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Steven Erikson
Memories of ice
edito in Italia da Armenia come Memorie di ghiaccio
Steven Erikson - Memories of Ice

   Ricordo che, nel luglio del 2004, riscoprii il genere fantasy.
   I giardini della luna, romanzo d’esordio di Steven Erikson, mi riconciliò col mondo, seppur con qualche riserva. In seguito, scoprii con stupore che proprio le prime duecento pagine, che mi avevano letteralmente folgorato, venivano giudicate ostiche dalla maggior parte dei lettori italiani (la parte peggiore del romanzo, che per me era stata la migliore).
   Oltreché stupito, ero piuttosto perplesso. Comprendevo le difficoltà di alcuni: tanti personaggi, dialoghi che sottintendevano molte cose, lasciando all’oscuro il lettore, gettato di peso nel bel mezzo di un’ambientazione complessa. Eppure l’abilità con cui tutto era costruito ad arte, unita all’affiorare di una strisciante attenzione ai più insignificanti particolari, a me sembrava significativo: stavo stringendo in mano un libro dal valore grezzo inestimabile.
   Chiunque sia arrivato a questo punto della saga, all’epilogo di Memorie di ghiaccio, credo ormai non dubiti più circa il genio creativo di Steven Erikson.
   Il suo è, a mio modesto parere, il modo nel contempo più soddisfacente e onesto (nei confronti dei lettori) di costruire una saga. Tutto è intrecciato e i singoli libri concludono se stessi, senza ultimare il disegno generale. È evidente che questo modo di procedere è rischioso. O si comincia in modo brusco, sperando che il lettore non consideri il racconto sconclusionato, o si comincia in modo graduale, sperando che il lettore non consideri il racconto lento e inconcludente.
   Steven Erikson è stato coraggioso. Più coraggioso di lui è stato il suo editore, che pubblicando I giardini della luna ha rischiato grosso. Saper distinguere un autore di razza, riconoscere il talento grezzo, alla lunga, ripaga.

   Memorie di ghiaccio è un capolavoro. Senza mezzi termini. Va di molto oltre ciò che era I giardini della luna, che si perdeva nel finale, ed è un gradino sopra all’eccellente La Dimora Fantasma.
   Daniele Urso, su FantasyMagazine.it, ha scritto: «[...] non sono uno scrittore fantasy, ma se lo fossi Memories of Ice è il libro che mi sarebbe piaciuto scrivere».
   Io sono uno scrittore di fantasy, Daniele, e mi sono commosso e appassionato come non mi capitava da anni. A dir il vero, mi ero già commosso e appassionato al secondo capitolo di questa stupefacente saga che sono i Libri Malazan dei Caduti (a proposito dell’errata traduzione del titolo della saga, direi che l’errore, al termine di questo terzo voluminoso romanzo, pesa ancora di più).

   Steven Erikson è, a mio avviso, il più grande tra gli scrittori di fantasy attivi ai giorni nostri (e che la Natura sia lodata se ce n’è qualcuno altrettanto o più grande che non ho ancora letto!). Non ce n’è per nessuno. Tecnicamente, qualcuno è più bravo di lui... ma il divario creativo è tale che ritengo nessuno possa competere.
   Questa è la narrativa fantasy del presente.
   Steven Erikson unisce a una creatività debordante l’ambizione di non limitarsi e, quindi, di costruire e narrare qualcosa di mastodontico – cosa che sta compiendo con forza d’animo notevole, a un ritmo che dovrebbe far impallidire autori come Robert Jordan e George Martin –. E a tutto questo unisce, cosa fondamentale, una capacità di sintesi che è rara.
   Non fatevi fuorviare dal volume dei suoi libri: sono un tale concentrato, tanto rapidamente procede la storia in essi raccontata, che spesso costringono a pause di lettura tra una scena e l’altra, per assimilare ciò che si è appena letto. Il finale di questo Memorie di ghiaccio, ad esempio, è un susseguirsi di scene che toccano il cuore, commuovono, divertono, stupiscono e, nel contempo, mettono tutto a posto con pochi, magistrali paragrafi.
   Mi ripeto, non c’è nulla di simile in circolazione.
   La critica che più spesso viene mossa a Steven Erikson è che i suoi personaggi siano mal caratterizzati, siano pennellati in modo superficiale. Non sono d’accordo: è stata fatta una scelta, a monte. Lo si capisce bene, se non si è prevenuti. Tutto è in rapporto al loro numero. Proprio le scene finali di questo terzo libro denunciano la via scelta, circa la caratterizzazione: Steven Erikson lascia parlare i fatti. Molti personaggi acquisiscono uno spessore straordinario grazie agli eventi che hanno vissuto, al loro modo di agire e reagire, pur mostrando pochi tratti di sé in modo diretto (e in questo Steven Erikson applica alla perfezione la prima regola di ogni buon scrittore: mostra, non dire). Il problema, semmai, è saper cogliere le sfumature, i piccoli gesti... insomma, i particolari cui accennavo sopra. Il che presuppone che chi legge sia desto, attento e abbia buona memoria. Una scelta, per l’appunto. Chiedere tutto ciò al lettore, proponendogli narrativa d’intrattenimento, a volte è chiedere troppo.
   Ma è Steven Erikson un autore di mera narrativa d’intrattenimento? Secondo me, no. E sempre, sia chiaro, col grande rispetto che ho per l’intrattenimento intelligente che i romanzi costituiscono (in un’epoca in cui la deficienza della televisione domina). Non è mero intrattenimento, perché Erikson fa riflettere sulla natura umana e sul mondo, di riflesso al suo senso del meraviglioso, soltanto apparentemente distante dalla nostra realtà.
   In tutto questo, come ciliegina su una ricchissima torta, si inserisce una visione poetica degli eventi, che il titolo esemplifica bene. Memorie di ghiaccio. Chi ha letto questo volume e ha assistito a una certa pioggia, capisce.

   Da oggi in avanti, se qualcuno mi chiedesse un consiglio su un libro fantasy da leggere, non avrei dubbi. Oh, che azzardo! Lo dico e lo ribadisco: si cominci con Steven Erikson, da I giardini della luna. Senza esitazione! Questa è fantasy al suo massimo.
   Impariamo a osare e a far osare il prossimo. Noi che siamo considerati un po’ buffi e un po’ dissociati, affetti dalla sindrome di Peter Pan... noi sappiamo bene che il genere fantasy richiede grandi capacità d’immaginazione e d’immedesimazione.
   Steven Erikson sublima queste capacità.
   E se se ne esce vivi... che esperienza!

   Sono infinitamente grato a questo grandissimo autore, perché in un certo senso mi ha resuscitato. Una cosa fra lui e me, s’intenda, che non è il caso di spiegare qui. Ora attendo solo di conoscerlo, un giorno o l’altro, per ringraziarlo a quattr’occhi e dirgli: «La vita è difficile, Steven, avevo perso il sentiero. Grazie per avermi preso a calci e pugni: l’ho ritrovato!»

Voto: 8.5

   Inutile commentare oltre. Questo terzo romanzo di Steven Erikson si merita un voto molto alto. Meno di nove, perché voglio credere l'autore abbia sensibili margini di miglioramento, nonostante la prova eccezionale.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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