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Trieste, 10 marzo 2001

Passi


   Passi...
   Passi... lenti, compassati... veloci, affannati... passi, sono soltanto passi.
   E ti ritrovi, una mattina, a pensare alle orme lasciate. Passi passati, per dove sono passati? Lungo la spiaggia la linea si confonde, perdendosi in lontananza, divenendo sempre più fievole ed imperscrutabile.
   Passi...
   Passi... e ti fermi, ti volti. Scruti, in silenzio. Da dove sono venuti, tutti quei passi?
   Niente rumore di cuoio riecheggia, passi nella sabbia, silenti, portano con sé qualche strascico sbiadito e liso, là dove la trama dei fili occhieggia mentre chiedono pietà: non abbandonarci, non trascurarci... mi sussurrano con il pensiero, mentre la brezza di mare scivola sul mio volto, alzando appena i miei capelli, passandovi attraverso quasi fossero la trama dei fili, quasi tutti castani, alcuni argentati.
   E ti ritrovi su quella spiaggia, immoto, a fissare il cammino compiuto.
   Passi...
   Vorresti dita nella trama di capelli, pelle sulla tua pelle. Vorresti voltarti indietro, verso le orme, e trovare un volto che poi, guardando avanti, vi fosse ancora. Ma non ci sono orme di fronte a te, né vicine, attorno a quelle alghe scure, né lontane, fino a quell’ammasso di scogli laggiù. Non ci sono orme da seguire, né da calcare.
   Ancora passi...
   Passi, per continuare, non cedere. Verso dove mi porteranno? E dove si fermeranno?
   Potrei sedermi qui, in silenzio, a scrutare il mare, finché le onde non avranno cancellato per sempre le mie orme. Allora potrei decidere se tornare indietro o proseguire. Eppure qualcosa mi dice che no, non si può tornare indietro: ad orme cancellate, non farei che crearne di nuove, sempre alle mie spalle.
   Passi...
   Possibile? Possibile sia tutto qui? Soltanto dei passi?
   E guardo la sabbia sui miei piedi, tra le dita fredde, che l’acqua di mare non conforta mai del tutto, perché è fredda essa stessa. Poi mi accorgo del suo calore crescente, della sua dolcezza crescente, del sale che se ne va. E del gorgoglio della risacca non resta che un’eco lontana, che si spegne, si spegne lentamente.
   Spruzzato, infradiciato, eppure assetato.
   Possibile l’unica certezza siano i passi già compiuti? ...le occasioni perdute, il tempo che fluisce, la marea che cancella le orme, le ferite che divengono cicatrici, il sapore agrodolce del passato... possibile?
   No, non è tutto qui. Non lo credo, come non lo credevo prima di fermarmi qui, a guardare il mare; non lo crederò.
   Non si tratta di scegliere; e la scelta non sarebbe tra l’attesa ed il cammino.
   Si tratta di vivere.
   E per quanti passi ho mosso, per quanti non ne sto muovendo e per quanti ne muoverò... beh, nulla mi toglierà di dosso la sensazione di essere vivo e di volere la vita. Anche ora, indolenzito e stanco, anche ora rido se penso a ciò che ho conquistato, allo stesso modo in cui ammutolisco se penso a ciò che ho perduto.
   La vita non avrebbe senso senza quelle orme, senza questa sosta di fronte al mare, che non è né prima né ultima, e senza quel lungo tratto di spiaggia vergine ancora da percorrere.
   Come fanno a vivere i gabbiani, che volano e galleggiano sull’acqua, senza lasciare traccia del loro passaggio? Come fanno, quando vogliono voltarsi indietro e pensare alle orme lasciate, se non ne hanno lasciate? Forse esistono orme anche sulla superficie del mare, basta saperle vedere.
   Basta saperle amare, le orme.

               
 
           
           
 
 



© by Andrea D'Angelo

 

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