Con archi di dolore, la ciclicità
della vita mi ripiomba addosso, lasciandomi senza fiato.
La caducità della vita, che
tanto angustiava Herman Hesse, è difficile da
afferrare, ti scivola tra i pensieri come acqua tra
le dita. Eppure ti bagna la pelle, lasciando traccia
del suo passaggio. Compresa l'amara verità, afferrato
che il presente è l'unica cosa che conti davvero,
non è poi così difficile vedere nella
caducità una compagna, se non proprio un'amica.
Il problema, il mio problema,
è la ciclicità, non la caducità.
Quando il presente si scontra con il passato e il passato
ridiviene presente, in modo tormentoso, allora qualcosa
mi dice con forza, mi urla dentro che sono umano.
Ed essere umani significa, oltreché
non avere certezza del domani, non essere in grado di
controllare l'oggi.
Eccomi a tu per tu con l'oggi. E
adesso?
Adesso niente, non mi resta che tentare
di tenere la testa ritta, anziché il capo chino.
Non mi resta che guardare negli occhi le persone della
mia vita quando parlo, non sfuggire gli sguardi, non
nascondere i miei sentimenti e i miei tormenti... le
mie dannazioni.
Dannazione è rendersi conto
che non c'è possibilità d'errore nel considerare
che prima o poi si cadrà in errore. Si spera
soltanto che l'errore non sarà madornale. Ma
anche in questo, non c'è scampo: prima o poi
l'errore sarà madornale.
Dannazione è non avere via
di scampo. E non essere felini. Quando li metti in un
angolo, i felini hanno denti aguzzi, artigli acuminati,
agilità incomparabile, furia animalesca. Noi...
io, semplicemente uomo, che cos'ho?
Dannazioni, questo ho.
E, dannazione, non riesco a venirne
a capo!
Solitamente riesco a darmi una direzione.
Questa volta no. Solitamente riesco a capirmi. Questa
volta mi capisco troppo poco. Forse sarebbe meglio se
non mi capissi del tutto, perché quello che ho
capito non mi è piaciuto.
Quanto è amara l'onestà.
Smetterò di mangiare così tanto zucchero,
credo, mi basterà pensare al prezzo dell'onestà
e mi sembrerà subito tutto più dolce.
La mia dannazione, in tutto questo,
è che non ci sono in gioco soltanto io. Sarebbe
facile, altrimenti. E non riesco a darmi pace, non riesco
a capire cosa sia giusto fare, se quello che sento,
di buono e di cattivo, di dolce e di amaro, merita ascolto
o dovrei semplicemente costringermi a una clausura sentimentale,
per me, per tutti gli altri...
Ho sempre sostenuto che per volere
bene agli altri è prima necessario voler bene
a se stessi. La vita, gran stronza, m'ha tolto anche
questa certezza. Non riesco a volermi bene questa volta,
senza prima voler bene a tutti gli altri.
Gli altri, che tanto mi sorreggono
e mi fanno sentire vivo, nel bene e nel male. Chi cazzo
sono, io, senza gli altri? Poca cosa, davvero. E in
questo momento mi sento davvero poca cosa. Chi cazzo
sono io, per antepormi agli altri?
Il problema è che è
troppo tardi per voler bene a tutti gli altri. È
troppo tardi. Ho sbagliato tanto, ho sbagliato troppo
e ho oltrepassato una soglia, la cui porta si è
chiusa alle mie spalle.
Non è questione di volerla
riaprire, è questione di non essere più
sicuro di me stesso, della mia dirittura morale. Sto
facendo la vittima? Me lo sto chiedendo, di continuo.
Ma se sono ancora in grado di riconoscere perlomeno
i miei stati d'animo, non c'è finzione in questa
mia afflizione. In questa mia dannazione.
La mia dannazione è aver fallito,
trascinando nel fallimento chi non aveva colpe.
Il mio terrore sapere che potrei fallire
di nuovo.
Non riesco più a camminare
con regolarità, ho paure che mi sbarrano la strada
di continuo, ostacoli invisibili che mi si palesano
troppo tardi per poterli evitare. E mi ritrovo a procedere
come un forsennato, senza discernimento, sbattendo a
destra e a manca, incapace di scegliere, troppo fragile
per essere forte.
Essere forte. Credevo di esserlo,
forte. Ora non credo più a niente.