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Trieste, 9 ottobre 2005

Sovversione naturale


Right now I feel just like a leaf on a breeze
Who knows where it’s blowing?
Who knows where it’s going?
I find myself somewhere I’ve never thought I’d be
I’m going around in circles
thinking about you and me
How do I explain it when
I don't know what to say
What do I do now?
So much has changed

Bryan Adams
Nothing I’ve ever known


   La vita è ciclica? Quanti di noi si sono trovati a tu per tu con questo pensiero ozioso, a volte tormentoso? Probabilmente tutti, prima o poi.
   A me sarà la centesima volta che capita. Almeno la centesima.
   Tentiamo di essere concreti. La realtà è che la vita sembra ciclica ai nostri occhi. Nei nostri limiti, siamo noi che tendiamo a vivere nello stesso modo situazioni simili, ma certo non uguali.
   Nella nostra ristretta visione del mondo, finiamo per ricadere in noi stessi ogniqualvolta il mondo ci schiaccia, con la sua disarmante vastità, con la sua lacerante crudezza. A volte, ammettiamolo, è come andare a sbattere contro un muro di granito: se ne esce con le ossa rotte.

   L’ennesimo brano romantico, Bryan Adams. Il sentimento primo, ancora una volta, porta a cadere in se stessi. Ad autocommiserarsi. Siamo soli al mondo, giusto? Cosa c’è di male nel sentirsi in modo così intenso?
   Direi che se le persone si ascoltassero meglio, il mondo sarebbe migliore. Quindi c’è, adagiato sul fondo di ognuno di noi, un bene. L'importante è coglierlo, non piangersi addosso.
   Un conto è sentirsi per capirsi, un conto è autocommiserarsi.

   Il relativismo che c’è in ognuno di noi sta diventando una pestilenza – è forte anche in me. Il lato curioso delle pestilenze è la loro innata democrazia: non hanno colore, non hanno confini. Dove tira il vento, vanno.
   Un po’ abbattuto dal romanticone Bryan, decido di scaricare la posta elettronica e di “informarmi”. E sì, perché ho eletto internet a mio unico mezzo d’informazione. Ho eliminato la televisione dalla mia vita, da tempo.
   Internet. Navigo... che sia la stessa brezza della canzone a portarmi? Strano, mi porta là dove i flagelli sono democratici, ma pur sempre flagelli restano.
   Ma non era un brano romantico?
   Osservo con disgusto e orrore crescente e, infine, con una tristezza indescrivibile la mattanza dei delfini in Giappone, ripresa da un coraggiosissimo Ric O’Barry– posso solo immaginare come si sia sentito mentre girava quelle immagini.
   Leggo del tremendo terremoto che ha colpito ieri il Kashmir, stroncando migliaia di vite, mentre qui a Trieste tutti tentavano di divertirsi alla vigilia della Barcolana.
   Affronto con una certa preoccupazione le ultime notizie circa l’influenza aviaria.

   Di fronte a tutto questo, ripenso alla ciclicità della vita. I’m going around in circles, thinking about you and me, ascolto. Giro attorno in cerchi, pensando a te e me. Ho un rigurgito di relativismo.
   Poi sbatto contro il muro di granito.
   Mi sto difendendo. Ecco cosa sto facendo. Sono un essere umano, eppure rischio di andare in pezzi come un bicchiere di cristallo, colpito dalla dirompente eco del mondo.
   Relativizzo, ossia difendo la mia fragilità.
   Giusto?

   Sbagliato, Andrea.
   Rewind. Replay.
   Riprova e controlla.

   Una delle affermazioni più meschine che sento in questi ultimi tempi e da troppo tempo, pronunciata da molti, è che “in fondo, cosa interessa realmente a noi delle tragedie del resto del mondo? Non siamo ipocriti!”. Questo pensiero ha il suo fondamento, certo. Ad esempio nei continui, patetici lamenti delle nostre pance lardose – cosa ne abbiamo fatto della saggezza dei grandi vecchi, che dicevano di smettere di mangiare un po’ prima di essere sazi? Ma questo pensiero, questa meschina visione del mondo, scatena in me una furia quotidiana.
   Mi spiace, è troppo comodo. Per tutti noi, me incluso.

   Allora ripenso al brano di Bryan Adams e riconsidero le sue parole, applicandole al mondo. What do I do now? So much has changed, ascolto. Cosa faccio ora? Così tanto è cambiato.
   Il mondo è cambiato.
   Vogliamo continuare a nasconderci dietro un dito e pensare che nulla ci riguardi, se non ci colpisce direttamente? Ha! Ottimo. Siamo proprio lungimiranti!
   Non più tardi di qualche mese fa pochissimi si preoccupavano dell’influenza aviaria. Ora bussa alle porte, con la sua falce – è già arrivata in Europa.

   Sapete perché ho eliminato la televisione? No, non per i reality show – sebbene mi facciano vomitare. No, non per i vari personaggi di plastica che la popolano – sebbene mi facciano vomitare. No, non per i servizi di parte e la squallida lotta politica – sebbene mi facciano vomitare. L’ho eliminata perché mi fa perdere tempo. Ne ho poco.
   La TV non intrattiene, rende passivi.
   La TV non mostra, osserva superficialmente.
   La TV non informa, distorce.
   So che eliminando la TV perdo anche programmi di qualità. Tuttavia la percentuale di programmi che hanno un certo spessore, lo sapete, è molto bassa. Se ritenete mi stia sbagliando, considerate di essere messi piuttosto male. Ma non siete irrecuperabili: basta che eliminiate la televisione e, vedrete, ricomincerete a ragionare in piena autonomia.
   Appaio presuntuoso? Me ne sbatto. Eppoi, guardate che io credo nella vostra intelligenza. Il potere sa di voi e della vostra intelligenza ancora meglio di me, per questo la teme e tenta di tenervi buoni.
   Ma preferisco non relativizzare in questo brano. Sento troppe volte al giorno persone intelligenti rimbambirsi discutendo di cazzate immani come la storia fra il Narciso Ramazzotti e l’ex mogliettina agguerrita. Ma con cos’avete soffocato il vostro cervello? Con la segatura? Magari! L’avete gettato nel cesso, tirato la catenella e lasciato al suo posto vacuum. Il vuoto pneumatico forse descrive meglio la sostanza che la vostra scatola cranica contiene.

   Sia chiaro, c’è un tempo anche per lo svago. Non si può essere sempre impegnati, sempre attenti, soprattutto in una società come la nostra, che costringe a ritmi elevati.
   Ma chiamare “svago” un tuffo nella spazzatura mi sembra un po’ masochistico. In ogni caso, poco illuminato.

   Non sono perfetto. Anch’io ho la tentazione di cliccare sull’articolo che parla delle ultime esternazioni di Narciso Ramazzotti.
   Contenti? L’ho ammesso. Non sono migliore di chi lo fa, ma una cosa mi ha sempre distinto: la capacità di considerare con onestà i miei difetti, i miei limiti. Non fumo, ad esempio, e non perché sono migliore di chi fuma. Non fumo perché so di essere debole e per questo motivo non ho mai voluto nemmeno “fare un tiro”. E se mi piacesse? Lo so, comincerei a fumare.
   Svaghiamoci, per carità, ne abbiamo tutti bisogno! Ma non facciamoci del male, diamo più valore al nostro straccio di vita – che, fino a prova contraria (tutto è possibile), è l’unica che abbiamo.

   Sapete qual è la grandezza di internet? Il fatto che è grande due volte.
   Una prima volta: l’informazione diventa attiva. Di conseguenza ti fa pensare. Devi cercare la notizia, poi devi leggerla. Con internet non puoi subire l’informazione. Invece, se ascolto un qualsiasi TG, poniamo mentre sto cucinando, e arriva la notizia su Narciso Ramazzotti e Bellamogliettina, be’... me la pippo. Volente o nolente, mi entrerà in testa. Su internet, invece, mi si attiva il cervello un attimo prima che sia troppo tardi e non clicco sul link che porta alla notizia.
   La seconda grandezza di internet è che posso approfondire subito. Non so se la televisione ha parlato della mattanza dei delfini in Giappone, ma dubito fortemente abbia mostrato per intero il video di quattro minuti e mezzo, con sonoro compreso, in un TG.

   I feel just like a leaf on a breeze. Who knows where it’s blowing? Who knows where it’s going? ascolto. Mi sento come una foglia in balia di una brezza. Chi sa verso dove soffia? Chi sa dove sta andando?
   I sentimenti non si possono controllare. Ahimè – rigurgito di autocommiserazione. E quella brezza, vero, ti porta dove vuole lei, a volte facendoti mulinare sempre nello stesso posto. Attorno alla stessa persona. Bisogna avere pazienza, volersi bene.
   Ma davvero crediamo che per tutto il resto non si possa far nulla? Davvero crediamo di contare così poco, quando ragioniamo in autonomia? Amo le persone, amo i popoli, amo la loro capacità di influenzare la storia, di sradicare qualsiasi potere, alla lunga. Chi la dura, la vince.
   Amo la natura sovversiva, indipendente dell’essere umano.
   In questo non siamo meno fieri di un felino chiuso in un angolo.

   Davvero, di fronte a un mondo che cambia, vogliamo farci portare dal vento?

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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