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Da me a te

   La notte li raggiunse nel vicolo ed essi si avvolsero in essa, quasi fosse un mantello di fine seta color ebano. Nei campi, la nebbia cominciò ad alzarsi dal terreno, coprendo i frutti del duro lavoro con una patina di stille, che simile ad un enorme sciame d’insetti si riversò nel paese, attaccandosi al legno levigato degli infissi, alle travi dei tetti e dei porticati, al ferro battuto delle lanterne e delle grate alle finestre... impregnando le guaine delle loro due spade.
   Darthonn non era un posto tranquillo in cui vivere. Forse lo era stato, all’inizio, quando poche famiglie che usavano sostentarsi lavorando la terra si erano stabilite in quel piccolo lembo delle Lande Orientali. Ma era situato ad est di un’estesissima zona impervia, che culminava al suo centro in una alta e fredda catena montuosa su cui si erano appollaiati alcuni nevai ed un ghiacciaio, tutti restii ad andarsene. Pochi attraversavano quel granitico ostacolo naturale e solitamente poiché stavano scappando da qualcuno o dal loro stesso passato. E Darthonn, difficilmente raggiungibile, era divenuto pian piano un covo di reietti ed assassini, mescolatisi alla brava gente subdolamente.
   I conti tornano sempre. Usava commentare il suo maestro... ecco perché Darthonn non era un posto tranquillo. Ciò da cui quei malviventi fuggivano prima o poi li raggiungeva. Il passato, gli aveva detto una sera il suo maestro, è tutto fuorché qualcosa di finito... ed è implacabile. Poi, qualche mese più tardi, lo aveva avvertito. Non lasciare mai nulla d’inconcluso, aveva sussurrato roco, come soleva spesso, poiché un giorno o l’altro dovrai necessariamente tornare sui tuoi passi... e non sempre riesce facile. E lui seppe che stava riferendosi a quanto aveva asserito sul passato.
   Mentre pensava questo, North attendeva alle spalle del suo maestro, celato tra le ombre di quel vicolo. Il cuore batteva nel suo petto appena più rapidamente del normale; durante gli ultimi sei anni di istruzione aveva imparato, per quanto fosse possibile, a controllare le proprie emozioni quando si univa al Maestro in una missione. E si era spesso domandato se l’uomo che aveva fedelmente seguito in quel lungo tirocinio fosse capace di appiattire le emozioni sino a farle divenire insignificanti. Forse... a giudicare dal modo in cui agiva: nulla andava mai diversamente da come aveva previsto con la freddezza che soltanto un sicario poteva avere.
   Il Maestro, di cui non conosceva e mai avrebbe conosciuto il nome, aveva ricevuto una somma piuttosto cospicua per scovare ed uccidere un uomo, il cui soprannome era Laccio. A quanto pareva, la loro preda era un assassino da quattro soldi che era solito sgozzare le sue vittime con un laccio di cuoio, tutte donne, dopo averle violentate e derubate. Sfortunatamente per lui, una notte di due mesi prima, la sua vittima era stata la figlia di un ricco commerciante, le cui conoscenze comprendevano alcuni influenti membri delle Gilde Scure.
   Così il suo maestro era stato assoldato e, come sempre, pagato anticipatamente: non era mai successo che fallisse.
   North vide l’uomo dinanzi a lui alzare il capo; scrutava il cielo, appena visibile per via della nebbia. Quindi, con gesti morbidi, questi immerse la testa nel cappuccio della cappa e lui lo imitò. Senza dire una parola, non parlava mai quand’era in azione, uscì dal vicolo. Si mossero rapidi, attraversando silenziosi l’intera piazza, sfiorando la pietra fredda del profondo pozzo al suo centro. La bruma si fece più fitta, tanto alta da sommergere l’intero paese: era un buon tempo per agire, sebbene per certi aspetti insidioso.
   Girarono attorno all’edificio, la piccola ed unica taverna di Darthonn. Il retro era ancora illuminato da due lanterne, perciò il posto migliore per salire restava il fianco della costruzione, da cui occhieggiavano soltanto due finestre, buie come gli incavi d’un teschio. La grondaia arrugginita, consueta amica in quelle situazioni, saliva sbilenca e li fissava silente. Il Maestro gli fece un cenno: doveva salire dopo di lui, dopo che si era infilato nella stanza della preda.
   L’uomo si arrampicò, in quel modo che dapprincipio aveva giudicato strano; permetteva di non forzare troppo la grondaia e di non far chiasso. Giunto all’altezza delle finestre, balzò di lato, penetrando il muro di tenebra che celava la meta di quel lungo viaggio che li aveva portati tanto ad oriente. Aguzzò l’udito: nulla. Dopo qualche secondo prese a salire.
   Fu allora che sentì l’inconfondibile rumore di una colluttazione. Si allarmò: mai il Maestro commetteva l’errore di uccidere facendo quel fracasso. Oramai agile quanto chi lo aveva istruito giunse all’altezza della finestra. Nella stanza tutto era nuovamente silenzioso.
   Penetrò, sicuro dei propri movimenti e si cucciò istintivamente, un attimo prima che la lama di un coltello gli perforasse la gola. L’arma si piantò nel muro con un secco schianto. Agì d’impulso, tuffandosi oltre il letto sfatto e deserto. Atterrò con una capriola dall’altra parte della stanza. La vista si abituò al buio rapidamente, avvezza dopo sei anni di pratica sempre più efficace e fruttifera. Fu così che scorse tre sagome: una in un angolo, immobile; la seconda in piedi di lato alla finestra, che lo minacciava con un coltello da lancio; la terza... no! Era il Maestro, disteso per terra, immoto.
   La seconda delle due figure in piedi si mosse in modo appena percettibile. Anziché schivarsi balzando di lato, lo fece abbassandosi e gettandosi in avanti, sulla pancia. Da terra, come soltanto il suo maestro sapeva fare, lanciò un coltello, che si conficcò all’altezza del cuore di quell’uomo che aveva cercato di assassinarlo... senza riuscirvi.
   Con movimenti impacciati, sebbene con grande furia, l’altra figura tentò con la propria spada di infliggergli un colpo mortale. Ma lui fu più veloce ed il fendente spaccò il legno del pavimento. Con un potente calcio fratturò all’uomo la tibia. Rialzandosi fulmineo, carico d’adrenalina ma lucido, estrasse un secondo coltello e lo piantò sotto le costole dell’uomo, che rantolando stramazzò al suolo.
   “Maestro...” sussurrò, avvicinandosi al corpo inerte.
   “Ti ho insegnato bene...” parlò l’altro e terminò la frase con un colpo di tosse, che sputò del sangue sul viso di North.
   “Maestro, ora ce ne andremo.”
   “No!” Riuscì ad essere autoritario l’uomo, sebbene il suo petto fosse squarciato da una ferita mortifera. “Sii sempre lucido... non farti sopraffare dalle emozioni...” lo biasimò.
   “Questa volta comando io le operazioni.” Si rifiutò di ascoltare, cocciuto.
   “Se vuoi morire.” Lo fissò il Maestro e North sentì una lama pungergli lo stomaco. Allora, scosso dal gesto, ansimante per la lotta appena conclusa e madido di sudore... allora comprese.
   “Porta la testa di quel miserabile e... prendi... tutte le mie monete: te le sei guadagnate.” Gli disse.
   “Lo farò.” Tornò lucido North, conscio che il Maestro, oramai, era destinato a morire. “Chi era?” Chiese infine, riferendosi all’uomo con i coltelli, lo stesso che aveva inferto quella ferita letale al suo maestro. Il secondo uomo che aveva ucciso era troppo lento ed impacciato per esservi riuscito.
   Il Maestro tentò di sorridere; tuttavia ghignò mentre una smorfia di dolore gli torceva il volto.
   “Colui che ho istruito prima di te...” e venne subito colto dopo da un forte accesso di tosse. North s’incupì.
   “I conti tornano sempre.” Sussurrò, amareggiato.
   “È un passaggio, North...” parlò ancora l’uomo, “ti ho passato tutte le mie conoscenze... ed in un certo senso hai dovuto fare i conti con il mio passato, sconfiggendolo.”
   “Quanto del tuo passato?”
   “Prima di te ho istruito soltanto una persona... mio figlio, orfano di sua madre.”
   North non disse niente e tentò di pensare a cosa significasse tutto questo.
   “La vita che è in me è fluita in te, North... da me a te, North... ricordalo e fai buon uso di ciò che hai imparato oggi.”
   “Non riesco a comprendere, Maestro.” Corrugò la fronte mentre un aspro corruccio gli comparve sul volto.
   “Da me a te, North.... da me a te...” ed il Maestro sbarrò gli occhi, fissandolo in volto per l’ultima volta.
   Da me a te... pensò. Cosa voleva dire?

   Qualche tempo dopo bussò alla porta della grande fattoria del commerciante che aveva assoldato il suo defunto maestro. Avvolto nella sua cappa verde cupo, attese qualche secondo prima che l’uscio si spalancasse verso l’interno.
   “Questa è la tua nemesi.” Disse e si allontanò. L’uomo comparso sulla soglia aperse il pacco ai suoi piedi, quindi, dopo qualche istante, lo chiamò. North si girò, con flemma: aveva imparato che mostrare fretta non era mai saggio.
   “Perché queste monete, ragazzo?”
   “L’uomo da te assoldato è morto e con lui l’interesse per quella ricompensa.”
   “Tu mi porti la testa dell’assassino di mia figlia: prenditi la ricompensa.”
   Allora North tornò sui suoi passi ed abbassatosi il cappuccio sulle spalle, rivelando il suo volto ad un estraneo per la prima volta in sei anni, fissò l’uomo con fermezza.
   “In vita, il mio maestro m’ha insegnato chi è e cosa fa un sicario. Ma è stato in punto di morte che ho appreso il suo più grande insegnamento: un sicario odia la vita.”
   “Perché dici questo, ragazzo?”
   “Chi odia la vita è perché in passato l’ha amata più d’ogni altra cosa al mondo.” Lo fissò ancora North. “Amavi tua figlia e questa è la tua nemesi. Non sono stato e non sarò mai il sicario di qualcuno.”
   “Eppure mi porti la testa dell’assassino di mia figlia.” Lo contrastò l’uomo.
   “Da me a te, buon uomo...” rimase serio North, “il passato è tutto fuorché qualcosa di finito. Ed è implacabile.” Il commerciante socchiuse gli occhi.
   “Da me a te?”
   “Da me a te, buon uomo: hai avuto la tua nemesi.” Disse. “Ora puoi nuovamente amare la vita?” La figura sulla porta rimase in silenzio per qualche istante, quindi chinò il capo; una lacrima corse lungo il suo viso e si gettò a capofitto verso il suolo.
   “No.”
   “Da me a te, buon uomo: io ho concluso.”
Allora North si girò e non rivide mai più quell’uomo, che reggendo la testa di un assassino pensava alla povera figlia defunta. E strada facendo, negli anni a venire, ripensò spesso al Maestro, che come un avaro aveva tenuto per sé l’insegnamento più importante fino a quando la morte non era venuta a prenderlo con le sue membra scheletriche ma forti.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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