Forse alla mia vita non manca
niente. Forse non mi manca niente. Ho tutto. Anche l’amore...
della famiglia, dei miei amici, e l’affetto di
tante altre persone, che magari mi conoscono meno, ma
mi apprezzano.
Cosa c’è, dunque, che
mi sale da dentro in sere come queste? Una sorta di
autocommiserazione che andrebbe schiacciata senza pietà,
per quanto è patetica? Cosa c’è
che mi fa sentire così stanco, così privo
di stimoli, così debole?
Forse non c’è niente
che non va, nel profondo. Niente. È tutto a posto.
Forse, semplicemente, sono stanco. Cosa ci sarebbe
di male? Un po’ di riposo e il problema sarebbe
risolto. Forse, semplicemente, mi mancano gli stimoli.
Basterebbe soltanto trovarne di nuovi. E forse sono
debole, semplicemente.
Dovrei farmi forza. Se non ci pensi
tu, alla tua vita, chi ci pensa?
Un nome mi sale in gola, allora, ma
è un nome sacro, che non oso toccare con mani
sporche, nemmeno se soltanto un po’ sudate. È
un nome che deve restare fuori dalle mie dannazioni.
Lei è la mia unica salvezza e lo so. È
l’unica che guarda al mondo al mio stesso modo,
l’unica con cui capisco sempre tutto, con cui
ogni discorso è speciale, sia che venga dal profondo,
sia che sia lo scherzo del momento. È l’unica
che non tradirò mai. Sarà l’unica
che non oserò mai nemmeno sfiorare.
La mia vita è bella. Lo penso
davvero, anche in momenti così. A volte, però,
per me diventa difficile anche muovere qualche misero
passo in avanti. Mi fermo e mi guardo i piedi, le gambe,
ciò che riesco a vedere di me. Mi fermo, a volte
davanti allo specchio, tento di guardarmi negli occhi,
fisso, senza mentirmi, e mi trovo sempre più
difettoso, sempre meno migliorabile, sempre più
condannato a tollerare la fragile pasta di cui sono
fatto. Abbasso lo sguardo, di solito.
Quanto è difficile non perdersi
in questa società, riuscire a non barattare i
propri valori con qualcosa che non ne vale nemmeno mezzo,
come qualche lercio attimo di tranquillità. Com’è
difficile continuare a sognare quando tutto il resto
va avanti per inerzia, senza entusiasmo, senza creatività,
per mero dovere. Sognano più, molto di più,
coloro i quali vivono qualche incubo. Perlomeno sognano
la pace, la tranquillità, un po’ di requie.
E sognano con intensità, con tutte le forze che
rimangono loro.
Cosa ci sta facendo questa società
opulenta, che ci spegne dentro e ci rende incapaci di
reagire?
O forse no, dovrei essere onesto
fino in fondo. Forse sono io che non ho più forza.
Eppure mi guardo attorno e vedo molta più sconfitta
negli occhi del mio prossimo che nei miei, nella maggior
parte dei casi. Una sconfitta spesso mascherata d’altro:
finta allegria, finta superficialità, finta sapienza...
diverso sentimento, insomma, mai corrispondente a quello
che, invece, si agita dentro.
Perché continuiamo a indossare
tutte queste maschere? Perché dobbiamo lacerarci
a vicenda con stoccate di falsità? Non ci rendiamo
forse conto che l’unico modo per uscirne, per
vivere di nuovo appieno, liberi dalle catene che ci
stiamo stringendo attorno da soli, l’unica via
è quella di essere noi stessi, sempre, senza
vergogna?
Chi crede in se stesso ha un’altra
forza, appare diverso, più energico, più
stimolante... più forte. Forte di una forza interiore,
che, emanata, viene riconosciuta.
Quindi è questo il problema:
non crediamo più in noi stessi? Questa società
abbatte la nostra autostima? È questo il mio
problema? Non credo più in me stesso? Ma come?
Proprio adesso che gli altri cominciano a credere in
me?
Perché, mi chiedo. Perché
credono in me, che sono così stanco e debole?
Cosa vogliono da me, che non sono nemmeno capace di
provvedere a me stesso? Ma non si accorgono che sto
cedendo? Cosa vedono, mi chiedo?
Non sono più il sognatore di
una volta. Oh, sì, sogno sempre e non smetterò
mai. Ma sto regredendo. Per sognare in modo adulto occorre
forza, è necessario lottare, essere tenaci...
convinti. Invece io, io, sto tornando bambino. Ma che
convinzione può provare una persona dentro di
sé, mentre si scopre ogni giorno più fallace,
più vulnerabile, più bisognosa?
Ci sono sere come questa in cui, davvero,
vorrei solo chiudere il mondo fuori e lasciarlo lì,
ad agitarsi, senza di me. Poi cancellare tutte queste
parole, una dopo l’altra, righe e righe di parole
e di altre parole invisibili tra le righe, sussurrate,
troppo dolorose per essere scritte, perché troppo
vere. Eppoi bruciare la carta che mi circonda. Dimenticare,
fare finta che nulla di tutto questo sia mai accaduto,
che di fronte a me ci sia una vita che mi attende, vergine,
ancora tutta da scrivere.
Ancora tutta da scrivere.
Cosa sogno di tanto impossibile da
realizzare, in fondo? Eh?! Perché mi costringo
a tollerare questo mio girare in cerchio, senza meta
che non siano i passi che ho già mosso? Perché
non la faccio finita e distruggo tutto quello che ho
costruito con tanta fatica e, alla fine, si è
rivelato un castello di carta?
A cosa serve tutto questo infinito,
commovente ribollire di vite, attorno a me, se continuo
a sentirmi così solo?
Scrivere è un modo molto poetico
per mentire a se stessi.
Un critico, tanto tempo fa, disse
a mia madre che per come scrivevo era necessario che
lei mi facesse vedere da uno psicanalista. Incoraggiante,
non c’è che dire. Mi fece infuriare e ottenne
il risultato opposto.
Ed eccolo qua, il vostro malato. Contenti?
Chi sì e chi no. Lo so.
Il fatto è che non serve la
psicanalisi per questa mia malattia. Serve compagnia.
Vera compagnia, quella per cui si guarda un orizzonte
assieme e si sente la stessa cosa, senza bisogno di
comunicare in alcun modo.
E in sere come queste so che, qualsiasi
cosa io stia tentando di fare, non significa nulla –
e non so cosa sto tentando di fare. Qualsiasi cosa sia,
è solo un arginare la solitudine, un tenerla
a bada.
I propositi per il 2006... ha! Ma
che importanza hanno? Cosa succederebbe se non scrivessi
più niente? Niente, per l’appunto. Qualche
incoraggiamento dapprincipio, un po’ di stupore,
forse. Poi, via via, sempre più silenzio. Sapete
una cosa? Saperlo con certezza non mi intristisce, non
mi disturba affatto. È normale. Anzi, è
quasi consolatorio.
Ciò che mi disturba, invece,
è sapere per certo che qualcuno ricamerebbe un
sacco di fesserie su una simile improvvisa “sparizione
artistica”, senza capire che non sarebbe affatto
un problema di creatività – ne ho da vendere,
se potete credere che una frase del genere venga scritta
senza vanto. È solo normale, per me. C’è
chi ha altre doti che io mi sogno.
Senza ricami, dunque. Se chiudessi
il mondo fuori, sarebbe soltanto per saldare il conto
con la mia solitudine interiore.
C’è chi scrive perché
ha qualcosa da comunicare.
E chi, invece, perché scappa
dalla solitudine. Come me. Magari può sembrarvi
che abbia qualcosa da dire anche chi scappa. Sbagliate.
In realtà, sta soltanto raccontando qualcosa
per coprire il sussurro del silenzio.
E se, invece, vi comunica davvero
qualcosa, significa che siete soli anche voi.