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Trieste, 3 aprile 2001

Una bugia


   Una bugia.
   È solo una bugia e persino mal dissimulata... niente più che un sottile strato di pelle, o di tempo, la cela agli occhi attenti di chi sa, di chi, forse, lascia che il dubbio penetri in luoghi da cui dovrebbe essere bandito, come acqua che s’infiltra in minute fessure, impregnando e gonfiando il legno finché questo non si deforma... finché la realtà si deforma e diviene qualcosa che non è, irreale, un ricordo distorto che invece è nitido presente, se solo quegli occhi vedessero oltre un paio di lacrime, niente più, un paio di lacrime che scoprono la luce del giorno ed abbacinate si fermano, non cadono, inondando un azzurro infinito quanto il cielo dell’alba di primavera, ingrandendo l’infinito come un’inconcepibile lente, se solo vedessero la pena che l’altro infinito, piccolo e vuoto, piccolo piccolo, piccolo... se solo vedessero, come un soffio lieve o un alito leggero, sfumatura dell’aria, pastello trasparente, se solo vedessero, flebili basterebbero a sollevare quel sottile strato di pelle, o di tempo, che cela il deserto al centro del quale, come un granello di sabbia, ritto e minuscolo, sta il pavido sentimento di un pavido cuore, mimetizzato tra le dune, unico tra miliardi ma non visto per ciò che è, unico, visto come tra miliardi, inutile come uno qualsiasi dei numeri centrali di un miliardo, al centro del deserto, lui che invece vorrebbe essere più grande, come una rosa del deserto, o un grande granello di sabbia, lui che non vorrebbe essere un pavido sentimento, poiché pavido non si sente, bensì profondo quanto il deserto, che non si guada senza un po’ d’acqua, che filtra, come lacrime in occhi azzurro cielo, infiniti e ciechi di fronte allo sgomento di un momento, alla tristezza di un sottile strato di tempo, o di pelle, che seccata dall’aridità del deserto agognava anche due sole lacrime per idratarsi, per capire infine come mai, alla fine, infine, finalmente, basta così poco per rendere quel minuto granello, quel pavido sentimento, una rosa del deserto, grossa quanto un pugno nello stomaco, di cui infine sputi il dolore una sera di primavera, dinanzi all’unica cosa che ti resta, timida: una bugia.
   Una bugia credere di non sentire più di tanto, una bugia sperare di risalire la corrente, una bugia spingersi così tanto allargo nella convinzione di saper tornare a riva... ed infine trovarsi in balia di un oceano, burattino in mano alla corrente, avvertendo le fitte del sentire affondare i denti nelle viscere.
   Una bugia.
   È solo una bugia, questo non sentire.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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