in scena i due co-protagonisti di Aggart, il giovane mago e l’amazzone. Se de Judicibus ha dimostrato di avere capacità d’introspezione con il suo protagonista, in questa fase del romanzo ha dimostrato di non essere ancora padrone di una situazione in cui si muovono più personaggi di rilievo. I due nuovi compagni del protagonista, infatti, quasi sembrano parodie di se stessi. Non sono male, è giusto che dica, ma non hanno la metà dello spessore di Aggart. A tratti risultano abbozzati e finiscono per fare da spalla in modo caricaturale, con siparietti in parte divertenti e in parte ridicoli.
   La parte centrale del romanzo, inoltre, evidenzia una carenza tecnica presente sin dalle prime pagine del libro, ma che in precedenza non aveva impedito alla storia di essere godibile e d’invogliarmi a girare le pagine. I dialoghi scadono troppo spesso in continue forzature, utilizzate dall’autore per dare informazioni altrimenti sconosciute al lettore. Se alcune possono essere giustificate dall’ignoranza di questo o quel personaggio, la maggior parte sono goffe e rendono i dialoghi inverosimili. Di contro, ho trovato funzionali e ben scritte le spiegazioni del narratore; sono molte, ma necessarie e non appesantiscono la lettura. Mi chiedo perché l’autore si sia lasciato traviare dalla presenza di più personaggi, facendoli parlare a volte come appendici esplicative, anziché continuare sulla buona strada utilizzata nella prima parte del romanzo.
   La parte centrale, inoltre, scade anche per quanto riguarda la vicenda. La sensazione che si prova è di fretta. Accadono troppe cose, personaggi importanti vengono trascurati e si muovono come pallide ombre bidimensionali. Capisco la prospettiva dello scrittore, di certo frutto di una scelta consapevole, ma il lettore non deve avere l’impressione che la storia sia raccontata in modo approssimativo.
   A dimostrazione dei vizi e delle virtù di questo esordio, la parte finale del romanzo torna sui buoni livelli di quella iniziale, proprio perché il protagonista rimane solo. Considerando ciò che l’aspetta, guardo con fiducia all’uscita del secondo romanzo.
   La mia personalissima sensazione è che Dario de Judicibus abbia tutte le carte in regola per migliorarsi e darci delle soddisfazioni (ed è la prima volta che affermo questa cosa così convinto, dopo aver letto un romanzo fantasy italiano). La sua scrittura è pulita e scorrevole, anche se non particolarmente elegante. Il suo approccio alla storia è ottimo, poiché non dà spazio al superfluo (non se ne può più di questi stranieri che ci propinano prolissità a caro prezzo!). Le sue idee sono valide e non disdegna i colpi di scena. La sua sensibilità, infine, rende godibili le parti più introspettive.
   Un ringraziamento sentito all’Armenia, che ha curato il volume, inserendo una bella mappa (ben due, invero!) e le appendici, senza badare a risparmi idioti – che hanno il solo effetto d’infastidire i lettori. Discorso a parte per la copertina, che poteva essere migliore – e non di poco – ma che ha un suo valore, in quanto originale e corrispondente al contenuto del romanzo. Se ripenso a quelle rifilate ai capolavori di Steven Erikson – quella specie di bricolage realizzato a partire da vecchie illustrazioni Armenia (mi si permetta, orrende!) –, Dario de Judicibus può considerarsi fortunato.
   Onore all’Armenia, nella speranza che la prefazione denunci l’alba di un nuovo giorno per gli inediti italiani. Ve ne sono di talentuosi, Dario de Judicibus ne è la prova, e quindi meritevoli di spazio e considerazione.

Voto: 5

   Nonostante quanto detto, inquadrando l'opera nel panorama generale delle pubblicazioni fantasy in Italia, il testo non va oltre l'insufficienza. Le pecche elencate sono piuttosto evidenti. La parte centrale è responsabile della bocciatura. Non è accettabile che l'editing abbia approvato un simile, infelice sviluppo. Le parti migliori del romanzo avrebbero meritato, invece, una sufficienza piena.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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