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Trieste, 9 maggio 2002

La molla


   Sapete, quella molla lì, quella che scatta ogni tanto. Ogni tanto, non sempre... ogni tanto.
   Tu stai lì e non te l’aspetti; o forse sì.
   E lei scatta.
   Allora capisci qualcosa, qualcosa di più. Ma non solo, non solo capisci: senti.
   Senti che sei stato uno stupido fino a quel momento. Tutti ti dicevano la stessa cosa, perfino tu la ripetevi di continuo.
   E lei scatta.
   Allora ridi, piangendo. O piangi, ridendo.
   E senti che non sei più quello di un solo minuto prima, senti di essere pronto a fare quello che un attimo prima non avresti fatto: andare a fondo, per capire... per sentire ancora o, meglio, di nuovo.
   Nove maggio duemiladue: e lei scatta.
   La paura, la paura... quanto dolore in più causa la paura rispetto a quello che teme. Se non avessi avuto paura, in vita mia, avrei sofferto di meno. C’è un volto, dentro di me, che se ne sta lì, nell’ombra, e si chiede perché non viene mai scorto. Che sciocchezza, è chiaro a chiunque il perché, anche all’ombra. A volte ci si nasconde meglio quando non lo si vorrebbe, a volte ci si fa del male per paura di farsi del male.
   La paura... ma un giorno, lei scatta.
   E ti chiedi se davvero hai vissuto fino a quel momento, se sei stato davvero un uomo e non, piuttosto, un uomo nell’ombra. O un’ombra e basta.
   Esiste un’unica differenza che vale, sempre: c’è chi sente e chi ha paura di sentire.
   Quante volte quello stesso preciso messaggio, quante volte l’ho udito... e non mi è mai bastato, perché l’ho cercato, con spasmodica immobilità; anche questa sera. Stavo lì, a cercarlo, a volerlo... per colpirmi, per schiaffeggiarmi con un catino d’acqua gelida, per l’ennesima volta, sperando di capire e, infine, di sentire.
   Quella molla, quella tanto attesa, quella su cui stavo seduto sopra, è scattata.

   Tanto facciamo, tutti quanti, ma basta così poco per sentirci vivi davvero.
   Basta sentire... e lei scatta.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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