Nei graffiti dei Finnici vi sono
segni di cerimonie sciamaniche.
Ciò abbraccia lidea di anime in contatto
luna con laltra.
In accordo con quanto detto sopra,
sia gli uomini che gli animali avevano degli Spiriti
Guardiani.
Questi spiriti venivano contattati durante le cerimonie,
prima e dopo la caccia, dallo sciamano.
Il rito doveva assicurare il successo della caccia
Iniziò a salmodiare, con
voce bassa, un lamento malinconico.
La foresta era illuminata dalla luce
della luna. I raggi argentei filtravano attraverso la
rada nebbia che era salita dal terreno sin dal crepuscolo
e tingevano il paesaggio di sfumature blu, quasi la
terra su cui sedeva fosse il fondo di un oceano sconosciuto.
Laria stessa, quella notte, pareva più
spessa, pregna di misteri insondati e di moniti inespressi.
Ma lui sapeva, conosceva i perché
di quei vaghi sentori, comprendeva le ragioni dellattesa
che era calata in quel brandello di mondo. La fauna
e la flora attendevano in silenzio, sebbene non immote,
poiché i merli saltellavano nel sottobosco e
gli scoiattoli balzavano di ramo in ramo, poiché
le fronde ondeggiavano al passaggio della brezza di
terra.
La vita attendeva.
E lui sapeva.
Tuttavia non era il solo consapevole.
Il pullulare della foresta, il risveglio degli animali
notturni ed il dormiveglia delle piante, scrutava quel
punto con nervosismo, restando ai margini della radura.
La vita attendeva.
E lui sapeva cosa: la morte.
Il suo viso fronteggiava il fuoco
da campo che aveva acceso e ravvivato per sei giorni,
evitando che si spegnesse e che le sue lingue divenissero
troppo basse. Come il rito gli imponeva aveva utilizzato
soltanto rami rinsecchiti dallalito del tempo.
Aveva circoscritto il falò con sei pietre bianche,
sei pietre rosse e sei pietre nere, alternando un colore
allaltro; nonostante i varchi tuttaltro
che stretti lasciati nel circolo, le fiamme non avevano
mai osato fuoruscirne in sei lunghi giorni. Sei volte
al giorno aveva salmodiato ed ogni singola volta aveva
ripetuto per sei volte la stessa cantilena, con un tono
basso e privo di inflessioni, carico e pesante. Ed al
termine di ogni veglia, cioè al culmine di ogni
notte, quando il buio era più buio ed il torpore
sul suo corpo più diffuso, si era inciso con
la brace ardente un simbolo di potere. Al centro dello
stomaco il primo, la Fame che dà Energia; sulla
spalla sinistra il secondo, la Follia della Ragione;
sulla spalla destra il terzo, la Violenza della Forza;
sulla gamba destra il quarto, il Declino dovuto al Tempo;
sulla gamba sinistra il quinto, la Paralisi dellEquilibrio.
E, presto, il sesto ed ultimo: il Richiamo.
Salmodiò... una, due e tre
volte... e quattro e cinque...
Sazi la mia fame
Spenga la mia follia
Plachi la mia violenza
Arresti il mio declino
Annienti la mia paralisi
Atodher venga al mio richiamo
...sei.
La cantilena si spense tra i fusti
degli alberi, scivolando lontano. Aprì gli occhi,
concentrato. Immerse la mano guantata e lavambraccio
nudo tra le fiamme e preso un carbone ardente se lo
portò alla fronte, respirando con regolarità,
profondamente. Il tizzone segnò la pelle con
sei tratti curvi, come le precedenti cinque volte. La
lentezza della mano sarebbe parsa esasperante a chiunque,
uninutile sofferenza. Nondimeno il rito lo imponeva
e nel torpore al culmine della notte ciò era
sopportabile.
Il rito era stato completato.
Ora avrebbe atteso anche lui... non
molto.
I lunghi capelli mori, striati dargento,
gli ricaddero oltre le spalle, incorniciando il volto
segnato dalle stagioni. Gli occhi castani fissarono
il fuoco, fermi, vigorosi sul quel volto che era stato
delicato e che soltanto le sofferenze avevano indurito.
Sintravedeva la bellezza dun tempo, leffimera
traccia delle fattezze dun giovane a cui i propri
natali erano sempre stati stretti.
Ed aveva agito affinché le
eredità ancestrali non piombassero sul suo capo
come il destino imponeva sin dal Principio. Si era rifiutato,
aveva voltato le spalle alla dottrina, aveva cinto di
mura insuperabili la sua mente ed aveva lasciato fuori
il resto del mondo, barricandosi in se stesso per sopravvivere.
Nelletà della ragione era stato cacciato
dalle foreste occidentali che giungevano fino al Mare
delle Luci, su al Nord, verso il Grande Gelo. Allora
aveva viaggiato, pieno di vigore per la tanto agognata
libertà, incurante di essere stato rinnegato.
Da chi, in fondo? Da un gruppo di stolti saccenti al
cui confronto un branco di lupi sembravano saggi di
epoche remote? Stolti... Ed un giorno aveva raggiunto
le foreste orientali, fermandosi sul ciglio di uno strapiombo
da cui aveva scrutato un paesaggio sterminato di laghi
e conifere. Un buon posto, sebbene legato alla dannata
patria da un lembo di terra troppo largo per i suoi
gusti; ma in fondo, così a sud, era protetto
da un mare troppo vasto per essere solcato da creature
di bosco.
Lì nessuno lavrebbe braccato.
"È passato molto tempo
dallultima volta che è stato commesso questo
errore."
Distolse lo sguardo dalle fiamme e
fissò oltre esse, verso il buio che circondava
la radura. Ma no... lo spirito sarebbe comparso vicino
al fuoco... dovera? Perché non lo vedeva?
Conosceva i grossi rischi di quellinvocazione
e li aveva accettati, eppure lunghi brividi ghiacciati
gli corsero lungo la schiena.
"Io non sono un Guardiano."
Continuò la voce, calma e gelida al tempo stesso.
"Non vi è alcun errore
in questo." Rispose.
"Curioso: da molto tempo nessuno
mi contraddice." Ancora la figura non si vedeva.
"Se non è la prima volta...
quale sarebbe il problema?" Ribatté, attendendo
con crescente inquietudine la materializzazione dello
spirito.
"Ora basta." Parve stufarsi
la voce. Unimmagine tremolò al di là
del fuoco e pian piano si delinearono i contorni di
un essere alto un paio di metri, dalle spalle ampie
su cui aveva gettato una cappa color nero. Stava a braccia
conserte. "Di ciò che ritieni debba
essere detto."
"Non vi è alcun errore
in questa invocazione, Atodher. Il rito è complesso
e lungo... nessuno lo completerebbe senza essere consapevole..."
"Ho detto basta. Mi hai fatto
tornare tra i mortali per aver ragione oppure vi sono
delle ragioni?" La figura fu finalmente completa,
sebbene paresse incorporea; il volto era nascosto da
un ampio cappuccio che scendeva sino alla bocca sottile
e poco pronunciata.
"Sei stato convocato per propiziare
una caccia."
"È stato commesso un errore,
dunque... avevo ragione." Parve beffeggiarlo la
figura; eppure dal suo tono non trapelava alcun divertimento.
"Non sei un Guardiano... non
vieni mai chiamato per propiziare la caccia... sei un
Demone, per lesattezza uno dei Graglun, i Signori
delle Lande Neglette, in cui i Morti vivono... e la
tua sfera dinfluenza è il mondo sotterraneo
cui appartieni." Disse.
"Ora riconosco le tue fattezze,
Elfo. Non altra razza potrebbe sapere esattamente chi
sono. Quale maledizione ha reso la tua pelle scura ed
il tuo volto rude? Qual è il tuo nome?"
"Due domande, due risposte. La
libertà, se puoi ritenerla una maledizione. E
non ho più un nome; se vuoi, chiamami Sciamano."
"Un Elfo che non decanta il suo
nome e che usa pratiche sciamaniche? A volte perfino
il Mondo Terreno accantona la sua banalità. Ma
ancora non comprendo questa chiamata, Elfo." Il
Demone lo derideva, usando di proposito il nome della
razza che laveva rinnegato e che lui stesso aveva
bandito dai suoi affetti.
"La tua sfera dinfluenza
è il mondo sotterraneo e comandi sui Morti."
"Andrà avanti molto questa
nenia?" Rimase sempre immobile a braccia conserte
Atodher.
"E sui Morti che solcano il Mondo
Terreno. Devi propiziare la mia caccia, poiché
io ho intenzione di braccare dei Morti."
"I Non-morti non mi interessano,
essi vagano in un limbo che non mi riguarda."
"Li avrei chiamati Non-morti
se lo fossero. Ma ho detto Morti e questo essi sono."
Calò un silenzio lugubre. Era
concentrato sulla sua invocazione, impiegando ogni briciola
denergia. Ma se avesse tentato di percepire il
mondo avrebbe udito il solo crepitio delle fiamme...
ed anchesso gli sarebbe parso distante. La foresta,
invece, taceva del tutto.
"Chi osa sconfinare?" Il
Demone stentò a trattenersi. Quindi la sua ultima
affermazione laveva scosso.
"Non lo so e non importa."
"Non sembri avere molte informazioni
su di loro, eppure asserisci che sono Morti."
"Sono entrati nella mia zona
di foresta. Ho percepito lo strascico che si sono lasciati
alle spalle: gli animali emanavano terrore e le piante
si stavano riprendendo da un avvizzimento innaturale."
"Questi sono segni che possono
essere causati anche da Non-morti, Elfo."
"I Non-morti gravitano in zone
ben precise, Demone. Percepisci qualche cimitero in
questa zona, sia esso di uomini o di animali? Percepisci
cripte del mondo sotterraneo che sfiorano la superficie
in questa zona? Eppoi, cosa verrebbero a fare dei Non-morti
qui, in mezzo ad una foresta sterminata di nulla?"
"Se la foresta è popolata
esistono anche luoghi di sepoltura."
"Ti ripeto, questa è la
mia zona... e vivo solo. Mentre gli animali vanno a
morire a nord o il caso li fa decomporre alla luce del
giorno. Niente sepolture in questa zona."
"Tuttora non hai provato che
siano Morti, a meno che tu abbia detto solo parte di
ciò che sai. Non ho potere su di te qui, Elfo,
ma ricorderò il tuo volto quando giungerai laddove
giungono tutti: non mettere a dura prova la mia pazienza."
"Un giorno di pioggia mi sono
avvicinato al gruppo, per prudenza non tanto da scorgerli.
Lungo la via che si sono aperti nel sottobosco vi erano
cristalli di ghiaccio sulle foglie e sullerba
e nel fango, il muschio era sbiancato, i fiori chiusi
come per proteggersi dalla notte ed alcune pozzanghere
erano ancora gelate."
Calò nuovamente il silenzio.
Atodher stette immobile a braccia conserte. Poi le lingue
del fuoco si alzarono dimprovviso ed il Demone
rovesciò sulla schiena il cappuccio, rivelando
le sue fattezze. Sarebbe stato un volto normale se non
avesse avuto quegli zigomi eccessivamente spigolosi
e sporgenti e quegli occhi dalliride giallo oro
che ammiccava al fuoco. Lo sguardo del Signore delle
Lande Neglette trafisse lo sciamano.
"I Morti non devono solcare sentieri
mortali. Come sono tornati dalle Lande Neglette sarà
mio compito scoprirlo; tuo compito sarà il perché.
Sappi che solo un giuramento fatto in vita può
dare ad un Morto la forza di riassaporare il Mondo Terreno:
se sono venuti qui o sono di passaggio, ma vagare a
lungo è troppo rischioso per dei Morti, o questa
terra è legata al loro giuramento. Hai il permesso
di braccarli ed arrestare i loro passi come meglio credi.
Propizio la tua caccia, Elfo, hai il mio appoggio incondizionato.
Usa il calore per sconfiggerli, ti concedo di farlo
anche se così essi svaniranno per sempre e non
subiranno la nostra punizione: due volte non si può
morire. Questo essi non lo sanno o se lhanno saputo
in vita non possono ricordarlo, comunque. Se ne sei
capace imprigionali e chiamami rinvigorendo il simbolo
del richiamo affinché li riporti indietro e li
punisca: un simile servizio ai Graglun verrà
ricordato quando raggiungerai le Lande Neglette. Bada
al loro tocco che dà la paralisi e bada al loro
alito che fa soffocare, ma soprattutto diffida del loro
sguardo: in esso vi è il riflesso delloltretomba
e chi vive non è saggio che veda, seppur in parte.
"Ho detto quanto potevo. Ora
congedami."
"Ti ringrazio Atodher, Signore
delle Lande Neglette. Forse un giorno ci rivedremo."
"Sei un Elfo che ha rinnegato
le sue radici: per far questo sei stato forte... o testardo,
non importa. Questa tua ultima frase sembra al di sotto
della tua intelligenza." Detto questo il Demone
riportò il cappuccio sopra la testa, coprendosi
nuovamente il volto sino alla bocca sottile. "Un
giorno ci rivedremo, questo è sicuro."
Annuì, per nulla impressionato
da quelle parole. Quindi prese una benda nera che aveva
poggiato sul terreno davanti a sé. La sollevò
e fissando oltre le fiamme la appoggiò saldamente
sulla fronte annodandola alla nuca, coprendo il simbolo
del Richiamo.
Entro pochi istanti Atodher svanì.
Si destò allalba, quando
il crepuscolo penetrò la foresta come una fiumana
di lucore. I suoi muscoli erano indolenziti per via
delle poche ore di sonno, ma soprattutto a causa dei
sei giorni di rito che si era lasciato alle spalle.
Osservò il cielo sereno con un sorriso di autoderisione:
la pioggia lo avrebbe aiutato a raggiungere i Morti,
rendendo le tracce del passaggio più evidenti...
ma naturalmente splendeva il sole.
Beh, i dettami della natura andavano
rispettati.
Camminò verso nord, seguendo
le piste dei cervi e delle alci. Per prima cosa si sarebbe
diretto verso il luogo in cui aveva quasi raggiunto
i Morti, quando aveva notato i segni del loro gelido
passaggio. Non era molto distante dalla radura in cui
aveva propiziato la caccia.
Vi giunse a metà pomeriggio,
accaldato ma finalmente rinvigorito dal moto. Quella
zona della foresta era particolarmente fitta di conifere;
i primi laghi distavano un paio di giorni in ogni direzione,
sicché la fauna che si muoveva furtiva nel sottobosco
era poca.
Conosceva perfettamente quella zona
di foresta, la sua zona, sicché non ebbe difficoltà
ad individuare il punto esatto in cui i Morti erano
passati gelando le pozzanghere che il terreno aveva
già assorbito da tempo. Seguì la traccia
che avevano lasciato, ancora ben visibile ai suoi occhi
esperti. Dopo una decina di minuti oltrepassò
un ruscello con noncuranza: le tracce continuavano sullaltra
sponda. I Morti parevano dirigersi a nord con decisione.
Da lì, alla velocità con cui si erano
spostati quando li aveva inseguiti la prima volta, avrebbero
impiegato tre giorni ad oltrepassare linvisibile
confine del suo territorio. Quindi non era escluso che
fossero già fuori della sua portata. Quelle riflessioni
lo portarono ad una rapida decisione: li avrebbe braccati
senza demordere, era disposto a giungere ovunque.
Continuò così per un
paio di giorni ancora. Viaggiava durante tutte le ore
di luce, dallalba al tramonto. Quindi cacciava
con larco e la lancia, cucinava la selvaggina
e se ne cibava. Allalba del terzo giorno il cielo
si coprì di nubi cariche di pioggia, sebbene
restie a scaricarla a terra. Scese un sentiero che calava
ripido tra due rocce e quindi svoltava bruscamente verso
ovest. Lo percorse con decisione, seguendo la pista.
Ponderò il fatto che i Morti
erano proceduti lungo i sentieri. Sarebbe stata una
buona scelta se avessero deciso di coprire le loro tracce
in qualche modo o se, perlomeno, fossero stati più
attenti. Ma rametti spezzati, foglie strappate ed impronte
nella terra morbida erano segni inequivocabili della
loro noncuranza. Dunque, giudicò, non avevano
intenzione di nascondersi. Questo sarebbe stato ancora
un atteggiamento valido se affiancato da una velocità
di marcia sostenuta. Ma le tracce si erano fatte rapidamente
più nitide e profonde: i Morti avevano rallentato
il passo, quasi cercassero qualcosa. Gli tornarono in
mente le parole di Atodher ed ascoltò il suo
istinto: quel gruppo di esseri nefasti era legato alla
sua zona per qualche motivo, non avevano raggiunto il
confine.
Quando giunse sulla riva del lago
ebbe la riprova di quel ragionamento: i Morti avevano
cambiato direzione, ma non per aggirare lostacolo...
erano tornati sui loro passi, procedendo verso sud est.
Cosa stavano cercando? Conosceva quella foresta come
la cappa che indossava: non vi era nulla che potesse
attirare lattenzione di esseri simili. Quale giuramento
avevano fatto prima di morire? Perché suscitare
lira dei Graglun e scappare dalloltretomba?
Con la coda dellocchio notò
un primo segno significativo e vi si soffermò
per qualche istante: parte della superficie acquea che
scivolava pigramente sulla riva era ghiacciata ed alcuni
sassi in prossimità erano coperti di brina. Uno
dei Morti era stato lì di recente, gelando lumidità.
Erano vicini, dunque.
Non perse altro tempo e si affrettò,
una figura verde che scattava di fusto in fusto, seguendo
la pista sempre più definita. Quando giunse lora
di pranzo seppe di averli raggiunti. Tuttavia si tenne
a distanza di sicurezza, fuori dal loro campo visivo
ed uditivo... sperò: non conosceva le capacità
dei loro sensi.
In una decina di minuti, facendosi
unidea precisa di quel tratto di foresta, decise
il da farsi. Allora, appurata la direzione che le prede
mantenevano, si staccò dalla pista repentinamente:
era ora di agire.
Un ultimo pensiero lo distrasse prima
che la fase finale della caccia lo compenetrasse completamente:
era tutto troppo facile.
Quella stessa notte accese il primo
fuoco.
Aveva aggirato ed oltrepassato i Morti,
molto distante affinché i rumori venissero attutiti
dal fitto sottobosco e si mescolassero alla vita della
foresta, muovendosi come un giovane cerbiatto per non
destare i loro sospetti. Ed aveva raggiunto quella specie
di radura, in cima ad una gobba del suolo che per estensione
non poteva definire collina. Il diametro dello spazio
privo di alberi era di una quarantina di metri e tuttintorno
si innalzavano abeti maestosi. Nel sottobosco della
protuberanza spuntavano rocce bianche e spigolose che
rendevano il terreno accidentato. Il posto ideale per
attendere: il cammino delle prede sarebbe passato per
di là.
Aveva valutato a lungo se attirare
la loro attenzione con della luce. Alla fine si era
risposto che un tranquillo viandante avrebbe agito come
se niente fosse, accendendo un falò per cucinare
la selvaggina. E così aveva fatto.
Sarebbero venuti, lo sentiva, anche
se non sapeva spiegarsi questa sua certezza. Ed allora
la trappola sarebbe scattata: non avrebbero avuto scampo...
forse nemmeno lui, ma era un rischio che doveva e voleva
correre.
Osservò il falò, tentando
di acuire i suoi sensi da Elfo. Qualcosa di positivo
quella dannata razza gli aveva dato: una buona vista
ed un udito fine. Nientaltro.
Era nervoso, sapeva che entro breve
sarebbero giunti. Una lepre si stava abbrustolendo sul
fuoco, ma non aveva fame. Era un sacrilegio non onorare
il sacrificio di quellanimale, nondimeno sapeva
che se fosse riuscito nel suo intento il servizio alla
foresta sarebbe stato grande. E se non vi fosse riuscito,
beh... avrebbe pagato caro quellaffronto alla
Natura. Per rassicurarsi controllò che larco
e le frecce fossero ancora poggiati per terra al suo
fianco, quasi potessero alzarsi da un momento allaltro
e scappare.
Dun tratto percepì il
silenzio che era calato pesante. Per la seconda volta
in pochi giorni fu vagamente consapevole del solo crepitio
del fuoco. Tese i muscoli, pronto a scattare, scrutando
dinanzi a sé ed aguzzando ludito per prevenire
attacchi dai lati o da dietro.
Ma i Morti comparvero di fronte a
lui, uscendo dal buio della foresta e fermandosi ai
bordi della radura. Erano tre, dallincarnato così
pallido che pareva splendere di luce propria, riflettendo
una specie di candore sempiterno, come la brina brilla
alle prime luci del sole che sta per sorgere. Non riusciva
a vederli bene: erano tutti e tre incappucciati, quantunque
i volti fossero soltanto incorniciati dalla stoffa e
non coperti. Le ombre che si infittivano velocemente
già a pochi metri di distanza dal suo bivacco
ed il fuoco che lo abbacinava in parte gli impedivano
di scorgere chiaramente le fattezze finché non
si fossero ulteriormente avvicinati.
Il terrore che aveva colpito la fauna
della foresta iniziò a crescergli nello stomaco,
ma lo controllò. Le mosse che doveva compiere
erano poche e banali. Si concentrò sugli esseri,
attendendo il momento opportuno. Non dovette fingere
sorpresa: lespressione del suo volto era eloquente,
sebbene fosse dovuta alla paura.
Quando i tre Morti si mossero in avanti,
senza fretta, aspettò qualche istante e quindi
balzò in ginocchio, imbracciando larco
ed incoccando una freccia. Ne immerse la punta nel fuoco
senza tanto badare alle azioni del trio, quindi scagliò
il dardo infuocato alle loro spalle, sulla destra. Ripeté
loperazione una seconda volta, in pochissimi secondi,
scoccando il messo infuocato alla loro sinistra. Centrò
i bersagli; due falò si accesero rapidamente,
la resina ed alcuni rametti secchi fecero il resto.
Un cerchio di fuoco si espanse tuttintorno a loro,
esattamente come aveva sperato nel predisporre la trappola.
Gli esseri si bloccarono a quellimprovvisa attività,
ma dopo un primo momento di semplice curiosità
parvero tranquillizzarsi. La cosa lo inquietò,
si era aspettato dellagitazione.
Si rizzò in piedi, mettendosi
in posizione difensiva e brandendo la micidiale lancia
che utilizzava spesso per finire la cacciagione. Forse
i suoi due metri avrebbero tenuto a distanza i Morti
fino a quando non avesse compiuto ciò che si
era ripromesso. Allorché li osservò meglio,
però, il suo corpo parve pietrificarsi per lo
sgomento.
"Elfi..." sussurrò.
"Esatto, Elfi. La nostra pelle
è sbiancata, la tua si è imbrunita...
ma qui siamo tutti Elfi." Parlò quello dei
tre posto al centro.
Qualcosa in lui si risvegliò,
un furore che aveva sedato da tempo, annacquandolo con
le gioie della foresta e della solitudine. Non aveva
niente a che spartire con la razza cui suo malgrado
apparteneva; era sempre stato diverso, aveva sempre
veduto oltre gli orizzonti che limitavano lo sguardo
dei suoi consanguinei. Ed il furore crebbe, bruciando
le sue viscere finché le fiamme non furono visibili
nei suoi occhi.
"Non sono un Elfo. Sono un uomo
e voi siete entrati nel mio territorio: per questo verrete
puniti."
"Chi verrà punito questa
sera, qui, è ancora da vedere." Ribatté
sempre lo stesso Morto.
"Cosa vi ha spinto in queste
terre che non vi appartengono?" Chiese, incapace
di agire come si era ripromesso, ossia celermente. Il
fatto che fossero tre Elfi aveva risvegliato vecchi
rancori e la brama di rivalsa lo spingeva a rischiare.
Teneva ancora la lancia proiettata davanti a sé,
oltre il fuoco, verso i tre Morti che stavano fermi
dinanzi a lui.
"Appartengono a te, traditore?"
Domandò in risposta laltro, con un astio
che gli mise in subbuglio lo stomaco. Poi sorrise, beffardo.
"Appartengono a me. In questo
luogo gli Elfi non hanno alcun potere, queste foreste
non sono soggette alle loro stolte regole, qui la vita
prosegue il suo corso."
"Dunque è evidente pure
dopo tanti anni quanto tu sia dannato, Rentas."
A quelle parole ebbe un tuffo al cuore
ed il sangue nelle vene gli si gelò. Come conosceva
il suo vero nome quel Morto? Allo stesso tempo una rabbia
incontrollabile lo costrinse a replicare.
"Dannato?" Rise, ma ridivenne
subito serio. "Ho come limpressione che rifiutiate
la vostra stessa condizione. Siete dei Morti, provenienti
dalle Lande Neglette: non sono io il dannato."
"Le Lande Neglette sono tue di
diritto sin dal giorno in cui nascesti, Rentas. E vi
camminerai molto presto, prima di quanto tu possa pensare."
Il Morto giocava con lui, lo intuiva; la rabbia non
accennò a scemare, anzi aumentò.
"Chi di noi vedrà le Lande
Neglette entro breve è da vedersi. Noto che gli
Elfi sono presupponenti anche dopo aver vissuto loltretomba...
o è vedere un vostro consanguineo libero che
vi opprime tanto? Qual è il vostro giuramento,
cosa siete venuti a fare qui?"
"Tu sei il nostro giuramento.
Giurammo di ritrovarti e di farti pagare laffronto
alla razza."
Nascose la sorpresa dovuta alla rivelazione.
Ecco perché non temevano la trappola del circolo
di fuoco! Che importanza aveva essere imprigionati se
la preda divideva con te la gabbia?
"Vendetta? Vendetta da parte
del saggio popolo degli Elfi?" Chiese. "Ah!
Per quale motivo? Oh, no... lasciatemi immaginare: invidia.
Voi invidiate la mia libertà, schiavi dei vostri
natali e dei dettami che gli Elfi impongono per saccenteria,
convinti daver in pugno la verità."
I Morti parvero innervosirsi e si mossero in avanti,
sebbene lentamente. Aveva colto nel segno, dunque.
"Hai tradito i tuoi natali. Hai
tradito il tuo popolo. Hai tradito la tua patria. Non
è mai successo nulla di simile, Rentas. Nessuno
è mai stato così folle da calcare i sentieri
degli Uomini essendo Elfo. Una tale frode non può
restare impunita. Scrivesti il tuo destino il giorno
stesso in cui lasciasti le nostre foreste ad ovest...
e per cosa?! Un barbaro, sei divenuto un barbaro che
compie riti demoniaci, invochi anime su cui non hai
alcun diritto, segui istinti animaleschi, violi le leggi
della Natura."
"Chi siete voi per dire quali
sono le leggi della Natura?!" Sbottò. "Chi
sono gli Elfi per decantare la loro superiorità
rispetto alle altre razze?! Voi non conoscete e nellignoranza
giudicate!"
I Morti balzarono in avanti, infuriati
per le sue parole. Ma lira si era schierata con
entrambe le parti, divisa e ben felice di infervorare
gli animi, fossero essi di defunti o viventi. Con un
movimento fulmineo sciolse il nodo che reggeva la benda
sulla fronte, lasciando che il simbolo del richiamo
rivedesse la luce, una cicatrice nitida di sangue rappreso.
Il Morto che aveva parlato balzò oltre il falò,
mentre i due che lo seguivano aggirarono le fiamme e
lo attaccarono di lato. Con i movimenti rapidi del cacciatore
conficcò la lancia nel petto del Morto che era
avanzato centralmente e lestrasse subito dopo.
Ma questi non fu scosso da ciò, bensì
dal calore del fuoco che aveva saltato e che gli aveva
procurato bruciore. I restanti due avversari tentarono
di bloccarlo con il loro tocco gelido e prima che quegli
aliti nefasti lo soffocassero si graffiò la fronte,
grattando via la crosta di sangue rappreso del simbolo.
Quindi lo immobilizzarono.
"Ora vedrai le Lande Neglette."
Gli si avvicinò ghignante il Morto che parlava
per lintero trio, ripresosi dalle fitte di dolore.
Tentò con tutte le sue forze
di divincolarsi, ma non poteva: era paralizzato. Lo
sguardo dellodiato avversario lo fissò
e lui, pur sapendo a cosa sarebbe andato incontro, non
riuscì ad evitare che le sue pupille si soffermassero
su quelle dellaltro.
Unondata di immagini sconvolgenti
lo percosse. Una cacofonia di lamenti lo stordì.
Uninfinita successione di tormenti lo afflisse.
Quindi oltrepassò quel muro di dannazione e vide,
in tutta la loro disarmante vastità, le Lande
Neglette. Cadde in ginocchio, ma solo nella visione
perché la paralisi lo tenne rigidamente in piedi
nel Mondo Terreno. Percepì alcune lacrime rigargli
il volto, ma solo nella visione; nella realtà
il sangue colò sugli occhi fuoruscendo dal simbolo
del richiamo ravvivato. Ma non se ne avvide, poiché
sotto il cielo alieno delloltretomba si trovò
faccia a faccia con un Graglun, che armato di una strana
frusta nel contempo flessuosa ed indeformabile fece
per colpirlo e dargli il benvenuto nelle Lande Neglette.
Allorché il possente braccio
calò una fitta di dolore lo accecò.
Ma quando riaprì gli occhi
si trovò raggomitolato a terra, vicino al fuoco
che aveva acceso, nella radura circondata dalle fiamme
oramai alte che aveva appiccato per imprigionare i Morti.
Con uno sforzo spaventoso si alzò a sedere. I
sensi ottusi dal gelo delloltretomba ci misero
un po a risvegliarsi: la morte laveva sfiorato,
ne fu certo. Nel momento in cui percepì il forte
odore della legna che bruciava ed il rombo dellincendio
riuscì anche a rizzarsi in piedi.
E la scena cui assistette gli donò
sensazioni contrastanti. I Morti erano strettamente
avvolti dalle micidiali spire della frusta di un Graglun,
che gli dava le spalle; ne gioì. Però
vide anche che il circolo di fiamme si era oramai espanso
nel sottobosco, ghermendo alcuni abeti e stritolandoli
nel suo abbraccio letale: la devastazione era oramai
inarrestabile. Il dolore per quella strage spappolò
il suo cuore. Quindi il Demone si voltò e si
riconobbero.
"Come promessoti, i Graglun non
dimenticheranno questo tuo servigio alle Lande Neglette."
Il solo nominare quel luogo di dannazione riportò
in vita londata che laveva travolto tramite
lo sguardo del Morto. Un senso di nausea lo colpì...
ma si sforzò di farsi forza ed annuì ad
Atodher.
"Mi sentiranno se parlerò
loro?" Chiese poi, riferendosi ai Morti, che ad
occhi sbarrati stavano soffrendo chissà quali
atroci pene a causa dellinfernale frusta del Demone.
"Ma certo... sono in uno stato
che li rende ricettivi alle punizioni, Elfo." Ghignò
il Graglun.
Una fitta gli trafisse lo stomaco
nelludire il nome della sua razza. In quellistante
si chiese quali vantaggi ultraterreni avrebbe tratto
da quella caccia: cosa avrebbe potuto nelle Lande Neglette
un Demone che per esistere mangiava, beveva... respirava
sofferenza, cosa avrebbe potuto fare per lui quando
sarebbe morto e si sarebbero rincontrati? Atodher continuava
a dileggiarlo. La pena che portava nel petto ora, quelle
immagini e quei suoni terrificanti che gli si erano
impressi nella memoria per sempre, quelle sensazioni
così negative gli urlavano una sola cosa: era
tutto un inganno.
Ma quando pensò alla devastazione
che avanzava nella foresta, e che non si sarebbe arrestata
fino ai laghi, la rabbia ravvivò il suo spirito.
Anche perché la colpa gravava sul suo capo: aveva
ceduto alla brama di rivalsa, rallentando le sue azioni
e cadendo vittima della superiorità dellavversario...
e, scorrendo, il tempo aveva preso per sé la
foresta, impietoso.
Si avvicinò ai tre Morti.
"Siete stati folli. Nessuno può
vincere il proprio destino eppure voi lavete sfidato
solo per rispettare un giuramento privo di senso, simbolo
di una sconfitta annunciata, Elfi." Attese qualche
loro cenno, ma i volti bianchi quanto la brina lo fissavano
impotenti, con gli occhi sgranati per il dolore; i Morti
non potevano rispondergli. Continuò.
"Avete tentato di spezzarmi,
ma il mio legno è ancora fresco e le piogge di
questa foresta lo ammorbidiscono da anni oramai: potevate
soltanto piegarmi. Oh, certo... ho capito la vostra
speranza: punirmi addossandomi le vostre stesse pene.
Tuttavia sono vostre, non mie: io non ho tradito me
stesso, voi sì.
"Vendetta? Voi direste nemesi,
immagino. Personalmente ritengo sia stata linvidia
a muovervi, nientaltro può avervi condannato
a tanta sofferenza. Volevate cancellare la testimonianza
dei fallimenti della razza elfica, annientare colui
che ha dimostrato la vacuità delle distinzioni,
combattendo duramente per ottenere un tale risultato,
accettandone le ardue conseguenze ed infine ottenendo
il premio: la libertà, nel fisico, nella mente
e nellanima. Libero, sono libero dalle catene
dei pregiudizi.
"Gli Elfi non sanno cosa sia
la libertà, poiché sono convinti daverne
catturato e racchiuso lessenza nelle loro tradizioni
secolari. Ma come si può essere così stolti
da credere che la libertà possa essere imprigionata?!"
Si adirò. Le fiamme tornarono a bruciare nei
suoi occhi, nonostante il disagio interiore dovuto al
ricordo delle Lande Neglette.
"La libertà corre senza
padroni attraverso le foreste, con la chioma che rifulge
argentea ammiccando alle stelle ed ondeggia sopra i
mari, con ali su cui il riverberarsi del sole diviene
dorato mentre i suoi inarrestabili balzi la conducono
di monte in monte.
"Si può ingollare la libertà
come un nettare divino, se ne può prendere ad
ampie mani e portarsela al petto, nondimeno prima deve
essere accettata per quello che è: libera.
"Ma no, gli Elfi per loro stessa
natura vogliono trovare il perché di tutto. In
sé questo non sarebbe un peccato così
grave ed anzi potrebbe divenire un pregio se assoggettato
ad un equilibrio. Ma gli Elfi vogliono assaporare lessenza
di ogni cosa per poter dire noi esseri supremi abbiamo
capito, non importa se a volte la comprensione è
vietata ai mortali. Ebbene, questo errore, voi tre poveri
stolti, lavete commesso una volta di troppo.
"Ed ora sapete quale è
il destino degli Elfi al sopraggiungere della morte.
Non un mondo di eterna bellezza e gioia a loro riservato,
ma un mondo che dal Principio è il destino dei
dannati e che non fa alcuna distinzione di sorta.
"Non sta a me giudicare i peccati
di una razza alla quale mio malgrado appartengo e di
cui, fortunatamente, seguo pochi principi. Ma ciò
che ho veduto, e vi ringrazio per aver dato definitiva
conferma alle mie convinzioni, declama a gran voce la
verità: gli Elfi non sono diversi dagli altri
popoli, nulla li pone al di sopra delle altre creature.
"Certo, giungerò anchio
nelle Lande Neglette... e non avrò i vantaggi
che Atodher mi ha promesso da menzognero: chi può
credere alla parola di un Demone? Però, però...
io vi giungerò a testa alta, sapendo daver
vissuto una vita degna. La morte vi ha dimostrato, Elfi,
che credere di essere diversi rispetto agli altri, speciali
e quindi eletti, è unillusione che dura
soltanto per il breve corso della vita.
"Siete degli Elfi e, certo, come
voi stessi affermate anchio lo sono. Eppure prima
di tutto eravate destinati a divenire Morti e tali ora
siete. Non lavete capito in vita, questo rende
lespiazione delle vostre colpe doppiamente dannata.
Vi raggiungerò, soffrirò con voi nelle
Lande Neglette, ma la libertà che ho seguito
con umiltà mi ha reso consapevole: prima di tutto
sono un uomo, sono un granello di sabbia di uno sterminato
deserto, un goccia dacqua salata in un vasto oceano...
prima di tutto appartengo alla Natura, sono una singola
entità in una delle infinite moltitudini di esseri,
semplicemente un uomo.
"E sono ancora vivo per godere
dellincommensurabile gioia di sentirmi parte del
tutto."
Si allontanò, senza soffermarsi
sullo sguardo alienato del trio un secondo di più;
oramai non aveva più senso, aveva già
veduto. Ed anche il suo sfogo non aveva tratto la propria
forza dalla rivalsa, si accorse, ma dal piacere stesso
della propria consapevolezza. Poveri esseri dannati,
poveri Elfi, non avevano ancora compreso la loro più
grande lacuna, quella macchia di vuoto di nome superbia
che negava loro lestasi della completezza.
Scrutò Atodher senza provare
alcun tipo di emozione. Vide una strana luce negli occhi
del Demone e seppe che egli lo rispettava, fosse per
il solo fatto di essere stato battuto quanto ad astuzia.
Aveva capito il suo gioco, ne ebbe
la definitiva conferma.
Raccolse la benda da terra e fissando
in volto il Signore delle Lande Neglette se la legò
dietro la nuca, oscurando per sempre il simbolo del
richiamo.
Attorno il fuoco ruggiva, già
allontanandosi mentre annichiliva la foresta. Morte...
affinché fosse vita, dolore affinché fosse
gioia. Una ferità si aprì profonda sul
suo cuore e prese a sanguinare. Ebbene, avrebbe saputo
attendere che si rimarginasse. Aveva tempo per assistere
alla rinascita di quella zona della foresta, a fianco
dellalce e dellabete e delle altre creature,
tutti assieme come un unico essere vivente, pulsante
dellessenza stessa della vita.
Aveva sbagliato ed ora doveva espiare
le sue colpe. Ma una cosa contava nellevidenza
della situazione: aveva dimostrato di essere imperfetto
e, soprattutto, se ne rendeva conto. La perfezione stava
nel tutto.
E lui era solo un granello di sabbia.
Una goccia dacqua salata.
Un uomo.