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Trieste, 10 maggio 2005

Tre


   Tempo. Ci vuole tempo.
   Tempo per capire. Come si è dentro, cosa si agita tra muscoli e tendini, negli interstizi, in profondità, fuori e dentro il cuore, a un niente dall’anima.
   Tempo per scoprire. Di essere un ribollire incontrollato, che non sottostà a nessuna logica, che sputa in faccia al buon senso, un magma che non chiede spazio, che se lo prende e basta.
   Tempo per meravigliarsi. Perché la via della colata è quella che fa sentire vivi, in fondo, e via stillando densi sulla propria vita, impietosi, quasi impietriti di fronte a una dirupo che sembra non terminare mai.
   Tempo per intravedere. Le svolte della caduta, della traiettoria... del percorso, nonostante la velocità aumenti, anche se sembra non esserci il tempo.
   Tempo. Tempo. Tempo.
   Tempo per riconoscere. Le opportunità che le svolte ti danno, quando l’infinita successione si riduce improvvisamente a tre cose in fila. Improvvisamente, tre.
   Una. Due. Tre. E il tempo si ferma.
   Ma non te ne accorgi.
   Così ricomincia a precipitare. A precipitarti.
   Tempo per volerle. Quelle tre cose. Volerle davvero, volerle tutte e tre ed essere disposto a tutto per dire, un giorno, d’averle vissute. A tutto. Anche a giocarti il tempo.
   Tempo per rinsavire. Invece, non c’è.

   E, dimentico di me stesso, di quanto sono, di quanto valgo, sento soltanto ciò che sento e perdo la presa sulla mia vita. E giorno dopo giorno rotolo verso valle.
   Ho mai davvero avuto il tempo di meravigliarmi?
   Spendere la mia esistenza alla ricerca della meraviglia e poi ritrovarmela di fronte, quando meno me l’aspettavo, quando meno la cercavo, quando meno sembrava necessaria.
   Ma, in fondo, altrimenti come mi sarei meravigliato?
   Sicché mi ritrovo a tu per tu con i cocci di ciò che sono stato fino a un momento prima, con i cocci di ciò che sono da quel giorno sul muretto, al mare, tra le ginestre, fino a quest’ultimo imprevedibile incrocio, bagnato da tante piogge diverse e incessanti.
   Ora ho il tempo di meravigliarmi. Quanto sono fragile e debole, di fronte alla vita. Un piccolo insetto in balia dei venti, che arrivano e mi spazzano via. Finché, esausto per la lotta, scopro che esiste un posto in cui i venti non soffiano impetuosi.
   Un posto che mi protegge e gioca con il vento, un posto che ride del vento.
   E lì, dentro quel posto, in fila, le tre cose.

   Una.
   Due.
   Tre.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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