Right now I feel just like a leaf
on a breeze
Who knows where it’s blowing?
Who knows where it’s going?
I find myself somewhere I’ve never thought I’d
be
I’m going around in circles
thinking about you and me
How do I explain it when
I don't know what to say
What do I do now?
So much has changed
Bryan Adams Nothing I’ve ever
known
La vita è ciclica?
Quanti di noi si sono trovati a tu per tu con questo
pensiero ozioso, a volte tormentoso? Probabilmente tutti,
prima o poi.
A me sarà la centesima volta
che capita. Almeno la centesima.
Tentiamo di essere concreti. La realtà
è che la vita sembra ciclica ai nostri occhi.
Nei nostri limiti, siamo noi che tendiamo a vivere nello
stesso modo situazioni simili, ma certo non uguali.
Nella nostra ristretta visione del
mondo, finiamo per ricadere in noi stessi ogniqualvolta
il mondo ci schiaccia, con la sua disarmante vastità,
con la sua lacerante crudezza. A volte, ammettiamolo,
è come andare a sbattere contro un muro di granito:
se ne esce con le ossa rotte.
L’ennesimo brano romantico,
Bryan Adams. Il sentimento primo, ancora una volta,
porta a cadere in se stessi. Ad autocommiserarsi. Siamo
soli al mondo, giusto? Cosa c’è di male
nel sentirsi in modo così intenso?
Direi che se le persone si ascoltassero
meglio, il mondo sarebbe migliore. Quindi c’è,
adagiato sul fondo di ognuno di noi, un bene. L'importante
è coglierlo, non piangersi addosso.
Un conto è sentirsi per capirsi,
un conto è autocommiserarsi.
Il relativismo che c’è
in ognuno di noi sta diventando una pestilenza –
è forte anche in me. Il lato curioso delle pestilenze
è la loro innata democrazia: non hanno colore,
non hanno confini. Dove tira il vento, vanno.
Un po’ abbattuto dal romanticone
Bryan, decido di scaricare la posta elettronica e di
“informarmi”. E sì, perché
ho eletto internet a mio unico mezzo d’informazione.
Ho eliminato la televisione dalla mia vita, da tempo.
Internet. Navigo... che sia la stessa
brezza della canzone a portarmi? Strano, mi porta là
dove i flagelli sono democratici, ma pur sempre flagelli
restano.
Ma non era un brano romantico?
Osservo con disgusto e orrore crescente
e, infine, con una tristezza indescrivibile la mattanza
dei delfini in Giappone, ripresa da un coraggiosissimo
Ric O’Barry– posso solo immaginare come
si sia sentito mentre girava quelle immagini.
Leggo del tremendo terremoto che ha
colpito ieri il Kashmir, stroncando migliaia di vite,
mentre qui a Trieste tutti tentavano di divertirsi alla
vigilia della Barcolana.
Affronto con una certa preoccupazione
le ultime notizie circa l’influenza aviaria.
Di fronte a tutto questo, ripenso
alla ciclicità della vita. I’m going
around in circles, thinking about you and me, ascolto.
Giro attorno in cerchi, pensando a te e me. Ho
un rigurgito di relativismo.
Poi sbatto contro il muro di granito.
Mi sto difendendo. Ecco cosa sto facendo.
Sono un essere umano, eppure rischio di andare in pezzi
come un bicchiere di cristallo, colpito dalla dirompente
eco del mondo.
Relativizzo, ossia difendo la mia
fragilità.
Giusto?
Sbagliato, Andrea.
Rewind. Replay.
Riprova e controlla.
Una delle affermazioni più
meschine che sento in questi ultimi tempi e da troppo
tempo, pronunciata da molti, è che “in
fondo, cosa interessa realmente a noi delle tragedie
del resto del mondo? Non siamo ipocriti!”. Questo
pensiero ha il suo fondamento, certo. Ad esempio nei
continui, patetici lamenti delle nostre pance lardose
– cosa ne abbiamo fatto della saggezza dei grandi
vecchi, che dicevano di smettere di mangiare un po’
prima di essere sazi? Ma questo pensiero, questa meschina
visione del mondo, scatena in me una furia quotidiana.
Mi spiace, è troppo comodo.
Per tutti noi, me incluso.
Allora ripenso al brano di Bryan
Adams e riconsidero le sue parole, applicandole al mondo.
What do I do now? So much has changed, ascolto.
Cosa faccio ora? Così tanto è cambiato.
Il mondo è cambiato.
Vogliamo continuare a nasconderci
dietro un dito e pensare che nulla ci riguardi, se non
ci colpisce direttamente? Ha! Ottimo. Siamo proprio
lungimiranti!
Non più tardi di qualche mese
fa pochissimi si preoccupavano dell’influenza
aviaria. Ora bussa alle porte, con la sua falce –
è già arrivata in Europa.
Sapete perché ho eliminato
la televisione? No, non per i reality show – sebbene
mi facciano vomitare. No, non per i vari personaggi
di plastica che la popolano – sebbene mi facciano
vomitare. No, non per i servizi di parte e la squallida
lotta politica – sebbene mi facciano vomitare.
L’ho eliminata perché mi fa perdere tempo.
Ne ho poco.
La TV non intrattiene, rende passivi.
La TV non mostra, osserva superficialmente.
La TV non informa, distorce.
So che eliminando la TV perdo anche
programmi di qualità. Tuttavia la percentuale
di programmi che hanno un certo spessore, lo sapete,
è molto bassa. Se ritenete mi stia sbagliando,
considerate di essere messi piuttosto male. Ma non siete
irrecuperabili: basta che eliminiate la televisione
e, vedrete, ricomincerete a ragionare in piena autonomia.
Appaio presuntuoso? Me ne sbatto.
Eppoi, guardate che io credo nella vostra intelligenza.
Il potere sa di voi e della vostra intelligenza ancora
meglio di me, per questo la teme e tenta di tenervi
buoni.
Ma preferisco non relativizzare in
questo brano. Sento troppe volte al giorno persone intelligenti
rimbambirsi discutendo di cazzate immani come la storia
fra il Narciso Ramazzotti e l’ex mogliettina agguerrita.
Ma con cos’avete soffocato il vostro cervello?
Con la segatura? Magari! L’avete gettato nel cesso,
tirato la catenella e lasciato al suo posto vacuum.
Il vuoto pneumatico forse descrive meglio la sostanza
che la vostra scatola cranica contiene.
Sia chiaro, c’è un tempo
anche per lo svago. Non si può essere sempre
impegnati, sempre attenti, soprattutto in una società
come la nostra, che costringe a ritmi elevati.
Ma chiamare “svago” un
tuffo nella spazzatura mi sembra un po’ masochistico.
In ogni caso, poco illuminato.
Non sono perfetto. Anch’io
ho la tentazione di cliccare sull’articolo che
parla delle ultime esternazioni di Narciso Ramazzotti.
Contenti? L’ho ammesso. Non
sono migliore di chi lo fa, ma una cosa mi ha sempre
distinto: la capacità di considerare con onestà
i miei difetti, i miei limiti. Non fumo, ad esempio,
e non perché sono migliore di chi fuma. Non fumo
perché so di essere debole e per questo motivo
non ho mai voluto nemmeno “fare un tiro”.
E se mi piacesse? Lo so, comincerei a fumare.
Svaghiamoci, per carità, ne
abbiamo tutti bisogno! Ma non facciamoci del male, diamo
più valore al nostro straccio di vita –
che, fino a prova contraria (tutto è possibile),
è l’unica che abbiamo.
Sapete qual è la grandezza
di internet? Il fatto che è grande due volte.
Una prima volta: l’informazione
diventa attiva. Di conseguenza ti fa pensare.
Devi cercare la notizia, poi devi leggerla. Con internet
non puoi subire l’informazione. Invece, se ascolto
un qualsiasi TG, poniamo mentre sto cucinando, e arriva
la notizia su Narciso Ramazzotti e Bellamogliettina,
be’... me la pippo. Volente o nolente, mi entrerà
in testa. Su internet, invece, mi si attiva il cervello
un attimo prima che sia troppo tardi e non clicco sul
link che porta alla notizia.
La seconda grandezza di internet è
che posso approfondire subito. Non so se la televisione
ha parlato della mattanza dei delfini in Giappone, ma
dubito fortemente abbia mostrato per intero il video
di quattro minuti e mezzo, con sonoro compreso, in un
TG.
I feel just like a leaf on a breeze.
Who knows where it’s blowing? Who knows where
it’s going? ascolto. Mi sento come una
foglia in balia di una brezza. Chi sa verso dove soffia?
Chi sa dove sta andando?
I sentimenti non si possono controllare.
Ahimè – rigurgito di autocommiserazione.
E quella brezza, vero, ti porta dove vuole lei, a volte
facendoti mulinare sempre nello stesso posto. Attorno
alla stessa persona. Bisogna avere pazienza, volersi
bene.
Ma davvero crediamo che per tutto
il resto non si possa far nulla? Davvero crediamo di
contare così poco, quando ragioniamo in autonomia?
Amo le persone, amo i popoli, amo la loro capacità
di influenzare la storia, di sradicare qualsiasi potere,
alla lunga. Chi la dura, la vince.
Amo la natura sovversiva, indipendente
dell’essere umano.
In questo non siamo meno fieri di
un felino chiuso in un angolo.
Davvero, di fronte a un mondo che
cambia, vogliamo farci portare dal vento?