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Trieste, 26 marzo 2006

Il Premio Italia e il Fantasy


   Ho maturato questo mio scritto durante le ultime settimane. Non è una sorpresa, per me, essere infine giunto a un periodo della mia vita in cui traggo alcune conclusioni. Oggi è venuto il giorno di mettere nero su bianco queste conclusioni. È solo ciò che pensa Andrea D’Angelo, quindi niente sconvolgimenti. Tirate pure dritto. Nessuno se ne avrà a male, tanto meno il sottoscritto.

   Sono contento sia venuto, quel giorno. Non era una cosa scontata – diciamo quasi. Dipendeva da una condizione: che io non vincessi il Premio Italia 2006. Così è stato. Bene, ora posso dire ciò che penso, libero da riconoscimenti che me l’avrebbero impedito.
   Il Premio Italia non ha un gran valore. Ne ha un po’ soltanto nel caso in cui lo si vinca, perché vincerlo significa mettere in qualche modo d’accordo la maggioranza relativa dei votanti, che sono in gran parte autorevoli veterani del fantastico italiano.
   Esserne finalisti? Non conta un fico secco. Tenete ben presente che lo scrivente lo è stato già due volte. Dico questo, ma non sono un ingrato: apprezzo chi mi ha votato e mi ha reso finalista. Ma non sarei onesto – non sarei io –, se non dicessi ciò che penso di tutta questa faccenda chiamata “Premio Italia”.
   Non nascondiamoci dietro a un dito. Anzi, facciamo così: non mi ci nascondo io. Gli altri facciano un po’ come gli pare. A me interessa la realtà. L’Italia è un paese in cui la produzione del fantastico nostrana che raggiunge le librerie è schiacciata dalla quantità di quella estera. Nessuno ha notato che in finale, per il romanzo di genere fantasy, quest’anno, eravamo soltanto in tre? Fatti, ragazzi, non teorie.
   E continuo a essere molto perplesso, perché da prima di essere edito – e anche dopo – continuo a sostenere che sicuramente esistono autori italiani di talento e, ne sono certo, anche autori che hanno già ultimato libri validi... che però, in sostanza, nessuno è disposto a pubblicare. È con questo spirito che ho accettato con gioia l’invito di Franco Clun a sedere nella giuria del Premio FantasyMagazine: avrò finalmente la possibilità di leggere romanzi di inediti italiani. Dall’alto della mia esperienza? Bof... non lo penso nemmeno lontanamente. Anzi, sono certo che leggerò romanzi migliori dei miei. Se non accadrà, resterò deluso, perché ci conto.
   Ma tutto questo mio girare attorno al Premio Italia, che fine ha?
   Molto semplice: vorrei parlare di Fantasy. Perché? E perché con l’iniziale maiuscola? Prima risposta: perché sono piuttosto intristito da quello che vedo. Per la seconda, si pazienti ancora un po’.
   Apprezzo molto Alan D. Altieri, lo scrittore. La persona non ho ancora avuto il piacere di conoscerla. Ho letto il suo “Magdeburg” e l’ho trovato avvincente e molto personale nello stile (cosa che a me, chi mi conosce lo sa, piace! Sono stufo di brodaglia compiacente, monocolore, che ammicca al lettore medio). Onore al merito, dunque.
   Ma, una domanda, è propriamente Fantasy il libro di Altieri?
   No, nel modo più assoluto. Ne ha qualche timido elemento. Cosa succeda nei seguiti poco importa: conta il libro che ha vinto il Premio Italia. E le basi su cui la storia poggia sono storiche.
   Le commistioni sono affascinanti, ma sono commistioni. E sono, ahimè, ciò che il mercato cerca di più, in questo primo scorcio del XXI secolo. Scuoto il capo e torno alle mie origini.
   E allora ripesco un ricordo ormai remoto, ma ancora nitido, di una chiacchierata con Giuseppe Lippi, sull’autobus che ci riportava a Roma da Fiuggi, nel 2002. Giuseppe è una persona che ho sempre stimato e che stimo tuttora. Mi colse impreparato il suo assoluto pessimismo sul genere fantasy, che bocciava su tutta la linea, nella sua espressione più recente, elevando soltanto i classici del passato. In seguito, in questi ultimi anni, mi sono chiesto più volte cosa ci fosse di sbagliato in quella visione, oggettivamente, che già allora contestavo soggettivamente.
   Oggi lo vedo con chiarezza: è una visione miope. E lo dico con tutto il rispetto che ho per Giuseppe Lippi. Chi crede che il fantasy non abbia più nulla da dire o abbia da dire sempre le stesse cose nello stesso modo, si legga Steven Erikson (ed è indicativo che sia tradotto in Italia da una casa editrice come l’Armenia, che fino a poco tempo fa si era limitata a Dragonlance e Forgotten Realms... forse che sta approfittando di un vuoto lasciato dalle altre case editrici? Segnale preoccupante, molto preoccupante. Onore all'Armenia, comunque). È la prova vivente, contemporanea, che il Fantasy esiste ancora. Si considera Steven Erikson di poco valore? Ci si ponga il dubbio di essere ormai dei nostalgici. E la nostalgia non fa bene al presente.
   Il Fantasy esiste ancora, tuttavia, certo, bisogna distinguere tra quello da baraccone e quello di qualità. Ma non è così per qualsiasi genere? E non è così da sempre? Non mi si dica che ai tempi di Tolkien, Howard, Moorcock & Co. esistevano soltanto maestri. A meno che non mi si voglia prendere per fesso.
   Forse Urania Fantasy, ad esempio, avrebbe altro successo, se si avessero le idee un po’ più chiare su cos’è oggigiorno il Fantasy e su cosa può ancora dare, senza lasciar comandare i pregiudizi. Se manca una visione chiara, se si dà già tutto per perduto, il contemporaneo per banale e il genere ormai per morto... be’, chi glielo fa fare di portare avanti una collana con queste premesse? Avrà cambiato idea, in questi ultimi anni, l’ottimo Giuseppe Lippi?
   E, pur stimando Sergio Altieri – in questi giorni investito di un ruolo molto importante, per il fantastico italiano in senso lato –, dico che il suo testo non è narrativa Fantasy e, pur indirettamente e senza volerlo, le fa danno. Premia la commistione più spinta, con gran qualità, ma pur sempre commistione.
   Spiacente, non riesco a ritenere questa La strada per il Fantasy. Dirò di più, la ritengo suicida, il modo migliore per soffocare un genere che di soffocare non ha alcuna intenzione – non dico sia una scelta consapevole, dico che così si dimostra di non aver a cuore la causa. Genere che, ne sono certo, non soffocherà mai – chiunque ha o avrà occasione di visitare una libreria all’estero, si faccia il piacere di visitare il reparto dedicato al genere fantasy: spaventa quanto l’Italia sia indietro. Certo, questo modo di plasmare il mercato del genere fantasy italiano è il più rapido per ricacciarlo nel sommerso, da cui è momentaneamente emerso. L’inedito resterà inedito? Mi dispiace. Di più, mi addolora. E lo trovo davvero scorretto. Per chi fa i conti, trovo sia ancora peggio: poco lungimirante.
   Almeno poi non ci si lamenti che non esistono buoni autori italiani (riferendosi a ciò che arriva sugli scaffali delle librerie). Mi sembrerebbe – e mi sembra – davvero ipocrita.
   Personalmente so che ci sono, anche se mi si continua a dire che non è vero, che è come cercare un ago in un pagliaio, eccetera. Il che, in fondo, dovrebbe fare di me una rosa nel deserto. Ridicolo!
   Miope, per l’appunto.

   Ed è così che mi ritrovo al punto di partenza, a vent’anni dai miei primi, meravigliati e claudicanti passi nel mondo Fantasy. Scopro d’aver faticato tanto per non aver concluso nulla. Il punto di partenza: il Fantasy, quello puro, che merita l’iniziale maiuscola, quello che domina il testo e che, se contiene influenze, le tratta come influenze e non come ottica principale. Scopro oggi, come scoprivo allora, che in Italia viene trattato quale fenomeno da baraccone, senza averne a cuore le sue sorti.
   Volete nascondervi dietro un dito e chiamare fantasy ciò che è fantastico? Fatelo, ma non vi seguo. Un mercato che ammicca agli indecisi e scuoia i generi, lasciandoli sanguinanti e in fin di vita, pur dichiarando il contrario, è un’ipocrisia a cui non mi accodo.

   C’è ancora qualcuno in questo Paese che ha a cuore il Fantasy?

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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