07 gennaio 2010

Da un uomo pesante, ma pensante.

È ora che ci mettiamo d'accordo su cosa significa parlare di scrittura.
Uno come me, che tenta di analizzarne i processi, partendo dal personale - e da cosa, sennò? -, viene spesso ritenuto pesante. Non ci credete? Niente di più semplice, basta che vi facciate un giro in Rete. Va bene, lo accetto. Non cambio impostazione, però, perché il mio approccio alla scrittura è soprattutto analitico. (Ciò che mi sorprende è che spesso non lo sia per gli altri...) Di contro i più apprezzati sono coloro i quali "fanno spettacolo", in qualsiasi senso la si voglia intendere.
Intrattenimento, intrattenimento, intrattenimento. Questa è la regola, anzi, direi la legge per attrarre lettori e sostenitori. Il modo giusto è fare gli spiritosi, crearsi il personaggio, essere sbruffoni, cafoni, arroganti, virtualmente folli, menefreghisti e qualunquisti e, dulcis in fundo, poste queste basi, cominciare a tirarsela sul serio e non soltanto tra le righe, come si è fatto per tutto il tempo.
Tutto questo cosa c'entra con la scrittura e i suoi processi? Non lo capisco. C'entra con il personaggio scrittore, non con la scrittura.
In ogni caso, come ho sempre detto da un certo momento in poi (dalla fine del 2005), meglio pochi ma buoni.

Più uno scalpita, più mi sembra affetto da una cronica insicurezza. Non bisogna commettere l'errore di confondere la sicumera con la sicurezza di sé. È proprio il contrario, infatti. Chi ha le idee chiare, non ha problemi a tacere su mille e mille questioni marginali (e a volte su alcune che marginali non sono, per una questione d'amor proprio).
Contano i fatti - e, capiamoci, non i fatti procurati da altri. Gli autori producono fatti di un solo tipo: romanzi (o racconti) nella loro madrelingua. Tutto il resto è frutto d'altro. (Certo, certo, dico questo perché non sono mai stato tradotto. Continuate a pensare che sia uno sciocco inconsapevole che mente a se stesso senz'accorgersene: così mi fate il favore di sottovalutarmi.)

Va detta un'altra cosa chiaramente, infatti: c'è qualcuno che pensa di meritarsi il titolo di scrittore con il proprio blog (e c'è chi, per fortuna, no). O con i propri interventi in Rete. Il massimo che si può concedere un autore in quanto autore è un'intervista. Quello è l'unico fuori dalle righe che c'entra con ciò che vuole essere considerato - e se lo è o meno è tutto un altro discorso.
Personalmente sono stato molto presente in Rete: forum, blog, sito personale, interviste e quant'altro. Ma non ho mai pensato che tutto questo mi rendesse uno scrittore. Ho soltanto il gusto del dialogo, ma ho scoperto che il suo retrogusto amaro - le diatribe, le incomprensioni, gli scontri e gli attacchi gratuiti - me l'hanno reso molto meno digeribile. I miei fatti, perciò, sono soltanto quattro: la mia trilogia d'esordio e un romanzo singolo. Non ne ho altri. Forse si può aggiungere la rubrica "Un nuovo mondo", scritta per me, prima ancora che per Fantasy Magazine; ma, devo essere sincero, quello era un modo per raggiungere il dialogo (cosa riuscita appieno, nonostante la puntuale comparsa dei soliti imbecilli), non un fatto vero e proprio. Parlava dei fatti, non era un fatto in sé. Quindi escludiamolo.
In conclusione, dal 2005 non produco fatti. Quindi, diciamo dal 2006, non sono più uno scrittore.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché do ancora così tanto fastidio. Sono successe molte cose, in Rete, che mi hanno portato a questa riflessione finale: do fastidio perché non mi faccio incantare dalla cartapesta e dai lustrini. Non è vero che la Rete permette il camuffamento più della vita reale: gli attori si riconoscono subito, basta essersi preso qualche bastonata strada facendo e, credetemi, certi approcci e certe furberie si comprendono al volo. In caso contrario, basta un secondo per prendersi un altro schiaffo e capire che si ha a che fare con un manesco, più che con uno scrittore o più che con un lettore.
Sono stato evitato in molti modi (pestifero d'un Andrea D'Angelo! :). Allo stesso tempo sono stato avvicinato in molti modi, molti dei quali nauseanti. (Là fuori, okay? Ci siamo capiti? O siete sinceri, o statevene alla larga, soprattutto voi "scrittori" dei miei coglioni. E sapete bene che sto parlando con voi.) Sull'altra sponda del fiume, chi ha la mia stima lo sa e sa che mi ritengo fortunato di avere un dialogo con lui: mi sento all'altezza, ma quasi sempre un pochino più in basso. Mi insegnate molte cose.

Tutto questo per dire una cosa lampante: sono fiero che su questo blog passino persone che hanno una certa idea del dialogo. Sono poche? Oh, ma sono tutte buone, buonissime. Teste pensanti, che non si sono scordate cosa sia il rispetto del pensiero altrui. Ormai qualsiasi volgarità e brutalità verbale viene giustificata con un "un confronto che non sia acceso non è un confronto", che è una visione piuttosto triste delle capacità di comunicazione umane.
Quindi, con grande pesantezza, quasi ricercando la pesantezza per distinguersi dagli attori, vado avanti, ragazzi. Male non può farmi.

Anche perché, vi chiedo, non sarà più pesante l'ironia a tutti i costi, la leggerezza autoimposta? A me sembrano entrambe sottolineare ancor di più quanto sul serio si prendano certe persone. Io mi prendo sul serio, sì, ma non più di quanto leggete qui (e non mi sembra di essere mai stato chiuso al dialogo. Quindi, quanto sul serio mi prendo? Se c'è un momento per dire la vostra e spezzarmi è questo! :) ). C'è chi invece fa capriole, scrive pezzi a effetto, blandisce chi deve blandire, si ammanta di una vena di follia artistica... tutto nel disperato tentativo di non far emergere la propria reale pesantezza d'arrivista.

Guardate, a me la vita sorride. Quest'anno mi sono sposato ed è stato davvero un evento indimenticabile, soprattutto per l'atmosfera che si respirava e per i moltissimi gesti d'affetto che hanno commosso sia Mariacarolina che me. Non è una cosa che si scorda facilmente. Sono felicemente sposato con una donna meravigliosa, dunque, e sto per partire all'avventura verso chissà quali lidi (forse la Costa Rica... che schifo, ah? :). In aggiunta ho una porta aperta all'Editrice Nord - cosa che mi garantisce di essere preso in considerazione ed è quanto basta, non chiedo di più (per ora) - e ho instaurato un dialogo stimolante con lettori e scrittori che stimo. È molto di più di quanto mi aspettassi quando cominciai.
Ora, chi me lo fa fare a perdere tutto questo per rincorrere chissà quali geni della letteratura mondiale? Io sono qui. Chi vuole dialogare nel rispetto con me trova la porta aperta.

E tutti gli altri?
Mi spiace, io non sono mai stato capace di vendermi - specie per ciò che non sono.

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05 gennaio 2010

La revisione del Secretum

In questi giorni la revisione mi rivela un'altra volta la sua magia. Ormai non posso che rassegnarmi all'idea che prima stesura e revisione mi piacciono entrambe molto. E io che avevo sempre pensato che la prima stesura fosse la regina incontrastata!

La revisione ha un dono: ti mostra i primi anni di vita della tua creatura in modo accelerato, ma godibile. Se la prima stesura è il parto, la revisione è il bambino. E mettersi lì a educarlo, mentre lui ti stupisce in mille modi e ti fa riflettere, è una sensazione meravigliosa. Dà un senso alla sofferenza del parto.

Il Secretum cresce, di sudore parlando. (La fase del sangue è successiva e riguarda l'eventuale editing! :) Mostra le sue debolezze e io cerco di rafforzarlo. Sta cominciando a fare i suoi primi passetti ben saldi. Come tutti i bimbi è stancante, ma è in primo luogo una gioia.

Sto scoprendo nuovi modi di educare il bambino. Più severi, perché c'è più amore.

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07 dicembre 2009

Il Secretum: fine della prima stesura.

Ho finito la prima stesura del Secretum.
In tutta sincerità, non credo di essermene ancora reso conto. Oltre ad aver impiegato quasi un anno per completarla, va aggiunto il non trascurabile fatto che erano cinque anni che non ultimavo alcun romanzo. Certo, manca la revisione, ma è una mera questione di abnegazione: non si lascia nulla al caso, è stancante, ma la si attua su qualcosa di già esistente. Non si crea un bel nulla. E questi sono momenti in cui non aver nulla da creare è una soddisfazione! (Qualcuno di voi ricorda il pozzo di Ursula K. Le Guin, cui lo scrittore attinge?)
Per come ho vissuto la scrittura dall'uscita de La Rocca dei Silenzi a oggi, io so che questo era il passo fondamentale da compiere. Qui dovevo arrivare e non avrei mai creduto che si sarebbe rivelato un compito così arduo.

Insomma, ho mosso quel benedetto passo in avanti.
Cosa sia il Secretum, oltre a come sia, proprio non lo so. È certo un testo molto complesso, che spero arriverà in mano ai lettori il prima possibile e senza sembrarlo. La storia deve filare via liscia, senza nodi a bloccare il pettine. Ora non ho una visione precisa del testo, devo essere sincero. Troppo faticoso scriverlo, troppo lungo. Ci sono capitoli scritti dieci mesi fa, tanto per parlare chiaro. Li ho riletti, più volte, ma è una cosa ben diversa leggere da cima a fondo un proprio manoscritto sgravati dal peso di doverlo ancora continuare e ultimare. Ora affronterò le (poche) note lasciate lungo il testo, risolvendo alcuni problemi minori, e poi comincerò la revisione. Sì, a caldo. Nessuna decantazione: sono rimasto per troppi anni al freddo e mi tengo stretta addosso questa coperta.

Qualche numero finale.
35 capitoli.
Secondo i miei calcoli, 643 pagine (testo formattato come La Rocca dei Silenzi).

Non parlo più di tempi, sono diventato saggio!
Ma, insomma, entro l'inizio del 2010 partirò con l'assalto alla diligenza, sperando di trovarvi un grosso bottino.

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05 dicembre 2009

La riscrittura del Primo Ciclo Minore

In questi giorni, complice l'ennesima buona recensione della mia opera d'esordio, ho riflettuto su come potrei agevolarmi il compito di continuare La Triade, ovvero sia la saga a cui la mia trilogia d'esordio, il Primo Ciclo Minore, appartiene.

È una questione che mi frulla in testa da anni, come un tarlo. Ogni volta ne esco sfibrato e sfiduciato, con un "non lo farò mai". Il massimo che ho ottenuto, rigirandomi i Libri tra le mani, è stata l'idea di fregarmene e scrivere la seconda trilogia a partire da quel che ho fatto. Ma l'idea è poi pian piano appassita, perché davvero il progetto ne uscirebbe debole: una trilogia che fa scuotere la testa, in cui gli stessi tre romanzi sono molto diversi tra loro per maturità, e subito dopo un ennesimo salto in avanti, con inclusa sensibile evoluzione stilistica rispetto al passato. Non ci siamo. L'unica strada è riscrivere tutto da capo, uniformarlo e procedere a lavoro ultimato.
Ma questa riflessione, che sempre mi ha reso apatico, costringendomi a girare la testa, evitando di guardare negli occhi la mia prima creatura, ha infine portato a una soluzione che mi pare, forse e per ora, accettabile.

La tecnologia aiuta gli artisti. In particolare, il binomio iPhone e DocumentsToGo, mi permetteranno di agevolarmi la riscrittura del Primo Ciclo Minore, ovvero sia di affrontarne il primo passo: la sua rilettura integrale.
Ho deciso di segnare quanto segue durante la rilettura (per ora):
1. I punti fondamentali, ovvero ciò che deve esserci, scena per scena.
2. I brani buoni, che posso copiare e incollare nella nuova versione e rivederli, anziché riscriverli.
3. Le frasi da riportare papali papali, per coccolarmi: ce ne sono molte che tuttora mi emozionano. E non le voglio perdere con la riscrittura.
4. La valutazione del punto di vista, scena per scena.

A proposito dell'ultimo punto, il mio ragionamento verte su alcune convinzioni precise.
Non amo - e non mi conformo - le decisioni tecniche prese dal mercato invece che dall'autore. Il fatto che la maggior parte della narrativa fantasy sia scritta in terza persona soggettiva non m'interessa. Non è detto che il narratore onnisciente, tanto criticato e abbandonato (quasi che fosse un vecchio sul letto di morte, unto dal religioso di turno), sia meno efficace della terza persona soggettiva. È vero che quest'ultima permette una maggiore immedesimazione, ma esistono storie che vanno raccontate con la pancia e altre con un distacco che agevoli la riflessione. Nel caso de La Triade ho intenzione di operare nel senso di una sua "attualizzazione", il che prevede un approccio più vicino allo scrittore che è Andrea D'Angelo oggi (non sto parlando, cioè, di una marchetta nei confronti dei lettori, ma di aiutarmi a rendere possibile una maggior omogeneità tra il Primo Ciclo Minore e quello che sarà il Secondo).
Oggi scrivo spesso in terza persona soggettiva, ma non soltanto. Uso anche una sorta di narratore onnisciente, anche se nella stragrande maggioranza dei casi privo di poteri telepatici: niente pensieri dei personaggi (quello che io chiamo "narratore cinematografico"). La mia trilogia d'esordio, invece, utilizza in modo esteso un narratore onnisciente duro e puro, per così dire, con tanto di poteri telepatici. Ebbene, per attualizzare la trilogia e non scartare a priori la possibilità di utilizzare ancora lo stesso tipo di narratore, all'occorrenza e per convenienza del racconto stesso, ho escogitato uno stratagemma narrativo che amo già prima di mettermi a riscrivere.
Ci sarà di tutto un po', insomma. E no, non credo proprio che ciò creerà confusione. Semmai una maggior varietà di approcci alla storia. Troppo complesso o dispersivo per i nuovi lettori di Fantasy? Affari loro.

Questo tipo di rilettura dovrebbe portarmi a una riscrittura molto più rapida e organizzata, oltreché permettermi di analizzare nel dettaglio ogni singolo aspetto della vicenda. La quantità di dettagli è tale che dovrò escogitare un modo per aiutarmi ad aiutarmi, ma so già come fare (da buon informatico... ;).
Infine, ed ecco l'importanza di iPhone e software annesso, potrò approfittare di qualsiasi quarto d'ora libero per lavorarci, spalmando nel tempo un lavoro che da solo mi costerebbe mesi. In aggiunta, rileggere con calma, mentre lavoro ai nuovi romanzi, mi darà due vantaggi: il primo, fondamentale, è soffocare l'idea di essere fermo al passato (e concentrare tale sensazione durante la sola riscrittura, che di contro mi darà anche le sue belle soddisfazioni); il secondo, importantissimo, è avere il tempo per ponderare le scelte fatte con calma ed eventualmente migliorare ciò che può essere migliorato.

Insomma, questo è il mio piano per quanto riguarda La Triade.
Ah, dimenticavo. L'obiettivo finale è meno ambizioso di quanto mi ripromisi al tempo: scrivere e pubblicare l'Ennalogia, ovvero sia i primi nove Libri, che sono suddivisi in tre trilogie - Cicli Minori. Riuscissi ad arrivare anche soltanto alla fine del Libro Sesto sarei comunque soddisfatto, perché il Secondo Ciclo Minore rende giustizia al progetto, svelandone la complessità e permettendo all'enorme lavoro svolto con i primi tre Libri di emergere alla luce del sole.
Poi, certo, l'appetito può venire mangiando e l'impianto generale della saga, basato su 17 romanzi, resta. Ma parlo di un futuro remotissimo. Ciò che mi preme è trovare il modo di ridare un valore a tanto, tantissimo lavoro, che attualmente mi sembra essere finito tra le ortiche per svariati motivi.

Mentre sto scrivendo l'epilogo del Secretum, vi chiedo: che ne pensate?

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27 novembre 2009

Il Secretum e la fatica (fisica) della scrittura

Batto un colpo, da bravo fantasma.

Mancano due capitoli alla fine della prima stesura del Secretum. Vi avevo scritto che ne mancavano sette. Ebbene, i cinque scritti in questo periodo, alla fin fine sarebbero come nove o dieci, se si somma la quantità di pagine. Credo che anche questi ultimi due finiranno per essere più lunghi del previsto.
Ma, insomma, sono a due passi dalla fine della prima stesura.
Per ora non voglio dire altro, se non che mi si prospetta un periodo di revisione (a caldo) intensissimo, perché a inizio 2010 tornerò in Venezuela e sarebbe bello arrivarci già a buon punto - se non a revisione ultimata e romanzo dato in pasto al mio editore, di modo che lo valuti con tutta calma. La cosa migliore sarebbe lasciar decantare il testo un paio di mesi, ma la prima stesura si è prolungata a tal punto nel tempo che non accetto più pause di sorta.
Tutto ciò nonostante quest'anno mi abbia insegnato che, oramai, qualsiasi dead-line m'imponga, non riesco a rispettarla.

In questi giorni riflettevo su un'intervista che Fabio Fazio ha fatto di recente a Buticchi. Lo scrittore diceva che quasi nessuno pensa alla fatica fisica che fa lo scrittore. È vero, io stesso non ne ho mai parlato, pur avendola ben presente. Forse perché sembra stupido, rispetto a lavori davvero usuranti. Ci si sente sciocchi a parlare della fatica fisica dello scrittore. Tuttavia esiste, specie se una persona scrive con serietà, il che significa molte ore al giorno, ogni giorno o quasi.
Personalmente mi sono ben presto reso conto del fatto che la sedia era fondamentale e ne ho acquistata una non appena sono andato a vivere da solo, nove anni fa. Una bella sedia ergonomica da ufficio. Ma non è sufficiente. C'è la questione dell'altezza della tastiera e la conseguente posizione dei polsi. E c'è la questione della postura. Tutte cose che alla lunga logorano lo scrittore, rendendogli le ore di scrittura della giornata un lento stillicidio, con a fine giornata spalle, schiena e collo doloranti.
Ho lavorato anche in un magazzino, nei lontani anni novanta. Per due anni e mezzo, con spesso uno, due gradi sotto zero nel magazzino. E' vero, è logorante fare fatica fisica per otto ore lavorative, ma in linea di massima preferisco quel tipo di stanchezza fisica a quella che procura la scrittura (più che stanchi, si esce doloranti, rattrappiti, quasi nervosi e pronti a sfogarsi in qualche modo - fisico).
Quando si scrive, il corpo resta fermo e il nostro benessere dipende dalla posizione che riusciamo a mantenere nel tempo. Ma è quasi impossibile stare sempre belli ritti e non incurvarsi o piegarsi di lato o fare chissà quale altro movimento sbagliato mentre si scrive, specie se la scrittura è una prima stesura. Si è troppo concentrati sul testo, per riuscire a controllare il fisico. Forse la soluzione sarebbe la ginnastica isometrica, ma, ribadisco, la vedo dura pensare alla propria salute fisica mentre si sta scrivendo la prima stesura. Oltre tutto, va detto, bisogna guardare la faccenda in prospettiva: il logorio dello scrittore è dovuto alla continuità nel tempo. Non è che 8 ore di scrittura in un giorno lo consumino (anche se, provateci...), sono le 8 ore del lunedì, con le 8 ore del martedì, con le 8 ore dei giorni successivi... Dopo dieci giorni, emergono già i primi acciacchi, se non si fa attenzione.
A conferma di quanto suddetto, oltre due settimane fa mi sono preso una "bella" botta alla spalla destra, giocando a Ultimate. Come ognuno di voi avrà esperienza, quando ci si fa male in un punto, ci si rende conto di quanto si usa quella parte durante il giorno. Ebbene, ho avuto davvero serie difficoltà i primi giorni: scrivere era doloroso, oltreché faticoso. La spalla è stata una spina nel fianco, ma ho tentato di ignorarla. Il risultato è che ancora oggi mi fa un po' male, perché non sono stato assolutamente "a riposo". No, non ho tirato di boxe, ho scritto. E questo ha rallentato la "guarigione" (a 20 giorni di distanza non riesco ancora a dormire sul lato della spalla dolorante). Più dato di fatto di così...

Insomma, questo Secretum mi sta facendo sputare sangue! :)

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30 ottobre 2009

Ma non sarà che...

...il Fantasy per ragazzi non esiste? Non sarà proprio questo il tranello in cui sono caduti gli editori?
Voglio dire, quando io mi appassionai al genere - finendo per regalare un bel po' del denaro che ho guadagnato a librai, editori e autori - lessi il Tolkien de "Lo Hobbit" e de "Il Signore degli Anelli". Poi passai a Terry Brooks, che rinsaldò la mia passione. Romanzi per yound adults quelli? Decisamente no, per un pubblico adulto. Eppure ero nel pieno della "teen-age". (Tutto ciò accadde tra i tredici e i quindici anni.)

Un genio io? O, peggio, involute le nuove generazioni?
Non ci credo.
Ci sono un sacco di cose che ti vengono spacciate per verità, con la forza dell'evidenza. Ma l'evidenza a me fa sempre storcere il naso. Dietro qualcosa di evidente si nasconde sempre un tranello. La realtà, la vita, non è mai nera o bianca. L'idea netta, le certezze, sono veleno per la nostra mente. Non c'è altra vita intelligente nell'Universo, mi si diceva. Non riuscivo a crederci: sarebbe stato "uno spreco di spazio". Non esistono buoni scrittori di Fantasy in Italia, mi si diceva sempre. Non si trovano, è come cercare un ago in un pagliaio. E io non ci credevo, mi sembrava assurdo. Ora mi si vuole dire che i ragazzi vogliono romanzi-porcata, zeppi d'incongruenze, di inverosimiglianze, scritti male, lacunosi in molti modi, perché quello è ciò che gli piace leggere. Non ci credo.
Così mi siedo sulla riva del fiume e aspetto che passi il cadavere del mio nemico.
Chi è? A voi la risposta, ma sappiate che il suo volto è mutevole.

Ho sempre ritenuto che i miei Fantasy siano rivolti agli adulti. Ma mi rendo conto soltanto ora che il mio concetto di "adulto" è qualcosa di completamente difforme rispetto a ciò che si va blaterando in giro, specie quando penso ai lettori. "Adulto", per me, è anche il teenager che cerca profondità in un Fantasy e che, soprattutto e sicuramente senza la minima difficoltà, la riconosce nei "Fantasy adulti".
Trattare il prossimo come se fosse inferiore a te non porta mai a nulla di buono.

Sono fermamente convinto che "Il giorno dopo" sarà per tutti gli adulti italiani che sono appassionati di Fantasy, abbiano essi trenta, cinquanta o tredici anni. E sono sicuro che piacerà a molti di loro.
Non esistono vie segrete per arrivare al lettore: basta considerarlo intelligente e sensibile tanto quanto te.
L'unica via, sempre la solita, è guardare ai giovani come al nostro futuro. Comincio ad avere un'età in cui un teenager per me è il futuro: abbiamo vent'anni di differenza. Ho vissuto il doppio dei suoi anni. Eppure io mi rivolgo anche a lui, con i miei scritti, rifiutando nel contempo l'etichetta di "romanzo per ragazzi".
La constatazione non mi sorprende, in fondo, né mi fa cambiare modo di scrivere. Io sono io e devo a qualsiasi lettore sincerità.

Del resto, mi dico, chi più di uno scrittore deve amare il futuro?

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19 ottobre 2009

Il Secretum procede

Il Secretum procede. In questi giorni sono particolarmente impegnato, perché sono entrato nell'ultima decina di capitoli. Cioè, sono nel bel mezzo dell'ultimo terzo del romanzo. E mi sono imposto una dead-line: il 4 novembre per la fine della prima stesura. Non se ne può più: devo superare una prima stesura, altrimenti impazzisco! o_O È dal 2004 che non ultimo una prima stesura e quasi non ricordo le sensazioni che si provano, tutte molto piacevoli.
La conseguenza è che le mie energie e considerazioni sulla scrittura, in questi giorni, girano attorno al progetto e soltanto a quello.

La faccenda è complessa. Dipende dalle mie solite manie di grandezza. Scrivere una trilogia che inaugura una serie di diciassette libri, non importa se morirò prima. Uccidere il D&D senza pietà e usare Nani, Elfi, Uomini e ficcarli in una rocca infestata da mostri per riuscirvi, sfidando lo sfidante (io) a fallire. Scrivere un romanzo fantastico che ruota attorno alla fede nella realtà e al suo essere incomprensibile... Cose di questo tipo, insomma.
Ho deciso di entrare a piedi pari in un genere che non avevo mai affrontato. Già questo era abbastanza per suggerire prudenza. Ma non mi sono voluto limitare: non sia mai, osare è uno dei capisaldi del romanziere. Così ho voluto scrivere una storia utilizzando più registri stilistici (non del tutto difformi tra loro, sia chiaro). Ce ne sono almeno due ben distinguibili tra loro, diciamo... per atteggiamento e conseguente modo di costruire le frasi e i ragionamenti. E questa era l'intenzione iniziale. A mio avviso ce n'è anche un terzo - conseguenza della mia rielaborazione della vicenda, mentre sviluppavo i "cattivi", ma è mescolato a tutto il resto e non emerge di frequente. E anche questa impostazione iniziale "a più registri" non l'avevo mai affrontata prima d'ora. Naturalmente la fa da padrone il mio consueto modo di scrivere, anche se l'ambiente in cui mi muovo, il Pianeta Terra, ha sicuramente influenzato ciò che scrivo. Lo stile narrativo utilizzato principalmente nel Secretum non può essere come quello de La Rocca dei Silenzi, e perché sono trascorsi cinque anni da allora, e perché non è Fantasy - anche se il Fantastico aiuta nel passaggio.
Mi fossi limitato a questo, forse non sarei così duramente impegnato a procedere con concentrazione assoluta.
C'è molto di più nelle pagine che sto scrivendo, ma non voglio dire in questa sede, non prima che il progetto sia concluso, abbia trovato un editore, sia andato in stampa e un po' di lettori l'abbiano letto. Chiamatela scaramanzia, chiamatela paura, il risultato non cambia: non so se sono all'altezza. E preferisco andarci coi piedi di piombo. Il compito di uno scrittore è impegnarsi a fondo nel presente, limitandosi a sognare un futuro buono per ciò che sta facendo, ma di quando in quando. Tutto il resto non è alla sua portata.
Il fatto che io sia qui a parlare del Secretum potrebbe sembrare una contraddizione, dunque. Non lo è per un semplice fatto: scrivervi del processo in corso mi permette di analizzare la faccenda nel modo che so fare meglio, scrivendo.

Un po' di dati.
All'incirca 35 capitoli (forse ne aggiungerò due, forse tre; valuterò se servono a dare una visione più rotonda della vicenda, ma a prima stesura ultimata, di modo che possa valutarne l'impatto sull'impianto globale). Sto attualmente scrivendo il ventottesimo. Le pagine scritte finora, suppergiù, sono 450. Credevo sarebbe stato un romanzo più breve (forse l'ho pure dichiarato in qualche mia considerazione - se così è, credo dipenda dal fatto che i primi capitoli sono più brevi, in media di 4/6 pagine).
Vi assicuro che ho condensato molto (ma i primi capitoli vanno riveduti con ferocia: ho già individuato un punto debole e dovrò essere spietato per trasformarlo in punto di forza - o alla peggio "neutro"), non limitandomi ad affrontare soltanto "eventi" necessari, ma anche e soprattutto la scrittura stessa, studiando con attenzione ogni paragrafo del narratore, fosse esso una descrizione o un passaggio d'azione o la riflessione di un personaggio (ho sempre creato personaggi che si pongono molte domande ed è una cosa che mi piace, un'inclinazione naturale - molto diffusa, anche se non sembra, perché la maggior parte delle persone le domande le fa soltanto a se stessa. Poi, ogni volta che prendo in mano "Le sette gemme" - non lo faccio da molto tempo, lo confesso -, mi dico: "Sì, Andrea, ma c'è un limite alle domande che un lettore può sopportare..."). Per i dialoghi il lavoro da fare è diverso, ma punta anch'esso alla densità.
Tutto ciò è una banalità ai miei occhi, anche se non è banale farlo. Questo condensare in fase di prima stesura è soltanto il primo passo: è la revisione il momento migliore per condensare. Come già detto in passato, però, migliore è la prima stesura, migliore potrebbe essere la versione definitiva del romanzo.
I personaggi sono tanti. Questa è una cosa che non è cambiata in me fin dall'inizio: più personaggi, più divertimento. Se sono pochi, il romanzo mi annoia (scriverlo intendo). Credo dipenda dal fatto che non sono capace di reggere bene una storia con un unico protagonista. Già due è meglio. Tre? Ancora meglio. Se poi sono oltre venti, come nel Secretum, che divertente! Ovvio, non tutti hanno lo stesso peso. Ed è proprio questo il bello, a mio avviso. Pesanti pesanti? Direi tre oppure sei. Ma diciamo tre, volendo ridurre all'osso. Più un "fuori programma", il cui peso può variare da meno infinito e più infinito (questa è un'altra di quelle cose ambiziose che mi fanno dubitare di essere all'altezza dell'idea di partenza).

Oggi riflettevo a cosa dovrebbe essere la scrittura contemporanea, per essere nel contempo di valore e scorrevole. Cioè, cos'è la scrittura contemporanea? (Quella che non ha valore non è scrittura: sono marchette.) Cosa c'è di buono nell'arrivare ai lettori, che in Italia sappiamo essere pochi? Insomma, mi chiedevo quale fosse il valore della scrittura commerciale, popolare, quella che arriva alla massa, anziché star sempre lì ad analizzare i suoi tremendi, evidenti difetti. Credo che uno dei segreti sia, per l'appunto, quello di condensare e aggiungere ricchezza allo stesso tempo. Esistono esempi di narrativa che conquista "masse" ed è di valore.
Ciò che io amo del Fantasy, e in particolare di Steven Erikson, è la ricchezza dei contenuti, che mi porta a leggere tomi di dimensioni ben superiori rispetto a quelli dell'ordinaria narrativa e senza guardare con timore al tempo che mi ci vorrà. Siamo bombardati da romanzi poveri, scritti da scrittori poveri, che non gratificano il lettore, che non lo sfidano e sfruttano le sue debolezze: non ha tanta voglia di leggere, quindi semplificano; non ha tanta voglia di pensare perché è stressato, quindi banalizzano; non ha tanta voglia d'informarsi, quindi si abbandonano all'incuria. E così via.
Il problema sta tutto qui, per il me lettore. Mi (ci) prendono per il culo. Immagino che anche i miei romanzi abbiano dato questa impressione a qualcuno. Be', non so che dire. Non c'era l'intenzione, sul serio. Quindi, sapendo come la si vive da questa parte - l'impegno non basta, ci vuole anche l'esperienza, perché l'inesperienza ti porta a commettere errori che ricadono sui lettori e quelli reagiscono di diritto - penso che ci sia più buonafede di quanto si veda in circolazione, ma che purtroppo i semi della buonafede non cadono tutti nella terra fertile - immagine presa a prestito dalla Bibbia.
Insomma, ragazzi, un romanzo non può avere 600 pagine ed essere lento: diventa un'agonia. Ma per una scrittura lenta (voluta o meno poco importa) sono troppe anche 450 pagine, penso io. Ce ne vorrebbero 300 e non una di più. L'unico modo per permettersi simili quantità di pagine (450, 600, 1000!) è condensare il più possibile e arrivare a una "media di condensazione" accettabile (passatemi l'espressione tra virgolette). E non si farà mai abbastanza, ma bisogna dare il massimo per ottenere il massimo possibile da se stessi. L'unico modo è pensare a condensare durante l'intero processo: dall'ideazione, passando attraverso la prima stesura, all'ultima revisione.
Mi spiego. È fisiologico che i capitoli iniziali di un romanzo siano introduttivi e, quindi, più analitici. L'analiticità porta a un ritmo più lento, ma è fondamentale che il lettore capisca. Bisogna essere prudenti, tagliare il tagliabile, e tentare di movimentare l'analisi con qualcosa. In compenso, è altrettanto fisiologico che i capitoli finali abbiano un ritmo narrativo sostenuto, se il romanzo punta sulla suspense e sull'azione. Ebbene, tra inizio più lento e finale più veloce, la media dev'essere accettabile.
Ma non basta. Un romanzo non è scorrevole soltanto quando la scrittura è densa. O, meglio, "denso" non significa soltanto sintetizzare, ma anche arricchire. Esistono molti modi pratici per arricchire un testo: variare il punto di vista, far incontrare i personaggi con storie diverse e caratteri in contrasto e così via. Trucchetti, ma niente di grave: tutte cose che chiunque dotato di una buona esperienza di lettura ha imparato a riconoscere e apprezzare per quello che sono, senza dargli troppo peso. Eppure arricchire è anche qualcos'altro: è giocare con il lettore, apertamente, tirarlo da una parte, poi girarlo facendogli tenere gli occhi chiusi, nascondersi e poi saltar fuori all'improvviso. La scrittura è un gioco a due ed è necessario divertirsi. E il divertimento, quando si legge un romanzo, è costituito da un insieme di esperienze sensoriali: immaginazione, ironia, riflessione, stupore, riconoscimento, amarezza, esaltazione, immedesimazione, tristezza, emozione... Queste e altre cose, nell'ordine che volete e non forzatamente tutte allo stesso tempo. Ma più te ne fa vivere un romanzo, più alla fine della lettura ti sentirai colmo, piacevolmente colmo. Sentirai che la lettura è valsa il tuo tempo.
Qual è il nocciolo? Be', il nocciolo è che non capisco come mai abbandono così spesso i romanzi negli ultimi tempi. Com'è possibile che mi annoio a tal punto? Ho pensato che la lettura non sia più di mio interesse. Ma non è così. Non è possibile che io sia arrivato al VII libro di una saga ingarbugliatissima composta da tomi di 1000 pagine. Se mi descrivessero un lettore così, penserei che non è una persona a cui non piace leggere - forse penserei che si è fissato, ma lasciamo perdere. E allora, qual è il problema con i romanzi di oggi? La butto lì: sono scritti male, non in senso stilistico (non sono nessuno per dirlo), ma in senso creativo (sono un lettore e questo mi autorizza a dirlo - come scrittore devo ancora dimostrare molto a me stesso, prima di sentirmi "fuori dalla massa" degli autori che annoiano).
Perché, protesto io, perché sono così diffusi romanzi che già a pagina 50 denunciano una piattezza d'intenzioni imbarazzante! Sembra che gli scrittori si siano dimenticati che per dilettare un lettore non basta disseminare colpi di scena lungo la trama. Ci vuole inventiva! Inventiva stilistica, dato che la lingua è un gioco: perché inscatolarla in qualcosa di regolare, cadenzato come una nenia? La lingua è anarchia! Inventiva comunicativa, dato che si può dire la stessa cosa in mille modi differenti: e allora perché limitarsi a un modo solo, standardizzato. (Ad esempio, a me non importa un fico secco che la "terza persona soggettiva" è quella che va per la maggiore, come se una tendenza implica che non esistano altre cose all'infuori della tendenza stessa. Sembra quasi che le librerie siano diventati "supermercati di tendenza", ove per tendenza s'intende "omologazione", cosa che uccide l'Arte tutta, in qualsiasi campo). Perché limitarsi, dico io!
Ci sono romanzi che sono nati per essere raccontati in modo uniforme, perché l'uniformità giova alla storia che raccontano. E l'abilità dello scrittore sta nel saperla individuare e mantenersi coerente durante tutto l'arco della narrazione. E ci sono romanzi che sono nati per essere un po' biricchini, perché il troppo stroppia (tutti quelli che superano le 300 pagine). Ecco, il Secretum è biricchino. Non so quanto, ma spero a sufficienza per diventare una lettura piacevole.

Torno al lavoro.

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13 ottobre 2009

Il (mio) modo di affrontare la scrittura

Ho ancora nelle orecchie un'affermazione di Morgan intervistato da Daria Bignardi a "L'era glaciale".
Mi ha molto colpito, proprio perché io parlo così tanto spesso di "onestà intellettuale". Di primo acchito m'è venuta la voglia di smetterla di blaterare: ho molta considerazione di cosa dice Morgan, perché è un grande artista. In fondo, a me cosa me ne frega di tutto questo? L'unica cosa di cui dovrei preoccuparmi è produrre e lasciar parlare i fatti. Invece sono sempre qui a pontificare. La decisione sarebbe stata drastica: basta col blog che discute, nonostante le mie promesse; chiedendo scusa. Poi, però, ho allacciato un po' delle cose che lo stesso Morgan ha detto durante l'intervista e m'è venuto il dubbio opposto. Ma non sarà che invece parlarne è importante? ho pensato. Ciò che conta davvero, mi son detto, è che sia onesto mentre parlo di onestà intellettuale. Così ho avuto il coraggio di rileggere il pezzo appena scritto: "Le fondamenta". E, per fortuna, non m'è sembrato così delirante come temevo.
Tutto bene? No, diciamo benino. Ho intravisto uno dei motivi che mi rende tanto odioso ad alcuni. E non mi sento di criticarli in toto. Anzi, direi che curerò con attenzione i miei testi, per far emergere in che tempestoso mare d'incertezze navigo, al pari di tutti. Forse, ciò che manca alle mie blog-considerazioni, è il retroscena, che ne giustifica le posizioni. Mancano di una certa prospettiva, che fa apparire i miei testi come una lunga carrellata di certezze. Così non è.

Del resto, perché uno si pone tante domande? Forse sarà perché ha poche risposte.
Ma nel contempo sa che ogni singola risposta ottenuta è preziosissima. Quindi ne va a cercare altre.

Ecco, ora sapete con che spirito mi metto a scrivere questa seconda blog-considerazione sull'"onestà intellettuale". Il retroscena di cui parlavo.

L'onestà intellettuale per me è un processo di crescita. Ma, semplificando, è un processo. Cioè non è un concetto astratto.
Quando uno scrittore scrive per essere pubblicato e letto la prospettiva cambia completamente rispetto agli anni in cui si è stati inediti. Questa nuova prospettiva mescola le carte in tavola, che tanto bene conoscevi, e non ti chiede di riordinarle. Le incolla al tavolo. Sei tu che devi riordinarti in base alla loro disposizione. Dapprima è eccitante, dappoi arrivano le mazzate. Qualsiasi concetto cui prima si pensava nella solitudine della propria stanza, mentre si ragionava sull'opera in stesura, sognando la pubblicazione, viene deformato. Le molte, false certezze si sgretolano, una dopo l'altra. E travolgono anche quelle vere. La tentazione di barare viene ed è forte, perché comprendere le nuove regole del gioco e trovarvi un proprio posto indipendente è un'impresa. Ancora oggi, rifletto dopo l'esperienza vissuta dal 2001 e da quel fantomatico "Le sette gemme" (primo segnale fu il titolo, che cambiò dallo storico "Il manoscritto"), fatico a trovare il mio posto in questo grande gioco d'azzardo intitolato "essere un romanziere". In breve, mi sta stretto. Io non sono un romanziere, sono meno e molto di più allo stesso tempo. E starmene qui a parlare di onestà intellettuale un po' m'infastidisce pure.
L'onestà dovrebbe essere un valore da coltivare con lo stesso istintivo amore che si prova per il proprio benessere fisico: perché bisogna girarci tanto attorno?
La risposta temo possa essere questa: perché essere onesti non è istintivo, semmai il contrario. E mi preme trovare una via.

Allora, come la mettiamo? Semplice, la mettiamo che da quando lessi "Lo Hobbit" a tutt'oggi ho sempre avuto voglia di scrivere romanzi per comunicare la mia visione del mondo, dello spettacolare caleidoscopio di vite che s'intrecciano in modo apparentemente casuale, per tentare di scoprirne il meccanismo, nell'illusione di riuscire a capire qualcosa di più, perché la ricerca del sapere è amore per l'oggetto del sapere. E non mi riesce proprio di non amare questo nostro tragico, favoloso pianeta.
Voler raccontare una storia è l'impulso iniziale, profondamente onesto. Chiunque voglia scrivere un romanzo per qualche altro motivo, compreso l'immaturo desiderio di veder riconosciuto il proprio valore (sono passato attraverso quell'immaturità, immergendomici completamente), parte male.

Voler raccontare una storia è soltanto l'inizio del processo. Di solito è un processo che comincia indipendentemente dalla propria volontà, perlomeno fino a una certa età. Quindi, diciamo, la maggior parte degli scrittori giovani parte in modo molto onesto. Ma non è detto che arrivino alla pubblicazione quando ancora giovani...
Ricordo ancora un episodio contrario, per l'appunto, che mi colpì e che soltanto oggi riesco a comprendere a fondo perché il colpo fu così duro. Uno "scrittore", molto discusso, mi (ci, perché non ero solo) disse che aveva proposto la scaletta del suo romanzo, prima di scriverlo, perché non aveva mica tempo da perdere! Capite voi che non si può restare indifferenti di fronte a tanta onestà intellettuale. Non si può certo dire che quel signore non fosse schietto. Ed è una qualità. Ma la sua affermazione era disturbante. Sia chiaro, non è che preparare una scaletta e discuterne con l'editore sia una cosa che non si fa. Anzi, l'ho fatto anch'io. Ma un conto è discutere sulle migliorie possibili, un conto mettere in discussione che si scriverà quel romanzo se l'editore ti boccerà la scaletta.
Così ora sono costretto a raccontarvi un mio retroscena (e scusate l'egocentrismo, ma preferisco dirla chiara io, prima che qualcuno s'inventi un retroscena diverso e falso. Quindi me ne frego dell'egocentrismo). Dopo la pubblicazione de La Rocca dei Silenzi discussi con la mia editor circa il romanzo successivo. Da subito proposi il suo seguito, Il giorno dopo. La scaletta era già pronta (vi avevo lavorato sin dal giorno successivo all'approvazione della versione definitiva della Rocca). La valutarono sia Gianfranco Viviani che Cristina Prasso. Nel presentarla a Cristina, avevo premesso che stavo vivendo un periodo molto difficile (sentimentalmente) e che non mi sentivo in piena forma, come se la mia creatività fosse bloccata. La risposta che ricevetti per bocca della stessa Cristina fu sorprendente per me. Sapevo quanto fosse misurata nelle parole e mi disse: "E questa tu la chiami mancanza di creatività?" Non so se lo disse per farmi forza, ma so che è una donna molto sincera, che sa restare in silenzio quando non vuole dire qualcosa di indelicato. Aspetta il momento giusto per dirti come la pensa. Credo sia il più bel complimento che un editor mi abbia mai fatto (e da parte di Cristina per me è stato davvero lusinghiero, ché ne ho una stima infinita). In aggiunta, perché Cristina era anche il Gruppo Longanesi, c'era il lato commerciale, bisognava attendere la Rocca... Da lì in avanti, con le 1052 copie del primo anno (2005), parlammo altre due volte dei progetti futuri.
Riassumo e non sarà breve, scusate. Il giorno dopo non poteva essere promosso sul campo, visto il risultato de La Rocca dei Silenzi. Feci leggere a Cristina un romanzo che avevo scritto prima della Rocca (Dall'alba al tramonto). La sua risposta fu che il romanzo era totalmente sbilanciato sul protagonista e che trattava le donne come burattini. Per dargli un futuro, bisognava ripensarlo e riscriverlo per bilanciarlo con una figura femminile forte. Poi parlammo di Luce e Cristina mi chiese: "Sei proprio sicuro di voler proporre qualcosa di così filosofico? Anche Margaret Atwood ci ha provato ed è stato un insuccesso, nonostante fossero molti i lettori che la leggevano." (Manca tutto un pezzo di discorso: credetemi, la sua affermazione non era dettata da una mera logica commerciale, quindi non giudicatela male. Sintetizzo: si stava parlando del mio futuro.) Poi venne il Secretum, che era un'idea nata di recente e che non era Fantasy, ma Fantastico. Scrissi il prologo e il primo capitolo, per farle capire di cosa stavo parlando sulla carta. Ne parlammo e Cristina mi disse: "L'idea è valida, ma la storia non mi convince. Dovresti sviluppare maggiormente i "cattivi"" (riassumo, perché non ricordo se abbia usato questa parola, ma a loro si riferiva per amor di sintesi, per quanto superficiale).
Insomma, Cristina Prasso non è una che te le manda a dire! :)
Tutta questa pappardella per dire che io ho sottoposto scalette e idee alla mia editor, prima di scrivere i miei romanzi. Le risposte le avete lette. E io cos'ho fatto? Ho iniziato a scrivere Il giorno dopo, dopo due, tre anni di crisi personale. Il Fantasy è stato l'unica cosa che è riuscito a tirarmi fuori dal pozzo buio in cui ero finito. Quello e la fantastica venezuelana che ora è mia moglie, va detto con onestà: da solo non so se ce l'avrei fatta. In pratica, ho ricominciato a scrivere grazie a un romanzo che era già bocciato in partenza dall'editore. E ne ero ben consapevole. Ma cosa deve fare uno scrittore, per riuscire a vivere la scrittura con maggiore serenità, se non raccontando la storia che ha voglia di raccontare?
Grazie a Il giorno dopo ho ritrovato la purezza iniziale, quella gioiosa e giocosa di prima del 2001, quella voglia di raccontare una storia a modo mio, che mi divertisse e riflettesse sul mondo.
Non mi sono risollevato del tutto, va detto. Ma comincio a pensare che questo sia il massimo a cui posso aspirare, umanamente. Non sono più quello sognante de La Triade, né quello rabbioso de La Rocca dei Silenzi, sono diventato qualcosa di profondamente diverso. Sono uno scrittore che scrive senza più pensare a diventare famoso. Prima mi ossessionava l'editore. Ora mi ossessiona il lettore, in tutte le sue meravigliose e spaventose manifestazioni! E, capirete, c'è una bella differenza. Ma ricordo tutto, so cos'ero, da dove vengo e attraverso cosa sono passato. Ho capito alcune cose di me, ma ho capito anche alcune cose della scrittura e del suo rapporto con l'onestà intellettuale. Cose che sbagliavo, cose in cui mi sbaglio ancora, cose in cui forse non riuscirò mai a smettere di sbagliare. Ma ora sono molto più consapevole.

La storia è ciò che conta e la sua scrittura dev'essere gioiosa, appassionata, disponibile... onesta.
Non starò qui a menarvela con tutte le solite amenità tecniche, anche se forse renderebbero meno pesante questa mia blog-considerazione (comincio a odiare sempre più la scelta che feci per questo nome... E' così anti-stilistico, è proprio brutto. "Blog-considerazione", ma che cazzo vuol dire, poi? Non sintetizza un bel nulla, fa solo confusione). Ho già detto la mia in modo più che verboso, nella mia passata rubrica Un nuovo mondo. Qui sto parlando del modo in cui io ho imparato ad affrontare la scrittura.
Come un dono che non è il caso di calpestare. E lo si può calpestare in svariati modi. Ad esempio, violentando te stesso a scrivere una cosa che non vuoi veramente scrivere.

Ciò detto, mi sono sentito pronto per cambiare rotta, dopo essermi risollevato con mezzo Il giorno dopo (che in fondo è come aver scritto un romanzo intero, vista la mole, tralasciando la mancanza del finale - cosa non da poco, ma che per me è sempre stata molto naturale: il finale è una cosa che ho talmente chiara fin dall'inizio, sempre, che non posso sbagliare. Semmai, arrivandoci, posso arricchirlo grazie al bagaglio di capitoli scritti). Giravo attorno al Secretum da tempo. Ma ripensavo alle parole di Cristina e mi chiedevo fino a che punto quel suggerimento violentava il mio romanzo. Approdai a un concetto molto chiaro: la storia che volevo raccontare era già lì, l'unica via ammissibile era arricchirla sviluppando i "cattivi". Immagino fosse già chiaro dalle parole di Cristina, ma io ci ho messo un annetto per arrivarci (questa blog-considerazione sta cominciando a preoccuparmi). Così aveva senso, cambiare la storia no. Seguii quel consiglio e quando sono arrivato all'impianto generale mi sono reso conto che il romanzo era migliore, più corposo, anche se forse un tantino ambizioso. Ma mi piaceva: era una sfida e io sono un tipo cocciuto, che difficilmente accetta di non poter fare qualcosa nell'unico campo in cui sa fare effettivamente qualcosa (probabilmente non molto, ma nemmeno poco, va'...). Così iniziai a scriverlo, con grande difficoltà, pensando che Il giorno dopo sarebbe diventato il successivo (perché me ne staccai con dolore, ma la spinta che il mio sentire mi dava era inequivocabile). Il Fantasy poteva riposare un po'.
Cosa mi ha fatto decidere? Semplice, il fatto che il Secretum potrebbe avere una possibilità col mio editore di riferimento, mentre Il giorno dopo non ce l'ha affatto. (Ma non solo per questo, sarebbe stato troppo poco; anche perché il Secretum seguiva il mio percorso alla perfezione, dato che parla finalmente del nostro tragico, favoloso mondo.) Stiamo parlando di onestà intellettuale, giusto? E questo cosa sarebbe, un tradimento intellettuale? Nient'affatto. Stiamo parlando di prospettive, di progetti di vita, perché qui nessuno ha deciso di lasciare un romanzo come Il giorno dopo orfano. Le scalette si propongono, l'editore ha il diritto di ritenerle valide o meno e di valutarne la portata commerciale, lo scrittore scrive le storie che ha dentro indipendentemente dall'esito dei colloqui. E questo sto facendo e farò. Tutto questo perché, come vi ho detto, non è possibile amare la scrittura e scrivere storie che non si ha voglia di raccontare allo stesso tempo.
Soltanto, a volte, cambiano i tempi in cui si racconteranno quelle storie. Questo è una delle nuove regole a cui ci si deve adattare passando da inediti a editi. Un equilibrio che era complicato raggiungere, cosa che forse mi aiutò a scendere ancora più in basso durante il mio periodo di crisi, perché dapprincipio sembra tutto sbagliato. Poi ci si rende conto di essere rigidi, di poter affrontare quel nuovo gioco di carte incollate con elasticità mentale, senza per questo svendere l'amore per le proprie storie.

Il (mio) modo di affrontare la scrittura è amarla incondizionatamente e affrontare la prima stesura soltanto quando si ha la certezza che quella è la storia che vogliamo raccontare in quel momento. Farlo significa farsi un esame di coscienza, sapere dove si vuole andare, per l'appunto. Significa capire se si vuole una vita artistica più piena o una vita da scrittore di nicchia. Significa capire se si ha davvero voglia di tentare qualcosa di diverso, di più, se si ha voglia di ascoltare fino in fondo il parere della tua editor, anche se è spiacevole. Significa mettersi in gioco senza mentirsi. Non importa quale sia l'obiettivo finale, ciò che importa è dichiararlo in modo esaustivo (ricordate la mia definizione de La Rocca dei Silenzi: è un romanzo di personaggi. Punto, niente di più, niente di meno. Il resto, se vuole e sente, ce lo metterà il lettore). Dire cos'è il proprio romanzo e non pretendere mai come reazione qualcosa che per il tuo romanzo sarebbe eccessivo, nel bene e nel male.
Se il momento ti porta a scrivere un Fantasy che non ha speranza di essere pubblicato dal tuo editore, allora devi cominciare a scriverlo. Questo ti aiuterà a sentirti bene e ti aprirà nuove prospettive. Se poi maturi un'altra consapevolezza, è bene assecondarla, perché se non sei onesto con l'opera che stai scrivendo - e che magari non hai più voglia di scrivere - sarà impossibile esserlo anche con i lettori. Gli si venderà fumo. Non si vende fumo, non è bello. E so perché molti lo fanno: è molto meno faticoso. Ma anche questo è lecito, quando si punta esclusivamente a successo e fama, a patto di farlo con onestà e di non sbandierare obiettivi che in realtà non si hanno (cosa ormai sempre più rara, ahinoi tutti). Il problema è che scrittori di questo tipo poi si compiacciono quando un lettore dice che il loro best-seller è un capolavoro! Ma che capolavoro e capolavoro. Sta' zitto che fai più bella figura. Io sono inorridito quando ho visto riportate alcune e-mail di miei lettori nel risvolto di copertina de L'arcimago Lork, e-mail che deliravano a proposito di Tolkien. Ero furioso. Ma ho dovuto inghiottire il rospo e tutti quelli che sono arrivati di conseguenza. Così è il mondo editoriale: fatto di sensazionalismo e di lettori troppo spesso pronti a saltarti alla gola al minimo errore (anche se non l'hai commesso tu).

Volete ancora scrivere un romanzo soltanto per il successo e la fama? O forse è il caso di essere divertiti e appassionati quando si affrontano l'ideazione e la prima stesura?

Fate voi. Personalmente non soltanto l'ho capito, ma mi sono anche imposto di viverla bene, con fermezza assoluta. Non voglio vivere un'altra volta quel tipo di crisi, quando il mondo violenta una cosa che ti appartiene intimamente e tu ne esci scioccato e stordito. Deve esserci il tempo per viverla in pace, la scrittura, e l'unico arco temporale in cui ciò è possibile è il tempo dell'ideazione e della prima stesura. Volendo anche della revisione, ma già ci sono impurità nei propri ragionamenti. Negarlo significa farsi del male.
Pensateci, perché è una guerra emotivo-intellettuale quella cui si va incontro. E' meglio essere onesti mentre si scrive, è l'ultima possibilità che si ha per godere della scrittura.

(A questa blog-considerazione ne seguiranno altre due: una sul mio modo di affrontare la ribalta - editore e pubblicazione -, un'altra sul mio modo di affrontare la vita dello scrittore.)

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10 ottobre 2009

Le fondamenta

Un'altra questione, all'interno della discussione su il Fantasy scritto da italiani, ma che va applicata alla narrativa di genere tutta, italiana e straniera, è quella dell'onestà intellettuale.

La percezione di un romanzo da parte dei lettori, qualcuno diceva, è spesso ristretta per colpa di una buona dose di ignoranza - quasi sempre non si conosce affatto il Fantasy, ma spesso ci si mette di mezzo anche l'ignoranza in senso lato. Le librerie sono diventati supermercati e, in percentuale, pochi sono coloro che vi si muovono con cognizione di causa, da lettori appassionati e assidui. E in questo quadro i best-seller, i romanzi che scorrono più facilmente verso l'epilogo (e che di frequente non hanno altri meriti), sono quelli che diventano metro di paragone non soltanto per i lettori, ma anche per gli editori, che finiscono per imporre uno "standard stilistico" angusto, perché è quello che vende.
D'accordo, opinioni sacrosante, in cui mi ci ritrovo. E come non abbassare il capo per lo sconforto leggendo i dati di lettura in Italia: i lettori sono pochi e sembra che di questo andamento negativo del mercato del libro gli editori vogliano soltanto lagnarsi, senza prendersi le responsabilità che hanno. È sotto gli occhi di chiunque segua con un certa attenzione il mercato del libro che questo sistema non funziona. Così continuando, finirà come la finanza mondiale: crollerà con il suo mercato. (E adesso ci si mette pure la pirateria: contrariamente ai musicisti, gli scrittori non fanno concerti con cui guadagnarsi da vivere. Ma come dare torto ai lettori-pirata, quando vengono bombardati da porcherie nove volte su dieci? C'è da riflettere tutti assieme. Personalmente, li seguo con un vivo interesse, perché spesso hanno una nuova visione del mondo che mi colpisce, quando non sono mossi dal mero, facile e accattivante gusto del "gratis".)

Ma oggi voglio soltanto partire da tutto questo, considerando anche la pirateria (il mio "La Rocca dei Silenzi" è facilmente scaricabile in PDF - ed è perfetto, ho controllato, pensando: "Se lo devono leggere senza pagare, mi sta bene, purché leggano il testo originale, senza che sia infarcito da errori OCR, con corsivi saltati, eccetera. Almeno da questo punto di vista sono soddisfatto).

A monte di tutto questo, come fondamenta necessarie per sperare in una crescita del Fantasy in Italia anche per gli scrittori italiani, c'è l'onestà intellettuale. È ora di finirla di dare credito a opere che prendono in giro il lettore, certo - e in questo c'è una responsabilità degli editori - ma sono soprattutto gli autori che devono smetterla di proporre agli editori simili porcherie, che con un semplice editing non possono elevarsi più di tanto dalla triste condizione in cui vengono proposti.
Lo scrittore deve avere ben chiaro cosa vuole fare, nel pieno rispetto dei lettori, e impegnarsi a fondo per produrre un testo onesto. Non importa se si prefigge di intrattenere e basta o se, invece, è più ambizioso. Ciò che importa è che il testo sia onesto, non usi trucchi da strapazzo, se non apertamente e per il divertimento di autore e lettore. Non deve mascherarsi da capolavoro, quando nelle intenzioni vuole semplicemente divertire. Non deve considerarsi letteratura, superiore a romanzi che non dovrebbe nemmeno permettersi di citare, quando il suo obiettivo è vendere il più possibile, raggiungere ricchezza e fama. C'è un limite alla supponenza.
L'umiltà in questo Paese s'è persa. Non voglio scadere nel politico - perché purtroppo la Politica, in Italia, ha perso l'iniziale maiuscola - ma è molto facile notare come in qualsiasi ambiente e disciplina ci siano orde di giovanotti convinti che basta fare una cosa per essere riconosciuti Maestri e volere successo e fama al primo colpo.

Il processo della scrittura implica molto. L'onestà intellettuale è la forza che regola l'intero processo: senza, lo scrittore non esiste. Ribadisco, il concetto non è che si debba produrre forzatamente qualcosa di letterario, profondo, filosofico e mettiamoci tutto ciò cui ambiamo; il concetto è non spacciarsi per ciò che non si è, ponderando la propria situazione, non mentirsi. Una lucida onestà è fondamentale in quest'arte, perché senza non si cresce. Come nella vita.

Soltanto quando si sa, con lucidità e dopo avervi lavorato sodo, che il proprio testo è davvero onesto, si può pretendere altrettanta onestà dagli editori e, poi, dai lettori. Il concetto è molto semplice, secondo me: il mercato del libro e i lettori esistono perché esistono scrittori. Come si può credere che l'andamento negativo migliori, se il primo attore dello spettacolo è disonesto con il pubblico cui vuole rivolgere la sua opera?

Questo discorso non vuole elevarmi dalla massa. Non mi considero arrivato, né considero di aver fatto molto bene. Come ho scritto, m'infilo nel secondo gruppo, conscio che devo migliorarmi ancora molto. Ma in quel gruppo sto, lo dico senza presunzione, ma per consapevolezza acquisita col sudore (ribadendo che devo sudare ancora molto), perché sono onesto, come tutti gli altri autori che mi fanno compagnia.
Resta il fatto che il primo dovere di un autore è criticare se stesso. E che, a mio avviso, se l'autocritica fosse diffusa in Italia, non assisteremmo allo scempio del Fantasy cui assistiamo troppe volte. Scempio che crea soltanto i presupposti per mettere radici nella fottuta nicchia e restarci fino alla morte della propria fantasia.

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06 ottobre 2009

Il mio punto di vista sul "Fantasy scritto da italiani"

Anzitutto, lo preciso una volta per tutte. Per me "Fantasy italiano" non vuol dire nulla. Non esiste. Esiste il Fantasy (e tutte le sue derivazioni, ovviamente, che però non amo categorizzare). Poi si può parlare di "Fantasy scritto da italiani". Una mera questione di terminologia, certo, ma ci tengo.

Ciò detto, passiamo al mio punto di vista.
In Italia si scrive da moltissimo tempo Fantasy, ma è negli anni recenti che si è presa la palla al balzo (non fatemi ripetere tutti gli input che hanno portato al presente, li conoscete molto bene). Dapprima timidamente, dappoi sempre meno timidamente gli editori italiani hanno cominciato a puntare sui nostri connazionali - utilizzando varie logiche, che in questa blog-considerazione non voglio analizzare.
Chi c'è lì fuori?
In primo luogo c'è molto di più di ciò che si può vedere in libreria. Gli inediti (e i "pubblicati a pagamento", cui auguro maggior fortuna, consigliando maggior caparbietà) sono la nostra posta in gioco sul futuro. In loro credo molto, a qualsiasi "campana" appartengano. In secondo luogo ci sono gli autori editi, ormai così tanti che io non sono più in grado di elencarli (nonostante sia tentacolare su internet, quando mi ci metto e vado in cerca di novità, anche sommerse - cosa cui ci si abitua, sguazzando proprio malgrado in una nicchia da più di dieci anni).

La mia personale classifica, aggiorniamola, verte su più parametri: creatività, capacità tecniche, stile, originalità (in questo esatto ordine d'importanza - a seconda dei casi, valuto molte altre cose, che però alterano soltanto un quadro "generale" formato dalle prime quattro).
Ragionandovi un po' su, ho dedotto che la maggior parte dei miei conflitti con altri lettori di Fantasy verte sul fatto che io considero più importante la creatività delle capacità tecniche. Il mio pensiero è semplice: la prima è innata - anche se s'impara a svilupparla ulteriormente soltanto scrivendo - la seconda è una mera questione di studio e impegno - "mera" si fa per dire, perché per giungere a buone capacità tecniche, non dico ottime, ritengo sia necessario avere almeno una decina d'anni di esperienza narrativa alle spalle. Ho sentito troppo spesso confondere le "capacità tecniche" con "grammatica e sintassi": non c'entrano un fico secco. Sarebbe come dire che, siccome ero bravo in fisica al liceo scientifico, allora sono un fisico in grado di lavorare nel campo della ricerca con gli stessi, ottimi risultati. Ed è in base a questo pensiero che io scrivo ogni mio singolo intervento in Internet, qui sul mio blog e in luoghi "esterni".
Naturalmente questo è soltanto il mio punto di vista da lettore (l'autore non c'entra). Mi baso su quanto ho letto. Per tornare a un esempio soggettivo, che già a suo tempo mi valse molte polemiche (non ripetiamole, non ne vale la pena per nessuno), nonostante giudichi le capacità tecniche di George R. R. Martin superiori a quelle di Steven Erikson, Martin l'ho mollato, mentre Erikson continua a spingermi a leggere in inglese, e il suo inglese non è proprio semplicissimo, tomi di oltre 1000 pagine, senza mai stancarmi (in realtà ne sono convinto soltanto per quanto riguarda i primi due romanzi dei "Malazan Book of the Fallen". Poi Erikson ha imparato dai propri errori e ora non ce n'è per nessuno, secondo i miei personali parametri).
È una cosa che mi ha fatto riflettere, il parallelo tra Martin ed Erikson. E la riflessione ha portato a conclusioni che pescano a piene mani da quella che io considero l'esperienza della lettura. La capacità tecnica è fondamentale, ma da sola fa dell'autore un artigiano, non uno scrittore.

Chi c'è in Italia, dunque?
Personalmente divido gli autori in gruppi, ormai (pur se li distinguo uno dall'altro).
Il primo gruppo è quello che meglio risponde ai miei parametri di giudizio. Riccardo Coltri, Luca Tarenzi e Francesco Barbi vi appartengono. Non dubito, ma non ho ancora letto "Pan", che Francesco Dimitri rientri in questo gruppo, da quanto ho letto in giro (il romanzo è lì che mi attende da un po', ma ci arriverò un giorno o l'altro...). Questi autori hanno già scritto almeno un romanzo (quello che ho letto) di ottimo livello. Tutte opere che potrebbero essere migliorate di molto poco, a mio avviso, considerando la soddisfazione finale del lettore Andrea, già alta.
Il secondo gruppo è quello cui io appartengo (tanto per non nascondermi dietro un dito, ché ci si fa sempre una figura ridicola). In generale, vi appartiene qualsiasi autore abbia scritto almeno un buon romanzo, ma che deve lavorare ancora per migliorarsi. Non metto i nomi degli autori, sono troppi e rischierei di dimenticarne qualcuno. C'è chi mi ha colpito per la sua creatività, c'è chi per le sue capacità tecniche, c'è chi per l'originalità e c'è chi, ma è raro, per lo stile (è raro perché di solito lo stile non c'è, se non ci sono le capacità tecniche). Non sono pochi autori, secondo me, e i margini di miglioramento sono moltissimi, cosa che fa ben sperare per gli anni a venire.
Il terzo gruppo vede raccolti, in molti, autori ancora troppo acerbi o che, dal mio personale punto di vista, sono davvero lontani dal poter scrivere qualcosa che abbia qualità e valore. Sono autori cui io non do una seconda chance immediata. Li aspetto alla lunga, perché il primo romanzo che ho letto di loro (se sono riuscito a finirlo) mi ha troppo deluso. (Deluso, letteralmente: immagino molti non riusciranno a credermi sincero, ma ogni volta che io leggo un romanzo di un nuovo autore italiano di Fantasy spero sempre di scoprire un vero scrittore.) Di solito rientrano tra questi quelli che hanno trasformato la nobile rivisitazione (sempre lodata sia!) in un miscuglio privo di senso e colmo di rimandi sciocchi ad altri autori. Questi romanzi non sono rivisitazione, nuovi punti di vista. Sono prove gravemente insufficienti, in cui, tutt'al più, s'intravede qualcosa di buono.
Nel quarto gruppo ci sono le Cose Innominabili, di cui è meglio tacere: non si sa mai che facendogli eco vendano una copia in più.

Il terzo e quarto gruppo, secondo me, potrebbero tranquillamente starsene fuori dalle librerie d'Italia. Il sogno sarebbe (mio malgrado), che ci arrivassero soltanto quelli del primo gruppo e le prove migliori del secondo, quelle più promettenti. Invece, come tutti sanno, siamo sommersi dal terzo gruppo e qualche volta spunta l'orrenda operazione editoriale che pesca nel quarto (ma mi sembra che i romanzi da inserire nel terzo gruppo siano decisamente di più rispetto a quelli del quarto... Così, tanto per evocare una lievissima brezza di ottimismo).

C'è tanto da fare, bisogna rimboccarsi le maniche. Personalmente sto lavorando (sodo? Spero...). Leggo molto di quanto viene detto, sono ancora tutto teso a imparare qualcosa di nuovo. E, tutt'altro che sorprendente, apprendo ogni settimana muove verità sulla scrittura e il suo mondo - e non soltanto leggendo romanzi editi o scrivendo i miei.
In ultima analisi, credo che ormai ci siano basi abbastanza solide per sdoganare il genere anche in Italia (sperando che non segua gli Stati Uniti soltanto nei consumi e nelle mode più idiote e deleterie). Nel corso dei prossimi dieci anni, direi. Se andasse bene, ne basterebbero cinque, ma non confido molto nell'editoria, più che considerare gli autori impreparati (tutti inclusi, stavolta, editi e inediti).

Vado a darmi da fare.

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30 settembre 2009

Internet

Ci sono giorni come questo, in cui la rete ti prende e ti porta via.
Internet è la morte del pensiero se non ci si dà il tempo di riflettere in sua assenza durante il giorno. Ti tarpa le ali e ti travolge, distogliendoti dal tuo intento originale. Capita così, mentre scrivi, e poi vai a fare una ricerca partendo da Wikipedia, per non inserire un dettaglio storico errato nel tuo romanzo. E quando hai finito la ricerca... sono trascorse tre ore!

Gosh! o_O

Cari amici scrittori, editi o inediti che siate poco importa: quando scrivete, documentatevi il più possibile prima e scrivete ignorando la rete. Se dovete controllare dettagli, segnateveli con una nota nel testo e lavorateci dopo!

Cosa ne pensate? Fate già così?
(Tutto questo perché sto rimandando il mio post sulla lettura, che è un po' troppo articolato per riuscire a scriverlo con tranquillità in questi giorni di prima stesura.)

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23 settembre 2009

Pazientate

Anzitutto sto scrivendo.
Il Secretum procede bene, anche se più lentamente di quanto vorrei. Ho superato la metà. 340 pagine scritte finora. 22 capitoli ultimati, ancora dai 13 ai 15 da scrivere. La storia fluisce senza grossi intoppi, ma è difficile da scrivere. E tanto ricca che perdercisi è un rischio in cui posso incappare a ogni angolo. Quindi, in sintesi, sono molto concentrato sul romanzo.

In seconda battuta, sto elaborando un pensiero che vorrei mettere per iscritto entro la settimana e su cui c'è molto da dire. Del resto m'ha colpito una discussione letta altrove: se vogliamo parlare di scrittura, prima dobbiamo parlare di lettura.
Datemi un po' di tempo. Poi mi ci rituffo.

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03 settembre 2009

"Un nuovo modo" - Il segreto della scrittura

Partiamo dall'inizio e dalla fine, mentre mi organizzo per realizzare le Interviste Inedite a tema (devo decidere chi saranno i dieci autori che intervisterò, contattarli spiegando loro cosa mi propongo, ricevere il loro consenso alla partecipazione e infine preparare le domande e un iter di discussione).

In questi ultimi mesi sono stato spesso in difficoltà durante la scrittura del nuovo romanzo. Ho abbandonato il Fantasy e ho preso con decisione la strada del Fantastico. Il cambio è stato stimolante, ma anche piuttosto brusco. La diretta conseguenza è stata che m'è mancata - e non di rado - la voglia di affrontare il testo e la sua (grande) complessità. L'ho affrontato lo stesso, ma è piuttosto dura quando non c'è la spinta interiore.

Poi, un bel mattino (o forse era un opaco imbrunire, fa lo stesso), mi sono ricordato delle numerose interviste ad altri autori che ho letto nella mia vita. Ne ho lette molte, davvero: sono uno scrigno ricolmo di tesori, se le si prende seriamente, soppesando la doverosa sintesi che gli autori s'impongono quando rispondono. Quel bel mattino, attratta come un orso dal miele, la mia mente s'è soffermata su un particolare che avevo sempre dato per scontato: che quando si scrive è fondamentale divertirsi.
L'avevo sempre dato per scontato perché mi ero sempre divertito, senza bisogno di sforzarmi. Il Fantasy è il mio modo di guardare alla vita, come ho già dichiarato molte volte, e per questo motivo credo non sarà mai difficile affrontare la stesura di un romanzo del genere che più amo. Ma mi è bastato uscire dal Fantasy e il divertimento è sembrato rintanarsi chissà dove, schivo e astuto. Un po' buffo e un po' triste, a dirla tutta: è bastato poco a mandarmi in crisi...
Quanto scritto non significa che sto scrivendo un romanzo che non mi piace, forzandomi. Non sono il tipo, né lo sarò mai. Non sono mai riuscito a fare una cosa una in tutta la mia vita, quando non mi andava di farla: se mi si costringe, divento un incapace da quoziente intellettivo infimo e dalla forza di volontà pressoché nulla. Parla chiaro la mia scolarità - diploma di media inferiore - (non brillavo per maturità al tempo: avrei fatto meglio a terminare il liceo scientifico), parla chiaro la mia esperienza lavorativa - non ho mai esitato a cambiare lavoro, quando l'aria cominciava a farsi soffocante - (e me ne sbatto se il mio curriculum è molto vario ma informe: la mia direzione è sempre stata la scrittura e soltanto la scrittura), parlano chiaro i romanzi che ho scritto - senza compromessi - (in molti sensi) e il modo in cui ho affrontato le case editrici - a testa alta e con ben chiara la mia direzione (la scrittura, sempre e solo la scrittura). Tutte cose astratte, per voi, ma vi basti pensare che sono un tipo cocciuto (un po' come il mulo di Iskaral Pust, che è il personaggio di Erikson in cui mi immedesimo... :), ma dietro la mia cocciutaggine - che in giorni di grazia diviene caparbietà - c'è sempre una motivazione forte.
Quindi mi sono incaponito, rifiutandomi di accettare l'idea che avessi sbagliato completamente direzione questa volta, che il romanzo pianificato fosse una forzatura. E quel bel mattino ho scoperto che non avevo sbagliato la direzione, ma il modo di percorrerla: senza gioia.

Scrivere è innanzi tutto divertimento. Di più, scrivere è gioire, è un momento di creazione, di sublimazione di molte cose. Se si perde di vista questa fondamento della scrittura, allora il fallimento è assicurato: non si avrà mai abbastanza forza per ultimare un romanzo al massimo delle proprie capacità.
Sicché, da quel bel mattino, oltre a riflettere sulla prossima scena da scrivere - sempre per mezzo delle Focalizzazioni (vi rimando al XVI capitolo della mia rubrica "Un nuovo mondo") - mi sono imposto un nuovo passaggio obbligatorio: pensare a come mi sarebbe piaciuto scrivere quella scena. Insomma, valutare qual è il modo più divertente di percorrere (raccontare) quel tratto di strada.
È cambiato tutto. L'ispirazione è tornata, la prima stesura sta procedendo bene e con soddisfazione. Ma, prima di tutto, mi sto divertendo un sacco. E, divertendomi, ricerco ulteriore divertimento. Chiaro il concetto? :)

Due sono gli insegnamenti che traggo da questa esperienza.
Uno, che se non ci si diverte è inutile sperare di scrivere qualcosa di buon livello. La qualità dei propri scritti crolla quando manca la voglia e si procede soltanto d'esperienza, privi di stimoli forti. La tecnica non può sopperire all'ispirazione, al talento, all'immaginazione. Considerate questo insegnamento (che io non faccio altro che riportarvi, dopo averlo ricevuto) un buon punto di partenza per affrontare i manuali di scrittura creativa.
Due, che quando si esce dal proprio genere (inteso in senso lato, cioè qualunque esso sia, "mainstream" compreso), quando si valicano i passi della nostra terra, è bene attendersi qualche disavventura. È bene sapere che il viaggio sarà faticoso, ma che la nostra fantasia e creatività troverà il modo di esprimersi, se ci premureremo di difendere il sentimento che ci spinge alla scrittura: la ricerca del divertimento, della gioia, del dare un senso compiuto ai propri pensieri. Tutto questo, se non soccomberà perché indifeso, produrrà quanto speravamo, sempre. Quindi è cosa buona e giusta mettersi alla prova con narrazioni di tipo differente, ancor più che con differenti tipi di registro stilistico.

Partiamo da qui, dunque. È bene che ci si diverta quando si scrive, si stia affrontando la prima stesura o la prima revisione poco importa. I manuali di scrittura creativa possono anche essere letti (almeno uno andrebbe letto, per rendersi conto in prima persona di cosa sia, più che di cosa tratta), ma vanno dimenticati durante il processo creativo. Imporsi regole su regole non aiuta a esprimersi. Anzi! Rende tutto più difficile. Ci sarà tempo per correggere ciò che non va, dalla seconda o dalla terza revisione. Prima di tutto viene il dovere di godere della scrittura. (E, tranquilli, col tempo le varie seconde e terze revisioni permettono di scrivere prime stesure più corrette senza star lì a pensarci troppo. Ecco perché ci si deve lasciar andare... Ed ecco perché, mi spiace, imparare a narrare è cosa di molti anni. La fretta produce effetti indesiderati - sostituite "effetti" con "scritti". :)

Se si imposta il tutto sulla (falsa) sfida di scrivere secondo i dettami di chi è (sembra?) più avanti di noi professionalmente, ci si condanna con le proprie mani all'insuccesso (e parlo dell'insuccesso peggiore, che non è quello commerciale, credetemi).

Ora, dato che questa blog-considerazione inizia il percorso di "Un nuovo modo" - che considero la naturale prosecuzione della vecchia rubrica "Un nuovo mondo" -, nelle mie intenzioni parte integrante del progetto di dialogo sul Fantasy e la Scrittura... insomma, suvvia, ora vorrei sapere della vostra gioia.

Scrivere è una faticaccia, senza gioia è uno spreco di tempo.

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24 agosto 2009

Interviste Inedite - Mariateresa "meloth" Cermola

Anzitutto, Mariateresa, presenta la tua persona.

Sono una ragazza di 18 anni che quest'anno frequenterà il terzo anno di liceo classico. Adoro il fantasy, soprattutto il sottogenere epic fantasy, con numerose riserve riguardo il weird. Non disdegno gli altri generi letterari, infatti ho letto di tutto. Amo recitare e scrivere, infatti voglio diventare una brava attrice e una brava scrittrice. Nutro una grande passione verso la cultura dei popoli nordici, specie per i celti e i normanni, e sto imparando il gallese e il gaelico. Ho un carattere piuttosto difficile, orgoglioso e ribelle ma anche umile. Sono molto curiosa ma stento a fare facilmente amicizia perchè sono anche estremamente sensibile. La mia fiducia una volta persa non è più riconquistabile. Tuttavia, chi ha la fortuna di conquistare il mio affetto avrà sempre il mio appoggio.

Ora, dato che sei un’autrice, presenta il tuo essere scrittrice.

Per me essere scrittrice ha sempre significato essere diversa. Questo all'inizio mi ha creato molto dolore. Nessuno capiva il mio modo strano di guardare al mondo, così diverso dalle convenzioni sociali che hanno di solito gli adolescenti. Se poi si scrive fantasy, e si crede fermamente che ciò che si scrive è reale, la stranezza sfiora la pazzia. Solo il mostrare ai lettori il mio mondo immaginario, che poi rispecchia la mia visione del mondo, mi consola. Poter essere la madre di tante creature e tante terre è difficile ma confortante al tempo stesso. Ma è un amore che richiede sacrificio. Perchè un figlio rimane in ogni caso un figlio per la propria madre anche se ha molti difetti, ma questo non significa che va lasciato a se stesso senza educazione. Un libro, per essere buono, va educato ovvero scritto bene.

Questo significa che gli unici interlocutori possibili, quando vuoi parlare di Fantasy e di scrittura, li trovi in Internet?

Non solo in internet. La mia migliore amica, Sara, è appassionata come me e scrive anche lei. Ci scambiamo spesso opinioni. Lei ha una fervida immaginazione, che a me spesso manca, e mi dona consigli preziosi su come creare. Io ho qualche nozione di tecnica in più e gliela mostro volentieri. Uno scambio di opinioni e conoscenze, come vorrei che fosse nel mondo. Al di là di età e tempo.

Hai avuto un’esperienza di pubblicazione a pagamento. Puoi raccontarci com’è andata e cosa ne hai tratto?

Ho pubblicato a pagamento circa 3 anni fa. Non è stata una bella esperienza, ma sono felice di averla fatta. Mi ha aperto gli occhi su molte cose. Avevo finito da molto tempo la mia prima trilogia, ma sentivo già che non mi apparteneva. Era nata come opera ispirata a Tolkien, nel cui mondo mi rifuggiavo spesso cercando un rimedio all'amarezza della mia solitudine. Purtroppo il mondo di cui avevo scritto era lo stesso nel quale mi rifuggiavo. Opera di un altro, non mia. Ma la casa editrice a pagamento, Edizioni Universitarie Romane, mi rassicurò su ciò che avevo scritto. Non sapevo nulla degli editor, nè che esistevano case editrici non a pagamento. Decisi di tentare, seppur con riluttanza. Quando mi resi conto di aver sbagliato era troppo tardi. Il libro era già in circolazione e le prime critiche erano tutte negative. Tuttavia compresi di poter cambiare e migliorare. Avevo questa volontà dentro di me, il desiderio di creare qualcosa di mio e farlo nella maniera più adeguata. L'esperienza negativa mi ha fatto prendere coscienza dei miei errori e mi ha dato la forza per andare avanti.

Consiglieresti l’esperienza “a pagamento” agli altri autori inediti?

Mai. Purtroppo a pagamento si pubblica qualsiasi tipo di scritto senza darne una buona valutazione.

Stai scrivendo qualcosa?

Sto scrivendo La sacerdotessa di Irminsul, il primo romanzo di una pentalogia intitolata Una ragazza speciale. Dovrei classificarlo come High fantasy, per la presenza di un universo parallelo piuttosto vasto e la dicotomia tra bene e male, ma ho mischiato vari elementi dell'heroic fantasy e dell'epic fantasy. La storia è ambientata a Isgard, un mondo parallelo al nostro che ha la stessa conformazione dell'Inghilterra dove vive la protagonista Rose. C'è un pizzico di elemento potteriano come le scuole dove si impara la magia, anche se la magia nel mio libro è intesa come arte al suo massimo livello espressivo. Rose scopre di essere una strega da uno strano individuo e decide di abbandonare il mondo che odia per quello nuovo. Ma, a differenza di Harry Potter, non sarà mai veramente una strega. Non sa fare magie, si sente diversa dagli altri esseri che popolano questo mondo. Una debole creatura conscia della sua insignificanza e della sua impotenza in un mondo tanto vasto. E forse proprio per questo tanto forte e coraggiosa. Conoscere i propri limiti è il primo passo per affrontare gli ostacoli della vita.

Cos’è la scrittura, per te? In che modo la vivi? Quale fine ti proponi, se ve n’è uno?

La scrittura per me è, come diceva Oscar Wilde e tutta la corrente dell'estetismo, lo stato più nobile al quale si eleva l'animo umano. Del resto, è ciò che ci distingue propriamente dagli altri esseri viventi. La capacità di creare con le parole nuove realtà che sono il riflesso del mondo che ci circonda reinterpretato tramite i nostri occhi. E la scrittura è meravigliosa proprio perchè ogni mente vede, pensa e crea in modo particolare e unico. Ma per fare questo bisogna avere molta pazienza e molta forza. Io vivo la scrittura come un'arte, ma soprattutto come una conoscenza che va conquistata di continuo. Per poter creare e non solo imitare, si deve continuamente cercare, interrogarsi, esplorare. Senza aver paura di uscire dal proprio guscio protettivo. Anche se le verità nuove che si scoprono possono fare molto male. E il fine vero della scrittura è essenzialmente comunicare nuove verità, non assolute, ma parte dell'assoluto. Nuovi punti di vista, nuove prospettive. Lo si può fare con un semplice personaggio, con una storia intera, con un saggio. Sono modi diversi per esprimere lo stesso contenuto.

Senti di dire qualcosa a chi scrive?

Nel mio piccolo posso dire a chi scrive di leggere libri di diverso genere e diversa trama e non smettere mai di cercare il confronto tra opinioni diverse. Senza tralasciare ovviamente il gusto personale. Inoltre, l'arte della scrittura va continuamente affinata. La tecnica è utilissima per sprigionare al meglio tutte le potenzialità che la storia contiene. Seguire i consigli dei manuali di scrittura creativa è un ottimo modo per migliorarsi. Ovviamente dopo ci vuole tanto esercizio, così tanto da far venire le veschiche alle mani.

Quali manuali di scrittura creativa hai letto e ti senti di consigliare?

Ho seguito il corso in dvd e rivista di Scrivere, tenuto da Alessandro Baricco della scuola Holden e con i consigli di molti autori e saggisti italiani(Alessandro Pallavicini in primis). Non parla di nessun genere in particolare, ma spiega come creare un buon incipit e le tecniche di scrittura più efficaci. Di recente ho seguito anche il corso di Telanera, che offre consigli su quando scrivere e come passare dall'idea mentale a quella impressa sulla carta. Ho dato anche uno sguardo a On writing di Stephen King, una versione su internet, ma non mi sono trovata d'accordo su alcune cose da lui affermate. Frequento inoltre Forum XII, la sezione scrittura creativa, dove intervengono anche autori per dare consigli. Come vedi è poco materiale, ma credo buono. Per lo meno mi ha aiutata a migliorare con le sue piccole ma essenziali regole. Il resto lo trovo nei libri che leggo. Un libro scritto bene è il migliore esempio che esista al mondo per scrivere bene

Parliamo di Fantasy: il panorama attuale è piuttosto movimentato – cosa dovuta a vari fattori, come ormai è risaputo. È un genere che non conosce pausa, che si autoalimenta, che si evolve di continuo. Qual è la tua visione del Fantasy attuale?

Purtroppo la mia visione del fantasy attuale non è del tutto rosea. Vedo sempre più editori che, vedendo il richiamo mediatico di tale genere portato in auge soprattutto dal cinema, puntano su romanzi anche di scarsa qualità pur di soddisfare le richieste del pubblico. Pubblico per la maggior parte ignorante del genere e anche della buona letteratura, quindi poco avvezzo alla lettura in generale. Il fantasy si adatta sempre di più a determinate convenzioni sociali divise a fasce. C'è il fantasy young adoults per adolescenti, con protagonisti giovani in cerca di avventure e quello per adulti che punta o sulla violenza o sul sesso. Manca il fantasy dedicato ai giovanissimi. Spesso, per comodità, il fantasy per giovani è propinato anche ai ragazzini e i bambini leggono poco. Dovrebbero leggere fiabe o favole, volendo seguire la logica del mercato. Ma io credo ancora nelle parole del saggio C.S. Lewis: Se una storia è bella, lo è sia per un bambino di 10 anni che per un uomo di 40. Forse la verità è che tutta la società sta attraversando una proggressiva crisi dei valori che la porta verso il declino, e questo si riflette anche nella letteratura.

In questa visione tutt’altro che rosea, quali sono gli autori che hai apprezzato di più?

Di autori attuali, nonostante diverse riserve, ho apprezzato Christopher Paolini e Stephenie Meyer, pur con i suoi errori, non è male. Uno scrittore moderno è da considerarsi anche Neil Gaiman, che ho amato quanto Tolkien. E Tolkien è il mio scrittore preferito. Martin scrive molto bene, ma l'ho abbandonato dopo il primo libro, Il trono di spade. La sua visione del mondo non fa per me. Il gusto influisce molto sulla scelta dei libri, anche quando ci si sforza di fare esperienze nuove. Elisa Rosso, pur avendo prodotto un lavoro alquanto immaturo, la giudico migliore di molti altri scrittori giovanissimi. Ho apprezzato J.K. Rowling, pur divergendo in diversi punti sulla sua concezione di magia e sul mondo da lei creato. Lisa Tuttle è intrigante, anche se la scrittura è piuttosto piatta. Degli altri autori moderni non ho gradito nulla. Di Luca Centi non posso ancora esprimere un giudizio completo.

La domanda che sto per formularti è stata posta sin troppe volte agli adulti e troppo poco ai diretti interessati. Tu sei giovane: cosa ne pensi dell’attuale “fenomeno” dei baby-boom del Fantasy?

Io sono giovane, ma non penso bene dei miei colleghi giovani. Non per l'età, ma per la loro ingenuità. Credono di non avere nulla da imparare, e continuano a commettere gli stessi errori. Non vogliono maturare, migliorare facendo esperienza. Esperienza che prescinde dagli anni e dal tempo, come molti adulti invece ritengono. In proposito ho aperto una discussione sul mio blog Edhwenden, dal titolo Ma Leopardi era Leopardi. Mi veniva appunto detto che Leopardi ha scritto opere bellissime fin da giovane perchè era Leopardi, un grande genio. Ho risposto osservando che forse genio poteva anche esserlo, ma che passava ogni singola giornata davanti a "gli studi leggiadri" e "le sudate carte" declamate nella poesia A Silvia. La prima poesia, Morte di Ettore, la scrisse a 11 anni. Conoscendo bene i metodi di composizione sia italiani che della tradizione latina e greca. Per quanto talentuoso potesse essere, dubito che senza esercizio e studio sarebbe stato il grande letterato che tutti conosciamo. Nella vita le cose bisogna conquistarle con grande fatica, aprendo la mente e accogliendo tutto il sapere che il mondo ci offre. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, a qualcosa di prezioso da insegnare al prossimo. Perchè ognuno di noi ha esperienze diverse.

Quello che io riscontro è una “corsa alla pubblicazione”. Comprensibile, ma non credi che il contatto con un editore dovrebbe aspettare la giusta maturazione dell’autore, tecnicamente parlando?

Ogni cosa al suo tempo. Come la frutta, che matura in stagioni e tempi diversi. Mai correre alla pubblicazione se si è indecisi sul lavoro svolto. Perchè vale la pena aspettare qualche altro mese o un anno e produrre un libro valido che gettarsi nel mondo dell'editoria con un prodotto scadente e magari senza conoscerne le regole. Io ho imparato a mie spese cosa vuol dire.

E ora, la conditio sine qua non, dato che ormai non si può parlare di Fantasy, in Italia, se non si parla del baby-boom e degli autori italiani. Dato che alcuni ne hai letti, a che punto sono gli autori italiani di Fantasy editi in italia, secondo te? Hai qualche suggerimento da dare loro?

Gli autori italiani di fantasy per la maggior parte sono partiti male, e continuano a procedere male. Parlo in generale, ovviamente. Ci sono anche autori, come Silvana de Mari e Gianluigi Zuddas, che mi hanno piacevolmente colpito. Ora sto leggendo il Silenzio di Lenth di Luca Centi, anche lui giovane, e nonostante diverse pecche trovo la storia un buon punto di partenza dal quale migliorarsi. Ho letto purtroppo più opere non valide che buone, il che spesso mi rende diffidente. Ma sto cercando di superare questa reazione. Non credo di essere abbastanza esperta per consigliare persone che hanno pubblicato e sono affermate, ma da appassionata di fantasy e di scrittura posso solo dire: ricercate. Il segreto è nel ricercare, come ho detto sopra, nell'apprendere quante più conoscenze è possibile riguardo il fantasy e la scrittura in generale. Poi sta all'autore mostrare le sue nuove realtà. Ma la tecnica è sempre importante. Come si potrebbe costruire una casa senza un buon proggetto?

Quindi, se capisco bene e volendo riassumere, ciò che tu vedi negli autori italiani è una diffusa carenza tecnica? E, se sì, cosa intendi per carenza tecnica?

Negli autori italiani c'è un'ignoranza di base riguardo le regole che servono per scrivere. Quindi si intende sia la tecnica, ovvero il modo nel quale esprimersi, sia la trattazione del contenuto. Non ci si documenta, si ignora il genere di cui si tratta, non si caratterizzano bene personaggi e ambiente. Lo stile è personale, ma occorre anche saper distinguere quando è il caso di usare uno stile più sciolto e quando invece si può usare uno più elaborato.

Grazie, Mariateresa, per averci detto come la pensi.

Sono sempre felice di discutere di fantasy e scrittura, pur avendo ancora molto da imparare.

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17 agosto 2009

Le Interviste Inedite

Con oggi inauguro un nuovo filone di blog-considerazioni: le "Interviste Inedite". Il motivo del nome è banale e intuibile: si tratta di interviste, da me realizzate, ad autori ancora inediti (tra i quali rientrano anche quelli che hanno pubblicato a pagamento, non importa con quale successo tra i lettori - chiunque volesse farsi avanti, deve soddisfare quest'unico requisito).

Essendo la prima intervista, spero di molte, lasciatemi partire con una premessa. (Vista la lunghezza della premessa, ho deciso di pubblicare la prima intervista tra alcuni giorni, anche per darvi modo di discutere e dire la vostra - magari dare ulteriori suggerimenti: sempre ben accetti! - su quanto state per leggere, qui sotto.)
L'idea, ma ormai lo sapete, nasce dalla frustrazione ingenerata dal leggere discussioni in cui il "muro contro muro" soffoca qualsiasi spunto costruttivo. Il modo in cui gli inediti vengono trattati, troppo spesso, fa suonare un primo campanello d'allarme: davvero non hanno nulla di interessante da dirci? Ebbene, m'è sembrato un buon inizio cominciare da un'autrice inedita, giovane, che in una di quelle discussioni è finita.

L'intervista verrà proposta sempre nella sua forma originale, senza correzioni di sorta da parte mia. Non ho tempo di rivedere testi altrui. In aggiunta, è semplicemente giusto che un autore curi le risposte di una propria intervista. Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità, insomma (specie sui contenuti, più che sulla correttezza grammatico-sintattica - anche se, permettetemi, uno scrittore che sia tale ha sempre a cuore la forma dei propri scritti, anche se pubblicati in Rete). Come intervistatore, il mio unico dovere è curare le domande (che col tempo cambieranno. Essendo questa la prima intervista, i temi toccati sono quelli sulla punta delle dita di tutti e, volendo, un po' banali. La visione d'insieme migliorerà col tempo e immagino che, di conseguenza, miglioreranno anche le domande.)

Pubblicata on-line l'intervista, io sarò il Moderatore della discussione.
Non ammetterò polemica sterile. Non ammetterò maleducazione. Non ammetterò la presenza di chiunque infici il dialogo, in un qualsivoglia modo. Quest'iniziativa, che mi costa tempo, voglio scavi in ciò che di buono c'è in ognuno di noi (e c'è, perché io lo vedo già in rete in ognuno degli attori, anche se contaminato da mille e mille sciocchezze e rigidità). Il potenziale esiste e questo scontro continuo in rete lo annienta in modo poco lungimirante per tutti.
Nel contempo, sia chiaro che non vedo il mio blog come un'alternativa ad altri luoghi d'incontro on-line (i vari forum e i vari altri blog, ben più conosciuti del mio). Considerate questo blog un "luogo altro", una realtà deviata, in cui i "muro contro muro" non vengono tollerati e si rispetta chiunque venga nel rispetto, a qualsiasi "parrocchia" appartenga. Lo dico seriamente: non ho mai guardato in faccia nessuno, nemmeno quando in gioco c'era la mia pubblicazione. Figuratevi quando in campo c'è mera teoria e non anni di lavoro nell'ombra: chiunque si senta di intervenire rispettando il prossimo mi avrà al suo fianco, non importa di quale opinione sarà latore, non importa se non ci stiamo simpatici, se ci siamo scontrati in passato. Sarò un arbitro "super partes", pur se con la sua opinione in merito (cioè rivendico il diritto di dire la mia, ma sempre nel solco del rispetto di tutti). Naturalmente, perché un arbitro sia riconosciuto tale, dev'essere anche sindacabile: se sbaglierò in qualcosa, e mi verrà dimostrato, sarò pronto a tornare sui miei passi (cioè, nonostante sia casa mia, avrete tutto il diritto di criticare mie eventuali censure).
Diretta conseguenza dei concetti qui sopra - soprattutto di quello che il mio blog non è in concorrenza con niente e nessuno - vi invito a non pubblicizzare altrove l'iniziativa. Se volete pubblicizzarla, fatelo in modo mirato, direttamente con chi conoscete e di cui vi fidate, sapendo che può essere interessato e dare un contributo di qualità: contattatelo via e-mail, via sms, insomma in forma privata. Non mi è mai piaciuto il passaparola indiscriminato, che va a rompere le scatole in forum o blog altrui (diverso il discorso se i relativi "padroni" decidessero di pubblicizzare la cosa. Ma, sottolineo a scanso di equivoci, comunque non apprezzerei: le notizie date in pasto a chicchessia finiscono per coinvolgere persone a caso, spesso disinteressate, troppo spesso pronte a tutto pur di levarsi di dosso la noia...)
Pubblicizzare a destra e a manca l'iniziativa sarebbe deleterio, secondo me. Mi piacerebbe che il dialogo crescesse, ma che i partecipanti acquisiti fossero persone realmente interessate. Insomma: pochi, ma buoni. E se di più, che il numero cresca pure lentamente, ma bene.

Ciò detto, non ci saranno soltanto le Interviste Inedite. Tanto per cominciare ho intenzione di intervistare autori editi, anche qui con qualche "piccola novità" nel pensarle e redigerle. Ma ancora, le possibilità sono infinite: ho in mente altri tipi di blog-considerazioni, tutte volte a un unico scopo: creare un dibattito più civile e aperto sul Fantasy. Il dialogo diventerà interessante se la partecipazione sarà costruttiva. Il fine non è pubblicizzare chicchessia, tanto meno me stesso (dopo quattro anni di assenza dalle librerie, un quinto verso la conclusione e un sesto che, per ora, non vede ancora nulla di mio in previsione, potete ormai considerarmi un passato remoto). Il fine è parlare finalmente e una volta per tutte in modo costruttivo. Non pretendo di essere l'unico a farlo, né di avere lo Scettro della Verità in mano. Ma la rete, perlomeno i luoghi più conosciuti, offrono notevoli suggerimenti su cosa ci sia che non va nel dialogo, oggi. E' mia intenzione dare luogo e voce a qualsiasi persona o aspetto del Fantasy in Italia che non viene trattato con il dovuto rispetto per tutti gli attori coinvolti. Come, ad esempio, una ragazza inedita di 18 anni, da cui comincerò entro pochi giorni.

Ribadisco, siamo proprio sicuri che gli inediti non abbiano nulla di interessante da dirci?

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13 agosto 2009

La guerra del Fantasy

C'è una guerra che va avanti da un po' di tempo. Ne sono stato parte anche io, anche se non precisamente schierato (ma per saperlo bisognerebbe aver letto tutti i miei interventi in rete: troppi, non è possibile aspettarselo da nessuno). Ma sono stato preso di mira - del resto, scrivo anche Fantasy e Fantasy ho pubblicato sinora... - e quindi la mia posizione è apparsa "schierata".

Da oggi, invece, leggendo una discussione sul forum di Fantasy Magazine, ho deciso che parlerò ancora più chiaro che in passato. E, questa volta, con reale spirito costruttivo e, pur se riferendomi alla mia personale esperienza (dalla quale non posso prescindere), anche con un certo distacco.
Il distacco è ovvio: la mia posizione è unica. Scrivo e scrivo Fantasy da troppo tempo, ormai, per non avere una mia precisa idea di ciò che va fatto e di ciò che non va fatto (secondo me, senza pretendere che la mia Via sia quella di altri). La mia evoluzione è mia soltanto e nessuno può mettervi bocca. Commentare, criticare, elogiare e detrarre... tutto lecito: l'importante è non pretendere che io faccia mio pensiero ciò che è pensiero di altri. Ma, se di questioni generali si parla, se del modo di porsi e del modo di criticare in modo costruttivo si parla, allora sono pronto ad abbracciare qualsiasi argomento.
Ho sempre visto del buono anche nelle critiche più negative - non a me, in generale - e l'ho sempre affermato. Forse è venuta l'ora di analizzare il buono degli schieramenti in campo. Ah, be', per conto mio l'ho sempre fatto e continuo a farlo. Il dibattito in corso mi interessa ed è per questo dannato motivo che non riesco a staccarmene (come forse sarebbe più saggio).

C'è da costruire un movimento, giusto? Era il mio pallino iniziale, ho spinto io in questa direzione anni fa (non dubito che qualcun altro avesse tentato la stessa cosa in passato; semplicemente, se sì, non lo so - ai miei inizi non c'era più nessuno che ne parlava, questo è quanto). Sono sicuro che, però, gli schieramenti in lotta non riescono ad ammettere l'unica verità possibile: è dall'unione delle forze in campo che si può creare uno schieramento. Un po' come se, per fronteggiare un nemico sceso dal nord, potente, numeroso, i vecchi nemici si alleino: vi dice qualcosa? Altrimenti si va avanti così e non cambierà mai nulla. E' lampante: i punti di contatto ci sono, ma gli insulti reciproci posti nel mezzo annullano il loro indubbio potenziale.
Constato una realtà triste, che non esclude nessuno dei contendenti (diversamente, invece, se penso a chi sta nell'ombra): non c'è disponibilità vera e propria al dialogo. Gli esempi si sprecano. Le discussioni intavolate partono già da presupposti battaglieri (qualsiasi sia la parte che inizi la discussione). Ma, si sa, il dialogo costa più dello scontro, se la si guarda dal punto di vista dei condottieri. Certo è che le vittime, laggiù, sul campo di battaglia, dovrebbero contare qualcosa...
Fino a quando i condottieri non saranno disposti a dialogare sul serio, cioè ad abbandonare le armi e mettere in discussione sul serio le proprie idee, laggiù continuerà la strage.

Sapete chi si sta ammazzando, laggiù? I lettori, la loro ricchezza, guidati da condottieri troppo miopi per non vedere che a vincere la guerra non ce la faranno e otterranno, miseramente, soltanto di divenire più poveri.

I lettori non schierati, che leggono dall'esterno, sembrano non avere altra alternativa che schierarsi, se vogliono partecipare al dibattito. E questo a me sembra un evidente limite imposto alla libertà di giudizio e di pensiero. Per questo restano all'esterno. O, peggio, i lettori che subiscono tutto questo, semplicemente perché si affacciano al Fantasy senza esperienza di lettura alle spalle, che fine fanno? (Io una risposta me la sono data e, per quanto articolata, infine non è piacevole.)
Ai lettori, in fondo in fondo, c'è qualcuno che ci pensa davvero?

Fin qui una dichiarazione d'intenti.
Prima o poi passerò ai fatti scritti e inviterò le persone a parlarne qui, nel mio blog.

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