07 gennaio 2010

Da un uomo pesante, ma pensante.

È ora che ci mettiamo d'accordo su cosa significa parlare di scrittura.
Uno come me, che tenta di analizzarne i processi, partendo dal personale - e da cosa, sennò? -, viene spesso ritenuto pesante. Non ci credete? Niente di più semplice, basta che vi facciate un giro in Rete. Va bene, lo accetto. Non cambio impostazione, però, perché il mio approccio alla scrittura è soprattutto analitico. (Ciò che mi sorprende è che spesso non lo sia per gli altri...) Di contro i più apprezzati sono coloro i quali "fanno spettacolo", in qualsiasi senso la si voglia intendere.
Intrattenimento, intrattenimento, intrattenimento. Questa è la regola, anzi, direi la legge per attrarre lettori e sostenitori. Il modo giusto è fare gli spiritosi, crearsi il personaggio, essere sbruffoni, cafoni, arroganti, virtualmente folli, menefreghisti e qualunquisti e, dulcis in fundo, poste queste basi, cominciare a tirarsela sul serio e non soltanto tra le righe, come si è fatto per tutto il tempo.
Tutto questo cosa c'entra con la scrittura e i suoi processi? Non lo capisco. C'entra con il personaggio scrittore, non con la scrittura.
In ogni caso, come ho sempre detto da un certo momento in poi (dalla fine del 2005), meglio pochi ma buoni.

Più uno scalpita, più mi sembra affetto da una cronica insicurezza. Non bisogna commettere l'errore di confondere la sicumera con la sicurezza di sé. È proprio il contrario, infatti. Chi ha le idee chiare, non ha problemi a tacere su mille e mille questioni marginali (e a volte su alcune che marginali non sono, per una questione d'amor proprio).
Contano i fatti - e, capiamoci, non i fatti procurati da altri. Gli autori producono fatti di un solo tipo: romanzi (o racconti) nella loro madrelingua. Tutto il resto è frutto d'altro. (Certo, certo, dico questo perché non sono mai stato tradotto. Continuate a pensare che sia uno sciocco inconsapevole che mente a se stesso senz'accorgersene: così mi fate il favore di sottovalutarmi.)

Va detta un'altra cosa chiaramente, infatti: c'è qualcuno che pensa di meritarsi il titolo di scrittore con il proprio blog (e c'è chi, per fortuna, no). O con i propri interventi in Rete. Il massimo che si può concedere un autore in quanto autore è un'intervista. Quello è l'unico fuori dalle righe che c'entra con ciò che vuole essere considerato - e se lo è o meno è tutto un altro discorso.
Personalmente sono stato molto presente in Rete: forum, blog, sito personale, interviste e quant'altro. Ma non ho mai pensato che tutto questo mi rendesse uno scrittore. Ho soltanto il gusto del dialogo, ma ho scoperto che il suo retrogusto amaro - le diatribe, le incomprensioni, gli scontri e gli attacchi gratuiti - me l'hanno reso molto meno digeribile. I miei fatti, perciò, sono soltanto quattro: la mia trilogia d'esordio e un romanzo singolo. Non ne ho altri. Forse si può aggiungere la rubrica "Un nuovo mondo", scritta per me, prima ancora che per Fantasy Magazine; ma, devo essere sincero, quello era un modo per raggiungere il dialogo (cosa riuscita appieno, nonostante la puntuale comparsa dei soliti imbecilli), non un fatto vero e proprio. Parlava dei fatti, non era un fatto in sé. Quindi escludiamolo.
In conclusione, dal 2005 non produco fatti. Quindi, diciamo dal 2006, non sono più uno scrittore.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché do ancora così tanto fastidio. Sono successe molte cose, in Rete, che mi hanno portato a questa riflessione finale: do fastidio perché non mi faccio incantare dalla cartapesta e dai lustrini. Non è vero che la Rete permette il camuffamento più della vita reale: gli attori si riconoscono subito, basta essersi preso qualche bastonata strada facendo e, credetemi, certi approcci e certe furberie si comprendono al volo. In caso contrario, basta un secondo per prendersi un altro schiaffo e capire che si ha a che fare con un manesco, più che con uno scrittore o più che con un lettore.
Sono stato evitato in molti modi (pestifero d'un Andrea D'Angelo! :). Allo stesso tempo sono stato avvicinato in molti modi, molti dei quali nauseanti. (Là fuori, okay? Ci siamo capiti? O siete sinceri, o statevene alla larga, soprattutto voi "scrittori" dei miei coglioni. E sapete bene che sto parlando con voi.) Sull'altra sponda del fiume, chi ha la mia stima lo sa e sa che mi ritengo fortunato di avere un dialogo con lui: mi sento all'altezza, ma quasi sempre un pochino più in basso. Mi insegnate molte cose.

Tutto questo per dire una cosa lampante: sono fiero che su questo blog passino persone che hanno una certa idea del dialogo. Sono poche? Oh, ma sono tutte buone, buonissime. Teste pensanti, che non si sono scordate cosa sia il rispetto del pensiero altrui. Ormai qualsiasi volgarità e brutalità verbale viene giustificata con un "un confronto che non sia acceso non è un confronto", che è una visione piuttosto triste delle capacità di comunicazione umane.
Quindi, con grande pesantezza, quasi ricercando la pesantezza per distinguersi dagli attori, vado avanti, ragazzi. Male non può farmi.

Anche perché, vi chiedo, non sarà più pesante l'ironia a tutti i costi, la leggerezza autoimposta? A me sembrano entrambe sottolineare ancor di più quanto sul serio si prendano certe persone. Io mi prendo sul serio, sì, ma non più di quanto leggete qui (e non mi sembra di essere mai stato chiuso al dialogo. Quindi, quanto sul serio mi prendo? Se c'è un momento per dire la vostra e spezzarmi è questo! :) ). C'è chi invece fa capriole, scrive pezzi a effetto, blandisce chi deve blandire, si ammanta di una vena di follia artistica... tutto nel disperato tentativo di non far emergere la propria reale pesantezza d'arrivista.

Guardate, a me la vita sorride. Quest'anno mi sono sposato ed è stato davvero un evento indimenticabile, soprattutto per l'atmosfera che si respirava e per i moltissimi gesti d'affetto che hanno commosso sia Mariacarolina che me. Non è una cosa che si scorda facilmente. Sono felicemente sposato con una donna meravigliosa, dunque, e sto per partire all'avventura verso chissà quali lidi (forse la Costa Rica... che schifo, ah? :). In aggiunta ho una porta aperta all'Editrice Nord - cosa che mi garantisce di essere preso in considerazione ed è quanto basta, non chiedo di più (per ora) - e ho instaurato un dialogo stimolante con lettori e scrittori che stimo. È molto di più di quanto mi aspettassi quando cominciai.
Ora, chi me lo fa fare a perdere tutto questo per rincorrere chissà quali geni della letteratura mondiale? Io sono qui. Chi vuole dialogare nel rispetto con me trova la porta aperta.

E tutti gli altri?
Mi spiace, io non sono mai stato capace di vendermi - specie per ciò che non sono.

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17 dicembre 2009

Terry Brooks

Devo essere sincero, i commenti che leggo in rete ormai suscitano in me un certo distacco. Mi sento freddo, di fronte a certe esternazioni, scritte da emeriti sconosciuti, senza né arte né parte, capaci soltanto di attaccare e di detrarre (cosa molta diversa dal "criticare").

Terry Brooks è un autore su cui mi sono formato. Mi rendo conto che allora ero giovane e che oggi guardo ai suoi romanzi con un occhio completamente diverso. Non potrei mai considerare le sue storie a livello della capacità immaginifica di un Steven Erikson, ma neanche di un Francesco Barbi, di un Riccardo Coltri, di un Luca Tarenzi o di un Francesco Dimitri (tanto per parlare di casa nostra), che quanto a originalità non si discutono. È rimasto invischiato in Shannara e da lì non è più riuscito a schiodarsi, fino alla fine dei suoi giorni. Lui stesso lo ha affermato e la cosa dovrebbe far riflettere tutti coloro i quali si prodigano nel denigrarlo in ogni occasione.
Un conto è non apprezzarlo: il lettore ha i suoi gusti e vanno sempre rispettati. Un conto è considerarlo uno scribacchino in base ai propri gusti.

Cos'ha Terry Brooks per meritarsi il successo che ha?
Inizialmente ha avuto soltanto un editore particolarmente lungimirante. Poi, però, ha dimostrato di saper scrivere, tecnicamente parlando, molto meglio della maggior parte degli altri autori. Ciò che lui rende scorrevole, altri contorcono. La sua prosa fluisce ed è un piacere leggerlo (mi tornano in mente i capitoli iniziali del secondo romanzo della trilogia del "Verbo e del Vuoto", tanto per far piazza pulita del suo fantasy più classico: sono un manuale di scrittura creativa, tanto di cappello). Il contenuto, purtroppo, a lungo andare è rimasto sempre lo stesso e questo non depone a suo vantaggio. Ma chiunque là fuori pensi che non sia uno scrittore, chiunque lo denigri come se fosse l'ultimo della classe, ogni santissima volta che spunta il suo nome, dovrebbe anzitutto ricordare che il 50% di un romanzo è fatto dalla capacità di narrare una storia. E in questo Terry Brooks può fissare negli occhi chiunque.

Il resto sono chiacchiere.

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10 ottobre 2009

Le fondamenta

Un'altra questione, all'interno della discussione su il Fantasy scritto da italiani, ma che va applicata alla narrativa di genere tutta, italiana e straniera, è quella dell'onestà intellettuale.

La percezione di un romanzo da parte dei lettori, qualcuno diceva, è spesso ristretta per colpa di una buona dose di ignoranza - quasi sempre non si conosce affatto il Fantasy, ma spesso ci si mette di mezzo anche l'ignoranza in senso lato. Le librerie sono diventati supermercati e, in percentuale, pochi sono coloro che vi si muovono con cognizione di causa, da lettori appassionati e assidui. E in questo quadro i best-seller, i romanzi che scorrono più facilmente verso l'epilogo (e che di frequente non hanno altri meriti), sono quelli che diventano metro di paragone non soltanto per i lettori, ma anche per gli editori, che finiscono per imporre uno "standard stilistico" angusto, perché è quello che vende.
D'accordo, opinioni sacrosante, in cui mi ci ritrovo. E come non abbassare il capo per lo sconforto leggendo i dati di lettura in Italia: i lettori sono pochi e sembra che di questo andamento negativo del mercato del libro gli editori vogliano soltanto lagnarsi, senza prendersi le responsabilità che hanno. È sotto gli occhi di chiunque segua con un certa attenzione il mercato del libro che questo sistema non funziona. Così continuando, finirà come la finanza mondiale: crollerà con il suo mercato. (E adesso ci si mette pure la pirateria: contrariamente ai musicisti, gli scrittori non fanno concerti con cui guadagnarsi da vivere. Ma come dare torto ai lettori-pirata, quando vengono bombardati da porcherie nove volte su dieci? C'è da riflettere tutti assieme. Personalmente, li seguo con un vivo interesse, perché spesso hanno una nuova visione del mondo che mi colpisce, quando non sono mossi dal mero, facile e accattivante gusto del "gratis".)

Ma oggi voglio soltanto partire da tutto questo, considerando anche la pirateria (il mio "La Rocca dei Silenzi" è facilmente scaricabile in PDF - ed è perfetto, ho controllato, pensando: "Se lo devono leggere senza pagare, mi sta bene, purché leggano il testo originale, senza che sia infarcito da errori OCR, con corsivi saltati, eccetera. Almeno da questo punto di vista sono soddisfatto).

A monte di tutto questo, come fondamenta necessarie per sperare in una crescita del Fantasy in Italia anche per gli scrittori italiani, c'è l'onestà intellettuale. È ora di finirla di dare credito a opere che prendono in giro il lettore, certo - e in questo c'è una responsabilità degli editori - ma sono soprattutto gli autori che devono smetterla di proporre agli editori simili porcherie, che con un semplice editing non possono elevarsi più di tanto dalla triste condizione in cui vengono proposti.
Lo scrittore deve avere ben chiaro cosa vuole fare, nel pieno rispetto dei lettori, e impegnarsi a fondo per produrre un testo onesto. Non importa se si prefigge di intrattenere e basta o se, invece, è più ambizioso. Ciò che importa è che il testo sia onesto, non usi trucchi da strapazzo, se non apertamente e per il divertimento di autore e lettore. Non deve mascherarsi da capolavoro, quando nelle intenzioni vuole semplicemente divertire. Non deve considerarsi letteratura, superiore a romanzi che non dovrebbe nemmeno permettersi di citare, quando il suo obiettivo è vendere il più possibile, raggiungere ricchezza e fama. C'è un limite alla supponenza.
L'umiltà in questo Paese s'è persa. Non voglio scadere nel politico - perché purtroppo la Politica, in Italia, ha perso l'iniziale maiuscola - ma è molto facile notare come in qualsiasi ambiente e disciplina ci siano orde di giovanotti convinti che basta fare una cosa per essere riconosciuti Maestri e volere successo e fama al primo colpo.

Il processo della scrittura implica molto. L'onestà intellettuale è la forza che regola l'intero processo: senza, lo scrittore non esiste. Ribadisco, il concetto non è che si debba produrre forzatamente qualcosa di letterario, profondo, filosofico e mettiamoci tutto ciò cui ambiamo; il concetto è non spacciarsi per ciò che non si è, ponderando la propria situazione, non mentirsi. Una lucida onestà è fondamentale in quest'arte, perché senza non si cresce. Come nella vita.

Soltanto quando si sa, con lucidità e dopo avervi lavorato sodo, che il proprio testo è davvero onesto, si può pretendere altrettanta onestà dagli editori e, poi, dai lettori. Il concetto è molto semplice, secondo me: il mercato del libro e i lettori esistono perché esistono scrittori. Come si può credere che l'andamento negativo migliori, se il primo attore dello spettacolo è disonesto con il pubblico cui vuole rivolgere la sua opera?

Questo discorso non vuole elevarmi dalla massa. Non mi considero arrivato, né considero di aver fatto molto bene. Come ho scritto, m'infilo nel secondo gruppo, conscio che devo migliorarmi ancora molto. Ma in quel gruppo sto, lo dico senza presunzione, ma per consapevolezza acquisita col sudore (ribadendo che devo sudare ancora molto), perché sono onesto, come tutti gli altri autori che mi fanno compagnia.
Resta il fatto che il primo dovere di un autore è criticare se stesso. E che, a mio avviso, se l'autocritica fosse diffusa in Italia, non assisteremmo allo scempio del Fantasy cui assistiamo troppe volte. Scempio che crea soltanto i presupposti per mettere radici nella fottuta nicchia e restarci fino alla morte della propria fantasia.

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06 ottobre 2009

Il mio punto di vista sul "Fantasy scritto da italiani"

Anzitutto, lo preciso una volta per tutte. Per me "Fantasy italiano" non vuol dire nulla. Non esiste. Esiste il Fantasy (e tutte le sue derivazioni, ovviamente, che però non amo categorizzare). Poi si può parlare di "Fantasy scritto da italiani". Una mera questione di terminologia, certo, ma ci tengo.

Ciò detto, passiamo al mio punto di vista.
In Italia si scrive da moltissimo tempo Fantasy, ma è negli anni recenti che si è presa la palla al balzo (non fatemi ripetere tutti gli input che hanno portato al presente, li conoscete molto bene). Dapprima timidamente, dappoi sempre meno timidamente gli editori italiani hanno cominciato a puntare sui nostri connazionali - utilizzando varie logiche, che in questa blog-considerazione non voglio analizzare.
Chi c'è lì fuori?
In primo luogo c'è molto di più di ciò che si può vedere in libreria. Gli inediti (e i "pubblicati a pagamento", cui auguro maggior fortuna, consigliando maggior caparbietà) sono la nostra posta in gioco sul futuro. In loro credo molto, a qualsiasi "campana" appartengano. In secondo luogo ci sono gli autori editi, ormai così tanti che io non sono più in grado di elencarli (nonostante sia tentacolare su internet, quando mi ci metto e vado in cerca di novità, anche sommerse - cosa cui ci si abitua, sguazzando proprio malgrado in una nicchia da più di dieci anni).

La mia personale classifica, aggiorniamola, verte su più parametri: creatività, capacità tecniche, stile, originalità (in questo esatto ordine d'importanza - a seconda dei casi, valuto molte altre cose, che però alterano soltanto un quadro "generale" formato dalle prime quattro).
Ragionandovi un po' su, ho dedotto che la maggior parte dei miei conflitti con altri lettori di Fantasy verte sul fatto che io considero più importante la creatività delle capacità tecniche. Il mio pensiero è semplice: la prima è innata - anche se s'impara a svilupparla ulteriormente soltanto scrivendo - la seconda è una mera questione di studio e impegno - "mera" si fa per dire, perché per giungere a buone capacità tecniche, non dico ottime, ritengo sia necessario avere almeno una decina d'anni di esperienza narrativa alle spalle. Ho sentito troppo spesso confondere le "capacità tecniche" con "grammatica e sintassi": non c'entrano un fico secco. Sarebbe come dire che, siccome ero bravo in fisica al liceo scientifico, allora sono un fisico in grado di lavorare nel campo della ricerca con gli stessi, ottimi risultati. Ed è in base a questo pensiero che io scrivo ogni mio singolo intervento in Internet, qui sul mio blog e in luoghi "esterni".
Naturalmente questo è soltanto il mio punto di vista da lettore (l'autore non c'entra). Mi baso su quanto ho letto. Per tornare a un esempio soggettivo, che già a suo tempo mi valse molte polemiche (non ripetiamole, non ne vale la pena per nessuno), nonostante giudichi le capacità tecniche di George R. R. Martin superiori a quelle di Steven Erikson, Martin l'ho mollato, mentre Erikson continua a spingermi a leggere in inglese, e il suo inglese non è proprio semplicissimo, tomi di oltre 1000 pagine, senza mai stancarmi (in realtà ne sono convinto soltanto per quanto riguarda i primi due romanzi dei "Malazan Book of the Fallen". Poi Erikson ha imparato dai propri errori e ora non ce n'è per nessuno, secondo i miei personali parametri).
È una cosa che mi ha fatto riflettere, il parallelo tra Martin ed Erikson. E la riflessione ha portato a conclusioni che pescano a piene mani da quella che io considero l'esperienza della lettura. La capacità tecnica è fondamentale, ma da sola fa dell'autore un artigiano, non uno scrittore.

Chi c'è in Italia, dunque?
Personalmente divido gli autori in gruppi, ormai (pur se li distinguo uno dall'altro).
Il primo gruppo è quello che meglio risponde ai miei parametri di giudizio. Riccardo Coltri, Luca Tarenzi e Francesco Barbi vi appartengono. Non dubito, ma non ho ancora letto "Pan", che Francesco Dimitri rientri in questo gruppo, da quanto ho letto in giro (il romanzo è lì che mi attende da un po', ma ci arriverò un giorno o l'altro...). Questi autori hanno già scritto almeno un romanzo (quello che ho letto) di ottimo livello. Tutte opere che potrebbero essere migliorate di molto poco, a mio avviso, considerando la soddisfazione finale del lettore Andrea, già alta.
Il secondo gruppo è quello cui io appartengo (tanto per non nascondermi dietro un dito, ché ci si fa sempre una figura ridicola). In generale, vi appartiene qualsiasi autore abbia scritto almeno un buon romanzo, ma che deve lavorare ancora per migliorarsi. Non metto i nomi degli autori, sono troppi e rischierei di dimenticarne qualcuno. C'è chi mi ha colpito per la sua creatività, c'è chi per le sue capacità tecniche, c'è chi per l'originalità e c'è chi, ma è raro, per lo stile (è raro perché di solito lo stile non c'è, se non ci sono le capacità tecniche). Non sono pochi autori, secondo me, e i margini di miglioramento sono moltissimi, cosa che fa ben sperare per gli anni a venire.
Il terzo gruppo vede raccolti, in molti, autori ancora troppo acerbi o che, dal mio personale punto di vista, sono davvero lontani dal poter scrivere qualcosa che abbia qualità e valore. Sono autori cui io non do una seconda chance immediata. Li aspetto alla lunga, perché il primo romanzo che ho letto di loro (se sono riuscito a finirlo) mi ha troppo deluso. (Deluso, letteralmente: immagino molti non riusciranno a credermi sincero, ma ogni volta che io leggo un romanzo di un nuovo autore italiano di Fantasy spero sempre di scoprire un vero scrittore.) Di solito rientrano tra questi quelli che hanno trasformato la nobile rivisitazione (sempre lodata sia!) in un miscuglio privo di senso e colmo di rimandi sciocchi ad altri autori. Questi romanzi non sono rivisitazione, nuovi punti di vista. Sono prove gravemente insufficienti, in cui, tutt'al più, s'intravede qualcosa di buono.
Nel quarto gruppo ci sono le Cose Innominabili, di cui è meglio tacere: non si sa mai che facendogli eco vendano una copia in più.

Il terzo e quarto gruppo, secondo me, potrebbero tranquillamente starsene fuori dalle librerie d'Italia. Il sogno sarebbe (mio malgrado), che ci arrivassero soltanto quelli del primo gruppo e le prove migliori del secondo, quelle più promettenti. Invece, come tutti sanno, siamo sommersi dal terzo gruppo e qualche volta spunta l'orrenda operazione editoriale che pesca nel quarto (ma mi sembra che i romanzi da inserire nel terzo gruppo siano decisamente di più rispetto a quelli del quarto... Così, tanto per evocare una lievissima brezza di ottimismo).

C'è tanto da fare, bisogna rimboccarsi le maniche. Personalmente sto lavorando (sodo? Spero...). Leggo molto di quanto viene detto, sono ancora tutto teso a imparare qualcosa di nuovo. E, tutt'altro che sorprendente, apprendo ogni settimana muove verità sulla scrittura e il suo mondo - e non soltanto leggendo romanzi editi o scrivendo i miei.
In ultima analisi, credo che ormai ci siano basi abbastanza solide per sdoganare il genere anche in Italia (sperando che non segua gli Stati Uniti soltanto nei consumi e nelle mode più idiote e deleterie). Nel corso dei prossimi dieci anni, direi. Se andasse bene, ne basterebbero cinque, ma non confido molto nell'editoria, più che considerare gli autori impreparati (tutti inclusi, stavolta, editi e inediti).

Vado a darmi da fare.

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17 agosto 2009

Le Interviste Inedite

Con oggi inauguro un nuovo filone di blog-considerazioni: le "Interviste Inedite". Il motivo del nome è banale e intuibile: si tratta di interviste, da me realizzate, ad autori ancora inediti (tra i quali rientrano anche quelli che hanno pubblicato a pagamento, non importa con quale successo tra i lettori - chiunque volesse farsi avanti, deve soddisfare quest'unico requisito).

Essendo la prima intervista, spero di molte, lasciatemi partire con una premessa. (Vista la lunghezza della premessa, ho deciso di pubblicare la prima intervista tra alcuni giorni, anche per darvi modo di discutere e dire la vostra - magari dare ulteriori suggerimenti: sempre ben accetti! - su quanto state per leggere, qui sotto.)
L'idea, ma ormai lo sapete, nasce dalla frustrazione ingenerata dal leggere discussioni in cui il "muro contro muro" soffoca qualsiasi spunto costruttivo. Il modo in cui gli inediti vengono trattati, troppo spesso, fa suonare un primo campanello d'allarme: davvero non hanno nulla di interessante da dirci? Ebbene, m'è sembrato un buon inizio cominciare da un'autrice inedita, giovane, che in una di quelle discussioni è finita.

L'intervista verrà proposta sempre nella sua forma originale, senza correzioni di sorta da parte mia. Non ho tempo di rivedere testi altrui. In aggiunta, è semplicemente giusto che un autore curi le risposte di una propria intervista. Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità, insomma (specie sui contenuti, più che sulla correttezza grammatico-sintattica - anche se, permettetemi, uno scrittore che sia tale ha sempre a cuore la forma dei propri scritti, anche se pubblicati in Rete). Come intervistatore, il mio unico dovere è curare le domande (che col tempo cambieranno. Essendo questa la prima intervista, i temi toccati sono quelli sulla punta delle dita di tutti e, volendo, un po' banali. La visione d'insieme migliorerà col tempo e immagino che, di conseguenza, miglioreranno anche le domande.)

Pubblicata on-line l'intervista, io sarò il Moderatore della discussione.
Non ammetterò polemica sterile. Non ammetterò maleducazione. Non ammetterò la presenza di chiunque infici il dialogo, in un qualsivoglia modo. Quest'iniziativa, che mi costa tempo, voglio scavi in ciò che di buono c'è in ognuno di noi (e c'è, perché io lo vedo già in rete in ognuno degli attori, anche se contaminato da mille e mille sciocchezze e rigidità). Il potenziale esiste e questo scontro continuo in rete lo annienta in modo poco lungimirante per tutti.
Nel contempo, sia chiaro che non vedo il mio blog come un'alternativa ad altri luoghi d'incontro on-line (i vari forum e i vari altri blog, ben più conosciuti del mio). Considerate questo blog un "luogo altro", una realtà deviata, in cui i "muro contro muro" non vengono tollerati e si rispetta chiunque venga nel rispetto, a qualsiasi "parrocchia" appartenga. Lo dico seriamente: non ho mai guardato in faccia nessuno, nemmeno quando in gioco c'era la mia pubblicazione. Figuratevi quando in campo c'è mera teoria e non anni di lavoro nell'ombra: chiunque si senta di intervenire rispettando il prossimo mi avrà al suo fianco, non importa di quale opinione sarà latore, non importa se non ci stiamo simpatici, se ci siamo scontrati in passato. Sarò un arbitro "super partes", pur se con la sua opinione in merito (cioè rivendico il diritto di dire la mia, ma sempre nel solco del rispetto di tutti). Naturalmente, perché un arbitro sia riconosciuto tale, dev'essere anche sindacabile: se sbaglierò in qualcosa, e mi verrà dimostrato, sarò pronto a tornare sui miei passi (cioè, nonostante sia casa mia, avrete tutto il diritto di criticare mie eventuali censure).
Diretta conseguenza dei concetti qui sopra - soprattutto di quello che il mio blog non è in concorrenza con niente e nessuno - vi invito a non pubblicizzare altrove l'iniziativa. Se volete pubblicizzarla, fatelo in modo mirato, direttamente con chi conoscete e di cui vi fidate, sapendo che può essere interessato e dare un contributo di qualità: contattatelo via e-mail, via sms, insomma in forma privata. Non mi è mai piaciuto il passaparola indiscriminato, che va a rompere le scatole in forum o blog altrui (diverso il discorso se i relativi "padroni" decidessero di pubblicizzare la cosa. Ma, sottolineo a scanso di equivoci, comunque non apprezzerei: le notizie date in pasto a chicchessia finiscono per coinvolgere persone a caso, spesso disinteressate, troppo spesso pronte a tutto pur di levarsi di dosso la noia...)
Pubblicizzare a destra e a manca l'iniziativa sarebbe deleterio, secondo me. Mi piacerebbe che il dialogo crescesse, ma che i partecipanti acquisiti fossero persone realmente interessate. Insomma: pochi, ma buoni. E se di più, che il numero cresca pure lentamente, ma bene.

Ciò detto, non ci saranno soltanto le Interviste Inedite. Tanto per cominciare ho intenzione di intervistare autori editi, anche qui con qualche "piccola novità" nel pensarle e redigerle. Ma ancora, le possibilità sono infinite: ho in mente altri tipi di blog-considerazioni, tutte volte a un unico scopo: creare un dibattito più civile e aperto sul Fantasy. Il dialogo diventerà interessante se la partecipazione sarà costruttiva. Il fine non è pubblicizzare chicchessia, tanto meno me stesso (dopo quattro anni di assenza dalle librerie, un quinto verso la conclusione e un sesto che, per ora, non vede ancora nulla di mio in previsione, potete ormai considerarmi un passato remoto). Il fine è parlare finalmente e una volta per tutte in modo costruttivo. Non pretendo di essere l'unico a farlo, né di avere lo Scettro della Verità in mano. Ma la rete, perlomeno i luoghi più conosciuti, offrono notevoli suggerimenti su cosa ci sia che non va nel dialogo, oggi. E' mia intenzione dare luogo e voce a qualsiasi persona o aspetto del Fantasy in Italia che non viene trattato con il dovuto rispetto per tutti gli attori coinvolti. Come, ad esempio, una ragazza inedita di 18 anni, da cui comincerò entro pochi giorni.

Ribadisco, siamo proprio sicuri che gli inediti non abbiano nulla di interessante da dirci?

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13 agosto 2009

La guerra del Fantasy

C'è una guerra che va avanti da un po' di tempo. Ne sono stato parte anche io, anche se non precisamente schierato (ma per saperlo bisognerebbe aver letto tutti i miei interventi in rete: troppi, non è possibile aspettarselo da nessuno). Ma sono stato preso di mira - del resto, scrivo anche Fantasy e Fantasy ho pubblicato sinora... - e quindi la mia posizione è apparsa "schierata".

Da oggi, invece, leggendo una discussione sul forum di Fantasy Magazine, ho deciso che parlerò ancora più chiaro che in passato. E, questa volta, con reale spirito costruttivo e, pur se riferendomi alla mia personale esperienza (dalla quale non posso prescindere), anche con un certo distacco.
Il distacco è ovvio: la mia posizione è unica. Scrivo e scrivo Fantasy da troppo tempo, ormai, per non avere una mia precisa idea di ciò che va fatto e di ciò che non va fatto (secondo me, senza pretendere che la mia Via sia quella di altri). La mia evoluzione è mia soltanto e nessuno può mettervi bocca. Commentare, criticare, elogiare e detrarre... tutto lecito: l'importante è non pretendere che io faccia mio pensiero ciò che è pensiero di altri. Ma, se di questioni generali si parla, se del modo di porsi e del modo di criticare in modo costruttivo si parla, allora sono pronto ad abbracciare qualsiasi argomento.
Ho sempre visto del buono anche nelle critiche più negative - non a me, in generale - e l'ho sempre affermato. Forse è venuta l'ora di analizzare il buono degli schieramenti in campo. Ah, be', per conto mio l'ho sempre fatto e continuo a farlo. Il dibattito in corso mi interessa ed è per questo dannato motivo che non riesco a staccarmene (come forse sarebbe più saggio).

C'è da costruire un movimento, giusto? Era il mio pallino iniziale, ho spinto io in questa direzione anni fa (non dubito che qualcun altro avesse tentato la stessa cosa in passato; semplicemente, se sì, non lo so - ai miei inizi non c'era più nessuno che ne parlava, questo è quanto). Sono sicuro che, però, gli schieramenti in lotta non riescono ad ammettere l'unica verità possibile: è dall'unione delle forze in campo che si può creare uno schieramento. Un po' come se, per fronteggiare un nemico sceso dal nord, potente, numeroso, i vecchi nemici si alleino: vi dice qualcosa? Altrimenti si va avanti così e non cambierà mai nulla. E' lampante: i punti di contatto ci sono, ma gli insulti reciproci posti nel mezzo annullano il loro indubbio potenziale.
Constato una realtà triste, che non esclude nessuno dei contendenti (diversamente, invece, se penso a chi sta nell'ombra): non c'è disponibilità vera e propria al dialogo. Gli esempi si sprecano. Le discussioni intavolate partono già da presupposti battaglieri (qualsiasi sia la parte che inizi la discussione). Ma, si sa, il dialogo costa più dello scontro, se la si guarda dal punto di vista dei condottieri. Certo è che le vittime, laggiù, sul campo di battaglia, dovrebbero contare qualcosa...
Fino a quando i condottieri non saranno disposti a dialogare sul serio, cioè ad abbandonare le armi e mettere in discussione sul serio le proprie idee, laggiù continuerà la strage.

Sapete chi si sta ammazzando, laggiù? I lettori, la loro ricchezza, guidati da condottieri troppo miopi per non vedere che a vincere la guerra non ce la faranno e otterranno, miseramente, soltanto di divenire più poveri.

I lettori non schierati, che leggono dall'esterno, sembrano non avere altra alternativa che schierarsi, se vogliono partecipare al dibattito. E questo a me sembra un evidente limite imposto alla libertà di giudizio e di pensiero. Per questo restano all'esterno. O, peggio, i lettori che subiscono tutto questo, semplicemente perché si affacciano al Fantasy senza esperienza di lettura alle spalle, che fine fanno? (Io una risposta me la sono data e, per quanto articolata, infine non è piacevole.)
Ai lettori, in fondo in fondo, c'è qualcuno che ci pensa davvero?

Fin qui una dichiarazione d'intenti.
Prima o poi passerò ai fatti scritti e inviterò le persone a parlarne qui, nel mio blog.

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07 agosto 2009

La descrizione - Steven Erikson docet

Tanto per parlare di descrizioni, fondamentali per il "sense of wonder" (componente fondamentale del fantastico in senso lato, a mio modo di vedere), dico che a me la lunghezza non dispiace, se ha un suo senso.
Steven Erikson è maestro anche in questo e proprio in questo temo sia irraggiungibile, perché è un archeologo acquisito sul campo, non soltanto sui testi. E la differenza c'è e si vede tutta: la sua è esperienza della realtà, non mero studio della realtà.

Da The Bonehunters
" Samar Dev studied the elongated, sinuous line of boulders on the ledge of bedrock below and to their left. Skins of grey and green lichen, clumps of skeletal dusty green moss, studded with red flowers, surrounding each stone, and beyond that deeper verdancy of another kind of moss, soft and sodden. On the path they walked the bedrock was scoured clean, the granite pink and raw, with layers falling away from edges in large, flat plates. Here and there, black lichen the texture of sharkskin spilled out from fissures and veins. She saw a deer antler lying discarded from some past rutting season, the tips of its tines gnawed by rodents, and was reminded how,in the natural world, nothing goes to waste.
   Dips in the high ground held stands of black spruce, as many dead as living, while more exposed sections of the bedrock low-lying juniper formed knee-high islands spreading branches over the stone, each island bordered by shrubs of blueberry and wintergreen. Jackpines stood as lone sentinels atop rises in the strangely folded, amorphous rock.
   Harsh and forbidding, this was a landscape that would never yield to human domination. If felt ancient in ways not matched by any place Samar Dev had seen before, not even by the wastelands of the Jhag Odhan. It was said that beneath every manner of surface on this world, whether sand or sea, floodplain or forest, there was solid rock, twisted and folded by unseen pressures. But here, all other possible surfaces had been scoured away, exposing the veined muscle itself. "

Con precisione tassonomica, quasi con pedanteria, in questa descrizione Erikson ci fa vedere il paesaggio come in una nitida fotografia a colori. Non soltanto ce lo fa vedere, ma con pochissime frasi ce lo fa vedere con gli occhi del personaggio in questione (Samar Dev). Qui, però, si mescola la cultura del personaggio con quella dell'autore. Le frasi chiave, che danno un senso a tutte queste righe di descrizione, rendendole infine degne di essere lette, sono secondo me le ultime due - dopo le quali, immancabilmente, si ritorna al procedere della storia (tale è la lucidità di Erikson, che abbonda, ma mai vagabondando senza meta).
Con quelle due ultime frasi ci fa vedere ciò che ha descritto dal punto di vista di un geologo, come spesso fa, cambiando completamente il sapore della tassonomia (pedanteria?) precedente.

Maestria o meno, resta l'immagine chiara del luogo in cui i personaggi si muovono. Sarà una delle caratteristiche che rende i romanzi di Erikson dei tomi imponenti, aiutando l'accumulo di parole su parole, ma io non vi rinuncerei mai. Sarà che il mio modo di scrivere - e quindi di leggere - è visivo, ma quando le descrizioni sono troppo scarne (consigliate da qualche editor poco illuminato, o troppo propenso ad assecondare la pigrizia dei lettori), io mi annoio e, peggio, non riesco a vivere l'azione.
Se mi si vuol sbattere in faccia l'azione, incoronandola regina incontrastata della narrazione (e del testo), si scriva altro, per favore, non Fantasy.

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06 agosto 2009

Steven Erikson e il perché scrivere fantasy.

C'è un passaggio del romanzo di Steven Erikson che sto leggendo (The Bonehunters, sesto della saga Malazan), che spiega senza la necessità di essere spiegato ciò che, secondo me, dovrebbe fare il Fantasy. Oppure, se preferite, illustra quale sia il potenziale del Fantasy.

Eccolo qui.
" His gaze worked its way down the squalid street, building to building, the decrepit remnants of what had once been a thriving community. Intent on its own destruction, even then, though no doubt few thought that way at the time. The forest must have seemed endless, or at least immortal, and so they had harvested with frenzied abandon. But now the trees were gone, and all those hoarded coins of profit had slipped away, leaving hands filled with nothing but sand. Most of the looters would have moved on, sought out some other stand of ancient trees, to persist in the addiction of momentary gain. Making one desert after another... until the deserts meet. "

Tutto chiaro?

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19 giugno 2009

Tentazioni...

Sono sempre più tentato, anche per via di alcune discussioni in altri luoghi, di ripercorrere passo passo la mia (breve) esperienza editoriale, dal 2001 a oggi.
Sono piuttosto stufo di essere bollato come "polemico", come "generalizzatore" e altre fesserie.
Il fatto è che, nonostante sembri che io dica molte cose su ciò che ho vissuto, da quando Gianfranco Viviani mi mise sotto contratto nel 2001, così non è: ne dico poche. Nonostante sembri che io dica troppo, cioè, costoro non sanno nemmeno di cosa parlano e potrei dire molto, ma molto di più (ho buona memoria, quando le cose mi toccano nel profondo; pessima quando non mi interessano). Forse, più che potrei, dovrei dire.

L'idea mi frulla in testa da tempo. È come quando si scrive un romanzo: lo si fa perché si è maturata una certa idea, il suo senso, e ci si sente pronti per fissarla sulla carta, una volta per tutte. Renderla storia, per non sprecarvi più energie. È un percorso di maturazione e, nel contempo, qualcosa che aiuta a dichiarare il concetto come assorbito e passato.

Semplicemente, mi rendo conto che quanti mi rispondono, non hanno tutti gli elementi per giudicare. Sono certo che dimostrerebbero la loro pochezza intellettuale anche se sapessero tutto. Ma per averne la conferma, dovrei prima esporre la (mia) verità nei dettagli. Soltanto così potrei dichiararli intellettualmente morti o servili o, peggio, disonesti. E soltanto così, forse, si capirebbe una volta per tutte che io vivo per la scrittura, non per il mondo che le gira attorno, che mi colpì fin dall'inizio per le sue meschinità e per la sua infinita tristezza umana.
La verità è, secondo me, che in Italia il genere non emerge perché gli italiani resteranno sempre gli italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti cosa siamo, direi. Questo ragionamento va ben al di là degli autori italiani, che tentano in tutti i modi di farsi strada. E, che mi piacciano o meno, hanno tutti la mia solidarietà, finché non si rivelano degli emeriti imbecilli o peggio - non è che scrivere pone su un piedistallo: la persona che sta dietro un testo è ciò che conta di più, sempre, e questo dal mio personalissimo punto di vista fa sempre la differenza, sia in positivo che in negativo, a prescindere dagli scritti. Anzi, direi che è proprio questo il punto: quando io ho a che fare con un editore, con uno scrittore, con un lettore, io vedo una persona e come tale la "giudico" (dai fatti, s'intenda, ecco perché le virgolette). In quest'ottica, mi ripeto, il panorama si fa tristissimo.

Ma, nonostante c'è chi si stizzirà per l'ennesima volta, il mio tempo è quello che è: pochissimo. Ed è troppo tempo che non produco qualcosa dalla a alla zeta. È diventata la priorità assoluta, ora. Ma, prometto, io questo "memorandum" lo voglio scrivere. Se non altro perché potrebbe aiutare, e molto, gli inediti a capire cosa implica il loro sogno di pubblicazione in Italia. "Essere preparati al peggio" non rende l'idea.
E, per quanto possa sembrare un controsenso ciò che sto per scrivere, credetemi che la "tendenza Gamberetta" è una delle derive meno pericolose nel quadro generale. Ho vissuto sulla mia pelle cose che, in tutta sincerità, sono decisamente più tristi. E avere continue conferme che certe esperienze si ripeterebbero anche oggi, se non fossi disilluso, be', m'intristisce e non mi invoglia certo a continuare su questa strada.
Del resto, la mia vita è scrivere. E scrivere è condividere. Il memorandum è cosa buona e giusta. Poi, forse, sarà anche il mio epitaffio artistico (ma questo lasciatelo decidere a me, va', ché un artista non è morto finché crea - il resto è puro narcisismo, che, anche se fa parte di ogni artista, non merita attenzione).

Ma, ma... Riconosco che un po' mi spaventa.
Il problema principale non è il tempo, cioè. È decidere se ho voglia di affrontare tutte le conseguenze di ciò che scriverei: perché, al di là delle (mie) opinabili interpretazioni dei fatti, i fatti rimarrebbero fatti. E ho già sperimentato che per un nonnulla, nell'ambiente, si alza un polverone (ed essendo una nicchia, si finisce con l'avere problemi respiratori). Essendo io uno che non la manda mai a dire, se scrivessi questo memorandum, lo farei con il massimo della schiettezza, perché altrimenti non sarei capace. E allora altro che polverone: una tempesta di sabbia da pieno Sahara!
Le conseguenze editoriali, per me, non sarebbero poi così gravi. Ho già deciso con chi lavorerei volentieri ancora e con chi, invece, non lo rifarei più, a costo di tornare a essere l'inedito che ero prima del 2001. Oltre tutto, chi se ne frega della pubblicazione, quando non soltanto non ti cambia la vita (salvo rarissimi casi da botta di culo vera e propria, spesso immeritata), ma te la rovina pure un po' (e, a momenti, più di un po').

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27 maggio 2009

Ma torniamo alla scrittura...

...altrimenti m'intristisco troppo.
Sul blog di Nutza stavo riflettendo circa gli "effetti speciali" nei romanzi, specie se appartenenti al genere Fantasy. Così, riprendo, correggo e amplio il mio intervento lì, per riproporlo qui, a chi legge. Naturalmente per sapere cosa ne pensate.

Col tempo ho imparato una cosa: i finali di scena "a effetto" hanno un loro perché. Abusarne, però, è molto pericoloso.
In primis, non tutti li amano. Ricordo che un lettore, un giorno, scrisse letteralmente che "non sopportava" la chiusura a effetto. Il perché, secondo me, è presto detto: di solito, chi ne fa uso, ne fa abuso. Riprendo il concetto più avanti.
In secundis, cosa più importante ancora, l’autore perde prospettiva circa il senso della storia che sta raccontando, che invece dovrebbe emergere con prepotenza.
Una storia che ti resta nel cuore non è mai costituita da soli “effetti speciali” (cosa che il finale “a effetto” è). Li contiene, specie nel Fantasy, ma l'autore deve misurarne la quantità (e la qualità, ma oggi il discorso è sulla quantità e basta). Ne consegue che terminare le scene “a effetto”, in modo quasi sistematico, significa puntare troppo sugli effetti speciali e troppo poco sulla sostanza. È gettare fumo negli occhi del lettore, così, per distrarlo (spesso dalla pochezza dei contenuti).

Un giorno, destato dal torpore mentale sulla questione da quel commento sprezzante sui finali di scena "a effetto", ho iniziato a rileggerli tutti, uno dopo l’altro. Avevo ben in mente l’idea di cambiarne qualcuno da “a effetto” ad “a senso”. Così feci e mi accorsi che, prima o poi, se ne trova sempre uno che acquisisce una forza insperata, togliendo l'effetto e inserendo la "semplicità" del senso. Si taglia, spesso la sola frase finale, rivelatrice o stuzzicante, che però non aggiunge nulla alla storia e, anzi, fuorvia la riflessione del lettore, che ricorderà più l'effetto finale, che il succo della scena in sé. Quando il succo della scena è rivolto a quel finale a effetto, allora il senso viene rispettato. Quando, invece, l'effetto è soltanto un fronzolo, va eliminato senza pietà.
C’è una certa potenza nascosta nella narrazione “semplice”, che se ne infischia degli “effetti”.

La ricchezza, e quindi la godibilità di un romanzo, secondo me sta nella sua varietà narrativa. L'autore deve donare al lettore varietà, con la storia, ma anche con la tecnica. Questo è uno dei motivi per cui “I promessi sposi” è considerato uno dei massimi esempi della letteratura italiana (e mondiale): Manzoni ha usato praticamente tutto lo scibile grammatico-sintattico che ai giorni nostri adolescenti in fregola studiano senza fare proprio, annoiati, schiavi di una certo tipo di narrativa piatta, spesso perfino sciatta (almeno la piattezza fosse corretta!). Sul perché, a mio avviso, il discorso si farebbe lungo: ha a che fare con l'insegnamento. Ma, per oggi, lasciamo in pace anche i professori.

Insomma, dipende da qual è l'obiettivo che ci si prefigge e, soprattutto, da qual è il proprio "lettore ideale". A me piace adulto, intelligente, critico con schiettezza - ma equilibrato - e che sappia far proprie le sfide che l’autore gli propone, in modo attivo. Detesto il lettore passivo, quello che vuole la pappa in bocca. In ogni caso, ho scoperto che il “passivo” ricambia, detestando i miei romanzi. Perfetto!
Personalmente, insomma, prediligo la crescita artistica (e l'arte) nei testi che leggo. E tale predilezione passa attraverso innumerevoli riflessioni sul modo migliore di narrare. Una di queste è qui presente, ancorché annosa, per riflettere con voi.

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04 maggio 2009

Recensione: L'acchiapparatti di Tilos

Questa recensione l'ho maturata in un mesetto di pensieri e considerazioni.
Francesco Barbi è un autore notevole, almeno per quanto riguarda la mia sensibilità letteraria.

Leggete la recensione e tornate a commentare.

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23 aprile 2009

Niente da fare, dietrofront.

Tanto per darvi una cronaca quanto più onesta e puntuale sui miei sforzi, vi dirò che ho deciso di abbandonare definitivamente il metodo di andare a braccio. Niente scaletta, niente Andrea D'Angelo.
Un'ammissione di colpa? Un'ammissione di responsabilità. Non posso produrre narrativa costringendomi a voler calcare sentieri che sono d'altri. Mi sono formato in un modo. Quel modo funziona molto bene con me. Ma sono curioso, amo sperimentare, soprattutto quando si parla di scrittura. Forse, però, è ora di dare alla sperimentazione tecnica il giusto valore: s'inventi scrivendo, non ci si inventi la scrittura.

Il secretum, fermo al quattordicesimo capitolo (circa 200 pagine, Ndr ;), non procederà finché non avrò steso, controllato e ricontrollato la scaletta, fino all'ultima scena.
Questo mi darà la possibilità di comprendere la direzione. Sebbene la storia sia dentro di me, vi sono troppi particolari, troppa documentazione necessaria, troppi fili da sbrogliare per riuscirvi a ritmi accettabili. E, soprattutto, per riuscirvi senza che voi, quando leggerete, non vi accorgiate di niente (e vi riflettiate, spero, soltanto a storia finita).
Ciò compreso, l'unica via è la pianificazione. Almeno nel mio caso. Altrimenti non ce la posso fare. La mia scrittura si nutre di se stessa. Se devo continuamente interrompermi, perché devo documentarmi, perché mi sono ricordato di un particolare che devo annotare subito, perché mi sono accorto di un errore e devo correggerlo immediatamente, tornando a tre capitoli prima, se... Se continuo a procedere a singhiozzo, la mia scrittura suonerà singhiozzante, poco armonica. E, peggio ancora, così suonerà la storia, slegata, poco dinamica.

È più duro del previsto, questo romanzo. O forse è l'età...

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31 marzo 2009

Il giorno dopo il progetto segreto

Michele Giannone, bravo ragazzo che scrive bene, si è posto una domanda e me l'ha rivolta: «Non è che, finito il "progetto segreto", non vorrai/potrai più continuare Il giorno dopo

La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.

Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.

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30 marzo 2009

La libertà dello scrittore

Cominciamo col dire che è imprescindibile.

Non so da dove cominciare, quindi, mi spiace, comincio dall'inizio. E, purtroppo per voi, dal mio inizio.
Dalla lettera datata 11 luglio 2001 a Gianfranco Viviani.
«Se relativamente al linguaggio migliore da utilizzare sono ricettivo ed umile (nei limiti del concepibile: ritengo sia il Libro Primo ad essere macchinoso, meno il Secondo e per nulla il Terzo), relativamente alla trama non oserei toccare una virgola [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Queste sono parte delle parole conclusive, spedite in risposta alle critiche mosse dallo stesso Viviani alla mia trilogia, che gli avevo proposto un paio di mesi prima. In pratica, riconoscendo una necessaria revisione, tale revisione doveva andare a toccare soltanto stile e sintassi, non la storia.
La morale? Tre giorni dopo ho ricevuto il contratto a mezzo posta, sorpreso dalla rapidità. I motivi per cui sono stato scelto, ritengo, sono molti di più e qui sto semplificando, ma scendere nei dettagli mi porterebbe fuori tema. (Ne parliamo un'altra volta?)

Il succo è: non svendere mai se stessi e credere nel proprio lavoro. Non conviene e non ci fate una bella figura. Anzi, semmai potrebbe capitarvi com'è capitato a me, cioè di essere apprezzati per la forza delle proprie idee.

Ciò detto, se volete diventare autori editi, con l'editoria dovete fare i conti. Ed è esattamente a questo punto che la brillante Nutza è spuntata con un po' di quel realismo mescolato al pessimismo da cui io stesso sono affetto. «[...] comprendo quanto debba essere difficile colmare il gap tra la voglia di render giustizia a una storia (che deve essere raccontata con onestà, che ciò richieda 500 o 1000 pagine) e la difficoltà di trovare un editore... [...]».
Non è poi così difficile. Dipende dalle priorità che si sentono nel proprio animo. Quando si crede a una storia e, una volta conclusa, si sa d'aver dato il massimo, non ci si deve fermare (cosa che la stessa Nutza afferma poco dopo, segno che sta bene, in fondo).
La questione che sottolinea Nutza, però, è più sottile e lei stessa credo abbia voluto indicarla. È necessario prendere delle decisioni a monte, che collidano con il proprio estro creativo, ma che permettano di aumentare le probabilità di pubblicazione? Direi che niente è davvero necessario, se non la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione presa.

Porto il ragionamento su di me. Sto scrivendo il progetto segreto e ho messo da parte Il giorno dopo, per ora. La mia scelta è ponderata. Il progetto segreto esce dalla nicchia, perché non è fantasy, bensì fantastico. Credo difficilmente supererà le 400 pagine e anche se lo farà andrà bene lo stesso. Il giorno dopo, invece, si preannuncia lunghissimo, di questo passo oltre le 900 pagine. Ma è così che dev'essere scritto, perché la vicenda è guidata da una visione ampia del mondo - inventato - e di ciò che vi accade: nulla può essere sottovalutato, nulla può essere fuori posto. E, del resto, questo è il solco della migliore fantasy contemporanea, perché molti degli autori più grandi sfornano tomi di oltre 900 pagine (Jordan, ahinoi trapassato, Martin, Erikson e altri, più conosciuti oltreoceano, ma che cominciano ad arrivare anche qui). Non dico che io sto seguendo il solco dei successi. Dico che, se i successi sono quelli, un perché ci sarà. La fantasia, nel fantasy, deve avere lo spazio di dominare, pena il calo della qualità.
Ciò detto, torniamo al punto di partenza. Da autore, ho fatto una scelta precisa: privilegiare temporalmente il progetto segreto a scapito de Il giorno dopo, in base a un ragionamento di bacino d'utenza e, non meno importante, in base alla mia breve carriera di scrittura: sono "fermo" da troppi anni a La Rocca dei Silenzi, pubblicamente parlando. Ultimare il progetto segreto il prima possibile è fondamentale, perché i tempi dell'editoria sono lunghi (l'Editrice Nord, in linea di massima, se mette sotto contratto un autore per il romanzo X a gennaio del 2009, lo pubblicherà nel secondo semestre del 2010 - se va bene nel primo semestre, ma dev'esserci rimasto uno spazietto per qualche motivo). Una volta ultimato, perorerò la sua causa, in cui credo in modo assoluto (scrivere è un investimento in fede, a meno che non ci si chiami Stephen King). Di contro questo mi permetterà poi di dare tutto lo spazio necessario a Il giorno dopo, che avrà le sue 900, 1000 o più pagine: non me ne frega un fico secco se poi non lo vorrà pubblicare nessuno. Quello è ciò che io sento di scrivere e, se riuscirò a dare al romanzo la struttura, la forma e la sostanza che sogno fin dall'inizio, ne sarà valsa la pena.

Il succo è: non è necessario svendersi, scendere a patti, ma usare la testa. Un autore vero, salvo casi rari, è una persona che scrive in modo prolifico, che ha idee di continuo. Ha i suoi tempi, ma non si ferma mai, creativamente parlando. Di conseguenza non c'è ragione per temere di non riuscire a scrivere almeno un romanzo che andrà bene ad almeno un editore (non a pagamento). Ci vuole forza, ci vuole pazienza, ma la libertà dell'autore è garantita.
Eppoi, vi chiedo, siamo davvero sicuri che sia l'editoria a bloccarci o forse sono i nostri sogni di gloria? O forse sono i nostri preconcetti? I casi editoriali nascono quando gli autori osano - parlando di quelli positivi -, riescono a farsi breccia, a essere convincenti, in un modo tutto loro.
Voi credete che nel lontano 2001 io, ricevendo a casa la rivista dell'Editrice Nord "Cosmo", non abbia pensato: "Ehi! Ma porca...! Chi è 'sta Redivo?! Ecco, pubblica una trilogia fantasy. E figurati se adesso la Nord vorrà la mia. Per un calcolo delle probabilità è impossibile! Una seconda trilogia da un esordiente italiano... Naaa... Ma porca miseria!" Mi sbagliavo. E per fortuna ho deciso di provarci lo stesso. Ora, certo, io non sono nessuno. Ma, ecco, la pesante cappa di sfiducia di cui mi ammantavo me la sono tolta. Oggi preferisco credere, ragazzi. In me e nella vita. Dovete credere.
Sapete una cosa, io sono felice di quanto ho fatto e di come l'ho fatto, errori compresi. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa e non mi sono mai svenduto. Forse mi è andata bene, sono stato fortunato. Eppure, come ho sempre candidamente dichiarato, credo la fortuna c'entri soltanto un po' con una pubblicazione. (Legge che applico a tutti gli editi, con sistematica coerenza, anche a quelli che si dicono semplicemente fortunati: non è così.)

L'editoria apprezza autori forti, capaci. Lasciate stare il baby-boom nel fantasy: chissene frega! Non è che vengono pubblicati soltanto loro e, tanto per dirne una, rispetto al 2001 sono molti, molti di più gli autori adulti di fantasy che vengono pubblicati, in Italia, nonostante i "baby" tra i piedi (eppoi, ragazzi, siete proprio sicuri che non portino acqua al vostro mulino anche loro? I "baby" di oggi potrebbero volere la fantasy adulta domani: pensate che bel bacino d'utenza volenterosi, giovanissimi autori italiani vi stanno preparando! Come sempre la questione è guardare la metà piena del bicchiere...). Tutto sta nel darsi da fare in piena libertà, considerando che i Vermilinguo vengono visti piuttosto male dai professionisti del settore, se sono veramente tali. Ricordate che voi siete gli autori, una casa editrice vi rispetterà sempre e rispetterà la vostra indipendenza di pensiero. Non potrà mai imporvi nulla dall'alto e sta a voi scegliere cosa proporre.
Semplicemente, quando avete in corpo un tomo di 1000 pagine, dovete dirvi: posso essere libero ed edito allo stesso tempo. Dovete credervi, perché è possibile.
Credere in se stessi, scrivere, rivedere e, alla fine, credere di nuovo in se stessi, più fortemente che all'inizio, perché avete lavorato duro e raggiunto una meta: un nuovo romanzo ultimato. (Meglio ancora se è il primo: che carica!)
Questo è il mestiere dello scrittore.
E non c'è editoria che vi tarperà le ali.

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12 febbraio 2009

Recensione: Midnight Tides

Ritorno nel mio piccolo orticello fantasy, proponendovi la mia recensione di Midnight Tides.
Steven Erikson continua la sua marcia trionfale all'interno del mio cuore.

Leggetela qui e tornate a commentare:
http://www.negrore.com/recensioni/11midnighttides.htm


Ciao!

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15 luglio 2008

Duttilità

Sono a un bivio.
Questa mattina ho preso una decisione importante per Il giorno dopo: cambiare metodo di "avanzamento" della prima stesura. Non è stata una decisione semplice, perché da sempre ho la convinzione che i romanzi fluiscono verso valle in modo più naturale quando scritti capitolo dopo capitolo. E sono certo che il lettore se ne giova, anche se non lo percepisce in modo conscio. Così ho sempre fatto. Non ho mai tollerato il metodo che usa Martin, ad esempio (no, non ce l'ho con lui questa volta, tranquilli; semplicemente è l'unico scrittore di cui so per certo che affronta la prima stesura in questo modo. A lui si adatterà, a me no...).
Ma devo combattere con ogni mezzo l'assedio della vita: ho troppe cose da seguire, troppe emozioni da gestire, troppo per riuscire a scrivere con la stessa serenità e assiduità d'un tempo. La mia vita, semplicemente, è cambiata. Non sono più un giovane di belle speranze, sono un adulto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male.
Di conseguenza ho deciso di affrontare un fronte d'azione alla volta, mio malgrado. Così eviterò di dover ogni volta rileggere il capitolo precedente (che male non fa, in un certo senso, ma spesso mi porta via molto, troppo tempo). Non dovrò star lì a riannodare tutte le pennellate dell'affresco psicologico proprio di un personaggio (e sono tanti).
Lo svantaggio è il grosso rischio di rendere eterogenea la narrazione, di dipingere un grande quadro a settori, senza riuscire a far collimare in modo armonico i bordi di tali settori (anche se, a dir il vero, esistono quadri moderni così dipinti e di grande impatto e bellezza). Dovrò lavorare sodo in fase di revisione, aggiungendo, limando, nel tentativo di costruire quell'invisibile rete di riferimenti e rimandi che s'intreccia tra un fronte d'azione e l'altro, rete che dal mio punto di vista è lo scheletro che tiene in piedi il senso del romanzo, ovvero sia ciò che unisce tutte le sue parti.
I vantaggi, però, sono molteplici. Maggiore rapidità d'esecuzione. Maggiore coerenza interna ai singoli fronti d'azione fin dalla prima stesura - e, quindi, minor difficoltà da affrontare durante la revisione. Maggiore controllo sull'evoluzione dei personaggi con minore energie spese. E via dicendo...

Quello che mi viene richiesto da Il giorno dopo, insomma, è duttilità. È una parola che m'ero dimenticato, forse sedendomi un po'. C'era voglia di fare bene e in tempi accettabili. Impossibile. Scrivere non è mai così. Ogni romanzo è una storia a sé stante. Ogni romanzo richiede la capacità di adattarsi a esso, perché pretendere che la storia si plasmi sul proprio metodo di scrittura è violentarla, costringerla in una direzione che magari non le è congeniale. È lo scrittore che deve assecondare la storia, non viceversa.
Ma questa duttilità costa fatica e decisioni amare, a volte.

Forse sto esagerando, parlando d'amarezza. Già, forse qualcuno lo pensa. Eppure è il mio modo di vivere la scrittura: intenso, passionale, quasi esistenziale. Cambiare rotta all'improvviso è difficile.
Un giorno vi farò l'elenco delle decisioni più dure che abbia preso in materia. Le ricordo molto bene ancora oggi. Quella appena illustrata è soltanto l'ultima di una lunga serie.

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13 maggio 2008

Intervista per "Fabbricanti di universi"

Vi segnalo una mia nuova intervista (per quello che può valere l'intervista di un autore fermo dal marzo del 2005...). Il fatto è che un'intervista non si rifiuta mai. Spero che, quando mi verrà proposta la prossima, avrò finalmente qualcosa da dire su un mio nuovo romanzo edito. Vedremo...

Intanto, eccola qui:
http://www.fabbricantidiuniversi.it/world-building/dangelo.htm

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09 maggio 2008

Intervista a Steven Erikson

A chi non l'avesse ancora letta, suggerisco quest'intervista di Jeff VanderMeer al mio scrittore contemporaneo preferito, Steven Erikson.
È un'intervista molto intima, in certi momenti, e tocca ferite ancora abbondantemente sanguinanti in me. Mi è piaciuta molto.

Nel contempo ho capito perché sono così affine all'autore canadese, di sensibilità parlando: guardo al mondo col suo stesso spirito. E soffro di ciò che vedo proprio come lui descrive (moltissimi di noi, io voglio credere la maggior parte, soffrono di ciò che vedono; ma anche la sofferenza è un aspetto della nostra vita piuttosto soggettivo, ecco perché dico che il mio modo è molto simile al suo - anche e soprattutto come reazione alla sofferenza). Spesso, per l'appunto, ho queste cadute d'umore che mi fanno scrivere in modo cupo, violento, con uno stile quasi spezzato e con una foga che quando sono sereno non ho.
La profondità della tenebra che nasconde l'animo umano era inimmaginabile, finché non hanno cominciato a mostrarcela (soltanto in parte).

Leggetelo qui: http://clarkesworldmagazine.com/erikson_interview.html (in inglese)

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28 aprile 2008

Magia!

« Rodarred, l'antica capitale della Provincia AEana, era una città costituita di punte: una foresta di pini, e al di sopra delle guglie dei pini, una più aerea foresta di torri. [...] »

Ursula K. Le Guin
I reietti dell'altro pianeta
Questa è magia!

Ero venuto qui soltanto per dirvi questo. Per omaggiare la donna che per me resta la più grande scrittrice vivente del fantastico. Poi, m'è venuto in mente che invece potevamo fare un gioco.
Vi va? Daiii! Per favore! Sarei felice se partecipaste, tutti!
Il brano qui sopra (rileggetelo dopo!) è l'inizio di un capitolo. Le due parti sottostanti sono la sua continuazione. Le tre parti, cioè, sono un paragrafo unico.
Bene, detto ciò, io le ho divise così.
In tre.
C'è un perché. Anzi, un doppio perché: uno più evidente e uno più profondo. Sono sicuro, però, che è la mia personalissima visione della scrittura - che mi ha portato a definire quest'esempio "magia!". Per scoprirlo, vorrei che voi tentaste di dare una spiegazione dei perché, senza che io ve lo dica. **

Ora leggete i tre brani, partendo da quello qui sopra. Aspetto la vostra spiegazione con ansia.

E due...

« [...] Le strade erano scure e strette, muschiose, spesso nebbiose, al di sotto degli alberi. Soltanto dai sette ponti che attraversavano il fiume si poteva alzare lo sguardo e vedere la cima delle torri. Alcune di esse erano alte cento metri e più, altre erano dei semplici germogli, come se fossero case normali andate a seme. Alcune erano fatte di pietra, altra di porcellana, di mosaico, fogli di vetro colorato, coperture di rame, stagno, oro, ornate in modo incredibile, delicate, luccicanti. »

...e tre!

« [...] In queste strade affascinanti e allucinanti aveva sede l'urrasiano Consiglio dei Governi Mondiali fin dall'inizio dei suoi trecento anni d'esistenza. Anche molte ambasciate e consolati presso il Consiglio e l'A-Io si raggruppavano a Rodarred, a meno di un'ora da Nio Esseia, sede nazionale del governo.»

Ecco fatto.
Giocate, vi prego!

Un sorriso,
Andrea

** (In seguito, se vorrete, in un'altra considerazione - "post"... bleah! - facciamo il gioco contrario: le suddividerete voi a vostro piacimento e spiegherete il perché.)

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14 aprile 2008

Un passo verso la crescita professionale

Ieri, leggendo on-line Locus Magazine, la rivista più conosciuta negli Stati Uniti (e, credo, nel mondo) che si occupa di fantascienza, fantasy, horror e derive di genere fantastico, ho notato un punto debole di noi autori italiani.
Sarà l'ambiente rissoso, sarà la nicchia in cui siamo (ancora) relegati, ma ritengo che il nostro atteggiamento dovrebbe essere più maturo e consapevole.

Mi spiego.
Gli autori d'oltremanica e d'oltreoceano, forti di un ambiente considerato degno - perché il genere all'estero è visto come letteratura, non come narrativa di serie B -, si occupano di tematiche interessanti, scrivendo articoli che non riguardano soltanto la scrittura (quasi mai banali), ma la vita in generale (che è il centro attorno al quale gravita qualsiasi scritto che meriti l'appellativo di "letteratura").
La mia impressione è che in Italia, invece, finora ci si sia occupati troppo di questioni secondarie, come quella delle vendite e della visibilità, che, seppur importanti, sono secondarie rispetto allo spessore degli autori che vogliono vendere e conquistarsi visibilità (almeno, a me sembra così). Troppe energie sono state spese in una direzione sbagliata, partecipando o addirittura iniziando diatribe sterili che fanno male al movimento - tutto tempo letteralmente sprecato.

Il mio è un appello: cambiamo totalmente registro, ragazzi!
Personalmente sono reo della colpa sopra evidenziata, nonostante abbia contemporaneamente portato avanti, e con forza, un dialogo anche costruttivo con i lettori e gli stessi autori (prima con "Un nuovo mondo", poi tentando di rispondere sempre con trasparenza e riflettendo nei miei interventi sui forum, ad esempio).
È da un po' di tempo che seguo con regolarità giornaliera i blog di molti autori (grazie a un RSS reader, altrimenti sarebbe improponibile...). Lo spessore c'è tutto: molti scrivono considerazioni che meritano attenzione e più d'una volta sono intervenuto direttamente. Lo stesso faccio con alcuni lettori che palesano una cultura del fantastico degna di nota. Non disdegno nessuno, se non chi parla male sistematicamente: troppo facile.
Cosa propongo, in sostanza, non è soltanto di evitare e non alimentare le diatribe che regolarmente spuntano in rete. Propongo di essere attivi, d'impegnarsi nel dire la propria sulla scrittura e guardando alla vita, in modo profondo, serio, trasmettendo i perché della nostra attività e favorendo un dialogo finalmente maturo.
Chi mi segue da un po' sa che l'ho sempre fatto, per un semplice motivo: per me scrivere è un'attività dannatamente seria, senza la quale non sono capace di vivere bene. E, sia chiaro, continuo a credere che sia il caso di difendersi in certi casi, perché ignorare non è sufficiente. Mentre noi ignoriamo, i detrattori e chi sputa sul fantasy italiano non si ferma. Ma tenterò di soprassedere sempre in futuro: lo prometto!
Dobbiamo essere attivi. Noi non abbiamo una rivista di riferimento come Locus Magazine, ma possiamo sempre "creare movimento" tra noi, frequentando i nostri blog, attirando sempre più lettori e non chiudendoci a riccio, guardando all'autore vicino con senso di fratellanza e comunanza, realmente aperti, senza pensare soltanto al proprio piccolo orticello.

Insomma, diamoci da fare per primi, senza star lì a pensare a quante cose ingiuste vengono scritte e dette su di noi.
Siete d'accordo? E volete agire in questo senso?
Prossimamente voglio farvi una piccola sorpresa, cari autori italiani... il tempo è tiranno, ma non cederò!


Un sorriso,
Andrea

P.S.: in ogni caso, occasioni per esprimerci ci sono. La prima che mi viene in mente è proporre nostri articoli (se qualcuno non l'ha già fatto) a riviste come Terre di Confine, di ottima fattura e curata da un sacco di gente appassionata, o come quella di Yavin4: gente volenterosa non manca.
In un certo senso "il movimento siamo noi", ma dobbiamo muoverci!

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03 aprile 2008

Il fantasy italiano è nato morto, molti credono.

Non sono tra questi ferventi credenti.

Oggi Fantasy Magazine pubblica le nuove uscite comunicate dalle case editrici italiane che si occupano (anche) di fantasy. I primi due titoli sono di Asengard e Armenia ed entrambi hanno suscitato il mio interesse.
Il romanzo di Mariangela Cerrino non pare particolarmente originale leggendo la quarta di copertina, anzi! Tuttavia l'autrice è una donna colta - oltreché estremamente garbata e gentile - ed è una garanzia per quanto concerne la qualità della prosa. La Signora Cerrino è indubitabilmente brava: sento di poter mettere la mano sul fuoco prima di leggere una sola riga del suo romanzo. Ciò che m'incuriosisce di questa sua nuova opera, dunque, è che va in una direzione molto classica, cosa che lei - a mia memoria - non ha mai sperimentato.
Il romanzo di Solomon Troy Cassini (un nome d'arte, direi - forse mi sbaglio, ma non credo, data anche la natura della casa editrice), invece, mi pare piuttosto originale sulla carta. L'ambientazione lo è al di là di ogni dubbio: il mondo reale a noi vicino (Austria - molto vicino a dove vivo, Trieste) infarcito di elementi fantasy (passaggio verso altri mondi). In questo caso si dovrà verificare la qualità del testo, poiché l'autore non lo conosco, né ho mai letto nulla di suo. Ma, anche in questo caso, sommando gli elementi a disposizione, la quarta di copertina ha suscitato il mio interesse.

Vogliamo aggiungere a questo il recente passato?
Abbiamo un Riccardo Coltri, che scrive attingendo a piene mani alla mitologia italica. Abbiamo un Luca Tarenzi, che scrive narrativa fantastica molto vicina a Gaiman. Abbiamo Michele Giannone, che affronta con successo ambientazioni di difficile resa come un matriarcato. Abbiamo Fabiana Redivo che ha scritto in tempi record una saga di sei romanzi che attinge alla cultura classica che le è propria e che strizza l'occhio a David Eddings. Infine, abbiamo un Andrea D'Angelo che scrive romanzi d'ambientazione puramente fantasy che però guardano esplicitamente al mondo reale. E tutti, includendomi, capaci di una buona prosa.
Grande varietà di temi e di approcci.
Infatti abbiamo - ma non li ho letti e quindi non posso giudicare -, autori nuovi e prolifici, come quelli pubblicati da Asengard, da Fabbri, da Fanucci. Li cito a memoria: Uberto Ceretoli, Ester Manzini, Marco Davide, Antonia Romagnoli, Laura Iuorio. Per i più giovani abbiamo Licia Troisi, Francesco Falconi, Fabio Cicolani, Silvana De Mari.

Insomma, a me sembra che pensare puro sfruttamento commerciale di pessima qualità questo fiorire d'autori sia pessimismo (e fastidio) allo stato puro. Siamo proprio sicuri che da tutto questo, se ancora non c'è la qualità sperata e agognata, non ne verrà? Davvero non vedere che questo ribollire, questo crescente entusiasmo degli autori stessi, che infine hanno possibilità concrete di esprimersi pubblicamente e, quindi, di crescere professionalmente... insomma, non vedere che tutto questo è soltanto l'inizio di qualcosa a me sembra non soltanto miope, ma ottusamente cocciuto.

Da quando sono stato edito, fin dalla mia prima, controversa (e unica) apparizione all'Italcon, ho sempre sostenuto che buoni autori esistono: basta cercarli seriamente e dare loro fiducia. Mi è sempre stato risposto che è come cercare un ago in un pagliaio, anche dal mio stesso editore. Non ero d'accordo e non lo sono tuttora. Come non sono d'accordo col disfattismo che ha regnato fino a un po' di tempo fa.
Un nuovo regno si sta affacciando ed è fatto da persone che cominciano a guardare con interesse al fantasy italiano, anche dopo averlo provato. Che siano tutti dei decerebrati incapaci di giudicare quanto leggono?
Personalmente guardo in avanti, sempre. Chi vuole guardare al passato, piangendo sul latte versato, faccia pure: è suo inalienabile diritto farlo, ma mi dispiace per lui.

Sto dicendo che si devono leggere autori italiani? Assolutamente no! Non si legge ciò che non si vuole leggere. La scelta dei libri e degli autori è una delle poche cose che questa società ci lascia ancora la libertà di fare (anche se, in un certo senso, alcuni davvero bravi sono quasi introvabili ed è poco democratico - e molto prono a una logica capitalistica, che ha vantaggi E svantaggi).
Tutti liberi, insomma. Ma che il Regno dei Disfattisti sappia che la Lega dei Volenterosi sta avanzando, forse con un esercito ancora debole, ma avanza e conquista territorio.

Il bambino sembrava morto, poi ha cominciato a piangere.
E' vivo. Lo dico da tempo: è vivo e cresce sano!

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06 febbraio 2008

I migliori romanzi italiani di fantasy

Questa classifica è la mia visione dello stato attuale, precisando che mi mancano parecchi autori nostrani. La aggiornerò di volta in volta, man mano che leggerò.
Dal migliore al peggiore. E, per una volta tanto, gioco d'anticipo: includo anche i miei... pur essendo un'operazione difficile.

Zeferina - Riccardo Coltri
La Rocca dei Silenzi - Andrea D'Angelo
Pentar - Luca Tarenzi
La Fortezza - Andrea D'Angelo
Il segreto di Krune - Michele Giannone
L'arcimago Lork - Andrea D'Angelo
La pietra degli elementi - Fabiana Redivo
Il libro dell'Impero - Adalberto Cersosimo
Amazon - Gianluigi Zuddas
Il seme perduto - Fabiana Redivo
La setta degli assasini - Licia Troisi
Il figlio delle tempeste - Fabiana Redivo
Le sette gemme - Andrea D'Angelo
L'eterno sogno - Daniele Bonfanti
La lama nera - Dario de Judicibus
Il segno dei ribelli - Rossella Romano
Estasia - Francesco Falconi
Nihal della Terra del Vento - Licia Troisi
Il respiro delle montagne - Ornella Lepre

La classifica è stata buttata giù al volo, quindi può essere che ripensi a certe posizioni. I miei romanzi sono in posizioni alte, ma è piuttosto ovvio: amo ciò che scrivo. La loro posizione è più che altro dovuta a una (vaga) riflessione sulla tecnica e sull'originalità e potenza dell'affresco. Ed ecco che, in tutta sincerità, La Rocca dei Silenzi lo considero secondo al solo, piccolo Zeferina, che è troppo originale e ben scritto per metterlo al di sotto. Poi, al mio esercizio di sincerità, sovrapponete il vostro, senza patemi d'animo. Ma dovevo collocarmi, per dire come la penso in generale. Credo, a tutt'oggi, che tra gli autori italiani recenti un romanzo come La Rocca dei Silenzi non sia stato scritto. Attendo con grande ansia soprattutto Riccardo Coltri e Michele Giannone, il primo reo di non avermi ancora fatto godere con un romanzo lungo, il secondo che m'è parso racchiudere in sé il potenziale maggiore. C'è poi il bravissimo Luca Tarenzi, molto originale, che però si cimenta con un fantasy un po' fuori dalle righe, alla Gaiman, che io non bramo di leggere. Ma ha stoffa da vendere. Naturalmente, ricordando la sua prosa deliziosamente scorrevole, attendo al varco Fabiana Redivo (di cui non ho letto colpevolmente la seconda trilogia) e i nuovi progetti di Licia Troisi (che si è molto migliorata tecnicamente con la seconda trilogia, di cui ho letto il primo romanzo) e Francesco Falconi (che nel finale del suo Estasia m'è parso in piena forma e la cui fantasia è fuori discussione).

Prossimamente devo leggere un bel po' di romanzi italiani: Uberto Ceretoli ed Ester Manzini della Asengard, devo terminare Fabrizio Valenza, affrontare Sergio Valzania e Morgan Fairy (pseudonimo di Angela P. Fassio). Mi incuriosisce un trittico di autrici: Milena Debenedetti, Laura Iuorio e Antonia Romagnoli - considerando che nel fantastico i miei autori preferiti sono autrici, immagino per una questione di sensibilità affine, ne sono attratto ancora di più. E così via... In linea di massima qualsiasi esordiente italiano (e non) mi attira.
Ci sono, poi, tanti giovani di belle speranze - alcuni davvero promettenti - che mi piacerebbe trovare in libreria (e sarei felice di spingere più in basso, in classifica, tutti i miei romanzi!).

E' il momento giusto.

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17 gennaio 2008

Classifica dei peggiori 10 autori fantasy

Bene, affronto questa spinosa questione.
Chi mettere tra i peggiori? E secondo che criteri? Questo non è il momento di dirlo.
Basti la mia personalissima classifica: dal peggiore al migliore dei peggiori.

David Eddings
Richard Awilson
Ornella Lepre
Licia Troisi (romanzo d'esordio)
Nancy Varian Berberick
Anne McAffrey
H.P.Lovecraft (il suo fantasy)
Terry Goodkind
Harry Turtledove
Anselm Audley

Il piatto è servito.

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11 gennaio 2008

Classifica dei migliori 10 autori fantasy

Secondo il mio personalissimo gusto, ovviamente.
E rigidamente in ordine di preferenza.

Ursula K. Le Guin
John R. R. Tolkien
Steven Erikson
Celia S. Friedman
Robin Hobb
Michael Scott Rohan
Glen Cook
David Gemmell
China Mieville
George R. R. Martin

Non ho letto ancora nulla di alcuni autori che sono certo potrebbero inserirsi in questa classifica in continuo divenire: Robert Jordan, Tad Williams (introvabile, se non a cifre oltremodo esose), Paul Edwin Zimmer (mi manca il primo romanzo della sua trilogia), Greg Keyes (attendo l'uscita del quarto), Scott Bakker (devo ordinarlo) e Scott Lynch (ce l'ho!), Fritz Leiber (ce l'ho!), Jack Vance (ho Lionesse!). Questi sono quelli che, a naso, mi sembrano i migliori candidati a sconvolgere la classifica nel prossimo futuro.

Ho dovuto escludere autori come Raymond E. Feist, Weis & Hickman, Neil Gaiman, Michael Moorcock, Roger Zelazny, Poul Anderson e altri, che ora non ricordo più (ma che prima ho scartato... :).

In questi giorni sto leggendo Ursula K. Le Guin, "I reietti dell'altro pianeta", che mi mancava e che so a priori essere un capolavoro. In ogni caso, già dalle prime cinquanta pagine lo si capisce.
Tra gli italiani m'incuriosiscono i romanzi della Asengard e l'ultima italiana edita da Fanucci. Leggere, leggere, leggere...

E intanto continuo per la mia strada, felice di avere l'imbarazzo della scelta in tutti i sensi.

Prosit!

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06 novembre 2007

Ciao, Enzo.

Enzo era mio amico, anche se non lo conoscevo.
Enzo rappresentava l'italiano onesto, lucido, dotato della vera cultura, quella che applicata alla vita porta alla sintesi e alla gentilezza - non quella nozionistica, che porta soltanto alla saccenza (e che quando me la trovo di fronte la definisco "uomo-Focus").
Enzo era un giornalista che si merita di essere ricordato dalla gente comune. Quando i giornalisti di oggi salgono in cattedra per ricordarlo, mi viene la nausea: non uno di loro vale un decimo di Enzo.
Enzo era amico di Indro, nonostante posizioni spesso antitetiche (il primo di sinistra, il secondo di destra perché gambizzato dalle Brigate Rosse). E così colgo l'occasione per salutare anche Indro. Entrambi, puta caso, si scontrarono con Berlusconi, che è la faccia peggiore dell'Italia: rifatta e volgare nonostante i modi appaiano signorili. La faccia che non si deve permettere di salutarlo: sarebbe davvero troppo.

Infine Enzo era tornato. Peccato, per troppo poco tempo.

Enzo, ai miei occhi eri l'ultimo dei grandi.
Enzo, ciao.

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05 novembre 2007

La mia opinione

Ho letto con molto interesse i punti di vista di tutti, nella precedente discussione.
Tenterò, ora, di chiarire il mio punto di vista. Non è cosa facile, a meno che io non voglia scrivere un testo chilometrico. Ecco, non voglio.
Eventualmente chiarirò alcuni punti mal esposti nei successivi commenti. Scusatemi fin d'ora se qualcosa sarà comprensibile soltanto per il sottoscritto.

Anzitutto sono costretto a una doverosa premessa.
Pare che il mio contrastare le opinioni dei più pignoli mi faccia passare per uno che pensa alla costruzione di un romanzo fantasy in modo sciatto. Sembra, insomma, che io consideri di poco valore il rigore della ricerca antecedente la prima stesura, che dia un valore pressoché nullo alla coerenza interna e che, dulcis in fundo, consideri robaccia le spiegazioni scientifiche (fisiche, ambientali, antropologiche, comportamentali, eccetera).
È buffo constatare che prima venivo considerato troppo “rigido”, mentre ora troppo “sciatto”.
A ogni modo, per chiunque mi pensi così, ho già detto e scritto abbastanza. Non devo dimostrare niente a nessuno (nemmeno a me stesso, in questo caso). Un primo assaggio di quanto io pensi, in concreto, è la mia piccola sequela di consigli, a questo indirizzo: http://www.negrore.com/scrittura/ . Tuttavia ho detto e scritto molto di più, nei vari forum.
Il succo del mio pensiero è molto semplice: ciò che conta è il senso del romanzo, ma non lo si può far emergere senza rigore.

Credo che la via corretta sia quella dell'equilibrio, quella che coniuga rigore e senso. Esatto, coniuga. Cioè non che antepone il rigore al senso.
Non esiste un livello giusto di rigore: dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere e che fine ha. Un conto è scrivere “hard science-fiction”, un conto “fantasy”. E già qui sento del brusio serpeggiare. No, non ho scritto che ci voglia meno rigore quando si scrive fantasy, ho scritto che i romanzi non sono tutti uguali e che non tutti necessitano della stessa ricetta di scrittura (un po' come le minestre, che certo non sono tutte uguali).
Quanto sto dicendo è che il rigore dev'essere indirizzato, occuparsi degli aspetti peculiari del romanzo (alcuni aspetti sono comuni a tutti i romanzi, lapalissiano, mentre altri no).
Ma, e da questo non si scappa, rigore dev'esserci. Altrimenti - una domanda importante - come si porta il lettore fino all'ultima pagina del proprio romanzo e gli si dona il senso dell'opera (che, non v'è chi non veda, può essere colto soltanto grazie a una lettura completa)? Inoltre, se mi permettete una battuta per sottolineare una cosa che mi sembra nessuno abbia sottolineato, rigore e cuore fanno rima. Cioè? Cioè il rigore non è affatto antitetico al cuore, il rigore è amore per la scrittura e per il buon narrare.

Senza rigore non si arriva al senso, dunque. Questo sembrerebbe presupporre che il rigore sia antecendente al senso, cioè l'esatto contrario di quanto ho affermato più sopra. Sembra, ma non è così: rigore e senso devono procedere di pari passo; vanno quindi coniugati, armonizzati... seguiti con amorevole cura. Rigore e senso devono entrambi arricchire tutte le pagine del romanzo (anche se, per propria natura, lo fanno in modo difforme).
D'altro canto, il senso non è affatto una cosa “ineffabile” (o, meglio, lo è soltanto perché le sensibilità sono diverse. Ma così il discorso si complica, quindi salto a pié pari - concedetemelo). Il senso di un romanzo è la sua anima, senza la quale ci troviamo di fronte a carta straccia, priva di alcun valore. Il senso è qualcosa di profondo, qualcosa che resta dentro a lettura terminata ed è, alla fin fine, ciò che spinge il lettore a riflettere, evitandogli di subire la lettura e nient'altro.

Sento un secondo brusio. Qualcuno potrebbe obiettare che in un'opera d'intrattenimento il senso (un significato profondo, non scritto) non sia così importante. Ebbene, chiunque la pensi così guarda ai romanzi in modo molto diverso dal mio.
In tutta sincerità, dei romanzi privi di senso non so che farmene. Per me sono spazzatura, tempo e denaro gettati al vento (e che non impollinano un bel niente!). Inutili, insomma. Anzi, dannosi, perché tolgono spazio a tutti coloro i quali hanno qualcosa di più profondo da dire... e che magari non riusciranno mai a pubblicare.
L'intrattenimento fine a se stesso non mi ha mai intrattenuto. Mi annoia.
Sono fatto così.
Questo è, se credete, il limite della mia opinione.

Ma di opinione si tratta, per l'appunto.
È fondamentale soltanto quando il romanzo in questione è mio.

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06 settembre 2007

Umiltà

Oggi sono troppo stanco per scrivere, tradurre o anche soltanto leggere. Il poco sonno di questa notte mi costringe ad arrancare nella speranza che l'ora di coricarsi giunga presto e che il riposo sia sereno e rigenerante.

Così, rifletto. Costa meno fatica e mi permette di stare immobile a scrutare la collina deturpata dalle ruspe, che un tempo allietava con il suo verdeggiare le mie pause in ufficio. Non è più un bel panorama. Anche il suo parziale conforto si è infine trasformato in desiderio d'astrazione.
Stamani mi è tornato in mente Tolkien e la sua lotta intellettuale per sconfiggere il cancro dell'industrializzazione selvaggia. E del Maestro m'è tornato alla mente il modo di vivere la scrittura e trasporre la vita in modo guidato.
Di pensiero in pensiero, sono infine arrivato a comprendere che per molti autori il vero salto di qualità avviene quando, in pochi attimi di sublimazione, maturano la consapevolezza che i frutti più dolci dei loro sforzi narrativi non è cosa terrena. Un momento perfetto, perché non è da tutti accettare che le parti migliori delle proprie creazioni letterarie non siano, in realtà, proprie. La farina viene da un altro sacco ed è difficile riconoscerlo e percepirlo in modo chiaro, fin nel midollo. Il vero salto avviene dopo un lungo periodo di sospetto e gestazione, durante il quale lo scrittore pensa e riflette in svariati modi all'ispirazione. E così che s'imbatte, ad esempio, in brani scritti di proprio pugno di cui non ricorda la provenienza e che sente troppo grandi perché gli appartengano davvero, in piena umiltà e affatto sorpreso.
A me è capitato, più di una volta. Ho riletto qualche passaggio e mi sono chiesto se davvero fossi stato io a scrivere quelle parole. Da un po' di tempo a questa parte conosco la risposta.
No.
Esiste un legame invisibile tra scritto, umano e divino. Un legame che per lungo tempo resta impercettibile, che poi diviene percettibile in modo confuso e che, infine, sboccia in una consapevolezza meravigliata. Quando ciò avviene, di solito lo scrittore cambia registro. Le parole sono dosate e la ricerca non è più volta all'effetto, ma all'essenza. Sempre all'essenza, senza posa.
In tutta franchezza, a me sta accadendo esattamente questo, per la prima volta in vita mia.
Per la prima vera volta so che non sono più solo di fronte alla pagina bianca. Mi sento guidato nel mio processo di crescita interiore. E guardo al passato come a una lunga sequela di coincidenze che non erano tali e che ho interpretato male, privo dello strumento ultimo per capire: l'esperienza.

E' vero, non più tardi di un mese fa ho scritto della faticosa solitudine dello scrittore. Mi riconosco in quel sentimento opprimente. Sono umano e fallace. A momenti fragile. A tratti presuntuoso. A volte poco caritatevole perfino con me stesso. Il sentiero si snoda ancora lungo di fronte a me, verso orizzonti che non riesco a sondare. E la sua estensione talvolta mi fa chinare il capo, per stanchezza interiore.
Ma ora so che ciò che voglio vivere e assaporare è il presente. Nel bene e nel male, sapendo che nulla è a caso. Conscio che anche i dolori più acuti infine hanno un senso. Basta volersi bene e darsi il tempo per comprenderli a fondo.
Non c'è condanna peggiore di una mente che rifiuta il cuore e l'anima.
La mia salvezza è nel prossimo, che di giorno in giorno mi mette di fronte ai limiti che minano la mia grandezza di essere umano. La stessa grandezza del prossimo - e che sia più avanti o più indietro di me poco importa, il sentiero che calchiamo è lo stesso.

Guardandomi indietro, quindi, scopro che gli autori che ho amato e amo tuttora sono illuminati dal rapporto che intercorre tra l'umano e il divino. Scritti ricchi di senso, che non hanno paura di guardare alla vita come una via verso la conoscenza, che non temono la derisione del povero di spirito.
E, nella mia ignoranza, meno crassa d'un tempo, li amo per una questione di affinità.

Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Non c'è nulla che possa scalfire la propria umiltà, quando viene dalla consapevolezza di essere tramite.
Siamo esseri carezzati da qualcosa che è più grande di noi, nonostante la nostra essenza sia infinita.

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26 luglio 2007

Steven Erikson - Uno

Amo questo autore.
Dopo un mirabile prologo, in Midnight Tides apre la narrazione così (e mi spiace per chi non sa l'inglese, ma non mi azzardo a storpiarlo).

« Here, then, is the tale. Between the swish of the tides, when giants knelt down and became mountains. When they fell scattered on the land like balast stones of the sky, yet could not hold fast against the rising dawn. Between the swish of the tides, we will speak of one such giant. Because the tale hides within his own.
   And because it amuses.
   Thus.

   In darkness he closed his eyes. Only by day did he elect to open them, for he reasoned in this manner: night defies vision and so, if little can be seen, what value seeking to pierce the gloom?
   Witness as well, this. He came to the edge of the land and discovered the sea, and was fascinated by the mysterious fluid. A fascination that became a singular obsession through the course of that fated day. He could see how the waves moved, up and down along the entire shore, a ceaseless motion that ever threatened to engulf all the land, yet ever failed to do so. He watched the sea through the afternoon's high winds, witness to its wild thrashing far up along the sloping strand, and sometimes it did indeed reach far, but always it would sullenly retreat once more.
   When night arrived, he closed his eyes and lay down to sleep. Tomorrow, he decided, he would look once more upon this sea.
In darkness he closed his eyes.
   The tides came with the night, swirling up round the giant. The tides came and drowned his as he slept. And the water seeped minerals into his flesh, until he became as rock, a gnarled ridge on the strand. Then, each night for thousands of years, the tides came to wear away at his form. Stealing his shape.
But not entirely. To see him true, even to this day, one must look in darkness. Or close one's eyes to slits in brightest sunlight. Glance askance, or focus on all but the stone itself.
   Of all gifts Father Shadow has given his children, this one talent stands tallest. Look away to see. Trust in it, and you will be led into Shadow. Where all truths hide.
   Look away to see.
   Now, look away.
»

No so su di voi, ma su di me Steven Erikson ha un effetto devastante. Mi rende di nuovo un ragazzino in preda alla meraviglia, dopo anni di tedio e qualche vago picco di riconoscimento. Tra gli autori contemporanei che conosco, lui è l'autore che più di ogni altro scrive ciò che io considero "letteratura fantasy". E mi fa sentire piccolo, ogni volta.

Continuo, va'...

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