Una riflessione escatologica. Quasi
cacofonica. Be', caco.
Immagino questo pezzo sarà
una risposta a chi crede che pubblicare significhi vivere
di scrittura. Procuratevi un po’ di dati e capirete
quanti vivono dei propri romanzi in Italia. Personalmente,
e interpretate questa mia prossima affermazione, non
ho alcuna intenzione di dare i numeri.
Non vivo di scrittura e sarà
molto difficile riuscirò a farlo in futuro. Nondimeno,
tenterò di raggiungere questo traguardo. Tenterò,
eccome! Ma senza svendere me stesso: svendersi è
già un atto dovuto per campare. Non ho alcuna
intenzione di svendere anche la mia essenza. Quando
scrivo, scrivo perché credo in ciò che
ho da dire. Poi, se mi si pubblica bene. Se non mi si
pubblica, pazienza. Non vivo di scrittura. Sono ancora
libero, almeno in questo. Libero.
«Di cosa parla questo scritto,
allora, prolisso figlio di buona donna?»
Parla del mio lavoro. Lo scrittore? No, non è
mica questo il mio lavoro. Io sono uno scrittore,
ma lavoro come tecnico informatico. E perché
scelgo di scrivere un pezzo su questo? Ecco il motivo:
oggi ho dovuto confermare la mia presenza in azienda
durante l’ultima settimana di dicembre 2005 e
la prima di gennaio 2006. Non altri può presidiare
e garantire il servizio di "desktop management
e proximity" – sì, proprio con la
congiunzione italiana nel mezzo. La lingua inglese in
ufficio, questo scempio e abuso di cui dobbiamo ringraziare
cervelli atrofizzati.
D’Angelo? Presente! Anzi:
present! Maccheronico, se volete, ma... figa!
È trendy l’inglese, no? Ma sì, sbaviamoci
addosso anglofonando! E così il Capodanno a Praga
con gli amici sfuma per sempre. Morirò per questo?
No. Ma certo senza non vivrò meglio. Shit!
Sospiro e faccio un po’ di calcoli.
Ferie godute negli ultimi tre anni? Due settimane piene
più qualche singolo giorno sparso (per un totale
massimo di quattro). Ferie arretrate? Cinque settimane.
Che strano contratto, vero? Sembra mi spettino poco
più di due settimane di ferie l’anno. Come
mai? Non lo so, mi risulta io debba far riferimento
al contratto nazionale dei metalmeccanici. Dovrei averne
il doppio, perlomeno.
Provo a rispondere comunque: legge
Biagi. Meglio, diamo una risposta priva di nomi, impersonale:
contratto interinale.
Poco male, sono un "ragazzo volenteroso,
che tutti apprezzano". E quindi ho vinto il premio,
il rinnovo del contratto. Pensate, non per tre mesi,
non per sei mesi... addirittura per un anno!
Cazzo, come mi sento fortunato.
Tutto questo non è che mi scivoli
addosso, ma non faccio una piega. Sono passati i tempi
in cui sbraitavo e mettevo a soqquadro l’azienda
per un nonnulla. Non ho più diciotto anni, ne
ho trentatré. Che mi sia rincitrullito?
Capitalismo, ragazzi, che ci dà
case calde e luminose che per acquistare devi dare in
garanzia direttamente i parenti (li chiudono in una
cassetta di sicurezza, stipandoli bene), macchine con
bluetooth a volontà in 317 comode rate a partire
dalla Terza Guerra Mondiale, una televisione al plasma
con trasmissione satellitare (che figata pazzesca! E
posso telecomandare le testate nucleari in orbita? Mi
sentirei realizzato. Eh? Posso?).
Capitalismo. Una vita sempre più
virtuale. Connettiti!
Un po’ come questo sito, perfettamente
in linea. Già... quasi quasi lo chiudo. Chiudo
la porta. Tanto, a chi frega qualcosa? È solo
mero narcisismo. Pure un po’ contorsionistico.
Oh, patetico Andrea...
Non ho più diciotto anni. Adesso
ascolto in silenzio. Attendo. Cosa? Mentre lavoro attendo
che accada qualcosa, socializzando con i colleghi che
mi comunicano qualcosa quando parlano (è strano,
ma non tutti coloro i quali parlano comunicano qualcosa.
È da un po’ che rifletto su questo: sapete
aiutarmi? Non trovo risposte confortanti). Questi esseri
comunicanti sono l’unico valore reale di un’azienda.
I colleghi lamentosi non aiutano, riescono solo a sfilacciarmi
il glande (ooops! Scusate, mi è sfuggito). Per
fortuna gli sfilacciatori sono in netta minoranza rispetto
ai comunicanti.
Fuori dall’ufficio (...sembra
quasi parli della foresta Amazzonica!), invece, non
attendo nulla. Fuori dall’ufficio prendo in pugno
la mia vita. Faccio.
In ufficio ascolto in silenzio. Ammutolisco
spesso.
Ricordo una mia richiesta di ferie
a cui è stato testualmente risposto: «Ma
questi sono giorni in cui si lavora!» È
stata la prima volta in cui mi sono reso conto che,
forse, mi sfugge qualcosa.
Allora, per timore di fare la figura
dell’idiota, sono ammutolito.
Ricordo l’ennesimo contratto
interinale chiuso, perché l’azienda doveva
farmi lavorare con la Manpower, anziché con l’Adecco
(soprassediamo su quello che hanno chiuso e riaperto
per cambiare la dicitura in "lavoro somministrato".
Adesso anche l’errata corrige vale come pretesto!).
E le ferie maturate? «Be’, guarda che ricco
TFR!»Secondo sospiro. Faccio altri due calcoli
veloci. Quasi metà delle ferie non godute se
ne sono andate in tasse. Dei quindici giorni maturati,
cinque li ho regalati allo stato. Ho goduto di due giorni
di ferie, in sei mesi. Vero, che ricco TFR! Mi chiedo
quelli poveri... e ammutolisco.
Ricordo la dichiarazione dei redditi
successiva. Due CUD. Come? Ah, quest’anno per
lo Stato Italiano ho avuto due lavori? Uno per Adecco,
l’altro per Manpower. Grande Silvio! Grazie a
te lo scorso anno ho trovato ben due lavori! Così
il prossimo anno non occorrerà ne trovi un altro,
qualora restassi disoccupato. E poi c’è
chi dice che non si trova lavoro: comunisti, stalinisti,
terroristi! (Abbreviato in co-sta-te –
alle nostre aziende e quindi ci vendichiamo, sovversivi,
dovreste lavorare gratis! NdR.) Strano, però,
la mia scrivania è rimasta sempre la stessa,
non mi sono spostato di un solo centimetro. Sì,
sono sicuro, è sempre la stessa. Qualcosa mi
sfugge di nuovo, temo. Inizio a sospettare di essere
proprio un idiota.
Va bene, dai, pensiero positivo! Sono
in regola, con tutti i contributi pagati, quindi andrò
a credito. Non mi preoccupo. Responso del CAF: 1600
euro di tasse da pagare. ‘Sti cazzi! (scusate,
eh...) Ammetto che qui un "povca puttana! Povca...
povca tvoia!" mi sia scappato, mentre sbattevo
la penna sulla stessa, maledetta, solidissima scrivania.
Poi, però, sono ammutolito.
Ricordo l’8 dicembre. Ho lavorato,
quel giorno di festa. E per quelle mie otto ore straordinarie
la mia azienda ha chiesto di preventivo 585€ (accettato),
qualificandomi come "sistemista senior" (inglese
o latino? Inglese, ovviamente, perché il latino
è una lingua morta). Sì, sono decisamente
un idiota (e un analfabeta): sul mio contratto c’è
scritto "impiegato di 3° livello". Forse
non so leggere. Mi sfugge qualcosa, dannazione! Non
capisco... o forse comincio a capire? No, dev’essere
un momento di follia. Penso al fatturato e agli utili
della mia azienda e noto una lampante proporzione di
1 a 5 tra quanto sono stato pagato per quell’8
dicembre e quanto la mia azienda ha chiesto).
Poi la lucidità della follia
passa. Forse mi è mancata l’aria, sarà
che è stantia in quest’ufficio. Allora,
come dicevo, meglio che ascolti in silenzio.
«Stai lavorando bene, non è
un caso tu sia diventato il responsabile di sede»,
mi dice il capo all’altro capo del capo-telefono.
Responsabile di sede... cosa vorrà mai
dire? È strano, non è un titolo in inglese.
Che sia un messaggio subliminale? Analizziamo. Il livello
salariale è sempre lo stesso (il più basso.
«Perché noi pensiamo a te, caro somministrato,
così non puoi temere per il futuro: meno di così
non ti pagheremo mai, stai tranquillo!»). Vediamo
un po’. Ah! Ecco! Sono aumentate le responsabilità.
E quanti siamo nella sede di cui sono responsabile?
Vengo a lavorare (anche) l’ultima settimana di
dicembre e la prima di gennaio, perché non c’è
nessun altro che lo possa fare. Sono responsabile di
me stesso. È bello sentirsi ufficialmente affibbiare
un ruolo che si ha già da qualche decennio. Perfino
lo Stato mi ha riconosciuto responsabile quindici anni
fa, con la maggiore età e il diritto al voto.
Conclusione dell’analisi: un titolo lavorativo
ormai vale soltanto se detto e scritto in inglese. Fate
attenzione!
Ancora silenzio.
«Stai lavorando bene, non è
un caso tu sia diventato il responsabile di sede.»
Osservo la cornetta del telefono e rispondo, con educazione:
«Sto semplicemente lavorando». Eh? Cos’ho
detto? ...ma che droga c’è nell’aria?
Con sospetto, guardo il soffitto. Poi ammutolisco e
penso a Praga.
Penso a Praga...
Prague... (anche la fantasia ha bisogno
dell’inglese, cosa credete?)
Be’, dai, mi dico che avrò
un contratto di un anno, per la prima volta in tre anni.
E così sarò interinale da quattro, a fine
2006. Be’, dai, mi dico che è un rinnovo.
Mica cosa da poco: accumulo ferie maturate (marce, ormai),
un po’ come Paperon’ de Paperoni accumulava
monete d’oro: chissà se alla fine potrò
nuotarvi? Un anno di contratto! Posso vivere davvero
ancora 12 mesi. Vivere! Sì, sono vivooo!
Vittoria! Non mi sentirò un peso per la società!
Contribuirò a pagare le tigri nel parco del Ministro
Calderoli, i maglioncini di Fausto, la mortadella di
Mr. Sottovoce e la nuova chioma del Cavaliere Milano2TuttaCostruitaDaSoloSenzaPagareNemmenoUnaTangente.
Fantastico! Ho quasi le lacrime agli
occhi! Potrò godermi queste 461 ore di ferie
arretrate, se vorrò. Ma sì, perché
no? C’è un solo piccolo neo, piccolissimo:
le godrò da solo, perché i miei amici
saranno già andati a Praga. Be’, non perdiamoci
d’animo. Potrei andare a Praga negli stessi posti
in cui avranno scattato le loro foto, farmi delle foto
con l’autoscatto e poi utilizzare Photoshop per
aggiungermi in digitale e sentirmi ancora parte della
compagnia. Sì, che soluzione geniale! Mi sto
commuovendo... bravo, Andrea. Bravo. Cazzo, come sono
felice. Piango...........
O forse no, mi asciugo le lacrime.
È una felicità troppo facile, questa.
Chissene frega di Praga, città dell’est.
Comunisti! Farò così: mi chiuderò
a casa e ultimerò la mia saga. Tutto d’un
fiato. Altri quattordici romanzi. Tempo ne avrò
in abbondanza. Così quando poi uscirà
in libreria tutta intera da occupare l’intero
scaffale della più grande Feltrinelli qualcuno
si chiederà come avrò fatto, a chi l’avrò
dato via per arrivare lì. Ebbene sì, simpatici
lettori che non vedete l'ora di fottermi, sono uno gigolo,
abituato a darlo via almeno nove ore di ogni
giornata feriale per un pugnetto (nello stomaco) di
euro a quattro furbi, che pensano d’aver trovato
il modo giusto per mandare avanti l’Economia,
tagliando costi che non hanno più da un pezzo.
Clic!
Fine della telefonata.
Chissà se questo portatile
aziendale mi sta bruciando il cervello, come i cellulari?
Bof... tanto era già in pappa quando ho firmato
il primo contratto. In silenzio, infatti, dalla zona
industriale di Trieste penso a Praga. Non può
che esserci poltiglia nella mia scatola cranica, con
pensieri simili...
Infine, alla fine di un’altra
gloriosa giornata da tecnico informatico, mi rilasso
fissando un paesaggio che un tubo catodico mi spara
in faccia a 85Hz.
E finalmente ascolto in silenzio l’unica
cosa che sia degna di attenzione in questo ufficio:
il silenzio.