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Trieste, 2 gennaio 2006

Non significa nulla


   Forse alla mia vita non manca niente. Forse non mi manca niente. Ho tutto. Anche l’amore... della famiglia, dei miei amici, e l’affetto di tante altre persone, che magari mi conoscono meno, ma mi apprezzano.
   Cosa c’è, dunque, che mi sale da dentro in sere come queste? Una sorta di autocommiserazione che andrebbe schiacciata senza pietà, per quanto è patetica? Cosa c’è che mi fa sentire così stanco, così privo di stimoli, così debole?
   Forse non c’è niente che non va, nel profondo. Niente. È tutto a posto. Forse, semplicemente, sono stanco. Cosa ci sarebbe di male? Un po’ di riposo e il problema sarebbe risolto. Forse, semplicemente, mi mancano gli stimoli. Basterebbe soltanto trovarne di nuovi. E forse sono debole, semplicemente.
   Dovrei farmi forza. Se non ci pensi tu, alla tua vita, chi ci pensa?
   Un nome mi sale in gola, allora, ma è un nome sacro, che non oso toccare con mani sporche, nemmeno se soltanto un po’ sudate. È un nome che deve restare fuori dalle mie dannazioni. Lei è la mia unica salvezza e lo so. È l’unica che guarda al mondo al mio stesso modo, l’unica con cui capisco sempre tutto, con cui ogni discorso è speciale, sia che venga dal profondo, sia che sia lo scherzo del momento. È l’unica che non tradirò mai. Sarà l’unica che non oserò mai nemmeno sfiorare.
   La mia vita è bella. Lo penso davvero, anche in momenti così. A volte, però, per me diventa difficile anche muovere qualche misero passo in avanti. Mi fermo e mi guardo i piedi, le gambe, ciò che riesco a vedere di me. Mi fermo, a volte davanti allo specchio, tento di guardarmi negli occhi, fisso, senza mentirmi, e mi trovo sempre più difettoso, sempre meno migliorabile, sempre più condannato a tollerare la fragile pasta di cui sono fatto. Abbasso lo sguardo, di solito.
   Quanto è difficile non perdersi in questa società, riuscire a non barattare i propri valori con qualcosa che non ne vale nemmeno mezzo, come qualche lercio attimo di tranquillità. Com’è difficile continuare a sognare quando tutto il resto va avanti per inerzia, senza entusiasmo, senza creatività, per mero dovere. Sognano più, molto di più, coloro i quali vivono qualche incubo. Perlomeno sognano la pace, la tranquillità, un po’ di requie. E sognano con intensità, con tutte le forze che rimangono loro.
   Cosa ci sta facendo questa società opulenta, che ci spegne dentro e ci rende incapaci di reagire?

   O forse no, dovrei essere onesto fino in fondo. Forse sono io che non ho più forza. Eppure mi guardo attorno e vedo molta più sconfitta negli occhi del mio prossimo che nei miei, nella maggior parte dei casi. Una sconfitta spesso mascherata d’altro: finta allegria, finta superficialità, finta sapienza... diverso sentimento, insomma, mai corrispondente a quello che, invece, si agita dentro.
   Perché continuiamo a indossare tutte queste maschere? Perché dobbiamo lacerarci a vicenda con stoccate di falsità? Non ci rendiamo forse conto che l’unico modo per uscirne, per vivere di nuovo appieno, liberi dalle catene che ci stiamo stringendo attorno da soli, l’unica via è quella di essere noi stessi, sempre, senza vergogna?
   Chi crede in se stesso ha un’altra forza, appare diverso, più energico, più stimolante... più forte. Forte di una forza interiore, che, emanata, viene riconosciuta.
   Quindi è questo il problema: non crediamo più in noi stessi? Questa società abbatte la nostra autostima? È questo il mio problema? Non credo più in me stesso? Ma come? Proprio adesso che gli altri cominciano a credere in me?
   Perché, mi chiedo. Perché credono in me, che sono così stanco e debole? Cosa vogliono da me, che non sono nemmeno capace di provvedere a me stesso? Ma non si accorgono che sto cedendo?
   Cosa vedono, mi chiedo?
   Non sono più il sognatore di una volta. Oh, sì, sogno sempre e non smetterò mai. Ma sto regredendo. Per sognare in modo adulto occorre forza, è necessario lottare, essere tenaci... convinti. Invece io, io, sto tornando bambino. Ma che convinzione può provare una persona dentro di sé, mentre si scopre ogni giorno più fallace, più vulnerabile, più bisognosa?
   Ci sono sere come questa in cui, davvero, vorrei solo chiudere il mondo fuori e lasciarlo lì, ad agitarsi, senza di me. Poi cancellare tutte queste parole, una dopo l’altra, righe e righe di parole e di altre parole invisibili tra le righe, sussurrate, troppo dolorose per essere scritte, perché troppo vere. Eppoi bruciare la carta che mi circonda. Dimenticare, fare finta che nulla di tutto questo sia mai accaduto, che di fronte a me ci sia una vita che mi attende, vergine, ancora tutta da scrivere.
   Ancora tutta da scrivere.
   Cosa sogno di tanto impossibile da realizzare, in fondo? Eh?! Perché mi costringo a tollerare questo mio girare in cerchio, senza meta che non siano i passi che ho già mosso? Perché non la faccio finita e distruggo tutto quello che ho costruito con tanta fatica e, alla fine, si è rivelato un castello di carta?
   A cosa serve tutto questo infinito, commovente ribollire di vite, attorno a me, se continuo a sentirmi così solo?

   Scrivere è un modo molto poetico per mentire a se stessi.
   Un critico, tanto tempo fa, disse a mia madre che per come scrivevo era necessario che lei mi facesse vedere da uno psicanalista. Incoraggiante, non c’è che dire. Mi fece infuriare e ottenne il risultato opposto.
   Ed eccolo qua, il vostro malato. Contenti? Chi sì e chi no. Lo so.
   Il fatto è che non serve la psicanalisi per questa mia malattia. Serve compagnia. Vera compagnia, quella per cui si guarda un orizzonte assieme e si sente la stessa cosa, senza bisogno di comunicare in alcun modo.
   E in sere come queste so che, qualsiasi cosa io stia tentando di fare, non significa nulla – e non so cosa sto tentando di fare. Qualsiasi cosa sia, è solo un arginare la solitudine, un tenerla a bada.
   I propositi per il 2006... ha! Ma che importanza hanno? Cosa succederebbe se non scrivessi più niente? Niente, per l’appunto. Qualche incoraggiamento dapprincipio, un po’ di stupore, forse. Poi, via via, sempre più silenzio. Sapete una cosa? Saperlo con certezza non mi intristisce, non mi disturba affatto. È normale. Anzi, è quasi consolatorio.
   Ciò che mi disturba, invece, è sapere per certo che qualcuno ricamerebbe un sacco di fesserie su una simile improvvisa “sparizione artistica”, senza capire che non sarebbe affatto un problema di creatività – ne ho da vendere, se potete credere che una frase del genere venga scritta senza vanto. È solo normale, per me. C’è chi ha altre doti che io mi sogno.
   Senza ricami, dunque. Se chiudessi il mondo fuori, sarebbe soltanto per saldare il conto con la mia solitudine interiore.

   C’è chi scrive perché ha qualcosa da comunicare.
   E chi, invece, perché scappa dalla solitudine. Come me. Magari può sembrarvi che abbia qualcosa da dire anche chi scappa. Sbagliate. In realtà, sta soltanto raccontando qualcosa per coprire il sussurro del silenzio.
   E se, invece, vi comunica davvero qualcosa, significa che siete soli anche voi.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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