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Trieste, 24 aprile 2005

Dannazione


   Con archi di dolore, la ciclicità della vita mi ripiomba addosso, lasciandomi senza fiato.
   La caducità della vita, che tanto angustiava Herman Hesse, è difficile da afferrare, ti scivola tra i pensieri come acqua tra le dita. Eppure ti bagna la pelle, lasciando traccia del suo passaggio. Compresa l'amara verità, afferrato che il presente è l'unica cosa che conti davvero, non è poi così difficile vedere nella caducità una compagna, se non proprio un'amica.
   Il problema, il mio problema, è la ciclicità, non la caducità. Quando il presente si scontra con il passato e il passato ridiviene presente, in modo tormentoso, allora qualcosa mi dice con forza, mi urla dentro che sono umano.
   Ed essere umani significa, oltreché non avere certezza del domani, non essere in grado di controllare l'oggi.

   Eccomi a tu per tu con l'oggi. E adesso?
   Adesso niente, non mi resta che tentare di tenere la testa ritta, anziché il capo chino. Non mi resta che guardare negli occhi le persone della mia vita quando parlo, non sfuggire gli sguardi, non nascondere i miei sentimenti e i miei tormenti... le mie dannazioni.
   Dannazione è rendersi conto che non c'è possibilità d'errore nel considerare che prima o poi si cadrà in errore. Si spera soltanto che l'errore non sarà madornale. Ma anche in questo, non c'è scampo: prima o poi l'errore sarà madornale.
   Dannazione è non avere via di scampo. E non essere felini. Quando li metti in un angolo, i felini hanno denti aguzzi, artigli acuminati, agilità incomparabile, furia animalesca. Noi... io, semplicemente uomo, che cos'ho?
   Dannazioni, questo ho.
   E, dannazione, non riesco a venirne a capo!

   Solitamente riesco a darmi una direzione. Questa volta no. Solitamente riesco a capirmi. Questa volta mi capisco troppo poco. Forse sarebbe meglio se non mi capissi del tutto, perché quello che ho capito non mi è piaciuto.
   Quanto è amara l'onestà. Smetterò di mangiare così tanto zucchero, credo, mi basterà pensare al prezzo dell'onestà e mi sembrerà subito tutto più dolce.
   La mia dannazione, in tutto questo, è che non ci sono in gioco soltanto io. Sarebbe facile, altrimenti. E non riesco a darmi pace, non riesco a capire cosa sia giusto fare, se quello che sento, di buono e di cattivo, di dolce e di amaro, merita ascolto o dovrei semplicemente costringermi a una clausura sentimentale, per me, per tutti gli altri...

   Ho sempre sostenuto che per volere bene agli altri è prima necessario voler bene a se stessi. La vita, gran stronza, m'ha tolto anche questa certezza. Non riesco a volermi bene questa volta, senza prima voler bene a tutti gli altri.
   Gli altri, che tanto mi sorreggono e mi fanno sentire vivo, nel bene e nel male. Chi cazzo sono, io, senza gli altri? Poca cosa, davvero. E in questo momento mi sento davvero poca cosa. Chi cazzo sono io, per antepormi agli altri?
   Il problema è che è troppo tardi per voler bene a tutti gli altri. È troppo tardi. Ho sbagliato tanto, ho sbagliato troppo e ho oltrepassato una soglia, la cui porta si è chiusa alle mie spalle.
   Non è questione di volerla riaprire, è questione di non essere più sicuro di me stesso, della mia dirittura morale. Sto facendo la vittima? Me lo sto chiedendo, di continuo. Ma se sono ancora in grado di riconoscere perlomeno i miei stati d'animo, non c'è finzione in questa mia afflizione. In questa mia dannazione.

   La mia dannazione è aver fallito, trascinando nel fallimento chi non aveva colpe.
   Il mio terrore sapere che potrei fallire di nuovo.
   Non riesco più a camminare con regolarità, ho paure che mi sbarrano la strada di continuo, ostacoli invisibili che mi si palesano troppo tardi per poterli evitare. E mi ritrovo a procedere come un forsennato, senza discernimento, sbattendo a destra e a manca, incapace di scegliere, troppo fragile per essere forte.

   Essere forte. Credevo di esserlo, forte. Ora non credo più a niente.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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