Qualcuno si è lamentato
del fatto che attendeva i seguiti, sia del Primo Ciclo
Minore, che de "La Rocca dei Silenzi". Taluni
hanno addirittura commentato che la mia decisione di
non scrivere più tradisce la loro fiducia. Ineccepibile,
in apparenza (che inganna). Forse la miglior replica
sarebbe un silenzio rispettoso, ma ancora una volta
tendo a far di testa mia. E replico.
Stringata premessa:
la mia considerazione non tiene conto del fatto che,
per leggere i seguiti, sarebbe necessario che il mio
editore li volesse pubblicare. Cosa che non è.
Tralasciando questo "particolare", proseguo
ragionando.
Scrivere è un atto intimo,
la cui scintilla è racchiusa nell'animo dell'autore.
E l'animo, non v'è chi non veda, non sottostà a
logiche di convenienza. Oltre tutto si è sottovalutato
- o almeno così pare al qui scrivente - la baldanza
della mia bandiera: l'onestà intellettuale.
Dai colori vivaci, mai spenti, tale bandiera esige
che chi l'impugni non prenda per i fondelli i lettori
e dia il meglio di sé, quando fa spendere loro
tempo e denaro. E questo significa, in breve, che è meglio
non dare affatto, se non si può dare il meglio
di sé.
Dunque?
Non dare affatto. E poi cosa?
Attendere? Sforzarsi? Non riesco a vedervi un senso.
Quando
cominciai a scrivere - e continuò così per
quindici anni, senza cedimenti - mi animava
una grande passione. Credevo in ciò che
facevo. E poi...
Durante la stesura de "La
Rocca dei Silenzi" avvertivo l'esigenza di cambiare
rotta. In soldoni, percepivo che qualcosa non andava.
Il problema è che, una volta data alle stampe
quell'ultima fatica, ho impiegato due anni per comprendere
appieno di cosa abbisognavo. Ho iniziato bene, pur
senza rendermene conto fino in fondo: "La Rocca
dei Silenzi" è l'inizio del cambiamento.
È la mia visione matura - maturità che
considero soggettiva e, quindi, relativa - della Fantasy:
realtà trasposta.
Non più mera analisi narrata dell'umanità (che
diede un'impronta importante al "Primo Ciclo Minore"),
bensì proposta di direzione. È così che
il mio ultimo romanzo è stato scritto. Mancava
qualcosa, però. Nei due anni successivi, infatti,
a ciò si è aggiunto un tassello fondamentale.
Il tassello che mi mancava per comprendere. Ero arrivato
a una "realtà trasposta, atta a proporre
una direzione". Ma, quale direzione? Propositiva,
mi piace pensare. Costruttiva.
A chi lo ha letto, parrà forse
strano definire "costruttivo" un romanzo
come "La Rocca dei Silenzi". Ma come ho già avuto
modo di dire, quel romanzo è un messaggio di
speranza per tanti motivi, che è inutile elencare
in questa considerazione. Basti pensare che rappresenta
uno spartiacque (se non riuscite a seguirmi, limitatevi
a constatare la grande differenza tra esso e la mia
prima trilogia, evidente a chiunque). Il suo seguito, "Il
giorno dopo", è sulla carta il romanzo
che dà forma compiuta alla nuova direzione.
Sulla carta, per l'appunto, perché a tutt'oggi
esiste soltanto una scaletta dettagliata. Come dicevo,
non scrivo più.
A cosa serve aver raggiunto la consapevolezza
di questa nuova direzione, allora? Cosa ancora m'impedisce
di scrivere? La convinzione che è meglio
così, da ora in avanti e fino a prova contraria.
Se prima o poi mi sentirò di nuovo costruttivo
(concetto che non posso spiegarvi), allora vi racconterò "Il
giorno dopo". È un romanzo pronto, devo
soltanto scriverlo (pronto come lo sono altri: vi ho
parlato di due anni d'ideazione senza alcuna stesura,
non d'immobilità mentale...). E scriverlo è poca
cosa, se si possiede l'energia giusta - questione di
tre, quattro mesi. Diviene cosa eccessiva, invece,
quando l'energia non c'è o non è sufficiente.
Non
mi piace dire "mai", né mi piace
dire "per sempre" (nonostante questo dico
spesso entrambe le cose!). A voi, però, impugnando
la mia bandiera, dico: "Da ora in avanti e fino
a prova contraria" . Mi convince molto di più,
ragazzi, perché a ben vedere è la (mia)
verità sul presente. La porta è aperta,
tutto sta nel varcare la soglia un'altra volta. Lo
farò? Mi sentirò pronto, prima o poi?
Non lo so. Sto cercando un equilibrio, qualcosa che
mi consenta di darvi il massimo di me stesso un'altra
volta. Ma sono cambiato e pretendo di darvi il massimo
di me stesso senza prosciugarmi, errore che
invece ho commesso in passato - e dal quale dipende
parte della mia decisione. Un simile passo falso non
me lo posso più permettere, sono diventato più fragile.
Oltre tutto, non sarebbe vantaggioso per nessuno.
Per
l'ennesima volta, scrivere senza vivere non è possibile.
Vivere bene la propria vita, scrivendo, sì.
Siate
positivi: se tornerò, significherà che
vi avrò dato il massimo.