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Trieste, 15 dicembre 2005

Una riflessione escatologica. Quasi cacofonica. Be', caco.


   Immagino questo pezzo sarà una risposta a chi crede che pubblicare significhi vivere di scrittura. Procuratevi un po’ di dati e capirete quanti vivono dei propri romanzi in Italia. Personalmente, e interpretate questa mia prossima affermazione, non ho alcuna intenzione di dare i numeri.

   Non vivo di scrittura e sarà molto difficile riuscirò a farlo in futuro. Nondimeno, tenterò di raggiungere questo traguardo. Tenterò, eccome! Ma senza svendere me stesso: svendersi è già un atto dovuto per campare. Non ho alcuna intenzione di svendere anche la mia essenza. Quando scrivo, scrivo perché credo in ciò che ho da dire. Poi, se mi si pubblica bene. Se non mi si pubblica, pazienza. Non vivo di scrittura. Sono ancora libero, almeno in questo. Libero.

   «Di cosa parla questo scritto, allora, prolisso figlio di buona donna?» Parla del mio lavoro. Lo scrittore? No, non è mica questo il mio lavoro. Io sono uno scrittore, ma lavoro come tecnico informatico. E perché scelgo di scrivere un pezzo su questo? Ecco il motivo: oggi ho dovuto confermare la mia presenza in azienda durante l’ultima settimana di dicembre 2005 e la prima di gennaio 2006. Non altri può presidiare e garantire il servizio di "desktop management e proximity" – sì, proprio con la congiunzione italiana nel mezzo. La lingua inglese in ufficio, questo scempio e abuso di cui dobbiamo ringraziare cervelli atrofizzati.
   D’Angelo? Presente! Anzi: present! Maccheronico, se volete, ma... figa! È trendy l’inglese, no? Ma sì, sbaviamoci addosso anglofonando! E così il Capodanno a Praga con gli amici sfuma per sempre. Morirò per questo? No. Ma certo senza non vivrò meglio. Shit!
   Sospiro e faccio un po’ di calcoli. Ferie godute negli ultimi tre anni? Due settimane piene più qualche singolo giorno sparso (per un totale massimo di quattro). Ferie arretrate? Cinque settimane. Che strano contratto, vero? Sembra mi spettino poco più di due settimane di ferie l’anno. Come mai? Non lo so, mi risulta io debba far riferimento al contratto nazionale dei metalmeccanici. Dovrei averne il doppio, perlomeno.
   Provo a rispondere comunque: legge Biagi. Meglio, diamo una risposta priva di nomi, impersonale: contratto interinale.
   Poco male, sono un "ragazzo volenteroso, che tutti apprezzano". E quindi ho vinto il premio, il rinnovo del contratto. Pensate, non per tre mesi, non per sei mesi... addirittura per un anno!

   Cazzo, come mi sento fortunato.

   Tutto questo non è che mi scivoli addosso, ma non faccio una piega. Sono passati i tempi in cui sbraitavo e mettevo a soqquadro l’azienda per un nonnulla. Non ho più diciotto anni, ne ho trentatré. Che mi sia rincitrullito?
   Capitalismo, ragazzi, che ci dà case calde e luminose che per acquistare devi dare in garanzia direttamente i parenti (li chiudono in una cassetta di sicurezza, stipandoli bene), macchine con bluetooth a volontà in 317 comode rate a partire dalla Terza Guerra Mondiale, una televisione al plasma con trasmissione satellitare (che figata pazzesca! E posso telecomandare le testate nucleari in orbita? Mi sentirei realizzato. Eh? Posso?).
   Capitalismo. Una vita sempre più virtuale. Connettiti!
   Un po’ come questo sito, perfettamente in linea. Già... quasi quasi lo chiudo. Chiudo la porta. Tanto, a chi frega qualcosa? È solo mero narcisismo. Pure un po’ contorsionistico. Oh, patetico Andrea...

   Non ho più diciotto anni. Adesso ascolto in silenzio. Attendo. Cosa? Mentre lavoro attendo che accada qualcosa, socializzando con i colleghi che mi comunicano qualcosa quando parlano (è strano, ma non tutti coloro i quali parlano comunicano qualcosa. È da un po’ che rifletto su questo: sapete aiutarmi? Non trovo risposte confortanti). Questi esseri comunicanti sono l’unico valore reale di un’azienda. I colleghi lamentosi non aiutano, riescono solo a sfilacciarmi il glande (ooops! Scusate, mi è sfuggito). Per fortuna gli sfilacciatori sono in netta minoranza rispetto ai comunicanti.
   Fuori dall’ufficio (...sembra quasi parli della foresta Amazzonica!), invece, non attendo nulla. Fuori dall’ufficio prendo in pugno la mia vita. Faccio.
   In ufficio ascolto in silenzio. Ammutolisco spesso.
   Ricordo una mia richiesta di ferie a cui è stato testualmente risposto: «Ma questi sono giorni in cui si lavora!» È stata la prima volta in cui mi sono reso conto che, forse, mi sfugge qualcosa.
   Allora, per timore di fare la figura dell’idiota, sono ammutolito.
   Ricordo l’ennesimo contratto interinale chiuso, perché l’azienda doveva farmi lavorare con la Manpower, anziché con l’Adecco (soprassediamo su quello che hanno chiuso e riaperto per cambiare la dicitura in "lavoro somministrato". Adesso anche l’errata corrige vale come pretesto!). E le ferie maturate? «Be’, guarda che ricco TFR!»Secondo sospiro. Faccio altri due calcoli veloci. Quasi metà delle ferie non godute se ne sono andate in tasse. Dei quindici giorni maturati, cinque li ho regalati allo stato. Ho goduto di due giorni di ferie, in sei mesi. Vero, che ricco TFR! Mi chiedo quelli poveri... e ammutolisco.
   Ricordo la dichiarazione dei redditi successiva. Due CUD. Come? Ah, quest’anno per lo Stato Italiano ho avuto due lavori? Uno per Adecco, l’altro per Manpower. Grande Silvio! Grazie a te lo scorso anno ho trovato ben due lavori! Così il prossimo anno non occorrerà ne trovi un altro, qualora restassi disoccupato. E poi c’è chi dice che non si trova lavoro: comunisti, stalinisti, terroristi! (Abbreviato in co-sta-te – alle nostre aziende e quindi ci vendichiamo, sovversivi, dovreste lavorare gratis! NdR.) Strano, però, la mia scrivania è rimasta sempre la stessa, non mi sono spostato di un solo centimetro. Sì, sono sicuro, è sempre la stessa. Qualcosa mi sfugge di nuovo, temo. Inizio a sospettare di essere proprio un idiota.
   Va bene, dai, pensiero positivo! Sono in regola, con tutti i contributi pagati, quindi andrò a credito. Non mi preoccupo. Responso del CAF: 1600 euro di tasse da pagare. ‘Sti cazzi! (scusate, eh...) Ammetto che qui un "povca puttana! Povca... povca tvoia!" mi sia scappato, mentre sbattevo la penna sulla stessa, maledetta, solidissima scrivania. Poi, però, sono ammutolito.
   Ricordo l’8 dicembre. Ho lavorato, quel giorno di festa. E per quelle mie otto ore straordinarie la mia azienda ha chiesto di preventivo 585€ (accettato), qualificandomi come "sistemista senior" (inglese o latino? Inglese, ovviamente, perché il latino è una lingua morta). Sì, sono decisamente un idiota (e un analfabeta): sul mio contratto c’è scritto "impiegato di 3° livello". Forse non so leggere. Mi sfugge qualcosa, dannazione! Non capisco... o forse comincio a capire? No, dev’essere un momento di follia. Penso al fatturato e agli utili della mia azienda e noto una lampante proporzione di 1 a 5 tra quanto sono stato pagato per quell’8 dicembre e quanto la mia azienda ha chiesto).
   Poi la lucidità della follia passa. Forse mi è mancata l’aria, sarà che è stantia in quest’ufficio. Allora, come dicevo, meglio che ascolti in silenzio.
   «Stai lavorando bene, non è un caso tu sia diventato il responsabile di sede», mi dice il capo all’altro capo del capo-telefono. Responsabile di sede... cosa vorrà mai dire? È strano, non è un titolo in inglese. Che sia un messaggio subliminale? Analizziamo. Il livello salariale è sempre lo stesso (il più basso. «Perché noi pensiamo a te, caro somministrato, così non puoi temere per il futuro: meno di così non ti pagheremo mai, stai tranquillo!»). Vediamo un po’. Ah! Ecco! Sono aumentate le responsabilità. E quanti siamo nella sede di cui sono responsabile? Vengo a lavorare (anche) l’ultima settimana di dicembre e la prima di gennaio, perché non c’è nessun altro che lo possa fare. Sono responsabile di me stesso. È bello sentirsi ufficialmente affibbiare un ruolo che si ha già da qualche decennio. Perfino lo Stato mi ha riconosciuto responsabile quindici anni fa, con la maggiore età e il diritto al voto. Conclusione dell’analisi: un titolo lavorativo ormai vale soltanto se detto e scritto in inglese. Fate attenzione!
   Ancora silenzio.
   «Stai lavorando bene, non è un caso tu sia diventato il responsabile di sede.» Osservo la cornetta del telefono e rispondo, con educazione: «Sto semplicemente lavorando». Eh? Cos’ho detto? ...ma che droga c’è nell’aria? Con sospetto, guardo il soffitto. Poi ammutolisco e penso a Praga.
   Penso a Praga...
   Prague... (anche la fantasia ha bisogno dell’inglese, cosa credete?)
   Be’, dai, mi dico che avrò un contratto di un anno, per la prima volta in tre anni. E così sarò interinale da quattro, a fine 2006. Be’, dai, mi dico che è un rinnovo. Mica cosa da poco: accumulo ferie maturate (marce, ormai), un po’ come Paperon’ de Paperoni accumulava monete d’oro: chissà se alla fine potrò nuotarvi? Un anno di contratto! Posso vivere davvero ancora 12 mesi. Vivere! Sì, sono vivooo! Vittoria! Non mi sentirò un peso per la società! Contribuirò a pagare le tigri nel parco del Ministro Calderoli, i maglioncini di Fausto, la mortadella di Mr. Sottovoce e la nuova chioma del Cavaliere Milano2TuttaCostruitaDaSoloSenzaPagareNemmenoUnaTangente.
   Fantastico! Ho quasi le lacrime agli occhi! Potrò godermi queste 461 ore di ferie arretrate, se vorrò. Ma sì, perché no? C’è un solo piccolo neo, piccolissimo: le godrò da solo, perché i miei amici saranno già andati a Praga. Be’, non perdiamoci d’animo. Potrei andare a Praga negli stessi posti in cui avranno scattato le loro foto, farmi delle foto con l’autoscatto e poi utilizzare Photoshop per aggiungermi in digitale e sentirmi ancora parte della compagnia. Sì, che soluzione geniale! Mi sto commuovendo... bravo, Andrea. Bravo. Cazzo, come sono felice. Piango...........
   O forse no, mi asciugo le lacrime. È una felicità troppo facile, questa. Chissene frega di Praga, città dell’est. Comunisti! Farò così: mi chiuderò a casa e ultimerò la mia saga. Tutto d’un fiato. Altri quattordici romanzi. Tempo ne avrò in abbondanza. Così quando poi uscirà in libreria tutta intera da occupare l’intero scaffale della più grande Feltrinelli qualcuno si chiederà come avrò fatto, a chi l’avrò dato via per arrivare lì. Ebbene sì, simpatici lettori che non vedete l'ora di fottermi, sono uno gigolo, abituato a darlo via almeno nove ore di ogni giornata feriale per un pugnetto (nello stomaco) di euro a quattro furbi, che pensano d’aver trovato il modo giusto per mandare avanti l’Economia, tagliando costi che non hanno più da un pezzo.

   Clic!
   Fine della telefonata.
   Chissà se questo portatile aziendale mi sta bruciando il cervello, come i cellulari? Bof... tanto era già in pappa quando ho firmato il primo contratto. In silenzio, infatti, dalla zona industriale di Trieste penso a Praga. Non può che esserci poltiglia nella mia scatola cranica, con pensieri simili...
   Infine, alla fine di un’altra gloriosa giornata da tecnico informatico, mi rilasso fissando un paesaggio che un tubo catodico mi spara in faccia a 85Hz.
   E finalmente ascolto in silenzio l’unica cosa che sia degna di attenzione in questo ufficio: il silenzio.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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