Ho maturato questo mio scritto durante
le ultime settimane. Non è una sorpresa, per
me, essere infine giunto a un periodo della mia vita
in cui traggo alcune conclusioni. Oggi è venuto
il giorno di mettere nero su bianco queste conclusioni.
È solo ciò che pensa Andrea D’Angelo,
quindi niente sconvolgimenti. Tirate pure dritto. Nessuno
se ne avrà a male, tanto meno il sottoscritto.
Sono contento sia venuto, quel giorno.
Non era una cosa scontata – diciamo quasi. Dipendeva
da una condizione: che io non vincessi il Premio
Italia 2006. Così è stato. Bene, ora posso
dire ciò che penso, libero da riconoscimenti
che me l’avrebbero impedito.
Il Premio Italia non ha un gran valore.
Ne ha un po’ soltanto nel caso in cui lo si vinca,
perché vincerlo significa mettere in qualche
modo d’accordo la maggioranza relativa dei votanti,
che sono in gran parte autorevoli veterani del fantastico
italiano.
Esserne finalisti? Non conta un fico
secco. Tenete ben presente che lo scrivente lo è
stato già due volte. Dico questo, ma non sono
un ingrato: apprezzo chi mi ha votato e mi ha reso finalista.
Ma non sarei onesto – non sarei io –, se
non dicessi ciò che penso di tutta questa faccenda
chiamata “Premio Italia”.
Non nascondiamoci dietro a un dito.
Anzi, facciamo così: non mi ci nascondo io. Gli
altri facciano un po’ come gli pare. A me interessa
la realtà. L’Italia è un paese in
cui la produzione del fantastico nostrana che raggiunge
le librerie è schiacciata dalla quantità
di quella estera. Nessuno ha notato che in finale, per
il romanzo di genere fantasy, quest’anno, eravamo
soltanto in tre? Fatti, ragazzi, non teorie.
E continuo a essere molto perplesso,
perché da prima di essere edito – e anche
dopo – continuo a sostenere che sicuramente esistono
autori italiani di talento e, ne sono certo, anche autori
che hanno già ultimato libri validi... che però,
in sostanza, nessuno è disposto a pubblicare.
È con questo spirito che ho accettato con gioia
l’invito di Franco Clun a sedere nella giuria
del Premio FantasyMagazine: avrò finalmente la
possibilità di leggere romanzi di inediti italiani.
Dall’alto della mia esperienza? Bof... non lo
penso nemmeno lontanamente. Anzi, sono certo che leggerò
romanzi migliori dei miei. Se non accadrà, resterò
deluso, perché ci conto.
Ma tutto questo mio girare attorno
al Premio Italia, che fine ha?
Molto semplice: vorrei parlare di
Fantasy. Perché? E perché con l’iniziale
maiuscola? Prima risposta: perché sono piuttosto
intristito da quello che vedo. Per la seconda, si pazienti
ancora un po’.
Apprezzo molto Alan D. Altieri, lo
scrittore. La persona non ho ancora avuto il piacere
di conoscerla. Ho letto il suo “Magdeburg”
e l’ho trovato avvincente e molto personale nello
stile (cosa che a me, chi mi conosce lo sa, piace! Sono
stufo di brodaglia compiacente, monocolore, che ammicca
al lettore medio). Onore al merito, dunque.
Ma, una domanda, è propriamente
Fantasy il libro di Altieri?
No, nel modo più assoluto.
Ne ha qualche timido elemento. Cosa succeda nei seguiti
poco importa: conta il libro che ha vinto il Premio
Italia. E le basi su cui la storia poggia sono storiche.
Le commistioni sono affascinanti,
ma sono commistioni. E sono, ahimè, ciò
che il mercato cerca di più, in questo primo
scorcio del XXI secolo. Scuoto il capo e torno alle
mie origini.
E allora ripesco un ricordo ormai
remoto, ma ancora nitido, di una chiacchierata con Giuseppe
Lippi, sull’autobus che ci riportava a Roma da
Fiuggi, nel 2002. Giuseppe è una persona che
ho sempre stimato e che stimo tuttora. Mi colse impreparato
il suo assoluto pessimismo sul genere fantasy, che bocciava
su tutta la linea, nella sua espressione più
recente, elevando soltanto i classici del passato. In
seguito, in questi ultimi anni, mi sono chiesto più
volte cosa ci fosse di sbagliato in quella visione,
oggettivamente, che già allora contestavo soggettivamente.
Oggi lo vedo con chiarezza: è
una visione miope. E lo dico con tutto il rispetto che
ho per Giuseppe Lippi. Chi crede che il fantasy non
abbia più nulla da dire o abbia da dire sempre
le stesse cose nello stesso modo, si legga Steven Erikson
(ed è indicativo che sia tradotto in Italia da
una casa editrice come l’Armenia, che fino a poco
tempo fa si era limitata a Dragonlance e Forgotten Realms...
forse che sta approfittando di un vuoto lasciato dalle
altre case editrici? Segnale preoccupante, molto
preoccupante. Onore all'Armenia, comunque). È
la prova vivente, contemporanea, che il Fantasy esiste
ancora. Si considera Steven Erikson di poco valore?
Ci si ponga il dubbio di essere ormai dei nostalgici.
E la nostalgia non fa bene al presente.
Il Fantasy esiste ancora, tuttavia,
certo, bisogna distinguere tra quello da baraccone e
quello di qualità. Ma non è così
per qualsiasi genere? E non è così da
sempre? Non mi si dica che ai tempi di Tolkien, Howard,
Moorcock & Co. esistevano soltanto maestri. A meno
che non mi si voglia prendere per fesso.
Forse Urania Fantasy, ad esempio,
avrebbe altro successo, se si avessero le idee un po’
più chiare su cos’è oggigiorno il
Fantasy e su cosa può ancora dare, senza lasciar
comandare i pregiudizi. Se manca una visione chiara,
se si dà già tutto per perduto, il contemporaneo
per banale e il genere ormai per morto... be’,
chi glielo fa fare di portare avanti una collana con
queste premesse? Avrà cambiato idea, in questi
ultimi anni, l’ottimo Giuseppe Lippi?
E, pur stimando Sergio Altieri –
in questi giorni investito di un ruolo molto importante,
per il fantastico italiano in senso lato –, dico
che il suo testo non è narrativa Fantasy e, pur
indirettamente e senza volerlo, le fa danno. Premia
la commistione più spinta, con gran qualità,
ma pur sempre commistione.
Spiacente, non riesco a ritenere questa
La strada per il Fantasy. Dirò di più,
la ritengo suicida, il modo migliore per soffocare un
genere che di soffocare non ha alcuna intenzione –
non dico sia una scelta consapevole, dico che così
si dimostra di non aver a cuore la causa. Genere che,
ne sono certo, non soffocherà mai – chiunque
ha o avrà occasione di visitare una libreria
all’estero, si faccia il piacere di visitare il
reparto dedicato al genere fantasy: spaventa quanto
l’Italia sia indietro. Certo, questo modo di plasmare
il mercato del genere fantasy italiano è il più
rapido per ricacciarlo nel sommerso, da cui è
momentaneamente emerso. L’inedito resterà
inedito? Mi dispiace. Di più, mi addolora. E
lo trovo davvero scorretto. Per chi fa i conti, trovo
sia ancora peggio: poco lungimirante.
Almeno poi non ci si lamenti che non
esistono buoni autori italiani (riferendosi a ciò
che arriva sugli scaffali delle librerie). Mi sembrerebbe
– e mi sembra – davvero ipocrita.
Personalmente so che ci sono,
anche se mi si continua a dire che non è vero,
che è come cercare un ago in un pagliaio, eccetera.
Il che, in fondo, dovrebbe fare di me una rosa nel deserto.
Ridicolo!
Miope, per l’appunto.
Ed è così che mi ritrovo
al punto di partenza, a vent’anni dai miei primi,
meravigliati e claudicanti passi nel mondo Fantasy.
Scopro d’aver faticato tanto per non aver concluso
nulla. Il punto di partenza: il Fantasy, quello puro,
che merita l’iniziale maiuscola, quello che domina
il testo e che, se contiene influenze, le tratta come
influenze e non come ottica principale. Scopro oggi,
come scoprivo allora, che in Italia viene trattato quale
fenomeno da baraccone, senza averne a cuore le sue sorti.
Volete nascondervi dietro un dito
e chiamare fantasy ciò che è fantastico?
Fatelo, ma non vi seguo. Un mercato che ammicca agli
indecisi e scuoia i generi, lasciandoli sanguinanti
e in fin di vita, pur dichiarando il contrario, è
un’ipocrisia a cui non mi accodo.
C’è ancora qualcuno
in questo Paese che ha a cuore il Fantasy?