05 gennaio 2010

La revisione del Secretum

In questi giorni la revisione mi rivela un'altra volta la sua magia. Ormai non posso che rassegnarmi all'idea che prima stesura e revisione mi piacciono entrambe molto. E io che avevo sempre pensato che la prima stesura fosse la regina incontrastata!

La revisione ha un dono: ti mostra i primi anni di vita della tua creatura in modo accelerato, ma godibile. Se la prima stesura è il parto, la revisione è il bambino. E mettersi lì a educarlo, mentre lui ti stupisce in mille modi e ti fa riflettere, è una sensazione meravigliosa. Dà un senso alla sofferenza del parto.

Il Secretum cresce, di sudore parlando. (La fase del sangue è successiva e riguarda l'eventuale editing! :) Mostra le sue debolezze e io cerco di rafforzarlo. Sta cominciando a fare i suoi primi passetti ben saldi. Come tutti i bimbi è stancante, ma è in primo luogo una gioia.

Sto scoprendo nuovi modi di educare il bambino. Più severi, perché c'è più amore.

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07 dicembre 2009

Il Secretum: fine della prima stesura.

Ho finito la prima stesura del Secretum.
In tutta sincerità, non credo di essermene ancora reso conto. Oltre ad aver impiegato quasi un anno per completarla, va aggiunto il non trascurabile fatto che erano cinque anni che non ultimavo alcun romanzo. Certo, manca la revisione, ma è una mera questione di abnegazione: non si lascia nulla al caso, è stancante, ma la si attua su qualcosa di già esistente. Non si crea un bel nulla. E questi sono momenti in cui non aver nulla da creare è una soddisfazione! (Qualcuno di voi ricorda il pozzo di Ursula K. Le Guin, cui lo scrittore attinge?)
Per come ho vissuto la scrittura dall'uscita de La Rocca dei Silenzi a oggi, io so che questo era il passo fondamentale da compiere. Qui dovevo arrivare e non avrei mai creduto che si sarebbe rivelato un compito così arduo.

Insomma, ho mosso quel benedetto passo in avanti.
Cosa sia il Secretum, oltre a come sia, proprio non lo so. È certo un testo molto complesso, che spero arriverà in mano ai lettori il prima possibile e senza sembrarlo. La storia deve filare via liscia, senza nodi a bloccare il pettine. Ora non ho una visione precisa del testo, devo essere sincero. Troppo faticoso scriverlo, troppo lungo. Ci sono capitoli scritti dieci mesi fa, tanto per parlare chiaro. Li ho riletti, più volte, ma è una cosa ben diversa leggere da cima a fondo un proprio manoscritto sgravati dal peso di doverlo ancora continuare e ultimare. Ora affronterò le (poche) note lasciate lungo il testo, risolvendo alcuni problemi minori, e poi comincerò la revisione. Sì, a caldo. Nessuna decantazione: sono rimasto per troppi anni al freddo e mi tengo stretta addosso questa coperta.

Qualche numero finale.
35 capitoli.
Secondo i miei calcoli, 643 pagine (testo formattato come La Rocca dei Silenzi).

Non parlo più di tempi, sono diventato saggio!
Ma, insomma, entro l'inizio del 2010 partirò con l'assalto alla diligenza, sperando di trovarvi un grosso bottino.

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05 dicembre 2009

La riscrittura del Primo Ciclo Minore

In questi giorni, complice l'ennesima buona recensione della mia opera d'esordio, ho riflettuto su come potrei agevolarmi il compito di continuare La Triade, ovvero sia la saga a cui la mia trilogia d'esordio, il Primo Ciclo Minore, appartiene.

È una questione che mi frulla in testa da anni, come un tarlo. Ogni volta ne esco sfibrato e sfiduciato, con un "non lo farò mai". Il massimo che ho ottenuto, rigirandomi i Libri tra le mani, è stata l'idea di fregarmene e scrivere la seconda trilogia a partire da quel che ho fatto. Ma l'idea è poi pian piano appassita, perché davvero il progetto ne uscirebbe debole: una trilogia che fa scuotere la testa, in cui gli stessi tre romanzi sono molto diversi tra loro per maturità, e subito dopo un ennesimo salto in avanti, con inclusa sensibile evoluzione stilistica rispetto al passato. Non ci siamo. L'unica strada è riscrivere tutto da capo, uniformarlo e procedere a lavoro ultimato.
Ma questa riflessione, che sempre mi ha reso apatico, costringendomi a girare la testa, evitando di guardare negli occhi la mia prima creatura, ha infine portato a una soluzione che mi pare, forse e per ora, accettabile.

La tecnologia aiuta gli artisti. In particolare, il binomio iPhone e DocumentsToGo, mi permetteranno di agevolarmi la riscrittura del Primo Ciclo Minore, ovvero sia di affrontarne il primo passo: la sua rilettura integrale.
Ho deciso di segnare quanto segue durante la rilettura (per ora):
1. I punti fondamentali, ovvero ciò che deve esserci, scena per scena.
2. I brani buoni, che posso copiare e incollare nella nuova versione e rivederli, anziché riscriverli.
3. Le frasi da riportare papali papali, per coccolarmi: ce ne sono molte che tuttora mi emozionano. E non le voglio perdere con la riscrittura.
4. La valutazione del punto di vista, scena per scena.

A proposito dell'ultimo punto, il mio ragionamento verte su alcune convinzioni precise.
Non amo - e non mi conformo - le decisioni tecniche prese dal mercato invece che dall'autore. Il fatto che la maggior parte della narrativa fantasy sia scritta in terza persona soggettiva non m'interessa. Non è detto che il narratore onnisciente, tanto criticato e abbandonato (quasi che fosse un vecchio sul letto di morte, unto dal religioso di turno), sia meno efficace della terza persona soggettiva. È vero che quest'ultima permette una maggiore immedesimazione, ma esistono storie che vanno raccontate con la pancia e altre con un distacco che agevoli la riflessione. Nel caso de La Triade ho intenzione di operare nel senso di una sua "attualizzazione", il che prevede un approccio più vicino allo scrittore che è Andrea D'Angelo oggi (non sto parlando, cioè, di una marchetta nei confronti dei lettori, ma di aiutarmi a rendere possibile una maggior omogeneità tra il Primo Ciclo Minore e quello che sarà il Secondo).
Oggi scrivo spesso in terza persona soggettiva, ma non soltanto. Uso anche una sorta di narratore onnisciente, anche se nella stragrande maggioranza dei casi privo di poteri telepatici: niente pensieri dei personaggi (quello che io chiamo "narratore cinematografico"). La mia trilogia d'esordio, invece, utilizza in modo esteso un narratore onnisciente duro e puro, per così dire, con tanto di poteri telepatici. Ebbene, per attualizzare la trilogia e non scartare a priori la possibilità di utilizzare ancora lo stesso tipo di narratore, all'occorrenza e per convenienza del racconto stesso, ho escogitato uno stratagemma narrativo che amo già prima di mettermi a riscrivere.
Ci sarà di tutto un po', insomma. E no, non credo proprio che ciò creerà confusione. Semmai una maggior varietà di approcci alla storia. Troppo complesso o dispersivo per i nuovi lettori di Fantasy? Affari loro.

Questo tipo di rilettura dovrebbe portarmi a una riscrittura molto più rapida e organizzata, oltreché permettermi di analizzare nel dettaglio ogni singolo aspetto della vicenda. La quantità di dettagli è tale che dovrò escogitare un modo per aiutarmi ad aiutarmi, ma so già come fare (da buon informatico... ;).
Infine, ed ecco l'importanza di iPhone e software annesso, potrò approfittare di qualsiasi quarto d'ora libero per lavorarci, spalmando nel tempo un lavoro che da solo mi costerebbe mesi. In aggiunta, rileggere con calma, mentre lavoro ai nuovi romanzi, mi darà due vantaggi: il primo, fondamentale, è soffocare l'idea di essere fermo al passato (e concentrare tale sensazione durante la sola riscrittura, che di contro mi darà anche le sue belle soddisfazioni); il secondo, importantissimo, è avere il tempo per ponderare le scelte fatte con calma ed eventualmente migliorare ciò che può essere migliorato.

Insomma, questo è il mio piano per quanto riguarda La Triade.
Ah, dimenticavo. L'obiettivo finale è meno ambizioso di quanto mi ripromisi al tempo: scrivere e pubblicare l'Ennalogia, ovvero sia i primi nove Libri, che sono suddivisi in tre trilogie - Cicli Minori. Riuscissi ad arrivare anche soltanto alla fine del Libro Sesto sarei comunque soddisfatto, perché il Secondo Ciclo Minore rende giustizia al progetto, svelandone la complessità e permettendo all'enorme lavoro svolto con i primi tre Libri di emergere alla luce del sole.
Poi, certo, l'appetito può venire mangiando e l'impianto generale della saga, basato su 17 romanzi, resta. Ma parlo di un futuro remotissimo. Ciò che mi preme è trovare il modo di ridare un valore a tanto, tantissimo lavoro, che attualmente mi sembra essere finito tra le ortiche per svariati motivi.

Mentre sto scrivendo l'epilogo del Secretum, vi chiedo: che ne pensate?

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27 novembre 2009

Il Secretum e la fatica (fisica) della scrittura

Batto un colpo, da bravo fantasma.

Mancano due capitoli alla fine della prima stesura del Secretum. Vi avevo scritto che ne mancavano sette. Ebbene, i cinque scritti in questo periodo, alla fin fine sarebbero come nove o dieci, se si somma la quantità di pagine. Credo che anche questi ultimi due finiranno per essere più lunghi del previsto.
Ma, insomma, sono a due passi dalla fine della prima stesura.
Per ora non voglio dire altro, se non che mi si prospetta un periodo di revisione (a caldo) intensissimo, perché a inizio 2010 tornerò in Venezuela e sarebbe bello arrivarci già a buon punto - se non a revisione ultimata e romanzo dato in pasto al mio editore, di modo che lo valuti con tutta calma. La cosa migliore sarebbe lasciar decantare il testo un paio di mesi, ma la prima stesura si è prolungata a tal punto nel tempo che non accetto più pause di sorta.
Tutto ciò nonostante quest'anno mi abbia insegnato che, oramai, qualsiasi dead-line m'imponga, non riesco a rispettarla.

In questi giorni riflettevo su un'intervista che Fabio Fazio ha fatto di recente a Buticchi. Lo scrittore diceva che quasi nessuno pensa alla fatica fisica che fa lo scrittore. È vero, io stesso non ne ho mai parlato, pur avendola ben presente. Forse perché sembra stupido, rispetto a lavori davvero usuranti. Ci si sente sciocchi a parlare della fatica fisica dello scrittore. Tuttavia esiste, specie se una persona scrive con serietà, il che significa molte ore al giorno, ogni giorno o quasi.
Personalmente mi sono ben presto reso conto del fatto che la sedia era fondamentale e ne ho acquistata una non appena sono andato a vivere da solo, nove anni fa. Una bella sedia ergonomica da ufficio. Ma non è sufficiente. C'è la questione dell'altezza della tastiera e la conseguente posizione dei polsi. E c'è la questione della postura. Tutte cose che alla lunga logorano lo scrittore, rendendogli le ore di scrittura della giornata un lento stillicidio, con a fine giornata spalle, schiena e collo doloranti.
Ho lavorato anche in un magazzino, nei lontani anni novanta. Per due anni e mezzo, con spesso uno, due gradi sotto zero nel magazzino. E' vero, è logorante fare fatica fisica per otto ore lavorative, ma in linea di massima preferisco quel tipo di stanchezza fisica a quella che procura la scrittura (più che stanchi, si esce doloranti, rattrappiti, quasi nervosi e pronti a sfogarsi in qualche modo - fisico).
Quando si scrive, il corpo resta fermo e il nostro benessere dipende dalla posizione che riusciamo a mantenere nel tempo. Ma è quasi impossibile stare sempre belli ritti e non incurvarsi o piegarsi di lato o fare chissà quale altro movimento sbagliato mentre si scrive, specie se la scrittura è una prima stesura. Si è troppo concentrati sul testo, per riuscire a controllare il fisico. Forse la soluzione sarebbe la ginnastica isometrica, ma, ribadisco, la vedo dura pensare alla propria salute fisica mentre si sta scrivendo la prima stesura. Oltre tutto, va detto, bisogna guardare la faccenda in prospettiva: il logorio dello scrittore è dovuto alla continuità nel tempo. Non è che 8 ore di scrittura in un giorno lo consumino (anche se, provateci...), sono le 8 ore del lunedì, con le 8 ore del martedì, con le 8 ore dei giorni successivi... Dopo dieci giorni, emergono già i primi acciacchi, se non si fa attenzione.
A conferma di quanto suddetto, oltre due settimane fa mi sono preso una "bella" botta alla spalla destra, giocando a Ultimate. Come ognuno di voi avrà esperienza, quando ci si fa male in un punto, ci si rende conto di quanto si usa quella parte durante il giorno. Ebbene, ho avuto davvero serie difficoltà i primi giorni: scrivere era doloroso, oltreché faticoso. La spalla è stata una spina nel fianco, ma ho tentato di ignorarla. Il risultato è che ancora oggi mi fa un po' male, perché non sono stato assolutamente "a riposo". No, non ho tirato di boxe, ho scritto. E questo ha rallentato la "guarigione" (a 20 giorni di distanza non riesco ancora a dormire sul lato della spalla dolorante). Più dato di fatto di così...

Insomma, questo Secretum mi sta facendo sputare sangue! :)

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30 ottobre 2009

Ma non sarà che...

...il Fantasy per ragazzi non esiste? Non sarà proprio questo il tranello in cui sono caduti gli editori?
Voglio dire, quando io mi appassionai al genere - finendo per regalare un bel po' del denaro che ho guadagnato a librai, editori e autori - lessi il Tolkien de "Lo Hobbit" e de "Il Signore degli Anelli". Poi passai a Terry Brooks, che rinsaldò la mia passione. Romanzi per yound adults quelli? Decisamente no, per un pubblico adulto. Eppure ero nel pieno della "teen-age". (Tutto ciò accadde tra i tredici e i quindici anni.)

Un genio io? O, peggio, involute le nuove generazioni?
Non ci credo.
Ci sono un sacco di cose che ti vengono spacciate per verità, con la forza dell'evidenza. Ma l'evidenza a me fa sempre storcere il naso. Dietro qualcosa di evidente si nasconde sempre un tranello. La realtà, la vita, non è mai nera o bianca. L'idea netta, le certezze, sono veleno per la nostra mente. Non c'è altra vita intelligente nell'Universo, mi si diceva. Non riuscivo a crederci: sarebbe stato "uno spreco di spazio". Non esistono buoni scrittori di Fantasy in Italia, mi si diceva sempre. Non si trovano, è come cercare un ago in un pagliaio. E io non ci credevo, mi sembrava assurdo. Ora mi si vuole dire che i ragazzi vogliono romanzi-porcata, zeppi d'incongruenze, di inverosimiglianze, scritti male, lacunosi in molti modi, perché quello è ciò che gli piace leggere. Non ci credo.
Così mi siedo sulla riva del fiume e aspetto che passi il cadavere del mio nemico.
Chi è? A voi la risposta, ma sappiate che il suo volto è mutevole.

Ho sempre ritenuto che i miei Fantasy siano rivolti agli adulti. Ma mi rendo conto soltanto ora che il mio concetto di "adulto" è qualcosa di completamente difforme rispetto a ciò che si va blaterando in giro, specie quando penso ai lettori. "Adulto", per me, è anche il teenager che cerca profondità in un Fantasy e che, soprattutto e sicuramente senza la minima difficoltà, la riconosce nei "Fantasy adulti".
Trattare il prossimo come se fosse inferiore a te non porta mai a nulla di buono.

Sono fermamente convinto che "Il giorno dopo" sarà per tutti gli adulti italiani che sono appassionati di Fantasy, abbiano essi trenta, cinquanta o tredici anni. E sono sicuro che piacerà a molti di loro.
Non esistono vie segrete per arrivare al lettore: basta considerarlo intelligente e sensibile tanto quanto te.
L'unica via, sempre la solita, è guardare ai giovani come al nostro futuro. Comincio ad avere un'età in cui un teenager per me è il futuro: abbiamo vent'anni di differenza. Ho vissuto il doppio dei suoi anni. Eppure io mi rivolgo anche a lui, con i miei scritti, rifiutando nel contempo l'etichetta di "romanzo per ragazzi".
La constatazione non mi sorprende, in fondo, né mi fa cambiare modo di scrivere. Io sono io e devo a qualsiasi lettore sincerità.

Del resto, mi dico, chi più di uno scrittore deve amare il futuro?

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19 ottobre 2009

Il Secretum procede

Il Secretum procede. In questi giorni sono particolarmente impegnato, perché sono entrato nell'ultima decina di capitoli. Cioè, sono nel bel mezzo dell'ultimo terzo del romanzo. E mi sono imposto una dead-line: il 4 novembre per la fine della prima stesura. Non se ne può più: devo superare una prima stesura, altrimenti impazzisco! o_O È dal 2004 che non ultimo una prima stesura e quasi non ricordo le sensazioni che si provano, tutte molto piacevoli.
La conseguenza è che le mie energie e considerazioni sulla scrittura, in questi giorni, girano attorno al progetto e soltanto a quello.

La faccenda è complessa. Dipende dalle mie solite manie di grandezza. Scrivere una trilogia che inaugura una serie di diciassette libri, non importa se morirò prima. Uccidere il D&D senza pietà e usare Nani, Elfi, Uomini e ficcarli in una rocca infestata da mostri per riuscirvi, sfidando lo sfidante (io) a fallire. Scrivere un romanzo fantastico che ruota attorno alla fede nella realtà e al suo essere incomprensibile... Cose di questo tipo, insomma.
Ho deciso di entrare a piedi pari in un genere che non avevo mai affrontato. Già questo era abbastanza per suggerire prudenza. Ma non mi sono voluto limitare: non sia mai, osare è uno dei capisaldi del romanziere. Così ho voluto scrivere una storia utilizzando più registri stilistici (non del tutto difformi tra loro, sia chiaro). Ce ne sono almeno due ben distinguibili tra loro, diciamo... per atteggiamento e conseguente modo di costruire le frasi e i ragionamenti. E questa era l'intenzione iniziale. A mio avviso ce n'è anche un terzo - conseguenza della mia rielaborazione della vicenda, mentre sviluppavo i "cattivi", ma è mescolato a tutto il resto e non emerge di frequente. E anche questa impostazione iniziale "a più registri" non l'avevo mai affrontata prima d'ora. Naturalmente la fa da padrone il mio consueto modo di scrivere, anche se l'ambiente in cui mi muovo, il Pianeta Terra, ha sicuramente influenzato ciò che scrivo. Lo stile narrativo utilizzato principalmente nel Secretum non può essere come quello de La Rocca dei Silenzi, e perché sono trascorsi cinque anni da allora, e perché non è Fantasy - anche se il Fantastico aiuta nel passaggio.
Mi fossi limitato a questo, forse non sarei così duramente impegnato a procedere con concentrazione assoluta.
C'è molto di più nelle pagine che sto scrivendo, ma non voglio dire in questa sede, non prima che il progetto sia concluso, abbia trovato un editore, sia andato in stampa e un po' di lettori l'abbiano letto. Chiamatela scaramanzia, chiamatela paura, il risultato non cambia: non so se sono all'altezza. E preferisco andarci coi piedi di piombo. Il compito di uno scrittore è impegnarsi a fondo nel presente, limitandosi a sognare un futuro buono per ciò che sta facendo, ma di quando in quando. Tutto il resto non è alla sua portata.
Il fatto che io sia qui a parlare del Secretum potrebbe sembrare una contraddizione, dunque. Non lo è per un semplice fatto: scrivervi del processo in corso mi permette di analizzare la faccenda nel modo che so fare meglio, scrivendo.

Un po' di dati.
All'incirca 35 capitoli (forse ne aggiungerò due, forse tre; valuterò se servono a dare una visione più rotonda della vicenda, ma a prima stesura ultimata, di modo che possa valutarne l'impatto sull'impianto globale). Sto attualmente scrivendo il ventottesimo. Le pagine scritte finora, suppergiù, sono 450. Credevo sarebbe stato un romanzo più breve (forse l'ho pure dichiarato in qualche mia considerazione - se così è, credo dipenda dal fatto che i primi capitoli sono più brevi, in media di 4/6 pagine).
Vi assicuro che ho condensato molto (ma i primi capitoli vanno riveduti con ferocia: ho già individuato un punto debole e dovrò essere spietato per trasformarlo in punto di forza - o alla peggio "neutro"), non limitandomi ad affrontare soltanto "eventi" necessari, ma anche e soprattutto la scrittura stessa, studiando con attenzione ogni paragrafo del narratore, fosse esso una descrizione o un passaggio d'azione o la riflessione di un personaggio (ho sempre creato personaggi che si pongono molte domande ed è una cosa che mi piace, un'inclinazione naturale - molto diffusa, anche se non sembra, perché la maggior parte delle persone le domande le fa soltanto a se stessa. Poi, ogni volta che prendo in mano "Le sette gemme" - non lo faccio da molto tempo, lo confesso -, mi dico: "Sì, Andrea, ma c'è un limite alle domande che un lettore può sopportare..."). Per i dialoghi il lavoro da fare è diverso, ma punta anch'esso alla densità.
Tutto ciò è una banalità ai miei occhi, anche se non è banale farlo. Questo condensare in fase di prima stesura è soltanto il primo passo: è la revisione il momento migliore per condensare. Come già detto in passato, però, migliore è la prima stesura, migliore potrebbe essere la versione definitiva del romanzo.
I personaggi sono tanti. Questa è una cosa che non è cambiata in me fin dall'inizio: più personaggi, più divertimento. Se sono pochi, il romanzo mi annoia (scriverlo intendo). Credo dipenda dal fatto che non sono capace di reggere bene una storia con un unico protagonista. Già due è meglio. Tre? Ancora meglio. Se poi sono oltre venti, come nel Secretum, che divertente! Ovvio, non tutti hanno lo stesso peso. Ed è proprio questo il bello, a mio avviso. Pesanti pesanti? Direi tre oppure sei. Ma diciamo tre, volendo ridurre all'osso. Più un "fuori programma", il cui peso può variare da meno infinito e più infinito (questa è un'altra di quelle cose ambiziose che mi fanno dubitare di essere all'altezza dell'idea di partenza).

Oggi riflettevo a cosa dovrebbe essere la scrittura contemporanea, per essere nel contempo di valore e scorrevole. Cioè, cos'è la scrittura contemporanea? (Quella che non ha valore non è scrittura: sono marchette.) Cosa c'è di buono nell'arrivare ai lettori, che in Italia sappiamo essere pochi? Insomma, mi chiedevo quale fosse il valore della scrittura commerciale, popolare, quella che arriva alla massa, anziché star sempre lì ad analizzare i suoi tremendi, evidenti difetti. Credo che uno dei segreti sia, per l'appunto, quello di condensare e aggiungere ricchezza allo stesso tempo. Esistono esempi di narrativa che conquista "masse" ed è di valore.
Ciò che io amo del Fantasy, e in particolare di Steven Erikson, è la ricchezza dei contenuti, che mi porta a leggere tomi di dimensioni ben superiori rispetto a quelli dell'ordinaria narrativa e senza guardare con timore al tempo che mi ci vorrà. Siamo bombardati da romanzi poveri, scritti da scrittori poveri, che non gratificano il lettore, che non lo sfidano e sfruttano le sue debolezze: non ha tanta voglia di leggere, quindi semplificano; non ha tanta voglia di pensare perché è stressato, quindi banalizzano; non ha tanta voglia d'informarsi, quindi si abbandonano all'incuria. E così via.
Il problema sta tutto qui, per il me lettore. Mi (ci) prendono per il culo. Immagino che anche i miei romanzi abbiano dato questa impressione a qualcuno. Be', non so che dire. Non c'era l'intenzione, sul serio. Quindi, sapendo come la si vive da questa parte - l'impegno non basta, ci vuole anche l'esperienza, perché l'inesperienza ti porta a commettere errori che ricadono sui lettori e quelli reagiscono di diritto - penso che ci sia più buonafede di quanto si veda in circolazione, ma che purtroppo i semi della buonafede non cadono tutti nella terra fertile - immagine presa a prestito dalla Bibbia.
Insomma, ragazzi, un romanzo non può avere 600 pagine ed essere lento: diventa un'agonia. Ma per una scrittura lenta (voluta o meno poco importa) sono troppe anche 450 pagine, penso io. Ce ne vorrebbero 300 e non una di più. L'unico modo per permettersi simili quantità di pagine (450, 600, 1000!) è condensare il più possibile e arrivare a una "media di condensazione" accettabile (passatemi l'espressione tra virgolette). E non si farà mai abbastanza, ma bisogna dare il massimo per ottenere il massimo possibile da se stessi. L'unico modo è pensare a condensare durante l'intero processo: dall'ideazione, passando attraverso la prima stesura, all'ultima revisione.
Mi spiego. È fisiologico che i capitoli iniziali di un romanzo siano introduttivi e, quindi, più analitici. L'analiticità porta a un ritmo più lento, ma è fondamentale che il lettore capisca. Bisogna essere prudenti, tagliare il tagliabile, e tentare di movimentare l'analisi con qualcosa. In compenso, è altrettanto fisiologico che i capitoli finali abbiano un ritmo narrativo sostenuto, se il romanzo punta sulla suspense e sull'azione. Ebbene, tra inizio più lento e finale più veloce, la media dev'essere accettabile.
Ma non basta. Un romanzo non è scorrevole soltanto quando la scrittura è densa. O, meglio, "denso" non significa soltanto sintetizzare, ma anche arricchire. Esistono molti modi pratici per arricchire un testo: variare il punto di vista, far incontrare i personaggi con storie diverse e caratteri in contrasto e così via. Trucchetti, ma niente di grave: tutte cose che chiunque dotato di una buona esperienza di lettura ha imparato a riconoscere e apprezzare per quello che sono, senza dargli troppo peso. Eppure arricchire è anche qualcos'altro: è giocare con il lettore, apertamente, tirarlo da una parte, poi girarlo facendogli tenere gli occhi chiusi, nascondersi e poi saltar fuori all'improvviso. La scrittura è un gioco a due ed è necessario divertirsi. E il divertimento, quando si legge un romanzo, è costituito da un insieme di esperienze sensoriali: immaginazione, ironia, riflessione, stupore, riconoscimento, amarezza, esaltazione, immedesimazione, tristezza, emozione... Queste e altre cose, nell'ordine che volete e non forzatamente tutte allo stesso tempo. Ma più te ne fa vivere un romanzo, più alla fine della lettura ti sentirai colmo, piacevolmente colmo. Sentirai che la lettura è valsa il tuo tempo.
Qual è il nocciolo? Be', il nocciolo è che non capisco come mai abbandono così spesso i romanzi negli ultimi tempi. Com'è possibile che mi annoio a tal punto? Ho pensato che la lettura non sia più di mio interesse. Ma non è così. Non è possibile che io sia arrivato al VII libro di una saga ingarbugliatissima composta da tomi di 1000 pagine. Se mi descrivessero un lettore così, penserei che non è una persona a cui non piace leggere - forse penserei che si è fissato, ma lasciamo perdere. E allora, qual è il problema con i romanzi di oggi? La butto lì: sono scritti male, non in senso stilistico (non sono nessuno per dirlo), ma in senso creativo (sono un lettore e questo mi autorizza a dirlo - come scrittore devo ancora dimostrare molto a me stesso, prima di sentirmi "fuori dalla massa" degli autori che annoiano).
Perché, protesto io, perché sono così diffusi romanzi che già a pagina 50 denunciano una piattezza d'intenzioni imbarazzante! Sembra che gli scrittori si siano dimenticati che per dilettare un lettore non basta disseminare colpi di scena lungo la trama. Ci vuole inventiva! Inventiva stilistica, dato che la lingua è un gioco: perché inscatolarla in qualcosa di regolare, cadenzato come una nenia? La lingua è anarchia! Inventiva comunicativa, dato che si può dire la stessa cosa in mille modi differenti: e allora perché limitarsi a un modo solo, standardizzato. (Ad esempio, a me non importa un fico secco che la "terza persona soggettiva" è quella che va per la maggiore, come se una tendenza implica che non esistano altre cose all'infuori della tendenza stessa. Sembra quasi che le librerie siano diventati "supermercati di tendenza", ove per tendenza s'intende "omologazione", cosa che uccide l'Arte tutta, in qualsiasi campo). Perché limitarsi, dico io!
Ci sono romanzi che sono nati per essere raccontati in modo uniforme, perché l'uniformità giova alla storia che raccontano. E l'abilità dello scrittore sta nel saperla individuare e mantenersi coerente durante tutto l'arco della narrazione. E ci sono romanzi che sono nati per essere un po' biricchini, perché il troppo stroppia (tutti quelli che superano le 300 pagine). Ecco, il Secretum è biricchino. Non so quanto, ma spero a sufficienza per diventare una lettura piacevole.

Torno al lavoro.

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23 settembre 2009

Pazientate

Anzitutto sto scrivendo.
Il Secretum procede bene, anche se più lentamente di quanto vorrei. Ho superato la metà. 340 pagine scritte finora. 22 capitoli ultimati, ancora dai 13 ai 15 da scrivere. La storia fluisce senza grossi intoppi, ma è difficile da scrivere. E tanto ricca che perdercisi è un rischio in cui posso incappare a ogni angolo. Quindi, in sintesi, sono molto concentrato sul romanzo.

In seconda battuta, sto elaborando un pensiero che vorrei mettere per iscritto entro la settimana e su cui c'è molto da dire. Del resto m'ha colpito una discussione letta altrove: se vogliamo parlare di scrittura, prima dobbiamo parlare di lettura.
Datemi un po' di tempo. Poi mi ci rituffo.

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30 giugno 2009

Si dia inizio alle danze!

Ultimata la scaletta, rivisti tutti e quattordici i capitoli sinora scritti (ed era proprio il caso!), ho scritto alcune scene nuove per portarmi all'inizio del quindicesimo capitolo con il quadro completo della situazione. Ora ogni "fronte d'azione" è stato iniziato. Nulla è più in ombra, nonostante "le molte ombre della narrazione".

Cosa posso dire?
Il romanzo ha picchi notevoli. Ciò nonostante c'è una parte che va snellita, perché rischia di appesantire troppo la lettura. La revisione di questi giorni mi ha permesso di migliorarla, ma in revisione sarò spietato (quella di questi giorni era una revisione più attenta alle incongruenze interne - create dalla visione completa della storia, grazie alla scaletta - che alla prosa in sé).
In questi casi l'esperienza la fa da padrona. Senza esperienza, per poca che sia, non sarei riuscito a vedere con tanta chiarezza la possibile "zona d'ombra" del romanzo. Scrivendo, scrivendo tanto, ci si fa il callo e s'impara a conoscersi.
Oltre a questo, esistono le critiche dei lettori, nel loro complesso: danno spesso indicazioni di questo tipo, sottili ma profonde, che riguardano la tua scrittura molto più di sintassi e grammatica.
La critica a "La Rocca dei Silenzi" che più m'è rimasta impressa è quella relativa al "narratore soffocante", come qualcuno dotato di lucida immaginazione scrisse. Vidi ripetuto lo stesso concetto, mescolato a mille altre cose, in altre opinioni. E suonò il campanello d'allarme. "Questo è qualcosa su cui devi lavorare, Andrea", compresi. E così è, ci sto lavorando con impegno. Questo per dire che, quando una critica è fondata e viene portata alla conoscenza dell'autore con serietà, di solito resta aggrappata al suo animo, se davvero l'autore ama la scrittura e non, chessò, i suoi effetti collaterali (denaro, successo e amenità varie).
La "zona d'ombra" è dettata un po' dalla trama, va detto. Ma questo a me succede spesso e so come gestire i crescendo e i calando d'azione. Un po', però, da un mio difetto congenito: devo fare attenzione a non riversare la mia ponderosità sui personaggi, segandogli le gambe.
Mi spiego meglio. Nei miei romanzi c'è sempre stato un personaggio più riflessivo di altri e che, guarda caso, spesso vive esperienze "in solitaria", cioè senza l'appoggio (anche narrativo) di altri personaggi. Questo mi permette in primis di analizzare i fatti da un punto di vista calato nella storia - si spera non il punto di vista di un'idiota! :) -, in secundis, come conseguenza, di dare spessore alla trama, infittendola. Così facendo, però, rischio di lasciarmi andare a qualcosa che dall'introspezione del personaggio sconfina nell'autoreferenziale; ossia, in ciò che l'autore pensa. Non fate quelle facce orripilate! Ciò che l'autore pensa c'è sempre, in qualsiasi romanzo, ma molto dipende da come viene proposto. Ecco, qui il modo è sbagliato. Fortunatamente c'è un meccanismo d'allarme grazie al quale ora riconosco al più tardi alla seconda rilettura che ho "esagerato": di solito si affaccia la noia e mi fa cucù!
Sono noioso? No, a parte in alcuni frangenti, forse. Anzi, direi che le persone con me ridono spesso e volentieri. Ma questo perché non sono nella mia testa, che invece è un po' più intasata rispetto a ciò che di me si vede.
Ecco, intasare i pensieri di un personaggio, quando già si aggira da solo per alcuni capitoli, è uno di quegli errori che possono uccidere un romanzo. Ergo, spietatezza di revisione garantita.

Oggi sono in vena di riflessioni, anche perché sento che sono arrivato finalmente al punto di svolta di questo romanzo.
Che tipo di romanzo è? Lo chiedo più a me che a voi. Ma fatemi questa seduta psicanalitica in amicizia, suvvia. Non vi costa molto.
È un romanzo strano. Non capisco che forma abbia, né dove punti, in tutta sincerità. Ma è anche un romanzo ricco. Forse troppo ricco, e magari questo è il motivo per cui m'appare strano, non sappia che forma abbia, né dove punti. C'è tantissimo della vita e del mondo al suo interno. Così tanto che, come temo sin dall'inizio, forse è troppo ambizioso per le mie capacità. Ma, magari, sto semplicemente sentendo la fatica che mi costa scrivere un romanzo che non sia "fantasy", nonostante l'elemento fantastico. A tratti mi sento inadeguato, a tratti inesperto, a tratti troppo ignorante. Ma poi, come sempre, la scrittura mi conquista. Leggo un brano scritto due mesi prima e scopro che so scrivere come piace a me e allora mi si spalanca di fronte un mondo di possibilità.
Non mi resta che fare del mio meglio, ragazzi. La passione è ancora qui, forte e pulsante.
Come vedete non è che sappia darmi una risposta precisa su cosa sia questo romanzo. So quello che non è e quello che forse è.
Non è fantasy, non è banale, non è qualcosa di trito e ritrito (ma escludo l'originalità assoluta a priori, anche con cognizione di causa), non è qualcosa che io abbia mai letto (nemmeno lontanamente), non è una trilogia e nemmeno un tomo da 800 pagine, non è il mio pane, non è facile, non è lineare, non è abbastanza umile (nel senso che si dà le arie), ma non è aristocratico nonostante gli aristocratici (perché il popolo è il suo protagonista, inteso come individui del popolo), non è noioso (questa è una proiezione nel futuro, nell'attimo successivo all'ultimazione della revisione! :), non è quello che era prima del Sommo Consiglio, non è ancora quello che sarà, non è senza titolo (ma non ve lo dico).
Forse è fantastico, forse è (anche) commerciale, forse è abbastanza originale, forse è simile a qualcosa che io non ho letto, forse è un romanzo di meno di 400 pagine, forse è il mio dolce, forse è difficile, forse è un po' intricato, forse è poco umile (si dà le arie), forse è popolare nonostante gli aristocratici, forse è divertente (senza proiezione nel futuro questa volta), forse è meglio di ciò che spera il Sommo Consiglio, forse è già dotato di anima, forse il titolo è nell'elenco inserito nella mia homepage.

Frattanto, cullo "Il giorno dopo" con così tanto amore che esploderò prima di riuscire a rimetterci mano. Di Fantasy parlando, sono innamorato del mio ultimo pargolo in via di gestazione. E col tempo sta prendendo sempre più forma il successivo, che credo sarà un'altra impresa da titani. Ma sono felice dell'attuale sfida e me la pregusto.
Penso di aver riletto i suoi capitoli attorno alle dieci volte, ormai (sono ben oltre 400 pagine, per inciso). Riflettendovi molto nel contempo. Credo che in questo modo, al momento della ripresa, riuscirò a focalizzarmi sul suo enorme potenziale (parlando di senso). Sento che sarà una gioia per le mie dita, che fluirà dalla sua metà all'epilogo con una velocità travolgente.
Per il momento, però, riposa.

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10 giugno 2009

Il Secretum - Prologo

Gli effetti benefici della scaletta si fanno sentire subito.
Alle tre scene iniziali se n'è aggiunta una quarta, già scritta e con molto gusto. Le tre già esistenti, inoltre, hanno subito notevoli sconvolgimenti (una, in realtà, va riscritta daccapo, ma più avanti, quando avrà chiara una certa situazione "futura").
Il romanzo inizia così ad acquisire spessore e, soprattutto, un senso complessivo, che si respira fin dalle prime righe - cosa cui, sapete, io tengo molto.

Sono sorpreso dai personaggi che sono nati davanti ai miei occhi rapiti (e che, sono certo, cresceranno quasi fuori controllo nel prossimo futuro). Mai avrei pensato di viverne di così interessanti e sfaccettati, quando, tempo addietro, decisi di "ascoltare" un consiglio e di sviluppare maggiormente la parte che si oppone ai protagonisti: la sua definizione, via via più approfondita, si è arricchita nel tempo di alcuni personaggi inaspettati, che di fatto hanno cambiato sensibilmente la vicenda, specie nella sua parte centrale (l'epilogo non può che essere lo stesso immaginato in precedenza: è la meta che mi sono prefisso di raggiungere con questo romanzo).
In un certo senso il muovermi nella realtà - con una piccola, grande variante - mi ha donato spunti insperati. Se all'inizio disperavo di farla mia, in modo sentito, tanto quanto faccio miei i mondi che ideo per i romanzi Fantasy, ora mi rendo conto che, pian piano, con fatica ma inesorabilmente, la realtà si è fatta strada nella mia finzione, conquistandola. Sono certo che questo romanzo coinciderà con una notevole crescita dello scrittore Andrea. Già la mia percezione della narrazione è cambiata. Ma è una cosa su cui avrò modo, spero, di soffermarmi a romanzo dato alle stampe. Ne riparleremo!
Fatto: per "girare questo film" ho formato un "cast" davvero interessante.

Ora mi attende un'attenta revisione dei primi quattordici capitoli, già scritti. Vanno tutti rivisti a valle della scaletta stesa. Non solo, a valle anche dei profili dei personaggi, curati nei dettagli durante questo periodo di ideazione (più lungo del previsto, ma non ho speranza di spuntarla con gli impegni di questo periodo - che avevo sottovalutato, pensando che una festa "alternativa" ai canoni consueti aiutasse a snellire i preparativi. Nient'affatto: li ha complicati! Dovevo aspettarmelo, in fondo: se si vuole originalità e, soprattutto, un uso accorto dei propri soldi, bisogna "lavorare" di più. Non mi lagno, constato: il matrimonio, inteso come sacramento, si organizza una volta nella vita).
A fine revisione, che è in un certo senso seconda stesura, avrò la strada spianata per viaggiare leggero, cioè libero da dubbi d'ideazione.

Sono curioso di mettermi alla prova, questa volta. Ho visto quanto poco efficiente io sia se non lavoro con metodo. Ma è una questione di metodo o l'Andrea d'un tempo non c'è più e l'inefficienza è ormai una condizione permanente?

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03 giugno 2009

Il Secretum

Il Secretum è giunto, infine, al suo punto di svolta.
Ho terminato la scaletta, una volta di più in versione "modificata" rispetto al passato. Ne ho prodotte di diversi tipi e, sempre, la cosa viene in modo naturale. A seconda del romanzo che mi trovo ad affrontare, la scaletta muta forma. Cambia connotati. Le scalette si adattano, da sole, specie quando è chiaro lo scopo che ci si prefigge e quali saranno i vantaggi a lavoro ultimato. Non sempre, infatti, la scaletta è rivolta agli stessi aspetti di un romanzo, anche se restano elementi comuni che non si possono eliminare, pena l'inutilità della scaletta. (Questo è uno spunto: ho spesso affermato che "il metodo" dev'essere flessibile. Durante la stesura di una scaletta se ne capisce il perché nel concreto.)

La scaletta ha prodotto i risultati voluti. Anzi tutto ha fatto chiarezza. Poi, cosa non da poco, ha fatto emergere alcune gravi incongruenze. Non me ne sono stupido: finisce sempre così. La scaletta è una benedetta rompiscatole, che evidenzia tutti i tuoi limiti.
Infine, ed è la conseguenza della sua stesura che preferisco, ha suggerito visioni aggiuntive, accrescitive e migliorative, che si collocheranno armonicamente all'interno della vicenda.
Da qui, infatti, ripartirò dall'inizio, rivedendo nell'ottica complessiva ciò che è già stato scritto, in modo spesso miope.

Ora sono alle prese con una delle mie passioni. No, non la scrittura: National Geographic. Ma, certo, in funzione della scrittura. La vita, le passioni e i loro perché, irrompono nella scrittura. Se così non è, quella prodotta è carta straccia.
Torniamo al mio amato, amatissimo mensile. Sto sfogliando molti dei numeri che possiedo (tutti sarebbe eccessivo! È un'encicolpedia...). È necessario. Lo so, così la vostra curiosità aumenta. Non è voluto, ma l'idea mi fa sorridere.
Ebbene sì, il Secretum ha molto a che fare con National Geographic; ovvero, per come la vedo io, col mondo.
Un deciso salto a pié pari laterale, rispetto ai miei romanzi precedenti. Ma nemmeno tanto lontano dal sentiero battuto fino a oggi - per voi che avete letto i miei romanzi editi e che, ovviamente, solo quelli avete potuto leggere. Infatti c'è un quinto romanzo, inedito, che sta nel mezzo tra il pubblicato e il Secretum. Ecco perché il salto laterale non mi porta così distante, a ben riflettere.
Nelle prossime settimane percorrerò un sentiero parallelo, che porta allo stesso rifugio alpino, però. La meta, infatti, non può che essere la stessa di sempre: rileggere la realtà con i miei occhi, che si sforzano di guardare con umiltà lo stupefacente spettacolo della Vita.

Ora, il compito non sarà così facile. Una volta di più mi rendo conto di quanto ambizioso sia il mio intento, questa volta. Sarò all'altezza? Non lo so. Come si può sapere se si è all'altezza di un viaggio in territori sconosciuti, finché non lo si è affrontato e, tornati a casa, lo si "rilegge". Non si può... Non è umano.
Le tematiche sono importanti, anche se camuffate da una vicenda che sembra, in un certo senso, quotidiana e avventurosa nel contempo. Ma così m'è sempre piaciuto che fosse nei miei romanzi, affinché il senso emergesse pian piano, durante la lettura, e infine con prepotenza nel finale.

Intanto sono passato alla II fase, quella in cui capisco quale sia il "reale" senso che voglio dare a questo romanzo. Il virgolettato è semplice: a questo senso se n'è sempre aggiunto un altro, che invariabilmente scopro quando il romanzo è già in libreria da qualche mese. La riflessione a bocce ferme è d'altro tipo, è più alta (ignorando "il mondo là fuori", qualora si fosse capaci d'ignorarlo - a me, a periodi, viene spontaneo, per quanto riguarda la mia produzione). È quasi una riflessione sociologico-comportamentale su se stessi. Mi ritrovo, infatti, immancabilmente (quanti avverbi, oggi! ;) impelagato ad analizzarmi, come essere umano e scrittore. E, come per miracolo - un miracolo che si ripete -, scopro a una certa distanza dai fatti i perché più reconditi del mio scrivere. Una sorta di psicanalisi, se volete.
Il risultato è sempre sorprendete. Il suo messaggio, invariato nel tempo, è sempre lo stesso: "Scrivi. Scrivi ancora e non smettere, per conoscerti meglio e vivere appieno".

Dove mi porterà questo romanzo? A esplorare perché che non posso più attendere, se voglio crescere come autore. Non c'è altra via. La sfida che mi lanciai parecchi mesi or sono è giunta alle sue battute più drammatiche: resterò in piedi? Se sì, illeso o ferito? Questa volta non è all'arma bianca. C'è polvere da sparo, c'è digitale (attenti: il termine può fuorviare), c'è divino e c'è l'Uomo, per come lo conosciamo tutti noi.
Sarò capace di raccontare l'Uomo che tutti conoscono, anziché gli Uomini (de Il giorno dopo, ad esempio) che esistono soltanto nella mia mente, nel mio cuore e nella mia anima?
Ma, poi, c'è davvero differenza?

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23 aprile 2009

Niente da fare, dietrofront.

Tanto per darvi una cronaca quanto più onesta e puntuale sui miei sforzi, vi dirò che ho deciso di abbandonare definitivamente il metodo di andare a braccio. Niente scaletta, niente Andrea D'Angelo.
Un'ammissione di colpa? Un'ammissione di responsabilità. Non posso produrre narrativa costringendomi a voler calcare sentieri che sono d'altri. Mi sono formato in un modo. Quel modo funziona molto bene con me. Ma sono curioso, amo sperimentare, soprattutto quando si parla di scrittura. Forse, però, è ora di dare alla sperimentazione tecnica il giusto valore: s'inventi scrivendo, non ci si inventi la scrittura.

Il secretum, fermo al quattordicesimo capitolo (circa 200 pagine, Ndr ;), non procederà finché non avrò steso, controllato e ricontrollato la scaletta, fino all'ultima scena.
Questo mi darà la possibilità di comprendere la direzione. Sebbene la storia sia dentro di me, vi sono troppi particolari, troppa documentazione necessaria, troppi fili da sbrogliare per riuscirvi a ritmi accettabili. E, soprattutto, per riuscirvi senza che voi, quando leggerete, non vi accorgiate di niente (e vi riflettiate, spero, soltanto a storia finita).
Ciò compreso, l'unica via è la pianificazione. Almeno nel mio caso. Altrimenti non ce la posso fare. La mia scrittura si nutre di se stessa. Se devo continuamente interrompermi, perché devo documentarmi, perché mi sono ricordato di un particolare che devo annotare subito, perché mi sono accorto di un errore e devo correggerlo immediatamente, tornando a tre capitoli prima, se... Se continuo a procedere a singhiozzo, la mia scrittura suonerà singhiozzante, poco armonica. E, peggio ancora, così suonerà la storia, slegata, poco dinamica.

È più duro del previsto, questo romanzo. O forse è l'età...

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31 marzo 2009

Il giorno dopo il progetto segreto

Michele Giannone, bravo ragazzo che scrive bene, si è posto una domanda e me l'ha rivolta: «Non è che, finito il "progetto segreto", non vorrai/potrai più continuare Il giorno dopo

La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.

Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.

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25 marzo 2009

L'Italia e la mia vita

Quando sento una spinta a comunicare, è raro che vi rinunci. Un tempo, fino a 25 anni, ero un tipo piuttosto taciturno, con tutto ciò che ne consegue. Poi, la vita, ti cambia. E, se t'impunti, comincia a prenderti a schiaffi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.

Quest'anno mi sposo. È una cosa molto personale, che mi emoziona, perciò non mi piace scendere nei particolari. Basti sapere che la mia tenera metà è, in buona parte, artefice del cambiamento. Si dice che gli artisti abbiano sempre vicino una figura importante, che li sospinge e non soltanto sorregge. Nel mio caso è certamente vero.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)

Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.

Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Sarà che mi ritrovo a combattere quotidianamente con una cultura polarizzata, da un lato gli acculturati tromboni, dall'altra le scelte incomprensibili della massa. Ecco, ve lo confesso: io ho sempre tentato di elevarmi, col risultato di essermi sempre sentito diverso (cosa che, sono certo, capita quasi a tutti...). Ma so ciò che non voglio essere: un acculturato trombone. Acculturato mi sa che non lo sono - e questo credo sia un peccato. Trombone? Non lo so, fate voi.
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
No, basta. Grazie.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.

Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Quindi, perché voglio andarmene, alla fin fine? Perché gli italiani non si sentono popolo. Non lo sento io, non ci sentiamo così (altrimenti non si spiegherebbero troppe cose). Non sento l'affetto, non sento le emozioni del prossimo fluire verso di me, non sento che ci guardiamo con stima, ma con sospetto, con preconcetto, con astio (e non parlo del "flower power", sia chiaro). Mi è sempre mancato, in fondo. Non adesso, no. Da sempre. Ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, pur conoscendo belle persone. E tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, che fanno? Cammini per strada e ti senti solo, finché non incontri un amico. Ma a voi sembra normale? A me no. Quindi forse sono io che sono anormale.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.

Torno al secretum...

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24 marzo 2009

Sul primo trimestre 2009

Voglio rispondere direttamente con una nuova blog-considerazione ai vostri commenti a quella precedente. Andiamo per punti.

Pianificazione, non pianificazione. Sono uno scrittore che pianifica, ma che ama sperimentare, Michele. La verità è che tuttora mi sembra che la pianificazione, per il tipo di romanzi che scrivo io, sia la via migliore. Dato che negli ultimi tempi mi sono cimentato sia con un romanzo pedissequamente pianificato - Il giorno dopo -, sia con uno di cui ho soltanto il punto di partenza, il punto d'arrivo e parte dei personaggi - Il progetto segreto -, la mia affermazione è scritta con cognizione di causa (sempre e soltanto per ciò che concerne la mia scrittura; non pretendo di parlare per altri autori).
In sintesi, non mi sembra che l'invenzione del momento non si affacci quando scrivo un romanzo pianificato. Anzi! Ma forse dipende dal fatto che io ho soltanto alcuni "passaggi obbligati" per le singole scene, mentre tutto il resto può essere inventato sul momento (e così faccio). Insomma, il buon vecchio metodo descritto nella mia rubrica "Un nuovo mondo", che dovrei aggiornare in molte parti, rappresenta tuttora le fondamenta del mio scrivere.
Navigare a vista è più complesso e stancante che navigare con il satellite! (E, soprattutto, cosa che mi sta facendo riflettere e che forse mi farà cambiare metodo anche per questo "progetto segreto", impedisce un calcolo perlomeno approssimativo dei tempi di prima stesura: molto fastidioso, dato che a me piace gestire in modo efficiente il tempo e navigare a vista lo impedisce.)
A Nutza dico che, alla fin fine, ciò che lei chiama "briglia sciolta" per me è un metodo di pianificazione: io scrivo così. Ho sempre sottolineato l'importanza di pianificare lasciando l'estro il più libero possibile. La scelta di quelle che io ho chiamato "focalizzazioni" (comodità mia), cioè le liste di punti da affrontare in ogni singola scena, è stato l'espediente migliore a cui sia arrivato e che tutt'oggi considero vincente. Scrivi quello che vuoi, ma senza perdere di vista il tuo obiettivo, che è portare avanti la storia in ogni scena e avvicinarti sempre più al finale. Altrimenti non è scrittura, è una porcheria!
Sono molto curioso di leggere qualcosa di tuo, Nutza. Con una simile pianificazione credo che ne leggeremo delle belle.
Il progetto segreto continua. Per togliere un po' di curiosità a Francesco, posso dire che la mia definizione è "fantastico" per questo romanzo, perché accetto i generi e rifiuto i sottogeneri. Credo, però, che molti lo chiamerebbero urban-fantasy, cosa che io contesterò fino alla morte! È realtà con un elemento fantastico in più: un elemento importante, ma pur sempre sottomesso alla realtà.
Il giorno dopo. Luca, è più denso de La Rocca dei Silenzi: non c'è molto da tagliare e, comunque, anche tagliando alcune, eventuali digressioni, guadagnerei qualche decina di pagine? Resterebbe un tomone, te l'assicuro. C'è un solo punto in forse, fondamentale: uno dei fronti d'azione, che avevo deciso di togliere e poi, rivalutando gli appunti, ho deciso di reinserire. Ma sono tuttora dubbioso: devo valutare quanto dona al romanzo tale fronte d'azione e quanto guadagnerei, invece, in termini di pagine. Ho anche una mezza idea: scorporarlo e farlo diventare un racconto lungo, pubblicandolo on-line sul mio sito. Ma di nuovo sorgono dubbi: farebbe presa sui lettori? Non so quanto... Certo è che, essendo una sorta di "appendice" al romanzo, se lo leggerebbero i lettori de Il giorno dopo e il racconto acquisirebbe valore, grazie a ciò che hanno già letto. Vedremo. Sarà per il secondo trimestre. (Non vedo l'ora di rimetterci mano!)
A proposito del terzo romanzo che ho in progetto di scrivere, non si capisce qual è semplicemente perché non l'ho citato. Il mio sentire mi porta a Luce, un fantasy veramente strano, che non saprei come definire. Un libro a sé stante, non credo voluminoso e che affronterebbe tematiche a me care. L'ambientazione ideata è affascinante e m'è giunta come una sorta di illuminazione, in un'ora di ideazione forsennata (a suo tempo la pensai per un fumetto, parlandone con Massimo Perissinotto, che tentò di trascinarmi in quel mondo - cosa che medito di sperimentare).
Tuttavia, tengo a sottolineare che non ho deciso quale sarà questo terzo romanzo. Mi riservo di cominciare quello che avrò più voglia di scrivere in quel momento. E, naturalmente, sempre se ce la farò (Il giorno dopo avrà dalle 800 pagine in su: devo scriverne metà e rivederlo per intero... Spero di avere un po' di tempo per affrontare il terzo - anche se recenti sviluppi della mia vita mi fanno temere che sarà ardua, perché me ne mancherà il tempo materiale).
La pubblicazione dei miei romanzi. C'è stato un periodo in cui ho tirato i remi in barca. Avevo deciso che non me ne fregava più niente "del mondo là fuori", perché ero amareggiato e piuttosto pessimista sulla (mia) possibilità di crescere in un Paese rissaiolo e sull'assennatezza di farmi strada in una nicchia polverosa (a che pro?). Poi, però, mi sono detto che sarebbe stato un peccato perdere i (pochi) lettori che mi hanno apprezzato, una ricchezza che la vita mi ha permesso di accumulare (non in modo inatteso, perché desideravo l'esperienza da molto). Resta il fatto che io non sono uno scrittore per ragazzi e, quindi, la mia fetta di mercato è piuttosto ristretta. Figuriamoci, poi, se mi metto a scrivere tomi di quasi mille pagine...
Massimo Perissinotto mi ha abbastanza convinto sul "dovere" di cercare un editore che li pubblichi, più che sulla possibilità. Secondo lui sarebbe un peccato io non tentassi di trovare editore (l'Editrice Nord non vorrà mai Il giorno dopo), anche se io sono invece piuttosto aperto a strade alternative (e me ne frego di tutte le conseguenti pugnette dei detrattori). Si vedrà, ma ringrazio Fabrizio per l'augurio e Marco per il supporto.
Qui a Trieste piove, ma vedo le Prealpi illuminate dal sole, alla fine della pianura friulana. Bello spettacolo, davvero, che mi ricorda che devo tornare a scrivere.
Spero vi piaccia l'idea di rispondere con una blog-considerazione, anziché nei commenti.

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17 marzo 2009

Progressi primo trimestre 2009

Tanto per aggiornare chi ha nel suo lettore di feed il mio blog (tutti gli altri si saranno ormai stufati di venire a vistare un blog non-morto...).

La scrittura de "Il giorno dopo" è stata interrotta da un po' di tempo. Ricordate la blog-considerazione intitolata "sorprese"? Ecco, la brutta sorpresa di cui parlavo è che dovrete attendere un po' di più per veder nascere questo tomone. Ci giro attorno con molto amore, leggendo ciò che ho scritto sinora, ma sto lavorando ad altro.
Un paio di giorni fa mi sono accorto d'aver preso una decisione d'impaginazione, a inizio prima stesura, di cui poi mi sono dimenticato. Contavo le pagine scritte in base a quelle dei documenti di Word, quando invece, per spirito ecologico, avevo preso le misure dei margini laterali de La Rocca dei Silenzi, ma non quelli superiore e inferiore, per guadagnare spazio e usare meno carta. Il risultato è che ho dovuto rifare i conti, sempre sulla base dell'impaginazione decisa dall'Editrice Nord per il mio ultimo romanzo edito (per avere un paragone diretto). Il risultato mi ha stupito: a metà romanzo, cioè dopo aver scritto 24 capitoli dei quasi 50 previsti, ho superato le 480 pagine, anziché le 340 stimate a suo tempo. Il giorno dopo, cioè, a metà è già di 40 pagine più lungo de La Rocca dei Silenzi. Mi sembrava di essere troppo lento, nonostante la complessità del progetto. Non era così, considerando il poco tempo a disposizione.
Discorso a parte sarà la sua pubblicabilità: 800, 900 o 1000 pagine di romanzo? Duretta, eh... Ma si vedrà a suo tempo. In ogni caso io devo rispetto all'opera e alla sua qualità, non alla sua lunghezza. Se saranno 1000 pagine di qualità, sarò soddisfatto. Di 600 di minor qualità non me ne farei nulla. (E sono uno che punta alla sintesi, sottolineo. Le 480 pagine scritte sinora sono molto dense, come quelle de La Rocca dei Silenzi, per intenderci e forse nella loro totalità perfino di più.)
Di recente ho stampato ciò che ho già scritto per un amico, perché prima di rimettervi mano, entro un paio di mesi al massimo, ricevere qualche feedback critico non mi fa certo male. Ebbene, ho perso l'intera giornata a leggere brani di capitoli e capitoli interi. Devo dire che le ripetute riletture, spesso necessarie per ricordare e rispettare la coerenza interna dell'opera e lo sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, hanno sortito il loro benefico effetto. Correggendo qui e là, alcuni capitoli mi sembrano già molto vicini a una forma che sia degna della (richiesta di) pubblicazione. La cosa mi soddisfa molto e mi ha donato ore liete di lettura: godendomi i dialoghi e l'azione, spesso mi sono dimenticato di esserne l'autore. Mi succede di rado e, a mio avviso, è un buon segno.

Il progetto a cui sto lavorando, invece, è "segreto". Non vi dirò nemmeno qual è il suo titolo, per motivi precisi. Sto sputando sangue su questo romanzo, ma inizio a credere che il testo mi ripagherà, alla fine: ha un grandissimo potenziale. Spero soltanto di riuscire a sfruttarlo.
L'idea viene da lontano ed è banale soltanto sulla carta o se riassunta in una frase. Il suo sviluppo è piuttosto complesso e, spesso, sorprendente - per il me scrittore/spettatore. Le mie difficoltà dipendono da due fattori determinanti: non è fantasy, è fantastico, e non è stato pianificato praticamente nulla - a parte chi sono i protagonisti e dove voglio andare a parare a grandi linee. La cosa mi ha creato parecchi problemi.
In primo luogo l'ambientazione reale, specie quella cittadina, all'inizio stroncava la mia ispirazione. Sono un amante della natura e il fantasy mi ha sempre dato la possibilità di muovermi in paesaggi incontaminati, in realtà più a misura d'uomo, ben lontane dal nostro presente. Questo ha fatto sì che io sviluppassi un'immaginazione molto fantasy-oriented, ho riscontrato. La conseguenza diretta è che ho fatto moltissima fatica all'inizio. Poi ho scoperto il modo per far leva sulla mia creatività nonostante l'ambientazione.
In secondo luogo non sono abituato a procedere alla cieca e, rilevo, la cosa impedisce un certo sviluppo della caratterizzazione. Così procedendo non si può controllare quasi nulla, se non in fase di revisione. I soli punti di riferimento sono il passato: è come essere un creatore che non ha poteri. Dove la mettiamo la preveggenza, l'ironia di certi avvenimenti, perché si sa che poi accadrà qualcosa che li renderà vani e renderà sciocche le parole pronunciate dai personaggi? E mille altre cose... C'è, però, il gusto dell'imprevisto, del guizzo dell'estro che si affaccia più spesso del solito. In tutta sincerità vi saprò dire a fine stesura cosa ne penso.
Allora, quando sarà ultimato questo romanzo? Non lo so, semplicemente perché non ho pianificato nulla. Non so quanti siano i capitoli e di conseguenza quanto ancora mi manchi. Ho scritto 150 pagine circa, per un totale di 11 capitoli. Ho una traccia di cosa succede fino al XIV compreso, poi... il nulla! Quello che mi sento di affermare è che la grande difficoltà iniziale - prima responsabile per il silenzio di questo blog - è passata e ora scrivo con una certa sveltezza, cosa che mi evita frustrazioni e mi lascia la serenità necessaria a sfruttare appieno le capacità narrative sviluppate in passato.

La meta dei 3 romanzi ultimati entro quest'anno è assolutamente alla mia portata, insomma.
Questo nonostante la mia vita è in totale fermento (ad altre blog-considerazioni i miei progetti di vita, quando qualcosa sarà più certo di ciò che posso dire oggi).

Questo è quanto, ragazzi.


Un sorriso,
Andrea

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03 ottobre 2008

Il ritardo de "Il giorno dopo".

Come da oggetto: sono già in ritardo sul programma. Ma non importa, non mollo.

Sto meditando di tagliare un'intera parte del romanzo. Valuterò quando vi arriverò, ma penso ci siano gli estremi per considerarla "superflua", tutta intera. E, in compenso, aggiungere qualche capitolo che invece ritengo arricchirebbe la vicenda e aiuterebbe il lettore a godersi un romanzo meno sbilanciato.

Le scalette, come vedete, sono fatte per essere contraddette.
In una fase come questa, ad esempio, sono utilissime per valutare con grande rapidità l'impatto di una simile modifica alla vicenda.

Torno a scrivere...

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16 settembre 2008

La clausura de "Il giorno dopo"

Ho pianificato la stesura della restante parte de "Il giorno dopo" entro il 31 dicembre 2008: 28 capitoli in 14 settimane. 2 capitoli a settimana. Un quantità di testo notevole. Non ce la farò, ma farò di tutto per farcela. Alla peggio lo ultimo a gennaio 2009.

Tempo per amenità come internet: zero. Stop.
Vita in priorità uno. Stop.
Clausura. Stop.

/\_/\__/\_______/\____________________
(Encefalogramma di Andrea D'Angelo)

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23 agosto 2008

Il giorno dopo - Agosto 2008

Il mio diario s'è fermato: preferisco scrivere.
Ma ogni tanto aggiornare un po' non è una perdita di tempo, anzi.

Questa blog-considerazione deviata vi porta al Capitolo XXII ultimato.
Leggete e tornate a commentare qui, se vi aggrada. http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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15 luglio 2008

Duttilità

Sono a un bivio.
Questa mattina ho preso una decisione importante per Il giorno dopo: cambiare metodo di "avanzamento" della prima stesura. Non è stata una decisione semplice, perché da sempre ho la convinzione che i romanzi fluiscono verso valle in modo più naturale quando scritti capitolo dopo capitolo. E sono certo che il lettore se ne giova, anche se non lo percepisce in modo conscio. Così ho sempre fatto. Non ho mai tollerato il metodo che usa Martin, ad esempio (no, non ce l'ho con lui questa volta, tranquilli; semplicemente è l'unico scrittore di cui so per certo che affronta la prima stesura in questo modo. A lui si adatterà, a me no...).
Ma devo combattere con ogni mezzo l'assedio della vita: ho troppe cose da seguire, troppe emozioni da gestire, troppo per riuscire a scrivere con la stessa serenità e assiduità d'un tempo. La mia vita, semplicemente, è cambiata. Non sono più un giovane di belle speranze, sono un adulto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male.
Di conseguenza ho deciso di affrontare un fronte d'azione alla volta, mio malgrado. Così eviterò di dover ogni volta rileggere il capitolo precedente (che male non fa, in un certo senso, ma spesso mi porta via molto, troppo tempo). Non dovrò star lì a riannodare tutte le pennellate dell'affresco psicologico proprio di un personaggio (e sono tanti).
Lo svantaggio è il grosso rischio di rendere eterogenea la narrazione, di dipingere un grande quadro a settori, senza riuscire a far collimare in modo armonico i bordi di tali settori (anche se, a dir il vero, esistono quadri moderni così dipinti e di grande impatto e bellezza). Dovrò lavorare sodo in fase di revisione, aggiungendo, limando, nel tentativo di costruire quell'invisibile rete di riferimenti e rimandi che s'intreccia tra un fronte d'azione e l'altro, rete che dal mio punto di vista è lo scheletro che tiene in piedi il senso del romanzo, ovvero sia ciò che unisce tutte le sue parti.
I vantaggi, però, sono molteplici. Maggiore rapidità d'esecuzione. Maggiore coerenza interna ai singoli fronti d'azione fin dalla prima stesura - e, quindi, minor difficoltà da affrontare durante la revisione. Maggiore controllo sull'evoluzione dei personaggi con minore energie spese. E via dicendo...

Quello che mi viene richiesto da Il giorno dopo, insomma, è duttilità. È una parola che m'ero dimenticato, forse sedendomi un po'. C'era voglia di fare bene e in tempi accettabili. Impossibile. Scrivere non è mai così. Ogni romanzo è una storia a sé stante. Ogni romanzo richiede la capacità di adattarsi a esso, perché pretendere che la storia si plasmi sul proprio metodo di scrittura è violentarla, costringerla in una direzione che magari non le è congeniale. È lo scrittore che deve assecondare la storia, non viceversa.
Ma questa duttilità costa fatica e decisioni amare, a volte.

Forse sto esagerando, parlando d'amarezza. Già, forse qualcuno lo pensa. Eppure è il mio modo di vivere la scrittura: intenso, passionale, quasi esistenziale. Cambiare rotta all'improvviso è difficile.
Un giorno vi farò l'elenco delle decisioni più dure che abbia preso in materia. Le ricordo molto bene ancora oggi. Quella appena illustrata è soltanto l'ultima di una lunga serie.

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10 luglio 2008

Pietà a buon mercato

Di recente Uberto Ceretoli (autore de "Il Sigillo del Vento", che ho acquistato, ma non ancora letto) ha letto e "recensito" il mio La Rocca dei Silenzi. Oggi riflettevo sulla sua frase di chiusura, che cito: «Da leggere se volete qualcosa di spietato».

Lo scrittore è - in minuscolo - un Creatore (non voglio suonare blasfemo; mi scusi chiunque si senta offeso). E quando si crea, la pietà è cosa buona, che aiuta a creare meglio (non a caso è religiosamente considerato un dono).
Ciò detto, in che modo la pietà dello scrittore influisce su un romanzo? La risposta è semplice: la pietà dello scrittore fa piazza pulita dei giudizi morali sui personaggi, anche quando quelli sono malvagi.
Di conseguenza, seconda domanda, cosa implica aver scritto un romanzo "spietato"? Implica includere nel testo giudizi sugli stessi personaggi a cui si è dato la vita.

La Rocca dei Silenzi è un romanzo spietato, dunque? No. È, piuttosto, un romanzo onesto, che preferisce raccontare da spettatore, piuttosto che puntare il dito da giudice.
L'esempio che voglio utilizzare riguarda forse la scena più discussa dell'intero romanzo: il rito di resurrezione che l'Elfa Leshà si è guadagnata partecipando alla spedizione. È una scena cruda, che alcuni hanno definito "crudele" (tra i quali uno degli stessi personaggi: Lhoss'm). In primo luogo mi preme precisare - un'altra volta - che non c'è godimento quando si scrivono simili scene. Anzi, c'è sofferenza. Se vi fosse godimento, non ci sarebbero nemmeno le premesse per affrontare questo discorso: avrei fallito in partenza, sarei uno scrittore spietato.
E oggi sono qui per sottolineare che, dopo attenta riflessione, sono giunto alla conclusione che non c'è spietatezza in me. Ciò che mi anima è un altro principio: l'assunzione di responsabilità per le proprie azioni, che include l'accettazione delle conseguenze.
Quella scena, apparentemente crudele nel suo esito, è l'esempio perfetto per illustrare ciò in cui credo e ho sempre creduto (anche se via via più fortemente, nel corso degli anni). Nulla è a caso. Le decisioni che prendiamo non sono né giuste, né sbagliate. Sono nostre decisioni e come tali vanno rispettate. A patto che si sia pronti ad affrontare ciò che le segue, senza appellarsi alla sfortuna, alla crudeltà della vita, al caso...
Nulla è a caso.
Leshà Essenal, l'Elfa de La Rocca dei Silenzi, era stata avvertita. Di più, Moenias en'Dhat e Thal Dom Djèw avevano tentato di farla ragionare, ben sapendo cosa significasse chiedere una resurrezione. Nel pieno uso delle sue facoltà mentali, Elfa adulta, Leshà ha deciso di non ascoltarli. Poi è semplicemente accaduto ciò che era molto più probabile accadesse. Ed è stato, va detto, molto duro narrarlo: il Creatore ha dovuto accettare le amarissime conseguenze dell'aver donato il libero arbitrio alle proprie creature.

È spietatezza questa? Forse; io non lo credo affatto. O forse, mera supposizione, non ho mai guardato alla Fantasy come a una favola, bensì come alla miglior occasione (il miglior mezzo) concessami per comprendere la realtà. Ciò che io ricerco come lettore, ciò a cui ambisco come scrittore, è il parlare del mondo reale e di mondi possibili, non peggiori o migliori, ma in linea di massima veri.
Non può esistere trattamento di favore per i personaggi, nemmeno per uno di loro, pena lo svilimento dell'opera stessa, la distorsione del suo senso. Non può esistere la gentilezza, se non tra i personaggi stessi. Ma il flusso di emozioni che passa da creatore a creature, certo esistente, deve mantenersi su due livelli ben distinti, per amor di verità.
Quando lo scrittore annulla questa distinzione, consciamente o meno, l'opera viene tradita.
Confondere la spietatezza con l'amore per la verità è facile: la differenza a volte è sottilissima. Eppure questo è l'unico modo valido che io conosca di scrivere: nella verità, sapendo che nulla è a caso. E, certo, accettandone le conseguenze.
Ripeto: non m'è piaciuto scrivere quella scena, ma era mio preciso dovere farlo. Per rispetto, e nei miei confronti e nei confronti del lettore. Non c'è stato un grammo di soddisfazione nell'affrontare le conseguenze e ho dovuto stringere i denti per mantenermi saldo "nella penna".

Ecco come termina la scena in cui il monito di Moenias en'Dhat e di Thal Dom Djèw cade nel vuoto e la decisione presa fa scattare il conto alla rovescia delle terribili conseguenze.

“ «Il gioco vale la candela.» [Leshà, ndAndrea]
Una candela spenta o che si spegnerà, giovane Elfa, rifletté Thal Dom, mentre il suo umore piombava in un abisso di amarezza. ”

L'amarezza di Thal Dom era la mia amarezza. Far accadere qualcosa di diverso era tradire il senso dell'opera, le sue premesse. Rendendo lieta una delle scene finali, avrei distrutto una di quelle dei capitoli iniziali. Un legame sottilissimo, forse impercettibile, ma esistente.
Ignorare la realtà, infarcendo i miei romanzi di pietà a buon mercato, non mi gioverebbe. Mi distruggerebbe, piuttosto, rendendomi tutto fuorché uno scrittore.

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13 maggio 2008

Intervista per "Fabbricanti di universi"

Vi segnalo una mia nuova intervista (per quello che può valere l'intervista di un autore fermo dal marzo del 2005...). Il fatto è che un'intervista non si rifiuta mai. Spero che, quando mi verrà proposta la prossima, avrò finalmente qualcosa da dire su un mio nuovo romanzo edito. Vedremo...

Intanto, eccola qui:
http://www.fabbricantidiuniversi.it/world-building/dangelo.htm

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27 gennaio 2008

Lo spirito de Il giorno dopo

Ieri ho trovato la colonna sonora che mi aiuterà molto nella scrittura de Il giorno dopo.
Si tratta di qualcosa che ho scoperto per puro caso, ma che calza a pennello. Appena l'ho sentita, infatti, ho capito che dovevo usarla.

Lo spirito che mi anima, quando scrivo, è diverso a seconda del romanzo. L'ultimo mio scritto è La Rocca dei Silenzi, e ripensando a ciò che mi animava allora capisco quanto sono cambiato negli ultimi tre anni. Tre anni di silenzio, di sofferenze e gioie, di turbamento e serenità. L'Andrea che si riproporrà agli editori sarà molto diverso. Non necessariamente nel risultato scritto, anche se esperienza m'insegna che la mia personale evoluzione si vedrà chiaramente, perché io scrivo spinto dall'animo, con un impulso letterario genuino. Il che non significa, ancora, che questo si traduca in letteratura.

Ebbene, lo spirito alla base di questo mio nuovo scritto è chiaro: ascoltate, se ne avete modo, Millennium - Tribal Wisdom and the Modern World di Hans Zimmer. Solo quella musica può spiegarvi, a grandi linee, cosa mi anima durante la stesura de Il giorno dopo e cosa, fin dalla revisione de La Rocca dei Silenzi, ho pian piano maturato.

Come ho detto in altra considerazione, I Silenzi sono romanzi volti al presente, pur se fantastici, e proiettati, aggiungerei, verso un ideale concreto, anche se probabilmente utopico. Probabilmente, sì, non sicuramente. Mi infastidisce l'idea che un sogno non possa avverarsi. Altrimenti si chiamerebbe "illusione". E questo non spetta a me giudicarlo, né ad altri.
Lo spirito è quello di Millennium, il procedere è quello del bradipo. In un certo senso sento che questo è il passo giusto: scrivere vivendo. Non c'è altra soluzione, ormai. La mia vita è cambiata e ha preso una direzione ben precisa, quasi impossibile da spiegare.
E in quella direzione vado, vivendo, amando, scrivendo.

Per ascoltare qualche decina di secondi per brano, giusto per farsi un'idea, vi rimando alla pagina di Amazon.com: http://www.amazon.com/Millennium

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08 ottobre 2007

Il tempo è scaduto

Oggi ho scaricato da internet un programmino gratuito. Tra le varie cose che fa, una è di mio particolare interesse: un cronometro. Il perché è semplice: in questo modo non vado da nessuna parte, se non lentamente alla deriva.

È di questo fine settimana la decisione di cadenzare il mio ritmo di scrittura, come ai bei vecchi tempi.
Oggi più che mai ne ho la necessità. Il giorno dopo è un romanzo complesso, necessita di continuità per essere scritto. Ed è pure piuttosto lungo, quindi necessita anche di mesi di prima stesura e di mesi di revisione. Quanti non lo so, ma stare qui a tormentarmi non ha senso, mentre osservo il calendario che perde fogli nel suo autunno perenne.
Il tempo è scaduto.

Il programmino funziona bene. Sono felice e lo pubblicizzo: TimeLeft3 (ha anche calendario, timer, post-it, orologi vari e promemoria). L'obiettivo minimo è di 2 ore di scrittura al giorno. Ininterrotta? Non sarà possibile, ma non importa: sempre meglio di questa deriva poco concludente. È ora che torni a scrivere da semi-professionista, pur navigando in acque burrascose. I progetti sono molti e non voglio trascorrere la mia vita nel rimpianto del tempo perduto.
Basta internet, basta forum, basta pure col mio sito e il mio blog, finché non avrò scritto le mie 2 ore del giorno. L'unica libertà che mi concederò sarà quella di continuare il mio diario di scrittura, per tenervi aggiornati almeno su ciò che sto scrivendo, anche perché quelle brevi considerazioni mi aiutano a riflettere e a capire se tutto fila liscio. Scrivere, dunque, priorità assoluta e imprescindibile, che tutti capiranno e considereranno una decisione logica, magari tardiva.
La vita non è semplice, a volte ti stordisce e ti trascina via. Ci metti un po' a contrastarla, se non riesci a incanalare le emozioni in una direzione costruttiva, se non proprio positiva. Ma tutto ha sempre un senso ai miei occhi. Qualsiasi cosa accada mi dà la possibilità di diventare migliore, di crescere e maturare, di guardare alla vita con uno sguardo più penetrante.
Le foglie degli alberi cambiano colore e hanno cominciato a cadere proprio in questi giorni. Così cadranno le pagine dei miei romanzi, una dopo l'altra scritte con abnegazione.

Il tempo è scaduto.
Un secondo... due secondi... tre se...

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11 aprile 2007

Il senso latente

Come ho avuto modo di dire ripetute volte, quando leggo un romanzo, ne ricerco il senso. Questo perché quando scrivo sono tutto teso a dare senso ai miei testi. Per "senso", intendo qualcosa che non viene detto, ma che si dovrebbe evincere, con sfumature soggettive, a lettura terminata.
In parole povere, non sono capace di scrivere per dilettare e basta. Ciò non perché creda che il lettore sia incapace d'accontentarsi del dilettevole, se di qualità, bensì perché io sarei svogliato se privato di una lettura su più livelli dei miei sforzi. Il mio diletto è sfidarmi a riflettere, oltreché a raccontare. E, essendo l'autore, il mio diletto viene prima di quello del lettore.

Così come i libri che scrivo, anche le mie saghe sottendono a qualcosa.
È di pochi giorni fa la mia riflessione sul senso de La Triade (saga di diciassette Libri, ambientata sulla Terra Uhda'etsolaêy) e sul senso de I Silenzi (saga informe, priva di confini precisi, cominciata con La Rocca dei Silenzi).
Sono rispettivamente l'inspirazione e l'espirazione, le due fasi del mio respiro letterario.
Considero entrambi i progetti di importanza vitale per la mia scrittura, dunque. Senza di essi, non scriverò mai null'altro. Il perché è presto detto. La Triade è ciò che avrei sempre voluto leggere e che risponde alle mie domande nel senso più mistico, più impalpabile, parlando dell'umano e del divino (e del loro rapporto). I Silenzi sono le risposte alle domande che non riuscivo a includere ne La Triade, poiché troppo concrete e pressanti, inerenti la realtà. Il perché, quindi, è che il mio impulso è cercare delle risposte, villanamente mistiche e nobilmente reali.
Senza la ricerca, non sono in grado di dilettarmi in nessun altro modo, di scrittura parlando.

Questa vuole essere una riflessione sul perché mi sono allontanato da La Triade, temporaneamente. L'allontanamento è dovuto al fatto che certe domande implicano una ricerca che prosciuga, che porta a risposte dalla lunga metabolizzazione. Non è un caso che io abbia sempre ritenuto il fulcro del Primo Ciclo Minore i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah. E più la loro sottile importanza è stata colta da pochi, più molti l'hanno snobbata come "banalità" o come "capitoli noiosi" o, ancora, come "caduta di ritmo e stile"... più mi convinco che il primo cardine della saga sia quel breve soggiorno del Meek nel quel del Villaggio dei Baldar.

Ma è anche una riflessione sul perché ritenga altrettanto degni I Silenzi. Questa seconda saga è la concretizzazione di ciò che ho metabolizzato e metabolizzerò nel tempo, per parlare del presente e non dell'ideale. Sono un idealista, ma la mia razionalità ha sempre premuto per conquistare il suo giusto spazio. La Rocca dei Silenzi è stato il primo schiaffo che mi sono voluto dare, più che un cambio di direzione. E, sottolineo perché sia chiaro, è stato uno schiaffetto. La storia narrata imponeva certi limiti, ponderati e che, infine, ho considerato equi per lo scopo. Il giorno dopo sarà un colpo più forte, già lo sento dalle prime battute; eppure racchiuderà in sé una promessa di gentilezza.
Il primo Silenzio, drammatico, era pervaso da un senso di speranza, ai miei occhi, oltreché di disperazione. Il secondo Silenzio sarà cupo, ma guiderà il lettore verso la luce, divenendo un chiaro incitamento a sperare e sperare ancora. Per quanto la situazione sembri negativa, esiste sempre una via per migliorare lo stato delle cose. Il senso, insomma, è che esiste sempre un senso. Per questo è giusto, oltreché possibile, sperare.

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04 aprile 2007

Il Primo Ciclo Minore

Il Primo Ciclo Minore, chiamato impropriamente La saga delle Sette Gemme dell'Equilibrio, è stato il mio esordio. In molti più sensi di quanto possiate sapere voi, da lettori. Fu la prima storia che ideai. Per la prima volta, in seguito all'ideazione, nello scriverla imparai cosa significa narrare. Firmai il mio primo contratto a livello nazionale. Eccetera, eccetera, eccetera.
Il Primo Ciclo Minore è stato, insomma, il mio battesimo artistico dentro e fuori casa.

La Fortezza, terzo e ultimo volume della trilogia, uscì nel marzo del 2003. A quattro anni di distanza dalla sua pubblicazione, ora guardo alla mia trilogia con occhio critico assoluto.

Come molti di voi sanno, io stesso non ho mai risparmiato grosse critiche all'opera, dal punto di vista tecnico. Le sette gemme, il primo volume, è per molti versi il mio cruccio sommo. Scritto e rivisto più di una decina di volte (se non ricordo male tredici), è stato la mia palestra. Purtroppo, tutto questo esercizio ha soffocato il potenziale della storia e ha indotto molti lettori a criticarmi in modo molto negativo, comprensibilmente. L'arcimago Lork, sebbene lo consideri un po' prolisso, e soprattutto La Fortezza alzavano la qualità, pur non raggiungendo vette stilistiche degne di nota. Contrariamente a Le sette gemme, però, erano un onesto esordio tecnico.
La mia frustrazione d'allora, cui non riuscii a ovviare in alcun modo, dipese dal fatto che pubblicai il Primo Ciclo Minore quando avevo iniziato la prima stesura de La Rocca dei Silenzi, opera di ben altro spessore tecnico. Non fu facile sapere di valere di più, ma dover ingoiare critiche perlopiù giustificate, perché i lettori quei romanzi stringevano in mano, spendendo tempo e denaro.
Un'occasione di pubblicazione simile, insperata, ricca di risvolti su cui non mi dilungo, andava acciuffata al volo. Costasse quel che costasse. Venni penalizzato anche mio malgrado. Ma non fu una scelta a cuor leggero.

La mia consapevolezza tecnica d'allora, però, nulla tolse al rispetto per la grandezza artistica di tutto il resto. Ero convinto del valore della storia, del suo spessore umano, della sua lungimiranza. Oggi, lo sono più di prima. Soprattutto dopo aver letto molti altri libri e avendo trovato così pochi autori fantasy di valore. I romanzi che trasudano verità sono davvero pochi. I miei, sebbene acerbi, la trasudano quanto un diamante grezzo.
Come molti di voi sanno, infatti, ho sempre difeso a spada tratta la storia, l'ambientazione e i personaggi che animano le 1200 pagine di testo, suppergiù.

Ed ecco il perché di questa considerazione: da qui vorrei ripartire.

Il mio progetto, a lunga scadenza e ancora in secondo piano rispetto alla scrittura de Il giorno dopo, è di riscrivere l'intero Primo Ciclo Minore, per renderlo la degna introduzione al Secondo Ciclo Minore; finalmente, anche in senso tecnico e stilistico. E parlo, ovviamente, di riscrittura. Non di revisione.
Non immaginate quanto lavoro sia. Tuttavia, credo profondamente nel progetto e sono convinto che questo sia l'unico modo per far emergere una volta per tutte il valore di ciò che ideai in oltre sette anni e mezzo di sudatissima passione fantasy. Valore che sarebbe un peccato lasciar andare alla deriva. La Triade non si merita l'oblio.

Mi sono messo alla prova, riscrivendo il primo capitolo de Le sette gemme. Il risultato è notevole. E mi dà l'idea della portata della mia opera prima, il cui valore emergerebbe con prepotenza soltanto a Secondo Ciclo Minore ultimato.
Sto parlando di ulteriori sei romanzi da scrivere (tra riscrittura e scrittura, s'intenda). Non è un progetto che io possa permettermi di sottovalutare, né so quando avrò il tempo e la forza di affrontarlo. Ma è, come penso con sempre maggior convinzione, da oltre vent'anni, la sfida della mia vita imperniata sulla scrittura.
Portare a compimento la Triade, sì, è la mia meta ultima.

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