La spada si abbatté sullarbusto
con la violenza del furore. I rami si spaccarono, schegge
di legno volarono dappertutto, trafiggendo le foglie
che con esse cadevano tuttattorno. La sporca chioma
castana esplose in quel movimento.
Avrei dovuto ammazzarlo io questo
vigliacco! Tuonò Deowar, gonfiando tanto
le vene nel suo collo quanto i muscoli delle sue braccia:
reclamava a gran voce il suo diritto al comando. Chi
è stato?! Sputò quella domanda assieme
alla bava della rabbia, stringendo lelsa della
spada a due mani con impazienza.
Non mi piace stare in silenzio
soltanto per compiacerti. Kurda fissò il
gelo del suo sguardo su Deowar. Questi si pulì
la bocca e mosse verso di lui. Hai fame?
Sogghignò Kurda, sguainando la spada a due mani
appesa dietro la schiena.
Mangerò la tua lingua
quando avrò finito, traditore.
Le lame dei due possenti guerrieri
si incrociarono, sprizzando scintille che parevano venire
dalle fucine stesse in cui erano state forgiate. Cupe
ombre si addensarono su quella radura, nonostante i
bagliori dello scontro. I restanti tre guerrieri del
gruppo osservarono, facendosi da parte in silenzio,
consci che da quello scontro sarebbe uscito il nuovo
capo.
Il vecchio, invece, giaceva riverso
al suolo, trafitto nel sonno da uno dei suoi stessi
compagni per aver osato troppo.
Kurda fece per parare un greve fendente
verticale, ma dinanzi agli occhi stupiti di Deowar lasciò
scivolare la le due lame una sullaltra fino a
terra, schivando di lato. Poi alzò le braccia
verso lalto e squarciò il cuoio e la carne
dellavversario.
Deowar si accasciò, sputando
saliva mista a sangue.
Kurda gridò, alzando lo spadone
sopra il capo, la fronte imperlata di sudore, i capelli
rossi ad essa appiccicati simili a rivoli di sangue.
Il vento sferzò ancora quelle
lande immerse nellautunno. Il grigio delle cortecce
di quella macchia prevalentemente arbustiva era la tela
su cui i vividi colori gialli e arancio e rossi del
fogliame disegnavano le loro forme. Qualche goccia di
pioggia raggiunse il terreno, lasciandosi alle spalle
il cielo sorcigno, che come un manto uniforme dallapparenza
piatta, privo di prospettiva, vestiva il mondo di ombre
impercettibili.
Guarda il tuo sangue, Deowar,
guardalo: è tutto ciò che rimane di te.
Commentò gelido Kurda. Forte e stupido,
come un bue. Gli sputò in faccia.
E la risposta non si fece attendere,
tanto repentina da coglierlo di sorpresa. La spada a
due mani di Deowar lo trafisse da parte a parte tanto
fortemente venne scagliata, restando impigliata nel
suo corpo come un pezzo di stoffa in un cespuglio di
rovi.
Kurda non riuscì più
a dire o a fare alcunché. Crollò al suolo,
rantolando respiri patetici.
Deowar sputò grumi di sangue,
facendo comparire sul volto la parodia di un sorriso.
Forte e stupido come un bue...
e la tua lingua sarà mia... provò
a trascinarsi verso il nemico oramai morente. Lenorme
ascia bipenne si abbatté sul suo cranio squarciandolo
in due. Quindi roteò su se stessa e calò
di nuovo tranciando di netto il collo di Kurda.
Basta con queste idiozie di
buoi e lingue. Parlò calmo Uthom, pulendo
lascia sui vestiti di Kurda. Quello che
conta è la pazienza.
I restanti due uomini non fecero una
piega.
Non toccateli: che muoiano nelle
vesti in cui sono vissuti. Ora cacciamo qualcosa di
commestibile. E mettendosi lascia sulla
spalla voltò loro le spalle, consapevole di averli
in pugno. In cinque erano stati troppi per essere affrontati
a viso aperto, ma gli era bastato un rapido assassinio
notturno per eliminarne tre senza subire un solo graffio.
Quello che contava, contrariamente
a ciò che aveva detto, era saper mostrare al
prossimo una menzogna come una verità. E gli
uomini, lo sapeva, preferivano le belle verità...
ossia delle menzogne mascherate.
In fondo i due alle sue spalle parevano
felici di seguire il loro futuro assassino.
Ghignò, crogiolandosi nella
verità celata: non era un assassino, era un sicario.