Tempo. Ci vuole tempo.
Tempo per capire. Come si è
dentro, cosa si agita tra muscoli e tendini, negli interstizi,
in profondità, fuori e dentro il cuore, a un
niente dall’anima.
Tempo per scoprire. Di essere un ribollire
incontrollato, che non sottostà a nessuna logica,
che sputa in faccia al buon senso, un magma che non
chiede spazio, che se lo prende e basta.
Tempo per meravigliarsi. Perché
la via della colata è quella che fa sentire vivi,
in fondo, e via stillando densi sulla propria vita,
impietosi, quasi impietriti di fronte a una dirupo che
sembra non terminare mai.
Tempo per intravedere. Le svolte della
caduta, della traiettoria... del percorso, nonostante
la velocità aumenti, anche se sembra non esserci
il tempo.
Tempo. Tempo. Tempo.
Tempo per riconoscere. Le opportunità
che le svolte ti danno, quando l’infinita successione
si riduce improvvisamente a tre cose in fila. Improvvisamente,
tre.
Una. Due. Tre. E il tempo si ferma.
Ma non te ne accorgi.
Così ricomincia a precipitare.
A precipitarti.
Tempo per volerle. Quelle tre cose.
Volerle davvero, volerle tutte e tre ed essere disposto
a tutto per dire, un giorno, d’averle vissute.
A tutto. Anche a giocarti il tempo.
Tempo per rinsavire. Invece, non c’è.
E, dimentico di me stesso, di quanto
sono, di quanto valgo, sento soltanto ciò che
sento e perdo la presa sulla mia vita. E giorno dopo
giorno rotolo verso valle.
Ho mai davvero avuto il tempo di meravigliarmi?
Spendere la mia esistenza alla ricerca
della meraviglia e poi ritrovarmela di fronte, quando
meno me l’aspettavo, quando meno la cercavo, quando
meno sembrava necessaria.
Ma, in fondo, altrimenti come mi sarei
meravigliato?
Sicché mi ritrovo a tu per
tu con i cocci di ciò che sono stato fino a un
momento prima, con i cocci di ciò che sono da
quel giorno sul muretto, al mare, tra le ginestre, fino
a quest’ultimo imprevedibile incrocio, bagnato
da tante piogge diverse e incessanti.
Ora ho il tempo di meravigliarmi.
Quanto sono fragile e debole, di fronte alla vita. Un
piccolo insetto in balia dei venti, che arrivano e mi
spazzano via. Finché, esausto per la lotta, scopro
che esiste un posto in cui i venti non soffiano impetuosi.
Un posto che mi protegge e gioca con
il vento, un posto che ride del vento.
E lì, dentro quel posto, in
fila, le tre cose.