Luca Centi - Il silenzio di Lenth
La recensione“Freeway” è una collana della Piemme rivolta ai ragazzi, quegli young adults che negli ultimi anni tanto vengono presi di mira dai reparti marketing e commerciali delle case editrici – e non solo – del mondo. Tuttavia non ho alcuna intenzione di recensire Il silenzio di Lenth in quest’ottica riduttiva: sono adulto e la mia opinione non può che essere quella di un adulto. Non esiste un’altra possibilità. Tener conto del”target” dichiarato lo possono fare le testate giornalistiche che recensiscono romanzi. A me non interessa.
Il mio scansare come posso le etichette nel caso del romanzo di Luca Centi è ancora più giustificato: a me il testo non sembra affatto destinato ai soli ragazzi. Non è un trattato filosofico per soli filosofi d’esperienza, ma affronta tematiche adulte.
Più che infastidito dall’uso di termini anglosassoni – scusatemi – vengo subito al punto: il romanzo mi è piaciuto soltanto in parte. Leggete la mia frase in senso letterale: ci sono intere parti che non mi sono piaciute o che non mi hanno convinto, altre (anch’esse prese integralmente) che invece mi hanno convinto e spinto, alla fine, a terminare la lettura.
Il romanzo, comunque, genera numerose riflessioni, ma non è possibile affrontarle senza anticipare qualcosa della vicenda. Quindi, chiunque voglia continuare a leggere, sia avvisato: ci sono piccole anticipazioni.
Cominciamo dall’inizio, com’è buona prassi. Alla prima parte del romanzo, che si svolge nel nostro mondo, do una sufficienza. La lettura è interessante, ma troppo frammentaria. I continui cambi di scena, l’insistere in modo a volte poco elegante sul “non detto”, la caratterizzazione non ottimale dei personaggi mi hanno confuso. Non sono un tipo di lettore che si perde facilmente, ma a freddo posso dire che l’inizio di questo romanzo non m’ha fatto un’impressione molto positiva. Nemmeno negativa, però: resta un antefatto interessante e piuttosto originale. In sintesi m’ha incuriosito, ma ho faticato ad apprezzarla.
Poi, da un capitolo all’altro, veniamo sputati nel mondo di Lenth, che ricalca a grandi linee (con le sue originalità) i classici mondi fantasy: ha un’impronta medievale, è presente una certa dose di magia e perfino alcuni dei. L’accento sulla spiritualità dei personaggi e sulle pratiche religiose diviene subito il cardine attorno al quale l’azione si muove. M’è piaciuto, ma inizio a essere difficile di gusti anche su questo fronte, a causa o grazie alla lettura dei Malazan Book of the Fallen – in cui la religiosità e la spiritualità vengono approfonditi in modo esemplare. (Steven Erikson è il mio nuovo metro di paragone, cioè è il 9 nel voto finale.)
Nonostante le mie altre esperienze di lettura, questa parte del romanzo a me è piaciuta nella sua linearità: equilibrata, affronta con un certo rigore la vicenda, anche se a tratti i (nuovi) personaggi continuano ad avere problemi di spessore (la caratterizzazione è migliore che nella prima parte, ma alcuni personaggi si fatica a ricordarli e con il girare delle pagine rischiano di diventare dei semplici nomi con un obiettivo tra parentesi, anziché ricordare al lettore una persona – cosa che invece dovrebbe avvenire). In ogni caso, l’autore è riuscito a rendere credibile la realtà dei paesi (dediti a specifici ordini e, quindi, adoranti singoli dei), in pratica costituita da villaggi isolati e popolati da “timorati di Dio” – mi si passi il termine, essendo le divinità di concezione pagana. Almeno, questo è ciò che io ho immaginato.
A proposito di immaginazione, passo a quella che considero la parte che prometteva di più e ha mantenuto di meno. La “terza parte”, quella che porta i personaggi fuori dalle realtà dei villaggi, nel mondo che non conoscono e che temono, aveva tutto il potenziale per dare al me-lettore grandi soddisfazioni. Purtroppo, e me ne sono reso conto quasi subito, il narratore s’è perso, nonostante fino a quel momento avesse dato prova di lucidità. La narrazione si fa sincopata, perde ritmo; diventa semplicemente veloce... il che non è la stessa cosa di scorrevole.
Vado a capo e affronto un punto spinoso: le descrizioni (ovvero sia la comunicazione, la rappresentazione dell’ambientazione).
Dove sono le descrizioni?
Abbiamo di fronte un intero, nuovo mondo, ma non c’è dato modo di vederlo (se non raramente e con sguardi fugaci, superficiali). Ho dovuto letteralmente resistere alla frustrazione di non sapere dove si svolgesse l’azione, ottenendo informazioni insufficienti. In linea di massima ritengo questa mancanza oggettiva (potrei sbagliarmi, ma vi ho pensato a lungo). Ora, la cosa m’era già successa con Licia Troisi, leggendo il suo romanzo d’esordio (anche se in quel caso la sensazione di spaesamento era maggiore, perché le pecche della narrazione erano molte, non soltanto descrittive).
Mi s’intenda: quanto sto dicendo non è un particolare tecnico irrilevante, da “specialisti” del genere. È una mancanza grave. Qualcuno potrebbe spiegare agli editor che non esiste fantasy se non esiste il sense of wonder? Traduciamolo: il senso del meraviglioso – che non è il gusto per il bizzarro, né l’incaponirsi a elencare migliaia di dettagli paesaggistici, soffocando il ritmo della narrazione. Il sense of wonder è semplicemente il sano gusto dell’esploratore, intimamente legato alla curiosità e alla voglia di scoprire “il nuovo”. E che senso ha creare un nuovo mondo, mi chiedo io, se poi non lo si mostra al lettore?
Un nuovo mondo, se è il luogo in cui si svolge la storia, è la prima cosa che il lettore vuole conoscere, prima ancora di sapere cosa succederà. L’ambientazione è una premessa e un contorno, cioè non può essere più importante dei personaggi e della storia. Ma resta una premessa doverosa e un contorno fondamentale, almeno per quanto riguarda il Fantasy.
Ciò detto, non me la sento di puntare il dito contro Luca Centi. Anche perché il romanzo è bizzarro: dimostra capacità “per parti”, come ho già accennato. La cosa non ha senso, il che mi fa pensare a una sola possibilità che causi questo strano effetto “quattro mani e due teste”. Ho la netta, spiacevolissima impressione che quando si comincia a parlare di ragazzi, degli young adults, gli editor e gli editori siano ossessionati dalla fruibilità dei contenuti, anziché perseguire la necessaria sintesi. E la ricerca del semplice scade nel semplicistico.
Capiamoci: scrivere bene non è tagliare per avere di meno, ma mettere tutto ciò che serve sintetizzando.
La mia impressione è che certi stacchi siano tagli bell’e buoni. Sono incappato in scalini fin troppo evidenti tra un paragrafo e l’altro: era impossibile non inciampare. Sta di fatto che nella parte centrale del romanzo la qualità narrativa è scesa sotto la sufficienza, in controtendenza rispetto al resto del romanzo (primo motivo che mi fa pensare non sia l’autore la causa di questo calo). Purtroppo, va detto, questa “terza parte” è la parte più lunga del romanzo e pesa sul giudizio finale (nota: sono io che suddivido così il romanzo).
Tutto ciò per dire: «Che peccato!» L’ambientazione è studiata, lo si capisce dal modo in cui danno risposte i personaggi che possono dare risposte (eh?). Tutto combacia, almeno ai miei occhi (senza star lì ad analizzare il capello, cioè). E far combaciare i dettagli prova l’impegno di Luca Centi nel costruire una storia attorno a un’ambientazione di spessore. Nelle poche concessioni descrittive, infatti, si percepisce che l’autore ne ha una visione chiara (il che non è scontato, come non è scontato che riesca a trasferire questa chiarezza nel testo, vero). Da qui ulteriori sospetti: è vero che si idea dieci per inserire due, tre, al massimo quattro nel testo del proprio romanzo. Ma inserire zero virgola cinque sembra una scelta imposta dall’alto. Se così non è, e io mi sbaglio, Luca Centi non ama a sufficienza il mondo che ha creato... E questo sarebbe un brutto campanello d’allarme.
L’ultima parte m’ha risollevato il morale e, in un certo senso, m’ha anche confermato che qualcosa dev’essere successo nella parte centrale: gli ultimi tre capitoli sono ottimi, i migliori del romanzo a mio avviso. Sono ciò che sarebbe dovuto essere tutto il resto: dicono in modo sintetico, ma senza dare la sensazione al lettore di una certa fretta espositiva, senza lasciarlo in preda alla confusione e lasciandogli godere l’intreccio al giusto ritmo, circondato e coccolato dai particolari necessari, girando attorno a pochi personaggi ben delineati e credibili.
Certo, è difficile che un’opera d’esordio sia equilibrata in ogni sua parte. Questo, però, non può essere un pensiero che condiziona il giudizio finale: se il romanzo è in libreria e si spendono soldi per comprarlo – come per tutti gli altri romanzi, s’intenda –, il lettore non può che giudicare ciò che legge. Non si può pensare all’autore, agli editor che hanno dei target, a un’opera d’esordio o alla tendenza del mercato. Si legge e basta.
Il romanzo di Luca Centi è un buon esordio, originale nel modo di porsi. Vi sono però alcune pesanti pecche tecniche, che risaltano ancora più quando ci si rende conto che l’autore sa scrivere in modo scorrevole, piacevole e non banale. L’autore ha un buon stile. Peccato che il buon stile deve poi piegarsi a raccontare in modo appropriato tutto ciò che dev’essere raccontato, evitando che il lettore si perda tra le parole e... perda interesse.
Voto 5
La parte centrale mi ha davvero irritato (stavo per abbandonare la lettura): non era onesta col lettore, giocava con lui come fa il gatto con il topo e questo, si sia ragazzi o adulti, non è giusto. Poi, l’impressione è che ci sia lo zampino di qualcuno “esterno”, ma non conta: non posso che dare un’insufficienza al romanzo.
Nel contempo dico a chiare lettere che, secondo me, Luca Centi ha tutte le carte in regola per riuscire laddove molti in Italia e all’Estero hanno fallito: scrivere un fantasy originale rivisitando (in questo il prosieguo della trilogia avrà qualcosa da dire, ne sono certo). Escludendo le questioni tecniche, Il silenzio di Lenth è già un esordio di valore.
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