Il
Secretum procede. In questi giorni sono particolarmente impegnato, perché sono entrato nell'ultima decina di capitoli. Cioè, sono nel bel mezzo dell'ultimo terzo del romanzo. E mi sono imposto una dead-line: il 4 novembre per la fine della prima stesura. Non se ne può più: devo superare una prima stesura, altrimenti impazzisco! o_O È dal 2004 che non ultimo una prima stesura e quasi non ricordo le sensazioni che si provano, tutte molto piacevoli.
La conseguenza è che le mie energie e considerazioni sulla scrittura, in questi giorni, girano attorno al progetto e soltanto a quello.
La faccenda è complessa. Dipende dalle mie solite manie di grandezza. Scrivere una trilogia che inaugura una serie di diciassette libri, non importa se morirò prima. Uccidere il D&D senza pietà e usare Nani, Elfi, Uomini e ficcarli in una rocca infestata da mostri per riuscirvi, sfidando lo sfidante (io) a fallire. Scrivere un romanzo fantastico che ruota attorno alla fede nella realtà e al suo essere incomprensibile... Cose di questo tipo, insomma.
Ho deciso di entrare a piedi pari in un genere che non avevo mai affrontato. Già questo era abbastanza per suggerire prudenza. Ma non mi sono voluto limitare: non sia mai, osare è uno dei capisaldi del romanziere. Così ho voluto scrivere una storia utilizzando più registri stilistici (non del tutto difformi tra loro, sia chiaro). Ce ne sono almeno due ben distinguibili tra loro, diciamo...
per atteggiamento e conseguente modo di costruire le frasi e i ragionamenti. E questa era l'intenzione iniziale. A mio avviso ce n'è anche un terzo - conseguenza della mia rielaborazione della vicenda, mentre sviluppavo i "cattivi", ma è mescolato a tutto il resto e non emerge di frequente. E anche questa impostazione iniziale "a più registri" non l'avevo mai affrontata prima d'ora. Naturalmente la fa da padrone il mio consueto modo di scrivere, anche se l'ambiente in cui mi muovo, il Pianeta Terra, ha sicuramente influenzato ciò che scrivo. Lo stile narrativo utilizzato principalmente nel
Secretum non può essere come quello de
La Rocca dei Silenzi, e perché sono trascorsi cinque anni da allora, e perché non è Fantasy - anche se il Fantastico aiuta nel passaggio.
Mi fossi limitato a questo, forse non sarei così duramente impegnato a procedere con concentrazione assoluta.
C'è molto di più nelle pagine che sto scrivendo, ma non voglio dire in questa sede, non prima che il progetto sia concluso, abbia trovato un editore, sia andato in stampa e un po' di lettori l'abbiano letto. Chiamatela scaramanzia, chiamatela paura, il risultato non cambia: non so se sono all'altezza. E preferisco andarci coi piedi di piombo. Il compito di uno scrittore è impegnarsi a fondo nel presente, limitandosi a sognare un futuro buono per ciò che sta facendo, ma di quando in quando. Tutto il resto non è alla sua portata.
Il fatto che io sia qui a parlare del
Secretum potrebbe sembrare una contraddizione, dunque. Non lo è per un semplice fatto: scrivervi del processo in corso mi permette di analizzare la faccenda nel modo che so fare meglio, scrivendo.
Un po' di dati.
All'incirca 35 capitoli (forse ne aggiungerò due, forse tre; valuterò se servono a dare una visione più rotonda della vicenda, ma a prima stesura ultimata, di modo che possa valutarne l'impatto sull'impianto globale). Sto attualmente scrivendo il ventottesimo. Le pagine scritte finora, suppergiù, sono 450. Credevo sarebbe stato un romanzo più breve (forse l'ho pure dichiarato in qualche mia considerazione - se così è, credo dipenda dal fatto che i primi capitoli sono più brevi, in media di 4/6 pagine).
Vi assicuro che ho condensato molto (ma i primi capitoli vanno riveduti con
ferocia: ho già individuato un punto debole e dovrò essere spietato per trasformarlo in punto di forza - o alla peggio "neutro"), non limitandomi ad affrontare soltanto "eventi" necessari, ma anche e soprattutto la scrittura stessa, studiando con attenzione ogni paragrafo del narratore, fosse esso una descrizione o un passaggio d'azione o la riflessione di un personaggio (ho sempre creato personaggi che si pongono molte domande ed è una cosa che mi piace, un'inclinazione naturale - molto diffusa, anche se non sembra, perché la maggior parte delle persone le domande le fa soltanto a se stessa. Poi, ogni volta che prendo in mano "Le sette gemme" - non lo faccio da molto tempo, lo confesso -, mi dico: "Sì, Andrea, ma c'è un limite alle domande che un lettore può sopportare..."). Per i dialoghi il lavoro da fare è diverso, ma punta anch'esso alla densità.
Tutto ciò è una banalità ai miei occhi, anche se non è banale farlo. Questo condensare in fase di prima stesura è soltanto il primo passo: è la revisione il momento migliore per condensare. Come già detto in passato, però, migliore è la prima stesura, migliore potrebbe essere la versione definitiva del romanzo.
I personaggi sono tanti. Questa è una cosa che non è cambiata in me fin dall'inizio: più personaggi, più divertimento. Se sono pochi, il romanzo mi annoia (scriverlo intendo). Credo dipenda dal fatto che non sono capace di reggere
bene una storia con un unico protagonista. Già due è meglio. Tre? Ancora meglio. Se poi sono oltre venti, come nel
Secretum, che divertente! Ovvio, non tutti hanno lo stesso peso. Ed è proprio questo il bello, a mio avviso. Pesanti pesanti? Direi tre oppure sei. Ma diciamo tre, volendo ridurre all'osso. Più un "fuori programma", il cui peso può variare da meno infinito e più infinito (questa è un'altra di quelle cose ambiziose che mi fanno dubitare di essere all'altezza dell'idea di partenza).
Oggi riflettevo a cosa dovrebbe essere la scrittura contemporanea, per essere nel contempo di valore e scorrevole. Cioè, cos'è la scrittura contemporanea? (Quella che non ha valore non è scrittura: sono marchette.) Cosa c'è di buono nell'arrivare ai lettori, che in Italia sappiamo essere pochi? Insomma, mi chiedevo quale fosse il valore della scrittura commerciale, popolare, quella che arriva alla massa, anziché star sempre lì ad analizzare i suoi tremendi, evidenti difetti. Credo che uno dei segreti sia, per l'appunto, quello di condensare e aggiungere ricchezza allo stesso tempo. Esistono esempi di narrativa che conquista "masse" ed è di valore.
Ciò che io amo del Fantasy, e in particolare di Steven Erikson, è la ricchezza dei contenuti, che mi porta a leggere tomi di dimensioni ben superiori rispetto a quelli dell'ordinaria narrativa e senza guardare con timore al tempo che mi ci vorrà. Siamo bombardati da romanzi poveri, scritti da scrittori poveri, che non gratificano il lettore, che non lo sfidano e sfruttano le sue debolezze: non ha tanta voglia di leggere, quindi semplificano; non ha tanta voglia di pensare perché è stressato, quindi banalizzano; non ha tanta voglia d'informarsi, quindi si abbandonano all'incuria. E così via.
Il problema sta tutto qui, per il me lettore. Mi (ci) prendono per il culo. Immagino che anche i miei romanzi abbiano dato questa impressione a qualcuno. Be', non so che dire. Non c'era l'intenzione, sul serio. Quindi, sapendo come la si vive da questa parte - l'impegno non basta, ci vuole anche l'esperienza, perché l'inesperienza ti porta a commettere errori che ricadono sui lettori e quelli reagiscono di diritto - penso che ci sia più buonafede di quanto si veda in circolazione, ma che purtroppo i semi della buonafede non cadono tutti nella terra fertile - immagine presa a prestito dalla Bibbia.
Insomma, ragazzi, un romanzo non può avere 600 pagine ed essere lento: diventa un'agonia. Ma per una scrittura lenta (voluta o meno poco importa) sono troppe anche 450 pagine, penso io. Ce ne vorrebbero 300 e non una di più. L'unico modo per permettersi simili quantità di pagine (450, 600, 1000!) è condensare il più possibile e arrivare a una "media di condensazione" accettabile (passatemi l'espressione tra virgolette). E non si farà mai abbastanza, ma bisogna dare il massimo per ottenere il massimo possibile da se stessi. L'unico modo è pensare a condensare durante l'intero processo: dall'ideazione, passando attraverso la prima stesura, all'ultima revisione.
Mi spiego. È fisiologico che i capitoli iniziali di un romanzo siano introduttivi e, quindi, più analitici. L'analiticità porta a un ritmo più lento, ma è fondamentale che il lettore capisca. Bisogna essere prudenti, tagliare il tagliabile, e tentare di movimentare l'analisi con qualcosa. In compenso, è altrettanto fisiologico che i capitoli finali abbiano un ritmo narrativo sostenuto, se il romanzo punta sulla suspense e sull'azione. Ebbene, tra inizio più lento e finale più veloce, la media dev'essere accettabile.
Ma non basta. Un romanzo non è scorrevole soltanto quando la scrittura è densa. O, meglio, "denso" non significa soltanto sintetizzare, ma anche arricchire. Esistono molti modi pratici per arricchire un testo: variare il punto di vista, far incontrare i personaggi con storie diverse e caratteri in contrasto e così via. Trucchetti, ma niente di grave: tutte cose che chiunque dotato di una buona esperienza di lettura ha imparato a riconoscere e apprezzare per quello che sono, senza dargli troppo peso. Eppure arricchire è anche qualcos'altro: è giocare con il lettore, apertamente, tirarlo da una parte, poi girarlo facendogli tenere gli occhi chiusi, nascondersi e poi saltar fuori all'improvviso. La scrittura è un gioco a due ed è necessario divertirsi. E il divertimento, quando si legge un romanzo, è costituito da un insieme di esperienze sensoriali: immaginazione, ironia, riflessione, stupore, riconoscimento, amarezza, esaltazione, immedesimazione, tristezza, emozione... Queste e altre cose, nell'ordine che volete e non forzatamente tutte allo stesso tempo. Ma più te ne fa vivere un romanzo, più alla fine della lettura ti sentirai colmo, piacevolmente colmo. Sentirai che la lettura è valsa il tuo tempo.
Qual è il nocciolo? Be', il nocciolo è che non capisco come mai abbandono così spesso i romanzi negli ultimi tempi. Com'è possibile che mi annoio a tal punto? Ho pensato che la lettura non sia più di mio interesse. Ma non è così. Non è possibile che io sia arrivato al VII libro di una saga ingarbugliatissima composta da tomi di 1000 pagine. Se mi descrivessero un lettore così, penserei che non è una persona a cui non piace leggere - forse penserei che si è fissato, ma lasciamo perdere. E allora, qual è il problema con i romanzi di oggi? La butto lì: sono scritti male, non in senso stilistico (non sono nessuno per dirlo), ma in senso
creativo (sono un lettore e questo mi autorizza a dirlo - come scrittore devo ancora dimostrare molto a me stesso, prima di sentirmi "fuori dalla massa" degli autori che annoiano).
Perché, protesto io, perché sono
così diffusi romanzi che già a pagina 50 denunciano una piattezza d'intenzioni imbarazzante! Sembra che gli scrittori si siano dimenticati che per dilettare un lettore non basta disseminare colpi di scena lungo la trama. Ci vuole inventiva! Inventiva
stilistica, dato che la lingua è un gioco: perché inscatolarla in qualcosa di regolare, cadenzato come una nenia? La lingua è anarchia! Inventiva
comunicativa, dato che si può dire la stessa cosa in mille modi differenti: e allora perché limitarsi a un modo solo, standardizzato. (Ad esempio, a me non importa un fico secco che la "terza persona soggettiva" è quella che va per la maggiore, come se una tendenza implica che non esistano altre cose all'infuori della tendenza stessa. Sembra quasi che le librerie siano diventati "supermercati di tendenza", ove per tendenza s'intende "omologazione", cosa che uccide l'Arte tutta, in qualsiasi campo). Perché limitarsi, dico io!
Ci sono romanzi che sono nati per essere raccontati in modo uniforme, perché l'uniformità giova alla storia che raccontano. E l'abilità dello scrittore sta nel saperla individuare e mantenersi coerente durante tutto l'arco della narrazione. E ci sono romanzi che sono nati per essere un po' biricchini, perché il troppo stroppia (tutti quelli che superano le 300 pagine). Ecco, il
Secretum è biricchino. Non so quanto, ma spero a sufficienza per diventare una lettura piacevole.
Torno al lavoro.
Etichette: Mie opere, Scrittura, Steven Erikson