.:  I racconti

.:  Il mattino della rugiada
.:  La caccia
.:  Da me a te
.:  Il volo
.:  Il cavaliere
.:  Una bella verità
.:  Il sentiero del non-ritorno
 
 

 

Una bella verità

   La spada si abbatté sull’arbusto con la violenza del furore. I rami si spaccarono, schegge di legno volarono dappertutto, trafiggendo le foglie che con esse cadevano tutt’attorno. La sporca chioma castana esplose in quel movimento.
   “Avrei dovuto ammazzarlo io questo vigliacco!” Tuonò Deowar, gonfiando tanto le vene nel suo collo quanto i muscoli delle sue braccia: reclamava a gran voce il suo diritto al comando. “Chi è stato?!” Sputò quella domanda assieme alla bava della rabbia, stringendo l’elsa della spada a due mani con impazienza.
   “Non mi piace stare in silenzio soltanto per compiacerti.” Kurda fissò il gelo del suo sguardo su Deowar. Questi si pulì la bocca e mosse verso di lui. “Hai fame?” Sogghignò Kurda, sguainando la spada a due mani appesa dietro la schiena.
   “Mangerò la tua lingua quando avrò finito, traditore.”
   Le lame dei due possenti guerrieri si incrociarono, sprizzando scintille che parevano venire dalle fucine stesse in cui erano state forgiate. Cupe ombre si addensarono su quella radura, nonostante i bagliori dello scontro. I restanti tre guerrieri del gruppo osservarono, facendosi da parte in silenzio, consci che da quello scontro sarebbe uscito il nuovo capo.
   Il vecchio, invece, giaceva riverso al suolo, trafitto nel sonno da uno dei suoi stessi compagni per aver osato troppo.
   Kurda fece per parare un greve fendente verticale, ma dinanzi agli occhi stupiti di Deowar lasciò scivolare la le due lame una sull’altra fino a terra, schivando di lato. Poi alzò le braccia verso l’alto e squarciò il cuoio e la carne dell’avversario.
   Deowar si accasciò, sputando saliva mista a sangue.
   Kurda gridò, alzando lo spadone sopra il capo, la fronte imperlata di sudore, i capelli rossi ad essa appiccicati simili a rivoli di sangue.
   Il vento sferzò ancora quelle lande immerse nell’autunno. Il grigio delle cortecce di quella macchia prevalentemente arbustiva era la tela su cui i vividi colori gialli e arancio e rossi del fogliame disegnavano le loro forme. Qualche goccia di pioggia raggiunse il terreno, lasciandosi alle spalle il cielo sorcigno, che come un manto uniforme dall’apparenza piatta, privo di prospettiva, vestiva il mondo di ombre impercettibili.
   “Guarda il tuo sangue, Deowar, guardalo: è tutto ciò che rimane di te. ” Commentò gelido Kurda. “Forte e stupido, come un bue.” Gli sputò in faccia.
   E la risposta non si fece attendere, tanto repentina da coglierlo di sorpresa. La spada a due mani di Deowar lo trafisse da parte a parte tanto fortemente venne scagliata, restando impigliata nel suo corpo come un pezzo di stoffa in un cespuglio di rovi.
   Kurda non riuscì più a dire o a fare alcunché. Crollò al suolo, rantolando respiri patetici.
   Deowar sputò grumi di sangue, facendo comparire sul volto la parodia di un sorriso.
   “Forte e stupido come un bue... e la tua lingua sarà mia...” provò a trascinarsi verso il nemico oramai morente. L’enorme ascia bipenne si abbatté sul suo cranio squarciandolo in due. Quindi roteò su se stessa e calò di nuovo tranciando di netto il collo di Kurda.
   “Basta con queste idiozie di buoi e lingue.” Parlò calmo Uthom, pulendo l’ascia sui vestiti di Kurda. “Quello che conta è la pazienza.”
   I restanti due uomini non fecero una piega.
   “Non toccateli: che muoiano nelle vesti in cui sono vissuti. Ora cacciamo qualcosa di commestibile.” E mettendosi l’ascia sulla spalla voltò loro le spalle, consapevole di averli in pugno. In cinque erano stati troppi per essere affrontati a viso aperto, ma gli era bastato un rapido assassinio notturno per eliminarne tre senza subire un solo graffio.
   Quello che contava, contrariamente a ciò che aveva detto, era saper mostrare al prossimo una menzogna come una verità. E gli uomini, lo sapeva, preferivano le belle verità... ossia delle menzogne mascherate.
   In fondo i due alle sue spalle parevano felici di seguire il loro futuro assassino.
   Ghignò, crogiolandosi nella verità celata: non era un assassino, era un sicario.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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