9 maggio 2008

Intervista a Steven Erikson

A chi non l'avesse ancora letta, suggerisco quest'intervista di Jeff VanderMeer al mio scrittore contemporaneo preferito, Steven Erikson.
È un'intervista molto intima, in certi momenti, e tocca ferite ancora abbondantemente sanguinanti in me. Mi è piaciuta molto.

Nel contempo ho capito perché sono così affine all'autore canadese, di sensibilità parlando: guardo al mondo col suo stesso spirito. E soffro di ciò che vedo proprio come lui descrive (moltissimi di noi, io voglio credere la maggior parte, soffrono di ciò che vedono; ma anche la sofferenza è un aspetto della nostra vita piuttosto soggettivo, ecco perché dico che il mio modo è molto simile al suo - anche e soprattutto come reazione alla sofferenza). Spesso, per l'appunto, ho queste cadute d'umore che mi fanno scrivere in modo cupo, violento, con uno stile quasi spezzato e con una foga che quando sono sereno non ho.
La profondità della tenebra che nasconde l'animo umano era inimmaginabile, finché non hanno cominciato a mostrarcela (soltanto in parte).

Leggetelo qui: http://clarkesworldmagazine.com/erikson_interview.html (in inglese)

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28 aprile 2008

Magia!

« Rodarred, l'antica capitale della Provincia AEana, era una città costituita di punte: una foresta di pini, e al di sopra delle guglie dei pini, una più aerea foresta di torri. [...] »

Ursula K. Le Guin
I reietti dell'altro pianeta
Questa è magia!

Ero venuto qui soltanto per dirvi questo. Per omaggiare la donna che per me resta la più grande scrittrice vivente del fantastico. Poi, m'è venuto in mente che invece potevamo fare un gioco.
Vi va? Daiii! Per favore! Sarei felice se partecipaste, tutti!
Il brano qui sopra (rileggetelo dopo!) è l'inizio di un capitolo. Le due parti sottostanti sono la sua continuazione. Le tre parti, cioè, sono un paragrafo unico.
Bene, detto ciò, io le ho divise così.
In tre.
C'è un perché. Anzi, un doppio perché: uno più evidente e uno più profondo. Sono sicuro, però, che è la mia personalissima visione della scrittura - che mi ha portato a definire quest'esempio "magia!". Per scoprirlo, vorrei che voi tentaste di dare una spiegazione dei perché, senza che io ve lo dica. **

Ora leggete i tre brani, partendo da quello qui sopra. Aspetto la vostra spiegazione con ansia.

E due...

« [...] Le strade erano scure e strette, muschiose, spesso nebbiose, al di sotto degli alberi. Soltanto dai sette ponti che attraversavano il fiume si poteva alzare lo sguardo e vedere la cima delle torri. Alcune di esse erano alte cento metri e più, altre erano dei semplici germogli, come se fossero case normali andate a seme. Alcune erano fatte di pietra, altra di porcellana, di mosaico, fogli di vetro colorato, coperture di rame, stagno, oro, ornate in modo incredibile, delicate, luccicanti. »

...e tre!

« [...] In queste strade affascinanti e allucinanti aveva sede l'urrasiano Consiglio dei Governi Mondiali fin dall'inizio dei suoi trecento anni d'esistenza. Anche molte ambasciate e consolati presso il Consiglio e l'A-Io si raggruppavano a Rodarred, a meno di un'ora da Nio Esseia, sede nazionale del governo.»

Ecco fatto.
Giocate, vi prego!

Un sorriso,
Andrea

** (In seguito, se vorrete, in un'altra considerazione - "post"... bleah! - facciamo il gioco contrario: le suddividerete voi a vostro piacimento e spiegherete il perché.)

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14 aprile 2008

Un passo verso la crescita professionale

Ieri, leggendo on-line Locus Magazine, la rivista più conosciuta negli Stati Uniti (e, credo, nel mondo) che si occupa di fantascienza, fantasy, horror e derive di genere fantastico, ho notato un punto debole di noi autori italiani.
Sarà l'ambiente rissoso, sarà la nicchia in cui siamo (ancora) relegati, ma ritengo che il nostro atteggiamento dovrebbe essere più maturo e consapevole.

Mi spiego.
Gli autori d'oltremanica e d'oltreoceano, forti di un ambiente considerato degno - perché il genere all'estero è visto come letteratura, non come narrativa di serie B -, si occupano di tematiche interessanti, scrivendo articoli che non riguardano soltanto la scrittura (quasi mai banali), ma la vita in generale (che è il centro attorno al quale gravita qualsiasi scritto che meriti l'appellativo di "letteratura").
La mia impressione è che in Italia, invece, finora ci si sia occupati troppo di questioni secondarie, come quella delle vendite e della visibilità, che, seppur importanti, sono secondarie rispetto allo spessore degli autori che vogliono vendere e conquistarsi visibilità (almeno, a me sembra così). Troppe energie sono state spese in una direzione sbagliata, partecipando o addirittura iniziando diatribe sterili che fanno male al movimento - tutto tempo letteralmente sprecato.

Il mio è un appello: cambiamo totalmente registro, ragazzi!
Personalmente sono reo della colpa sopra evidenziata, nonostante abbia contemporaneamente portato avanti, e con forza, un dialogo anche costruttivo con i lettori e gli stessi autori (prima con "Un nuovo mondo", poi tentando di rispondere sempre con trasparenza e riflettendo nei miei interventi sui forum, ad esempio).
È da un po' di tempo che seguo con regolarità giornaliera i blog di molti autori (grazie a un RSS reader, altrimenti sarebbe improponibile...). Lo spessore c'è tutto: molti scrivono considerazioni che meritano attenzione e più d'una volta sono intervenuto direttamente. Lo stesso faccio con alcuni lettori che palesano una cultura del fantastico degna di nota. Non disdegno nessuno, se non chi parla male sistematicamente: troppo facile.
Cosa propongo, in sostanza, non è soltanto di evitare e non alimentare le diatribe che regolarmente spuntano in rete. Propongo di essere attivi, d'impegnarsi nel dire la propria sulla scrittura e guardando alla vita, in modo profondo, serio, trasmettendo i perché della nostra attività e favorendo un dialogo finalmente maturo.
Chi mi segue da un po' sa che l'ho sempre fatto, per un semplice motivo: per me scrivere è un'attività dannatamente seria, senza la quale non sono capace di vivere bene. E, sia chiaro, continuo a credere che sia il caso di difendersi in certi casi, perché ignorare non è sufficiente. Mentre noi ignoriamo, i detrattori e chi sputa sul fantasy italiano non si ferma. Ma tenterò di soprassedere sempre in futuro: lo prometto!
Dobbiamo essere attivi. Noi non abbiamo una rivista di riferimento come Locus Magazine, ma possiamo sempre "creare movimento" tra noi, frequentando i nostri blog, attirando sempre più lettori e non chiudendoci a riccio, guardando all'autore vicino con senso di fratellanza e comunanza, realmente aperti, senza pensare soltanto al proprio piccolo orticello.

Insomma, diamoci da fare per primi, senza star lì a pensare a quante cose ingiuste vengono scritte e dette su di noi.
Siete d'accordo? E volete agire in questo senso?
Prossimamente voglio farvi una piccola sorpresa, cari autori italiani... il tempo è tiranno, ma non cederò!


Un sorriso,
Andrea

P.S.: in ogni caso, occasioni per esprimerci ci sono. La prima che mi viene in mente è proporre nostri articoli (se qualcuno non l'ha già fatto) a riviste come Terre di Confine, di ottima fattura e curata da un sacco di gente appassionata, o come quella di Yavin4: gente volenterosa non manca.
In un certo senso "il movimento siamo noi", ma dobbiamo muoverci!

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6 aprile 2008

Il giorno dopo - Capitolo XV

Nuova blog-considerazione deviata: Capitolo XV ultimato.

Nuova considerazione nel mio Diario. A considerazioni sul capitolo ho aggiunto altre questioni, che forse meriterebbero una trattazione più estesa. Ma d'ora in avanti mi sono imposto di non perdere tempi in chiacchiere e di scrivere il più possibile. Discutiamone insieme, se volete, a partire da qui.
Leggete e tornate a commentare qui, se vi aggrada.
http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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8 febbraio 2008

Concorso Fantasy Magazine annullato

Apprendo ora, leggendo il forum di Fantasy Magazine, che il concorso è stato annullato.
Per non ingenerare confusione, preferisco riportare le testuali parole di Franco Clun: «Saranno resi i 20 euro d'iscrizione a tutti i partecipanti del concorso. Ci riserviamo comunque di scegliere fra le migliori opere e di proporre contratti di pubblicazione. Stiamo decidendo se proclamare comunque un vincitore.
Le schede, con un po' di pazienza, saranno comunque inviate a chi ne farà richiesta.
»

Ho abbandonato il forum da un po'. Lo leggo di tanto in tanto, ma la mia ormai cronica mancanza di tempo libero necessitava di soluzioni estreme, mio malgrado. Detto questo, mi preme sottolineare qui in casa mia ciò che è il "mio sguardo" sul concorso in oggetto.

Sono stato contattato da Franco Clun all'inizio e ho accettato di leggere e valutare i tre finalisti. Esatto, avete letto bene: tre. Allora fu una decisione sofferta, perché, come Franz sa bene, avevo già problemi di tempo.
In seguito i finalisti sono stati portati a dieci, a qualche mese di distanza. Lo appresi direttamente dal forum e mi chiesi se intervenire direttamente e "tirarmene fuori": leggere dieci romanzi, per me che sono un bradipo-lettore, è cosa molto impegnativa da farsi in tempi accettabili.
Poi il tempo è passato e, per motivi che comprendo, la casa editrice è infine giunta a questa decisione - immagino sofferta.

Ora, mi preme sottolineare che con un tale ritardo e, soprattutto, con una simile mole di valutazioni in più (7), non avrei accettato di leggere e valutare i finalisti. Mi sembra giusto esternarlo, anche se a concorso annullato potrei tenere la tacita decisione per me. Anche perché è il caso di sottolineare una volta di più la mia indipendenza e il fatto che il mio nome - per quel poco che vale - non può essere usato a piacimento, cambiando le regole del gioco in corso.
Sebbene ritenga al limite dell'isterismo gli interventi di protesta di alcuni utenti del forum e partecipanti al concorso, ho riscontrato anch'io una pessima gestione delle comunicazioni da parte della Delos Books. Una cosa che scrivo col cuore pesante, perché considero Franz un amico e ne stimo il lavoro.
Cosa che comunico ufficialmente qui, oltre tutto: per mesi non ho sentito nessuno, non sono stato aggiornato, tanto quanto voi. E ho deciso di comunicare la mia decisione allo stesso modo: per conto mio, senza tener conto degli altri.

Ad ogni modo, ragazzi, io non avrei valutato le vostre opere finaliste. Dieci sono troppe ed è inutile nascondersi dietro un dito: non ho tutto questo tempo, dal momento che non riesco nemmeno a leggere e scrivere ciò che mi preme. Sarebbe stata anche una decisione ragionata e a vostro favore: dopo aver atteso così tanto, perché costringervi ad attendere ancora di più per permettermi di leggere bradipamente i manoscritti?
Accolgo l'annullamento del concorso con sollievo, dunque, e vorrei far presente a tutti il lato estremamente positivo della decisione: non c'è più il vincitore soltanto che raggiungerà la pubblicazione, bensì, volendo interpretare le parole di Franco Clun, tutti coloro i quali la Delos Books riterrà degni - e aver allargato la rosa dei finalisti da tre a dieci a me fa pensare che i meritori, su oltre 100 romanzi, non fossero pochi.

Insomma, buona fortuna a tutti!

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27 gennaio 2008

Lo spirito de Il giorno dopo

Ieri ho trovato la colonna sonora che mi aiuterà molto nella scrittura de Il giorno dopo.
Si tratta di qualcosa che ho scoperto per puro caso, ma che calza a pennello. Appena l'ho sentita, infatti, ho capito che dovevo usarla.

Lo spirito che mi anima, quando scrivo, è diverso a seconda del romanzo. L'ultimo mio scritto è La Rocca dei Silenzi, e ripensando a ciò che mi animava allora capisco quanto sono cambiato negli ultimi tre anni. Tre anni di silenzio, di sofferenze e gioie, di turbamento e serenità. L'Andrea che si riproporrà agli editori sarà molto diverso. Non necessariamente nel risultato scritto, anche se esperienza m'insegna che la mia personale evoluzione si vedrà chiaramente, perché io scrivo spinto dall'animo, con un impulso letterario genuino. Il che non significa, ancora, che questo si traduca in letteratura.

Ebbene, lo spirito alla base di questo mio nuovo scritto è chiaro: ascoltate, se ne avete modo, Millennium - Tribal Wisdom and the Modern World di Hans Zimmer. Solo quella musica può spiegarvi, a grandi linee, cosa mi anima durante la stesura de Il giorno dopo e cosa, fin dalla revisione de La Rocca dei Silenzi, ho pian piano maturato.

Come ho detto in altra considerazione, I Silenzi sono romanzi volti al presente, pur se fantastici, e proiettati, aggiungerei, verso un ideale concreto, anche se probabilmente utopico. Probabilmente, sì, non sicuramente. Mi infastidisce l'idea che un sogno non possa avverarsi. Altrimenti si chiamerebbe "illusione". E questo non spetta a me giudicarlo, né ad altri.
Lo spirito è quello di Millennium, il procedere è quello del bradipo. In un certo senso sento che questo è il passo giusto: scrivere vivendo. Non c'è altra soluzione, ormai. La mia vita è cambiata e ha preso una direzione ben precisa, quasi impossibile da spiegare.
E in quella direzione vado, vivendo, amando, scrivendo.

Per ascoltare qualche decina di secondi per brano, giusto per farsi un'idea, vi rimando alla pagina di Amazon.com: http://www.amazon.com/Millennium

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15 dicembre 2007

Inammissibile

Il concetto della breve considerazione precedente era importante e mi piacerebbe ribadirlo con altre parole. Le polemiche adolescenziali non m'interessano e non scrivo le mie considerazioni in tono polemico. Spero che questo sia chiaro una volta per tutte.

È bene leggere le opinioni dei lettori, perché permettono di riflettere, di mettersi in discussione. Su questo non c'è molto da discutere, né il qui scrivente l'ha mai messo in dubbio. Tuttavia non è ammissibile lasciarsi bloccare da semplici opinioni.
Chiunque abbia pubblicato con una casa editrice degna di questo nome, e quindi abbia avuto a che fare con un editor altrettanto degno di questo nome, sa quale cura e attenzione c'è nelle scelte narrative dell'autore e nelle revisioni dell'editor (che le mette in discussione). Il lavoro fatto, insomma, non è una cosa scritta a casaccio, quasi si facesse del "proprio meno peggio". Mai credere d'essere geni incompresi, ma chi ha lavorato sodo, scegliendo con consapevolezza... quale scrittore ha voglia di conferire un potere di veto a degli opinionisti?

Le opinioni dei lettori sono importanti per il proprio ego e per le vendite delle case editrici.
E se sommate, nei tratti comuni, sono significative.
Fine. Non c'è altro da dire.
Non per me.

Per l'arte che possedete, invece, per quella parte di voi che è tesa a esprimersi in forma scritta e che per sua natura tende a migliorarsi, a non accontentarsi mai, a progredire (e se la possedete davvero, l'arte, così la vivete)... ecco, voi avete davvero il coraggio di lasciarla in balia di qualcuno che nemmeno conoscete?
Io no.
A colui che crede io disprezzi i lettori - e che un simile atteggiamento in generale sia disprezzarli - consiglio di riflettere su cosa sia l'arte e su chi sia l'artista, perché così pensando è molto lontano dalla verità.
Un conto è leggere, setacciare e infine metabolizzare le opinioni dei lettori.
Un conto agire come una bandieretta.

Ribadisco quanto detto nella considerazione precedente: se credete nella parte artistica che è in voi e scrivete, non demordete mai di fronte a nessun giudizio tranciante, espresso in qualsivoglia forma.
Soprattutto, ricordatevi che l'unica cosa che conta veramente per scrivere è leggere.
Leggere i romanzi altrui, non le opinioni.

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13 dicembre 2007

Il fantasy italiano

Fa schifo. A quanto pare.
In ogni pagina web in cui vi si parla, c'è sempre qualcuno (più di qualcuno, di solito) che lo fa a pezzetti. Quando va bene un unico, timido lettore, in netta minoranza, scrive "non è male". Gli unici luoghi in cui la tendenza si inverte sono dedicati a Licia Troisi.

Dunque rassegnamoci, giovani scrittori del fantastico italiani, editi o inediti. Rassegnamoci. I nostri compatrioti e lettori ci bocciano. Si salva soltanto Licia: lei non ha senso si rassegni - e non c'è questo pericolo visto il suo successo (per fortuna, almeno uno di noi ce l'ha fatta, se lo può permettere. Per me è una soddisfazione).
Rassegnamoci, dunque.
Sempre se vogliamo stare ad ascoltarli.
E se no?

Ecco. Se no.
L'unica cosa che conta è impegnarsi, perseverare. Seguire la propria strada: porta più lontano di quella di chi passa il tempo a criticare i passi altrui. Non c'è facile gratificazione, né incoraggiamento sufficiente. Quando ci sarà, sarete già famosi e non vi servirà più.
Se si resta troppo turbati dal web (se si), allora non lo si navighi.

C'era un tempo in cui ero inedito e il mio unico interlocutore era la condiscendente moltitudine di un bosco.
È stato il mio periodo più prolifico.

Non so voi, ma io non mi fermo.
E ritorno al bosco.

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5 novembre 2007

La mia opinione

Ho letto con molto interesse i punti di vista di tutti, nella precedente discussione.
Tenterò, ora, di chiarire il mio punto di vista. Non è cosa facile, a meno che io non voglia scrivere un testo chilometrico. Ecco, non voglio.
Eventualmente chiarirò alcuni punti mal esposti nei successivi commenti. Scusatemi fin d'ora se qualcosa sarà comprensibile soltanto per il sottoscritto.

Anzitutto sono costretto a una doverosa premessa.
Pare che il mio contrastare le opinioni dei più pignoli mi faccia passare per uno che pensa alla costruzione di un romanzo fantasy in modo sciatto. Sembra, insomma, che io consideri di poco valore il rigore della ricerca antecedente la prima stesura, che dia un valore pressoché nullo alla coerenza interna e che, dulcis in fundo, consideri robaccia le spiegazioni scientifiche (fisiche, ambientali, antropologiche, comportamentali, eccetera).
È buffo constatare che prima venivo considerato troppo “rigido”, mentre ora troppo “sciatto”.
A ogni modo, per chiunque mi pensi così, ho già detto e scritto abbastanza. Non devo dimostrare niente a nessuno (nemmeno a me stesso, in questo caso). Un primo assaggio di quanto io pensi, in concreto, è la mia piccola sequela di consigli, a questo indirizzo: http://www.negrore.com/scrittura/ . Tuttavia ho detto e scritto molto di più, nei vari forum.
Il succo del mio pensiero è molto semplice: ciò che conta è il senso del romanzo, ma non lo si può far emergere senza rigore.

Credo che la via corretta sia quella dell'equilibrio, quella che coniuga rigore e senso. Esatto, coniuga. Cioè non che antepone il rigore al senso.
Non esiste un livello giusto di rigore: dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere e che fine ha. Un conto è scrivere “hard science-fiction”, un conto “fantasy”. E già qui sento del brusio serpeggiare. No, non ho scritto che ci voglia meno rigore quando si scrive fantasy, ho scritto che i romanzi non sono tutti uguali e che non tutti necessitano della stessa ricetta di scrittura (un po' come le minestre, che certo non sono tutte uguali).
Quanto sto dicendo è che il rigore dev'essere indirizzato, occuparsi degli aspetti peculiari del romanzo (alcuni aspetti sono comuni a tutti i romanzi, lapalissiano, mentre altri no).
Ma, e da questo non si scappa, rigore dev'esserci. Altrimenti - una domanda importante - come si porta il lettore fino all'ultima pagina del proprio romanzo e gli si dona il senso dell'opera (che, non v'è chi non veda, può essere colto soltanto grazie a una lettura completa)? Inoltre, se mi permettete una battuta per sottolineare una cosa che mi sembra nessuno abbia sottolineato, rigore e cuore fanno rima. Cioè? Cioè il rigore non è affatto antitetico al cuore, il rigore è amore per la scrittura e per il buon narrare.

Senza rigore non si arriva al senso, dunque. Questo sembrerebbe presupporre che il rigore sia antecendente al senso, cioè l'esatto contrario di quanto ho affermato più sopra. Sembra, ma non è così: rigore e senso devono procedere di pari passo; vanno quindi coniugati, armonizzati... seguiti con amorevole cura. Rigore e senso devono entrambi arricchire tutte le pagine del romanzo (anche se, per propria natura, lo fanno in modo difforme).
D'altro canto, il senso non è affatto una cosa “ineffabile” (o, meglio, lo è soltanto perché le sensibilità sono diverse. Ma così il discorso si complica, quindi salto a pié pari - concedetemelo). Il senso di un romanzo è la sua anima, senza la quale ci troviamo di fronte a carta straccia, priva di alcun valore. Il senso è qualcosa di profondo, qualcosa che resta dentro a lettura terminata ed è, alla fin fine, ciò che spinge il lettore a riflettere, evitandogli di subire la lettura e nient'altro.

Sento un secondo brusio. Qualcuno potrebbe obiettare che in un'opera d'intrattenimento il senso (un significato profondo, non scritto) non sia così importante. Ebbene, chiunque la pensi così guarda ai romanzi in modo molto diverso dal mio.
In tutta sincerità, dei romanzi privi di senso non so che farmene. Per me sono spazzatura, tempo e denaro gettati al vento (e che non impollinano un bel niente!). Inutili, insomma. Anzi, dannosi, perché tolgono spazio a tutti coloro i quali hanno qualcosa di più profondo da dire... e che magari non riusciranno mai a pubblicare.
L'intrattenimento fine a se stesso non mi ha mai intrattenuto. Mi annoia.
Sono fatto così.
Questo è, se credete, il limite della mia opinione.

Ma di opinione si tratta, per l'appunto.
È fondamentale soltanto quando il romanzo in questione è mio.

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19 ottobre 2007

La voglia

Parliamo di quest'imposizione tirannica del tot tempo al giorno di scrittura, dunque.
Il problema è, per tutti, con vari gradi di sfumature, la costrizione. Perché la costrizione sembra portare a testi pessimi.
Vero.
Eppure sono qui per dimostrare che testi pessimi a volte sono buoni.
Se ho bevuto? No.

Mi sono ritrovato a scrivere un pezzo difficile, senza voglia di scrivere. (Di recente, intendo. In vita mia parecchie, davvero parecchie volte.) Alla ennesima rilettura ancora mi sembra zoppicante in qualcosa (forse il ritmo? Claudicante?).
Ma m'è servito a capire una cosa. Se ti sforzi troppo di scrivere, scrivi male. Vero. A fine scena, però, sai anche come non dovresti scriverla.

È tutto.

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17 ottobre 2007

Il giorno dopo - Capitolo XIII

Nuova blog-considerazione deviata, stavolta a Capitolo XIII ultimato.

Avevo molte cose da dire, dopo questo lungo periodo di lenta scrittura.
In realtà ne mancano molte, in questa pagina di diario. Ma ho preferito così, perché alcune riflessioni devo ancora lasciarle a sedimentare.

Leggete e tornate a commentare qui, se vi pare. http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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8 ottobre 2007

Il tempo è scaduto

Oggi ho scaricato da internet un programmino gratuito. Tra le varie cose che fa, una è di mio particolare interesse: un cronometro. Il perché è semplice: in questo modo non vado da nessuna parte, se non lentamente alla deriva.

È di questo fine settimana la decisione di cadenzare il mio ritmo di scrittura, come ai bei vecchi tempi.
Oggi più che mai ne ho la necessità. Il giorno dopo è un romanzo complesso, necessita di continuità per essere scritto. Ed è pure piuttosto lungo, quindi necessita anche di mesi di prima stesura e di mesi di revisione. Quanti non lo so, ma stare qui a tormentarmi non ha senso, mentre osservo il calendario che perde fogli nel suo autunno perenne.
Il tempo è scaduto.

Il programmino funziona bene. Sono felice e lo pubblicizzo: TimeLeft3 (ha anche calendario, timer, post-it, orologi vari e promemoria). L'obiettivo minimo è di 2 ore di scrittura al giorno. Ininterrotta? Non sarà possibile, ma non importa: sempre meglio di questa deriva poco concludente. È ora che torni a scrivere da semi-professionista, pur navigando in acque burrascose. I progetti sono molti e non voglio trascorrere la mia vita nel rimpianto del tempo perduto.
Basta internet, basta forum, basta pure col mio sito e il mio blog, finché non avrò scritto le mie 2 ore del giorno. L'unica libertà che mi concederò sarà quella di continuare il mio diario di scrittura, per tenervi aggiornati almeno su ciò che sto scrivendo, anche perché quelle brevi considerazioni mi aiutano a riflettere e a capire se tutto fila liscio. Scrivere, dunque, priorità assoluta e imprescindibile, che tutti capiranno e considereranno una decisione logica, magari tardiva.
La vita non è semplice, a volte ti stordisce e ti trascina via. Ci metti un po' a contrastarla, se non riesci a incanalare le emozioni in una direzione costruttiva, se non proprio positiva. Ma tutto ha sempre un senso ai miei occhi. Qualsiasi cosa accada mi dà la possibilità di diventare migliore, di crescere e maturare, di guardare alla vita con uno sguardo più penetrante.
Le foglie degli alberi cambiano colore e hanno cominciato a cadere proprio in questi giorni. Così cadranno le pagine dei miei romanzi, una dopo l'altra scritte con abnegazione.

Il tempo è scaduto.
Un secondo... due secondi... tre se...

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21 settembre 2007

Discontinuità

In questo periodo della mia vita sono costretto a scrivere nei ritagli di tempo. Questo equivarrebbe a un risultato tutt'altro che all'altezza delle mie possibilità (quali che siano), se non fossi paziente.
Scrivere è spesso una questione di pazienza.

Oggi, a distanza di quindici giorni, mi sono ritrovato nel bel mezzo di un ritaglio di tempo. La reazione è stata immediata: «Inizia il tredicesimo capitolo de Il giorno dopo, forza!» Ho aperto il documento che contiene i profili dei personaggi, quello che contiene la scaletta e quello preimpostato con scritto XIII - bello lì, in grassetto.
E mi sono bloccato.

Veniamo ai fatti, sinteticamente.
Il fronte d'azione che devo portare avanti in questo capitolo è stato affrontato l'ultima volta nel Capitolo VIII, cioè l'11 maggio, ben quattro mesi fa (ahimè, che lentezza d'esecuzione...). Pensate che io potessi ricordarmi tutto quanto avevo scritto? Intendo tutto, sfumature umorali, battute dei dialoghi e particolari importanti compresi?
Quando si scrive fantasy (e non solo, asserirei), con la seria intenzione di regalarsi una storia il più possibile coerente internamente, nulla è superfluo. E, soprattutto, non bisogna mai commettere l'errore di scrivere di un personaggio senza avere ben impresso in mente ciò che ha fatto, detto e pensato sino a quel punto della storia.
Risultato? Ho trascorso il mio ritaglio di tempo rileggendo integralmente i capitoli che riguardavano il medesimo fronte d'azione... nella speranza che il ritaglio di tempo successivo fosse vicino nel tempo (lo è, oggi scrivo! :).

La scrittura richiede continuità. La discontinuità è come un tarlo che la erode, mangiandone pezzi e rendendola meno solida. Se davvero s'intende scrivere a un buon livello, tra le cose da includere nell'impegno vi è la quotidianità, lo scrivere con una precisa regolarità, sforzandosi di non allontanarsi dal testo per troppo tempo. Se non si ha questa possibilità - come me in questo periodo della mia vita - allora bisogna rassegnarsi all'idea di procedere a piccoli passi, sedando la foga, per evitare di stendere un testo che fa acqua da tutte le parti.

Non credo d'aver affermato nulla di eccezionale. E' una banalità, ma mi piaceva l'idea di giustificare una delle affermazioni ricorrenti degli scrittori con un esempio diretto, vissuto sulla mia pelle.
Alla prossima!

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26 luglio 2007

Steven Erikson - Uno

Amo questo autore.
Dopo un mirabile prologo, in Midnight Tides apre la narrazione così (e mi spiace per chi non sa l'inglese, ma non mi azzardo a storpiarlo).

« Here, then, is the tale. Between the swish of the tides, when giants knelt down and became mountains. When they fell scattered on the land like balast stones of the sky, yet could not hold fast against the rising dawn. Between the swish of the tides, we will speak of one such giant. Because the tale hides within his own.
   And because it amuses.
   Thus.

   In darkness he closed his eyes. Only by day did he elect to open them, for he reasoned in this manner: night defies vision and so, if little can be seen, what value seeking to pierce the gloom?
   Witness as well, this. He came to the edge of the land and discovered the sea, and was fascinated by the mysterious fluid. A fascination that became a singular obsession through the course of that fated day. He could see how the waves moved, up and down along the entire shore, a ceaseless motion that ever threatened to engulf all the land, yet ever failed to do so. He watched the sea through the afternoon's high winds, witness to its wild thrashing far up along the sloping strand, and sometimes it did indeed reach far, but always it would sullenly retreat once more.
   When night arrived, he closed his eyes and lay down to sleep. Tomorrow, he decided, he would look once more upon this sea.
In darkness he closed his eyes.
   The tides came with the night, swirling up round the giant. The tides came and drowned his as he slept. And the water seeped minerals into his flesh, until he became as rock, a gnarled ridge on the strand. Then, each night for thousands of years, the tides came to wear away at his form. Stealing his shape.
But not entirely. To see him true, even to this day, one must look in darkness. Or close one's eyes to slits in brightest sunlight. Glance askance, or focus on all but the stone itself.
   Of all gifts Father Shadow has given his children, this one talent stands tallest. Look away to see. Trust in it, and you will be led into Shadow. Where all truths hide.
   Look away to see.
   Now, look away.
»

No so su di voi, ma su di me Steven Erikson ha un effetto devastante. Mi rende di nuovo un ragazzino in preda alla meraviglia, dopo anni di tedio e qualche vago picco di riconoscimento. Tra gli autori contemporanei che conosco, lui è l'autore che più di ogni altro scrive ciò che io considero "letteratura fantasy". E mi fa sentire piccolo, ogni volta.

Continuo, va'...

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18 maggio 2007

La mia sintesi

Nei vari commenti di questi ultimi giorni, che ruotavano attorno all'ultimazione di due capitoli de Il giorno dopo, si è parlato di sintesi e prolissità... e di autori che vengono pagati a parola.

Attorno al mio pensiero, mi rendo conto, ho ingenerato una certa confusione. Sento quindi l'esigenza di spiegare cosa intenda per sintesi e perché, di conseguenza, consideri la sintesi il fine ultimo di ogni buon scrittore.

Il concetto a cui io faccio riferimento, scrivendo "sintesi", negli anni di riflessione sulla scrittura, ha acquisito almeno due significati, connessi e concomitanti.

Il primo significato è piuttosto facile da spiegare, perché riguarda la stesura e la revisione del testo vere e proprie. Posso descriverlo, cioè, come segue: ridurre il testo all'essenziale.
E qui tento di far piazza pulita delle possibili interpretazioni errate del concetto che intendo esprimere. L'essenziale non dipende dallo stile adottato. C'è chi preferisce uno stile privo di fronzoli, c'è chi invece ama infiorettare. Non ho nulla contro gli abbellimenti, pur preferendo una certa semplicità espressiva (a dirla tutta, amo una via di mezzo - come si evince da romanzi come La Rocca dei Silenzi). Parlando di sintesi, per ribadire il concetto, non ho mai inteso dire che autori come Tolkien, ad esempio, dovessero asciugare le proprie frasi, eliminando abbellimenti espressivi, che donano ricchezza alla prosa (a parte il fatto che, se avessi inteso affermare qualcosa di simile, sarei un presuntuoso cronico).
Ridurre il testo all'essenziale, dunque, a mio avviso significa non condurre il lettore in vicoli ciechi e dargli l'impressione che la narrazione proceda a singhiozzo o, peggio, che alcuni paragrafi possano essere saltati senza perdere alcunché. Ecco, questo, a mio avviso, è ciò a cui ogni scrittore intellettualmente onesto dovrebbe lavorare: eliminare il superfluo. E spero si sia capito che il superfluo nulla c'entra con lo stile adottato. Come scrisse bene Carver: "Niente trucchi!"

Il secondo significato è invece difficile da spiegare. Se non più, è altrettanto importante. Parlo della sintesi che ruota attorno al senso del romanzo.
Va da sé che la digressione, primo esempio che mi sovviene, è una tecnica riconosciuta e ritenuta valida, ma dev'essere utilizzata con parsimonia e acume. Deve, cioè, aiutare il lettore a recepire quello che è il senso della storia, secondo l'autore. Deve, insomma, aggiungere e arricchire, non divergere e confondere.
Ulteriore esempio, più pratico. Nulla vieta una pausa di riflessione filosofica, all'interno di un avvincente romanzo fantasy - Steven Erikson se le concede: sono un piacere e non sembrano mai fuori contesto. Nulla vieta. «Anzi!» direi io. Personalmente bramo tali pause, quando affronto la lettura di un testo, perché donano spessore alla storia.
Se l'intento è letterario, la sintesi che un autore deve attuare, termino, è limitarsi a dire ciò che ha senso dire. Lui deve, cioè, eliminare divagazioni sterili, digressioni fuori tema e scene inconcludenti. L'equilibrio interno di un romanzo è delicatissimo e l'autore deve sintetizzare il proprio pensiero, renderlo compatto, individuabile, pur se senza enunciarlo in modo diretto. Quanto più l'autore ha approfondito tale pensiero, sviscerando molteplici domande e giungendo a una sorta di conclusione, tanto più la sintesi che attuerà nel suo romanzo sarà pregnante e degna d'attenzione.

In questo senso, quando parlo di annacquare un testo, parlo di chi, in modo intellettualmente disonesto (perché dire "superficiale" mi sembrerebbe un insulto bell'e buono), sa che sta accantonando la sintesi, per abbracciare un interesse secondario, che male fa all'opera e alla sua qualità.
Forse sono una voce fuori dal coro, ma a me autori come George Martin sembrano perdersi strada facendo, nonostante l'ottimo principio. Perdono il senso della misura, quando invece la misura è basilare, per uno scrittore e per i suoi scritti. Finiscono per assecondare voglie malsane, lasciando che la storia prenda il sopravvento sul senso della storia. E - per sottolineare quanto detto sopra - non si può certo dire che George Martin abbia uno stile infarcito di abbellimenti, perché asciuga molto. Ora, però, visto che forse sono riuscito a spiegare meglio cosa intendo per "sintesi", posso prendere ad esempio lo scrittore statunitense e definire la sua opera annacquata. Che sia perché viene pagato a parola o perché ha perso di mira la sintesi, nei suoi molteplici significati, poco importa. Ai miei occhi, naturalmente.

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24 aprile 2007

Uno dei grandi misteri

Ieri sera ho riflettuto sull'immaginazione, per l'ennesima volta.

Tra la fine del 2000 e l'inizio del 2001, scrissi due testi. Sette anni dopo, sono diventati parte de Il giorno dopo. Il primo era una sorta di prologo e tale è rimasto. Il secondo conteneva scene disparate, che sono finite negli attuali capitoli quinto, sesto, decimo e diciottesimo. Ciò che era un'idea acerba, è divenuta un romanzo corposo, contestualizzato nei Silenzi. Dei due testi ho colto la sola essenza, perché sono stati riscritti di sana pianta - a parte un breve dialogo, ripreso, anche se rivisto in modo pesante.

Ieri, reinventando l'ambiente di una di queste scene, ho descritto un luogo nuovo, cui non avevo mai pensato, se non genericamente. Il mio pensiero è stato "la scena si svolgerà all'aperto, in una radura". Punto e basta. Nessun dettaglio ulteriore. Ciò che mi si è presentato agli occhi della mente, mentre scrivevo, mi ha meravigliato.

Leggete questo breve estratto della prima stesura.
«Di giorno, invece, l’ampia radura che si allargava sul lato ovest era sede del Consiglio. Accessibile a chiunque volesse presenziare, da essa si poteva ammirare tutta Irydion, che un tempo si estendeva a perdita d’occhio, in un gioco d’alternanza tra alberi secolari e bianchi edifici. Ora, la capitale dell’Anapùrii Settentrionale appariva come il ricordo ingiallito della fiabesca città che era stata e le sue molte torri a pianta circolare s’innalzavano macchiate. Colate di nera sporcizia si allungavano dalle sommità appuntite, protendendosi verso il suolo. Crepe intaccavano la solidità di molte costruzioni, visibili a occhio nudo da grande distanza. Le lontane periferie erano state abbandonate ed erano state inghiottite dalla vegetazione.»

Per l'ennesima volta, il mistero dell'immaginazione mi ha conquistato.
Ero lì, in silenzio, chino sulla pagina bianca digitale. Quando sono giunto alla radura, mi sono girato e ho guardato a valle. La città si è presentata ai miei occhi vivida, una visione improvvisa, commovente nella sua bellezza decadente. E tale la ricorderò per il resto dei miei giorni, quasi fosse un luogo reale che ho rimirato dalla cima di un colle, in qualche terra straniera.

Da dove vengono questi luoghi?
Da quando ho iniziato a scrivere, oltre vent'anni or sono, ho visitato molti mondi. E tutti gli ambienti e i paesaggi immaginati si sono conquistati all'istante uno spazio nel mio cuore, imprimendosi in modo indelebile. Quando rileggo alcune vecchie scene della mia trilogia, ad esempio, affrontando una descrizione rivedo subito la medesima cosa che vidi la prima volta, nell'atto stesso del descriverla.
È un mistero, probabilmente il più affascinante, assieme alla vitalità dei personaggi, che diventano tuoi amici fedeli, legati a te per sempre come i luoghi dell'immaginazione.
Da dove vengono questi luoghi, dunque?
Un tempo rifiutavo l'idea, quando mia madre me la proponeva. Oggi, invece, sono incline a credere che l'unica risposta possibile sia fissare l'infinito e ringraziare.

Dimenticavo di dirvi della seconda risposta che mi sono dato, che è comunque conseguente e subordinata alla prima: Irydion, la città che ho visitato ieri, per la prima volta in vita mia, esiste.

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11 aprile 2007

Il senso latente

Come ho avuto modo di dire ripetute volte, quando leggo un romanzo, ne ricerco il senso. Questo perché quando scrivo sono tutto teso a dare senso ai miei testi. Per "senso", intendo qualcosa che non viene detto, ma che si dovrebbe evincere, con sfumature soggettive, a lettura terminata.
In parole povere, non sono capace di scrivere per dilettare e basta. Ciò non perché creda che il lettore sia incapace d'accontentarsi del dilettevole, se di qualità, bensì perché io sarei svogliato se privato di una lettura su più livelli dei miei sforzi. Il mio diletto è sfidarmi a riflettere, oltreché a raccontare. E, essendo l'autore, il mio diletto viene prima di quello del lettore.

Così come i libri che scrivo, anche le mie saghe sottendono a qualcosa.
È di pochi giorni fa la mia riflessione sul senso de La Triade (saga di diciassette Libri, ambientata sulla Terra Uhda'etsolaêy) e sul senso de I Silenzi (saga informe, priva di confini precisi, cominciata con La Rocca dei Silenzi).
Sono rispettivamente l'inspirazione e l'espirazione, le due fasi del mio respiro letterario.
Considero entrambi i progetti di importanza vitale per la mia scrittura, dunque. Senza di essi, non scriverò mai null'altro. Il perché è presto detto. La Triade è ciò che avrei sempre voluto leggere e che risponde alle mie domande nel senso più mistico, più impalpabile, parlando dell'umano e del divino (e del loro rapporto). I Silenzi sono le risposte alle domande che non riuscivo a includere ne La Triade, poiché troppo concrete e pressanti, inerenti la realtà. Il perché, quindi, è che il mio impulso è cercare delle risposte, villanamente mistiche e nobilmente reali.
Senza la ricerca, non sono in grado di dilettarmi in nessun altro modo, di scrittura parlando.

Questa vuole essere una riflessione sul perché mi sono allontanato da La Triade, temporaneamente. L'allontanamento è dovuto al fatto che certe domande implicano una ricerca che prosciuga, che porta a risposte dalla lunga metabolizzazione. Non è un caso che io abbia sempre ritenuto il fulcro del Primo Ciclo Minore i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah. E più la loro sottile importanza è stata colta da pochi, più molti l'hanno snobbata come "banalità" o come "capitoli noiosi" o, ancora, come "caduta di ritmo e stile"... più mi convinco che il primo cardine della saga sia quel breve soggiorno del Meek nel quel del Villaggio dei Baldar.

Ma è anche una riflessione sul perché ritenga altrettanto degni I Silenzi. Questa seconda saga è la concretizzazione di ciò che ho metabolizzato e metabolizzerò nel tempo, per parlare del presente e non dell'ideale. Sono un idealista, ma la mia razionalità ha sempre premuto per conquistare il suo giusto spazio. La Rocca dei Silenzi è stato il primo schiaffo che mi sono voluto dare, più che un cambio di direzione. E, sottolineo perché sia chiaro, è stato uno schiaffetto. La storia narrata imponeva certi limiti, ponderati e che, infine, ho considerato equi per lo scopo. Il giorno dopo sarà un colpo più forte, già lo sento dalle prime battute; eppure racchiuderà in sé una promessa di gentilezza.
Il primo Silenzio, drammatico, era pervaso da un senso di speranza, ai miei occhi, oltreché di disperazione. Il secondo Silenzio sarà cupo, ma guiderà il lettore verso la luce, divenendo un chiaro incitamento a sperare e sperare ancora. Per quanto la situazione sembri negativa, esiste sempre una via per migliorare lo stato delle cose. Il senso, insomma, è che esiste sempre un senso. Per questo è giusto, oltreché possibile, sperare.

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23 marzo 2007

L'originalità della compagnia

Molto spesso, in passato, ho affermato che l'originalità a tutti i costi è un sentiero angusto. E non sempre porta da qualche parte, anzi.

L'originalità di un autore sta nel rielaborare ciò che ha assorbito leggendo. Il risultato può essere originale in molti sensi, a volte perfino più gratificante di un'originalità assoluta. Insomma, non scarterei a priori, come molti fanno, la rivisitazione.
Vero è, però, che la rivisitazione si fonda sull'onestà intellettuale. Non ammette, cioè, il plagio, né le soluzioni di comodo. Se rivisitazione è, dev'essere profonda. Non è, dunque, una cosa semplice da realizzare. Personalmente, ne so qualcosa.

Stamani stavo riflettendo su questo e su cosa io abbia ritenuto originale negli ultimi tempi. A parte il genio di Steven Erikson, nessun altro autore mi ha colpito per originalità assoluta. Alcuni, tuttavia, li ho apprezzati per la loro rivisitazione: Celia Friedman, ad esempio; o China Mièville. E allora mi sono chiesto cosa renda questi autori originali, a modo loro, nonostante i loro romanzi spesso ricordino qualcos'altro.
La risposta che m'è sovvenuta è una: i personaggi, più che la storia e ancor più dell'ambientazione.

I personaggi fanno sempre la differenza. Il loro spessore psicologico, il loro essere vivi e unici, il modo che hanno di restare impressi nella mente del lettore, quasi che fossero esseri in carne e ossa... ecco, questo rende un romanzo sicuramente originale. Ora mi è chiaro perché, negli anni di scrittura, una sola cosa non è mai cambiata nel me autore: l'importanza dei personaggi. È l'aspetto che tutti i miei romanzi hanno in comune.

Questo, credo, non è nient'altro che un riflesso della (mia) vita. Non c'è nulla di più importante delle persone, degli affetti. Qualsiasi esperienza si stia vivendo, anche la più gioiosa o esaltante, se non la si condivide con qualcuno diviene sterile. Va bene anche solo a posteriori. La solitudine è il peggiore dei mali.

Prima che stupire, dunque, un autore ha il dovere di fare compagnia al lettore.

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