07 gennaio 2010

Da un uomo pesante, ma pensante.

È ora che ci mettiamo d'accordo su cosa significa parlare di scrittura.
Uno come me, che tenta di analizzarne i processi, partendo dal personale - e da cosa, sennò? -, viene spesso ritenuto pesante. Non ci credete? Niente di più semplice, basta che vi facciate un giro in Rete. Va bene, lo accetto. Non cambio impostazione, però, perché il mio approccio alla scrittura è soprattutto analitico. (Ciò che mi sorprende è che spesso non lo sia per gli altri...) Di contro i più apprezzati sono coloro i quali "fanno spettacolo", in qualsiasi senso la si voglia intendere.
Intrattenimento, intrattenimento, intrattenimento. Questa è la regola, anzi, direi la legge per attrarre lettori e sostenitori. Il modo giusto è fare gli spiritosi, crearsi il personaggio, essere sbruffoni, cafoni, arroganti, virtualmente folli, menefreghisti e qualunquisti e, dulcis in fundo, poste queste basi, cominciare a tirarsela sul serio e non soltanto tra le righe, come si è fatto per tutto il tempo.
Tutto questo cosa c'entra con la scrittura e i suoi processi? Non lo capisco. C'entra con il personaggio scrittore, non con la scrittura.
In ogni caso, come ho sempre detto da un certo momento in poi (dalla fine del 2005), meglio pochi ma buoni.

Più uno scalpita, più mi sembra affetto da una cronica insicurezza. Non bisogna commettere l'errore di confondere la sicumera con la sicurezza di sé. È proprio il contrario, infatti. Chi ha le idee chiare, non ha problemi a tacere su mille e mille questioni marginali (e a volte su alcune che marginali non sono, per una questione d'amor proprio).
Contano i fatti - e, capiamoci, non i fatti procurati da altri. Gli autori producono fatti di un solo tipo: romanzi (o racconti) nella loro madrelingua. Tutto il resto è frutto d'altro. (Certo, certo, dico questo perché non sono mai stato tradotto. Continuate a pensare che sia uno sciocco inconsapevole che mente a se stesso senz'accorgersene: così mi fate il favore di sottovalutarmi.)

Va detta un'altra cosa chiaramente, infatti: c'è qualcuno che pensa di meritarsi il titolo di scrittore con il proprio blog (e c'è chi, per fortuna, no). O con i propri interventi in Rete. Il massimo che si può concedere un autore in quanto autore è un'intervista. Quello è l'unico fuori dalle righe che c'entra con ciò che vuole essere considerato - e se lo è o meno è tutto un altro discorso.
Personalmente sono stato molto presente in Rete: forum, blog, sito personale, interviste e quant'altro. Ma non ho mai pensato che tutto questo mi rendesse uno scrittore. Ho soltanto il gusto del dialogo, ma ho scoperto che il suo retrogusto amaro - le diatribe, le incomprensioni, gli scontri e gli attacchi gratuiti - me l'hanno reso molto meno digeribile. I miei fatti, perciò, sono soltanto quattro: la mia trilogia d'esordio e un romanzo singolo. Non ne ho altri. Forse si può aggiungere la rubrica "Un nuovo mondo", scritta per me, prima ancora che per Fantasy Magazine; ma, devo essere sincero, quello era un modo per raggiungere il dialogo (cosa riuscita appieno, nonostante la puntuale comparsa dei soliti imbecilli), non un fatto vero e proprio. Parlava dei fatti, non era un fatto in sé. Quindi escludiamolo.
In conclusione, dal 2005 non produco fatti. Quindi, diciamo dal 2006, non sono più uno scrittore.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché do ancora così tanto fastidio. Sono successe molte cose, in Rete, che mi hanno portato a questa riflessione finale: do fastidio perché non mi faccio incantare dalla cartapesta e dai lustrini. Non è vero che la Rete permette il camuffamento più della vita reale: gli attori si riconoscono subito, basta essersi preso qualche bastonata strada facendo e, credetemi, certi approcci e certe furberie si comprendono al volo. In caso contrario, basta un secondo per prendersi un altro schiaffo e capire che si ha a che fare con un manesco, più che con uno scrittore o più che con un lettore.
Sono stato evitato in molti modi (pestifero d'un Andrea D'Angelo! :). Allo stesso tempo sono stato avvicinato in molti modi, molti dei quali nauseanti. (Là fuori, okay? Ci siamo capiti? O siete sinceri, o statevene alla larga, soprattutto voi "scrittori" dei miei coglioni. E sapete bene che sto parlando con voi.) Sull'altra sponda del fiume, chi ha la mia stima lo sa e sa che mi ritengo fortunato di avere un dialogo con lui: mi sento all'altezza, ma quasi sempre un pochino più in basso. Mi insegnate molte cose.

Tutto questo per dire una cosa lampante: sono fiero che su questo blog passino persone che hanno una certa idea del dialogo. Sono poche? Oh, ma sono tutte buone, buonissime. Teste pensanti, che non si sono scordate cosa sia il rispetto del pensiero altrui. Ormai qualsiasi volgarità e brutalità verbale viene giustificata con un "un confronto che non sia acceso non è un confronto", che è una visione piuttosto triste delle capacità di comunicazione umane.
Quindi, con grande pesantezza, quasi ricercando la pesantezza per distinguersi dagli attori, vado avanti, ragazzi. Male non può farmi.

Anche perché, vi chiedo, non sarà più pesante l'ironia a tutti i costi, la leggerezza autoimposta? A me sembrano entrambe sottolineare ancor di più quanto sul serio si prendano certe persone. Io mi prendo sul serio, sì, ma non più di quanto leggete qui (e non mi sembra di essere mai stato chiuso al dialogo. Quindi, quanto sul serio mi prendo? Se c'è un momento per dire la vostra e spezzarmi è questo! :) ). C'è chi invece fa capriole, scrive pezzi a effetto, blandisce chi deve blandire, si ammanta di una vena di follia artistica... tutto nel disperato tentativo di non far emergere la propria reale pesantezza d'arrivista.

Guardate, a me la vita sorride. Quest'anno mi sono sposato ed è stato davvero un evento indimenticabile, soprattutto per l'atmosfera che si respirava e per i moltissimi gesti d'affetto che hanno commosso sia Mariacarolina che me. Non è una cosa che si scorda facilmente. Sono felicemente sposato con una donna meravigliosa, dunque, e sto per partire all'avventura verso chissà quali lidi (forse la Costa Rica... che schifo, ah? :). In aggiunta ho una porta aperta all'Editrice Nord - cosa che mi garantisce di essere preso in considerazione ed è quanto basta, non chiedo di più (per ora) - e ho instaurato un dialogo stimolante con lettori e scrittori che stimo. È molto di più di quanto mi aspettassi quando cominciai.
Ora, chi me lo fa fare a perdere tutto questo per rincorrere chissà quali geni della letteratura mondiale? Io sono qui. Chi vuole dialogare nel rispetto con me trova la porta aperta.

E tutti gli altri?
Mi spiace, io non sono mai stato capace di vendermi - specie per ciò che non sono.

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27 maggio 2009

Ma torniamo alla scrittura...

...altrimenti m'intristisco troppo.
Sul blog di Nutza stavo riflettendo circa gli "effetti speciali" nei romanzi, specie se appartenenti al genere Fantasy. Così, riprendo, correggo e amplio il mio intervento lì, per riproporlo qui, a chi legge. Naturalmente per sapere cosa ne pensate.

Col tempo ho imparato una cosa: i finali di scena "a effetto" hanno un loro perché. Abusarne, però, è molto pericoloso.
In primis, non tutti li amano. Ricordo che un lettore, un giorno, scrisse letteralmente che "non sopportava" la chiusura a effetto. Il perché, secondo me, è presto detto: di solito, chi ne fa uso, ne fa abuso. Riprendo il concetto più avanti.
In secundis, cosa più importante ancora, l’autore perde prospettiva circa il senso della storia che sta raccontando, che invece dovrebbe emergere con prepotenza.
Una storia che ti resta nel cuore non è mai costituita da soli “effetti speciali” (cosa che il finale “a effetto” è). Li contiene, specie nel Fantasy, ma l'autore deve misurarne la quantità (e la qualità, ma oggi il discorso è sulla quantità e basta). Ne consegue che terminare le scene “a effetto”, in modo quasi sistematico, significa puntare troppo sugli effetti speciali e troppo poco sulla sostanza. È gettare fumo negli occhi del lettore, così, per distrarlo (spesso dalla pochezza dei contenuti).

Un giorno, destato dal torpore mentale sulla questione da quel commento sprezzante sui finali di scena "a effetto", ho iniziato a rileggerli tutti, uno dopo l’altro. Avevo ben in mente l’idea di cambiarne qualcuno da “a effetto” ad “a senso”. Così feci e mi accorsi che, prima o poi, se ne trova sempre uno che acquisisce una forza insperata, togliendo l'effetto e inserendo la "semplicità" del senso. Si taglia, spesso la sola frase finale, rivelatrice o stuzzicante, che però non aggiunge nulla alla storia e, anzi, fuorvia la riflessione del lettore, che ricorderà più l'effetto finale, che il succo della scena in sé. Quando il succo della scena è rivolto a quel finale a effetto, allora il senso viene rispettato. Quando, invece, l'effetto è soltanto un fronzolo, va eliminato senza pietà.
C’è una certa potenza nascosta nella narrazione “semplice”, che se ne infischia degli “effetti”.

La ricchezza, e quindi la godibilità di un romanzo, secondo me sta nella sua varietà narrativa. L'autore deve donare al lettore varietà, con la storia, ma anche con la tecnica. Questo è uno dei motivi per cui “I promessi sposi” è considerato uno dei massimi esempi della letteratura italiana (e mondiale): Manzoni ha usato praticamente tutto lo scibile grammatico-sintattico che ai giorni nostri adolescenti in fregola studiano senza fare proprio, annoiati, schiavi di una certo tipo di narrativa piatta, spesso perfino sciatta (almeno la piattezza fosse corretta!). Sul perché, a mio avviso, il discorso si farebbe lungo: ha a che fare con l'insegnamento. Ma, per oggi, lasciamo in pace anche i professori.

Insomma, dipende da qual è l'obiettivo che ci si prefigge e, soprattutto, da qual è il proprio "lettore ideale". A me piace adulto, intelligente, critico con schiettezza - ma equilibrato - e che sappia far proprie le sfide che l’autore gli propone, in modo attivo. Detesto il lettore passivo, quello che vuole la pappa in bocca. In ogni caso, ho scoperto che il “passivo” ricambia, detestando i miei romanzi. Perfetto!
Personalmente, insomma, prediligo la crescita artistica (e l'arte) nei testi che leggo. E tale predilezione passa attraverso innumerevoli riflessioni sul modo migliore di narrare. Una di queste è qui presente, ancorché annosa, per riflettere con voi.

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25 marzo 2009

L'Italia e la mia vita

Quando sento una spinta a comunicare, è raro che vi rinunci. Un tempo, fino a 25 anni, ero un tipo piuttosto taciturno, con tutto ciò che ne consegue. Poi, la vita, ti cambia. E, se t'impunti, comincia a prenderti a schiaffi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.

Quest'anno mi sposo. È una cosa molto personale, che mi emoziona, perciò non mi piace scendere nei particolari. Basti sapere che la mia tenera metà è, in buona parte, artefice del cambiamento. Si dice che gli artisti abbiano sempre vicino una figura importante, che li sospinge e non soltanto sorregge. Nel mio caso è certamente vero.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)

Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.

Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Sarà che mi ritrovo a combattere quotidianamente con una cultura polarizzata, da un lato gli acculturati tromboni, dall'altra le scelte incomprensibili della massa. Ecco, ve lo confesso: io ho sempre tentato di elevarmi, col risultato di essermi sempre sentito diverso (cosa che, sono certo, capita quasi a tutti...). Ma so ciò che non voglio essere: un acculturato trombone. Acculturato mi sa che non lo sono - e questo credo sia un peccato. Trombone? Non lo so, fate voi.
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
No, basta. Grazie.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.

Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Quindi, perché voglio andarmene, alla fin fine? Perché gli italiani non si sentono popolo. Non lo sento io, non ci sentiamo così (altrimenti non si spiegherebbero troppe cose). Non sento l'affetto, non sento le emozioni del prossimo fluire verso di me, non sento che ci guardiamo con stima, ma con sospetto, con preconcetto, con astio (e non parlo del "flower power", sia chiaro). Mi è sempre mancato, in fondo. Non adesso, no. Da sempre. Ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, pur conoscendo belle persone. E tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, che fanno? Cammini per strada e ti senti solo, finché non incontri un amico. Ma a voi sembra normale? A me no. Quindi forse sono io che sono anormale.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.

Torno al secretum...

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03 febbraio 2009

Lusinghiero

http://www.steamfantasy.it/blog/2009/01/30/odio-e-amore-nel-boschetto-della-felicita/
Tuttavia non capisco perché l'autore mi dia pure corda, dal momento che è convinto io scriva queste cose perché voglio infiammare le discussioni.

Una sola precisazione. Ho chiuso i commenti spiegando il perché, ma forse non sono stato abbastanza chiaro - non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Il mio blog è seguito principalmente da persone che mi stimano e mi sembrava troppo facile starmene qui a ricevere parole d'incoraggiamento.
Semplice. E non cambio decisione. (Non credo mi si possa dare del censore, quando chiudo i commenti a un post, dopo oltre cento... - senza nemmeno farlo di nascosto, ma motivando.)

Ciò detto, ribadisco: chi non concorda con me, se ne stia lontano.
Il mio puntuale richiamo alla puntualissima (?!) reazione di uno dei miei personali detrattori è qui linkata apposta: forse riuscirà a farvi vedere il mio lato oscuro. A quel punto sapete qual è la scelta giusta: allontanarvi da me.
Vi prego, fatelo. Guadagneremmo entrambi una vita migliore.
Pochi, ma buoni. Grazie.

Commenti bloccati anche a questa blog-considerazione, com'è ovvio che sia.

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30 gennaio 2009

La (loro) pietra tombale

Questa mattina, dopo aver letto l'ultima intervista a Marco Davide, m'è tornato l'insano impulso di farmi un giretto in rete. Google: ricerca «"la rocca dei silenzi" recensione». Essendo un romanzo del marzo 2005, ed essendo io tutt'altro che un autore di successo, non ho trovato nulla di nuovo fino a quando non mi sono imbattuto in questo:
http://www.steamfantasy.it/blog/2008/09/13/sarei-potuto-essere-io-e-forse-lo-sono/

La pietra tombale è stata posata. Amen.
Internet è molte cose. Tra le tante, come ho già avuto modo di dire, è il rifugio degli imbecilli - i quali, per l'appunto, pensano di trovarsi in un rifugio, mentendo a se stessi, perché scrivono pubblicamente e poi non accettano che l'intruso entri nel loro "rifugio". Così lo chiamano "troll", convinti la loro teoria sia inattaccabile, il loro concetto di diritto ineccepibile.
Loro sono liberi di insultare e denigrare la persona autore, schernendola con un sarcasmo d'infimo livello (che fa proseliti, va sottolineato, perché la madre degli imbecilli è sempre in cinta - miete vittime, direi, anche tra gli insospettabili). Sono liberi di farlo pubblicamente, in rete (usando nome e cognome reali del loro oggetto di derisione, nascondendosi dietro un nomignolo - quasi sempre). E quando la persona derisa si permette di intervenire, viene definita "troll", cioè - per chi ancora non lo sapesse - uno che va in giro a provocare gli altri, infuocando le discussioni.
Per come la vedo io, queste persone sono decisamente più pronte di me alla società odierna, società che sento sempre più distante - e sempre più vicine le persone che dimostrano di avere una sensibilità affine alla mia. Pretendono libera espressione, ma non accettano il diritto di replica (che in rete si manifesta con un intervento diretto all'interno dei blog in cui prendono di mira qualcuno).
Se sono così irritato per quello che c'è scritto nella pagina raggiungibile cliccando sul link sopra incollato, forse, si potrebbe pensare, ho la coda di paglia. No. Ciò che mi irrita non è tutta la questione - sebbene contenga falsità piuttosto fastidiose -, bensì il fatto che in data successiva a quel brano e a quei commenti io abbia dialogato in rete con la persona in questione. Se avessi saputo, non avrei sprecato un millisecondo del mio tempo con lui. Non sono così misericordioso con gli imbecilli (e la cultura posseduta non assolve, mi dispiace; anzi, semmai aggrava). E, purtroppo, non riesco nemmeno a provare pietà. Devo migliorare, dunque.

Lascio a voi il compito di giudicare, me e loro. Se avete voglia di sprecare il vostro tempo, fate pure le vostre ricerche, approfondendo quanto è successo (a me ne è subito passata la voglia e non ricordo l'episodio. Non abbisogno di ricerche, comunque: so cosa mi muove e mi ha sempre mosso. Non ritengo d'aver fatto errori in rete, tranne uno, ingenuo, agli esordi - già chiarito con la persona in questione, a distanza di un po' di anni).
Quello che voglio far capire, con questa blog-considerazione, è molto semplice: questo mi allontana dalla rete. È un ottimo esempio: brano e commenti sono chiarificatori. E qualificano chi li scrive. Ma sono pochi, lì; ce ne sono stati e ce ne sono molti altri. Vedete voi: se il brano vi piace e siete d'accordo, smettete di leggere il mio blog e statemi lontani. Se invece capite...
Vi prego una cosa: non intervenite in una questione annosa - la data del brano lo sottolinea. Non sono qui per crearmi un esercito. Né tanto meno per ricevere buffetti d'incoraggiamento (infatti bloccherò i commenti a questo brano, affinché sia chiaro).
Non ho bisogno di sostenitori contro simili bassezze, né abbisogno di vicinanza o comprensione o qualsiasi altra cosa. Ciò di cui abbisogno è una sana, distaccata visione di una società fatta troppo spesso da persone che hanno dei valori morali relativi di una relatività affatto discutibile. Uno dei Comandamenti più calpestati e insudiciati dal presente è quello che predica di non fare al prossimo ciò che non vorresti venisse fatto a te - probabilmente perché necessita di riflessione per essere rispettato. Abbisogno, cioè, di riuscire a scrutare certi individui con freddezza, quasi che fossero nemici morti nell'atto stesso di dar fiato ai loro concetti, sepolti e su cui è stata posata una pietra tombale, infine e finalmente.
La speranza che un giorno, chissà, a qualche incontro letterario tali persone abbiano il coraggio di presentarsi per quello che sono, col loro nomignolo in rete, guardandomi negli occhi, è probabilmente un'illusione. Del resto, perché farlo? Non avrebbero dialogo, dopo una simile presentazione. Non parlo con chi manca delle qualità umane minime per affrontare un discorso costruttivo (si sentiranno offese, probabilmente, giudicate senza che io sappia nulla di chi sono in realtà. Ebbene, se qualità umane possiedono, allora le sviliscono scrivendo simili interventi in rete. La relatività di cui scrivevo poco fa, per l'appunto. Si rendano conto che ogni gesto, ogni parola conta. Non esiste una "sospensione della civiltà", cosa in cui invece sembrano credere).

Resta la convinzione che il cimitero si stia espandendo, ahimè. Nuove fosse vengono scavate, la processione continua. Un viavai di carri funebri è ben distinguibile lungo la linea dell'orizzonte. Pretendo da me stesso di non versare più una lacrima per queste morti, perché ne ho altre, di valore infinitamente più grande, da piangere. E pretendo di tirare dritto per la mia strada. Da ora e una volta per tutte.

Alla prossima, più serena blog-considerazione.

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09 luglio 2008

Amare, viaggiare, daffare.

Mentre tutti s'interrogano su dove sta andando il Fantasy, il qui scrivente, che da autore potrebbe pure intervenire nella discussione, se ne resta immobile, interrogandosi su dove sta andando lui.

Esistono vari aspetti da valutare: il mercato e, di conseguenza, il lato commerciale. I sottogeneri (a patto che esistano davvero e non sia un'allucinazione collettiva, cosa che io sono propenso a pensare). Le classi degli editori e degli scrittori (malfattori o benefattori; adulti, giovanissimi o postumi). Le tematiche, i cliché, la grammatica e la sintassi italiana, l'uso di termini propri o impropri al contesto.
La mia impressione è che tutto questo sia un ribollire fine a se stesso, che finirà col far evaporare tutta l'acqua, anziché cuocere la pasta.
La pasta, mi chiedo io, chi la butterà? E si ricorderà di salare l'acqua?

Tutto molto bello, il dibattito fin troppo spesso acceso sul "fantasy italiano". Ma la verità è che bisogna sfornare romanzi di valore inconfutabile, a prescindere dal sottogenere, dall'età e dai termini utilizzati. Romanzi con più livelli di lettura, che intrattengono e nel contempo fanno riflettere, che raccolgano consensi anche tra i lettori che di Fantasy hanno letto soltanto "Il Signore degli Anelli", perché è un capolavoro e lo meritava.
Sono dell'avviso, cioè, che o si conquisteranno territori abitati da lettori che sono molto selettivi quando guardano al Fantastico in senso lato o l'acqua evaporerà.

E no, non sto affatto pensando a me. La mia strada è chiara ed è destinata a non dare frutti in questo senso. Una mia scelta, precisa, priva di compromessi (da sempre). La mia produzione ha ora una direzione stabilita e una meta precisa. Ciò non toglie che abbia anche - nel cassetto - spunti e canovacci per opere che potrebbero strizzare l'occhio a un pubblico molto più vasto.
A questo punto, però, la domanda è una sola: cosa vuole Andrea? Cosa sta cercando?
Conosco già da tempo la risposta e va nella sopraccitata direzione, tutt'altro che commerciale, tutt'altro che alla omnibus. Esistono sempre i casi letterari, ma nascono in zone d'ombra, non in zone che la gente illumina a giorno con la propria ignoranza (circa il genere Fantasy) e con idee preconfezionate, nient'affatto frutto d'esperienza personale. In una luce simile si può soltanto produrre ciò che la luce può rischiarare. Non c'è spazio per forme alternative d'esistenza, come le tenebre, l'ombra, il chiaroscuro, la luce filtrata...

Personalmente non intervengo più (di tanto). Seguo con interesse i singoli autori italiani, ne acquisto le opere e tento di leggerle integralmente. Per il resto, ragazzi, scrivo e basta.
A me, come autore, cosa serve tutto il resto?

So quello che mi serve: amare, viaggiare e darmi un gran daffare. Tutte cose che viste dal mondo di un lettore equivalgono al silenzio, fino all'eventuale pubblicazione dell'ultimo frutto del daffare.
Amen.

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13 maggio 2008

Intervista per "Fabbricanti di universi"

Vi segnalo una mia nuova intervista (per quello che può valere l'intervista di un autore fermo dal marzo del 2005...). Il fatto è che un'intervista non si rifiuta mai. Spero che, quando mi verrà proposta la prossima, avrò finalmente qualcosa da dire su un mio nuovo romanzo edito. Vedremo...

Intanto, eccola qui:
http://www.fabbricantidiuniversi.it/world-building/dangelo.htm

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28 aprile 2008

Magia!

« Rodarred, l'antica capitale della Provincia AEana, era una città costituita di punte: una foresta di pini, e al di sopra delle guglie dei pini, una più aerea foresta di torri. [...] »

Ursula K. Le Guin
I reietti dell'altro pianeta
Questa è magia!

Ero venuto qui soltanto per dirvi questo. Per omaggiare la donna che per me resta la più grande scrittrice vivente del fantastico. Poi, m'è venuto in mente che invece potevamo fare un gioco.
Vi va? Daiii! Per favore! Sarei felice se partecipaste, tutti!
Il brano qui sopra (rileggetelo dopo!) è l'inizio di un capitolo. Le due parti sottostanti sono la sua continuazione. Le tre parti, cioè, sono un paragrafo unico.
Bene, detto ciò, io le ho divise così.
In tre.
C'è un perché. Anzi, un doppio perché: uno più evidente e uno più profondo. Sono sicuro, però, che è la mia personalissima visione della scrittura - che mi ha portato a definire quest'esempio "magia!". Per scoprirlo, vorrei che voi tentaste di dare una spiegazione dei perché, senza che io ve lo dica. **

Ora leggete i tre brani, partendo da quello qui sopra. Aspetto la vostra spiegazione con ansia.

E due...

« [...] Le strade erano scure e strette, muschiose, spesso nebbiose, al di sotto degli alberi. Soltanto dai sette ponti che attraversavano il fiume si poteva alzare lo sguardo e vedere la cima delle torri. Alcune di esse erano alte cento metri e più, altre erano dei semplici germogli, come se fossero case normali andate a seme. Alcune erano fatte di pietra, altra di porcellana, di mosaico, fogli di vetro colorato, coperture di rame, stagno, oro, ornate in modo incredibile, delicate, luccicanti. »

...e tre!

« [...] In queste strade affascinanti e allucinanti aveva sede l'urrasiano Consiglio dei Governi Mondiali fin dall'inizio dei suoi trecento anni d'esistenza. Anche molte ambasciate e consolati presso il Consiglio e l'A-Io si raggruppavano a Rodarred, a meno di un'ora da Nio Esseia, sede nazionale del governo.»

Ecco fatto.
Giocate, vi prego!

Un sorriso,
Andrea

** (In seguito, se vorrete, in un'altra considerazione - "post"... bleah! - facciamo il gioco contrario: le suddividerete voi a vostro piacimento e spiegherete il perché.)

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14 aprile 2008

Un passo verso la crescita professionale

Ieri, leggendo on-line Locus Magazine, la rivista più conosciuta negli Stati Uniti (e, credo, nel mondo) che si occupa di fantascienza, fantasy, horror e derive di genere fantastico, ho notato un punto debole di noi autori italiani.
Sarà l'ambiente rissoso, sarà la nicchia in cui siamo (ancora) relegati, ma ritengo che il nostro atteggiamento dovrebbe essere più maturo e consapevole.

Mi spiego.
Gli autori d'oltremanica e d'oltreoceano, forti di un ambiente considerato degno - perché il genere all'estero è visto come letteratura, non come narrativa di serie B -, si occupano di tematiche interessanti, scrivendo articoli che non riguardano soltanto la scrittura (quasi mai banali), ma la vita in generale (che è il centro attorno al quale gravita qualsiasi scritto che meriti l'appellativo di "letteratura").
La mia impressione è che in Italia, invece, finora ci si sia occupati troppo di questioni secondarie, come quella delle vendite e della visibilità, che, seppur importanti, sono secondarie rispetto allo spessore degli autori che vogliono vendere e conquistarsi visibilità (almeno, a me sembra così). Troppe energie sono state spese in una direzione sbagliata, partecipando o addirittura iniziando diatribe sterili che fanno male al movimento - tutto tempo letteralmente sprecato.

Il mio è un appello: cambiamo totalmente registro, ragazzi!
Personalmente sono reo della colpa sopra evidenziata, nonostante abbia contemporaneamente portato avanti, e con forza, un dialogo anche costruttivo con i lettori e gli stessi autori (prima con "Un nuovo mondo", poi tentando di rispondere sempre con trasparenza e riflettendo nei miei interventi sui forum, ad esempio).
È da un po' di tempo che seguo con regolarità giornaliera i blog di molti autori (grazie a un RSS reader, altrimenti sarebbe improponibile...). Lo spessore c'è tutto: molti scrivono considerazioni che meritano attenzione e più d'una volta sono intervenuto direttamente. Lo stesso faccio con alcuni lettori che palesano una cultura del fantastico degna di nota. Non disdegno nessuno, se non chi parla male sistematicamente: troppo facile.
Cosa propongo, in sostanza, non è soltanto di evitare e non alimentare le diatribe che regolarmente spuntano in rete. Propongo di essere attivi, d'impegnarsi nel dire la propria sulla scrittura e guardando alla vita, in modo profondo, serio, trasmettendo i perché della nostra attività e favorendo un dialogo finalmente maturo.
Chi mi segue da un po' sa che l'ho sempre fatto, per un semplice motivo: per me scrivere è un'attività dannatamente seria, senza la quale non sono capace di vivere bene. E, sia chiaro, continuo a credere che sia il caso di difendersi in certi casi, perché ignorare non è sufficiente. Mentre noi ignoriamo, i detrattori e chi sputa sul fantasy italiano non si ferma. Ma tenterò di soprassedere sempre in futuro: lo prometto!
Dobbiamo essere attivi. Noi non abbiamo una rivista di riferimento come Locus Magazine, ma possiamo sempre "creare movimento" tra noi, frequentando i nostri blog, attirando sempre più lettori e non chiudendoci a riccio, guardando all'autore vicino con senso di fratellanza e comunanza, realmente aperti, senza pensare soltanto al proprio piccolo orticello.

Insomma, diamoci da fare per primi, senza star lì a pensare a quante cose ingiuste vengono scritte e dette su di noi.
Siete d'accordo? E volete agire in questo senso?
Prossimamente voglio farvi una piccola sorpresa, cari autori italiani... il tempo è tiranno, ma non cederò!


Un sorriso,
Andrea

P.S.: in ogni caso, occasioni per esprimerci ci sono. La prima che mi viene in mente è proporre nostri articoli (se qualcuno non l'ha già fatto) a riviste come Terre di Confine, di ottima fattura e curata da un sacco di gente appassionata, o come quella di Yavin4: gente volenterosa non manca.
In un certo senso "il movimento siamo noi", ma dobbiamo muoverci!

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06 aprile 2008

Il giorno dopo - Capitolo XV

Nuova blog-considerazione deviata: Capitolo XV ultimato.

Nuova considerazione nel mio Diario. A considerazioni sul capitolo ho aggiunto altre questioni, che forse meriterebbero una trattazione più estesa. Ma d'ora in avanti mi sono imposto di non perdere tempi in chiacchiere e di scrivere il più possibile. Discutiamone insieme, se volete, a partire da qui.
Leggete e tornate a commentare qui, se vi aggrada.
http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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03 aprile 2008

Il fantasy italiano è nato morto, molti credono.

Non sono tra questi ferventi credenti.

Oggi Fantasy Magazine pubblica le nuove uscite comunicate dalle case editrici italiane che si occupano (anche) di fantasy. I primi due titoli sono di Asengard e Armenia ed entrambi hanno suscitato il mio interesse.
Il romanzo di Mariangela Cerrino non pare particolarmente originale leggendo la quarta di copertina, anzi! Tuttavia l'autrice è una donna colta - oltreché estremamente garbata e gentile - ed è una garanzia per quanto concerne la qualità della prosa. La Signora Cerrino è indubitabilmente brava: sento di poter mettere la mano sul fuoco prima di leggere una sola riga del suo romanzo. Ciò che m'incuriosisce di questa sua nuova opera, dunque, è che va in una direzione molto classica, cosa che lei - a mia memoria - non ha mai sperimentato.
Il romanzo di Solomon Troy Cassini (un nome d'arte, direi - forse mi sbaglio, ma non credo, data anche la natura della casa editrice), invece, mi pare piuttosto originale sulla carta. L'ambientazione lo è al di là di ogni dubbio: il mondo reale a noi vicino (Austria - molto vicino a dove vivo, Trieste) infarcito di elementi fantasy (passaggio verso altri mondi). In questo caso si dovrà verificare la qualità del testo, poiché l'autore non lo conosco, né ho mai letto nulla di suo. Ma, anche in questo caso, sommando gli elementi a disposizione, la quarta di copertina ha suscitato il mio interesse.

Vogliamo aggiungere a questo il recente passato?
Abbiamo un Riccardo Coltri, che scrive attingendo a piene mani alla mitologia italica. Abbiamo un Luca Tarenzi, che scrive narrativa fantastica molto vicina a Gaiman. Abbiamo Michele Giannone, che affronta con successo ambientazioni di difficile resa come un matriarcato. Abbiamo Fabiana Redivo che ha scritto in tempi record una saga di sei romanzi che attinge alla cultura classica che le è propria e che strizza l'occhio a David Eddings. Infine, abbiamo un Andrea D'Angelo che scrive romanzi d'ambientazione puramente fantasy che però guardano esplicitamente al mondo reale. E tutti, includendomi, capaci di una buona prosa.
Grande varietà di temi e di approcci.
Infatti abbiamo - ma non li ho letti e quindi non posso giudicare -, autori nuovi e prolifici, come quelli pubblicati da Asengard, da Fabbri, da Fanucci. Li cito a memoria: Uberto Ceretoli, Ester Manzini, Marco Davide, Antonia Romagnoli, Laura Iuorio. Per i più giovani abbiamo Licia Troisi, Francesco Falconi, Fabio Cicolani, Silvana De Mari.

Insomma, a me sembra che pensare puro sfruttamento commerciale di pessima qualità questo fiorire d'autori sia pessimismo (e fastidio) allo stato puro. Siamo proprio sicuri che da tutto questo, se ancora non c'è la qualità sperata e agognata, non ne verrà? Davvero non vedere che questo ribollire, questo crescente entusiasmo degli autori stessi, che infine hanno possibilità concrete di esprimersi pubblicamente e, quindi, di crescere professionalmente... insomma, non vedere che tutto questo è soltanto l'inizio di qualcosa a me sembra non soltanto miope, ma ottusamente cocciuto.

Da quando sono stato edito, fin dalla mia prima, controversa (e unica) apparizione all'Italcon, ho sempre sostenuto che buoni autori esistono: basta cercarli seriamente e dare loro fiducia. Mi è sempre stato risposto che è come cercare un ago in un pagliaio, anche dal mio stesso editore. Non ero d'accordo e non lo sono tuttora. Come non sono d'accordo col disfattismo che ha regnato fino a un po' di tempo fa.
Un nuovo regno si sta affacciando ed è fatto da persone che cominciano a guardare con interesse al fantasy italiano, anche dopo averlo provato. Che siano tutti dei decerebrati incapaci di giudicare quanto leggono?
Personalmente guardo in avanti, sempre. Chi vuole guardare al passato, piangendo sul latte versato, faccia pure: è suo inalienabile diritto farlo, ma mi dispiace per lui.

Sto dicendo che si devono leggere autori italiani? Assolutamente no! Non si legge ciò che non si vuole leggere. La scelta dei libri e degli autori è una delle poche cose che questa società ci lascia ancora la libertà di fare (anche se, in un certo senso, alcuni davvero bravi sono quasi introvabili ed è poco democratico - e molto prono a una logica capitalistica, che ha vantaggi E svantaggi).
Tutti liberi, insomma. Ma che il Regno dei Disfattisti sappia che la Lega dei Volenterosi sta avanzando, forse con un esercito ancora debole, ma avanza e conquista territorio.

Il bambino sembrava morto, poi ha cominciato a piangere.
E' vivo. Lo dico da tempo: è vivo e cresce sano!

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19 febbraio 2008

Nausea

È da tempo che ho detto basta alla nausea. Purtroppo ogni volta c'è qualcuno che fa breccia in me, strappandomi alla tana in cui me ne sto al calduccio. Ebbene, lo scrivo qui a chiare lettere: nessuno, mai più, mi strapperà al calduccio della mia tana!

Non m'interessa Fantasy Magazine.
Non m'interessa Fantasy Gamberi.
Non m'interessa chi parteggia per l'uno o per l'altro.
Non m'interessa schierarmi o battermi ancora.
Non m'interessa l'opinione altrui quando filtrata dall'ipocrisia.
Non m'interessa l'opinione altrui quando infarcita di maleducazione.
Non m'interessa cosa pensano i lettori di me.
Non m'interessa cosa pensano gli scrittori di me.
Non m'interessa cosa pensa l'editore di me.
Non m'interessa alcunché oltre alla mia vita e a quella dei miei cari.

Il resto è un di più, perché già così faccio molta fatica a star dietro a questa gran stronza che è la vita.

Quindi che Fantasy Magazine faccia da sé.
Che i Fantasy Gamberi facciano da sé.
Che i parteggiatori parteggino per chi gli pare.
Che io me ne resti fuori.
Che l'ipocrisia si arrovelli su se stessa.
Che la maleducazione crei attorno a sé il mondo che semina.
Che i lettori pensino a loro stessi.
Che gli scrittori facciano altrettanto.
Che il mio editore si limiti a giudicare i miei scritti.
E che la mia vita possa finalmente procedere fluidamente, in compagnia dei cari.

Nell'ultimo anno ho imparato qualcosa.
Ho visto come può finire una vita cara: distrutta pezzo a pezzo, consumata, umiliata, straziata. Spesso il cerchio si chiude in un modo che è vano descrivere - come ho appena fatto. Bisogna essere presenti per capirne le infinite sfumature di dolore e assoluzione.
Accrescitivo: era la vita che mi ha dato vita.

Questo significa una cosa sola: chiunque venga qui in pace, entri.
Tutti gli altri si tengano alla larga da me.

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15 dicembre 2007

Inammissibile

Il concetto della breve considerazione precedente era importante e mi piacerebbe ribadirlo con altre parole. Le polemiche adolescenziali non m'interessano e non scrivo le mie considerazioni in tono polemico. Spero che questo sia chiaro una volta per tutte.

È bene leggere le opinioni dei lettori, perché permettono di riflettere, di mettersi in discussione. Su questo non c'è molto da discutere, né il qui scrivente l'ha mai messo in dubbio. Tuttavia non è ammissibile lasciarsi bloccare da semplici opinioni.
Chiunque abbia pubblicato con una casa editrice degna di questo nome, e quindi abbia avuto a che fare con un editor altrettanto degno di questo nome, sa quale cura e attenzione c'è nelle scelte narrative dell'autore e nelle revisioni dell'editor (che le mette in discussione). Il lavoro fatto, insomma, non è una cosa scritta a casaccio, quasi si facesse del "proprio meno peggio". Mai credere d'essere geni incompresi, ma chi ha lavorato sodo, scegliendo con consapevolezza... quale scrittore ha voglia di conferire un potere di veto a degli opinionisti?

Le opinioni dei lettori sono importanti per il proprio ego e per le vendite delle case editrici.
E se sommate, nei tratti comuni, sono significative.
Fine. Non c'è altro da dire.
Non per me.

Per l'arte che possedete, invece, per quella parte di voi che è tesa a esprimersi in forma scritta e che per sua natura tende a migliorarsi, a non accontentarsi mai, a progredire (e se la possedete davvero, l'arte, così la vivete)... ecco, voi avete davvero il coraggio di lasciarla in balia di qualcuno che nemmeno conoscete?
Io no.
A colui che crede io disprezzi i lettori - e che un simile atteggiamento in generale sia disprezzarli - consiglio di riflettere su cosa sia l'arte e su chi sia l'artista, perché così pensando è molto lontano dalla verità.
Un conto è leggere, setacciare e infine metabolizzare le opinioni dei lettori.
Un conto agire come una bandieretta.

Ribadisco quanto detto nella considerazione precedente: se credete nella parte artistica che è in voi e scrivete, non demordete mai di fronte a nessun giudizio tranciante, espresso in qualsivoglia forma.
Soprattutto, ricordatevi che l'unica cosa che conta veramente per scrivere è leggere.
Leggere i romanzi altrui, non le opinioni.

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13 dicembre 2007

Il fantasy italiano

Fa schifo. A quanto pare.
In ogni pagina web in cui vi si parla, c'è sempre qualcuno (più di qualcuno, di solito) che lo fa a pezzetti. Quando va bene un unico, timido lettore, in netta minoranza, scrive "non è male". Gli unici luoghi in cui la tendenza si inverte sono dedicati a Licia Troisi.

Dunque rassegnamoci, giovani scrittori del fantastico italiani, editi o inediti. Rassegnamoci. I nostri compatrioti e lettori ci bocciano. Si salva soltanto Licia: lei non ha senso si rassegni - e non c'è questo pericolo visto il suo successo (per fortuna, almeno uno di noi ce l'ha fatta, se lo può permettere. Per me è una soddisfazione).
Rassegnamoci, dunque.
Sempre se vogliamo stare ad ascoltarli.
E se no?

Ecco. Se no.
L'unica cosa che conta è impegnarsi, perseverare. Seguire la propria strada: porta più lontano di quella di chi passa il tempo a criticare i passi altrui. Non c'è facile gratificazione, né incoraggiamento sufficiente. Quando ci sarà, sarete già famosi e non vi servirà più.
Se si resta troppo turbati dal web (se si), allora non lo si navighi.

C'era un tempo in cui ero inedito e il mio unico interlocutore era la condiscendente moltitudine di un bosco.
È stato il mio periodo più prolifico.

Non so voi, ma io non mi fermo.
E ritorno al bosco.

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29 ottobre 2007

Il lettore corrotto: una vostra opinione

Da un po' di tempo cerco una risposta a un dilemma avvilente.
Ergo necessito di voi per schiarirmi le idee (come spesso accade).

In che momento della storia del genere fantasy il lettore è stato corrotto nell'animo?
Quando hanno cominciato a spuntare questi lettori fantasy-scientifici o fanatico-scientifici, che si soffermano su ogni più insignificante particolare, ricercandovi spiegazioni scientifiche inconfutabili, e che mettono in secondo piano il senso dei romanzi che leggono?

Mi piacerebbe che ognuno dicesse la propria, evitando diatribe sterili - almeno qui nel mio blog, per favore: questo luogo è tranquillo e tale gradirei che rimanesse.

Frattanto partirò per un breve viaggio.
Il primo dopo molto tempo in cui potrò davvero rilassarmi.

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26 luglio 2007

Azione, azione, azione!

Pare che il mercato editoriale sia tutto teso verso la “narrativa fast-food”. E, come mi faceva notare Michele Giannone, è un male che ha colpito anche il cinema. Forse è come la peste... forse è un'epidemia.

Quando spedii all'Editrice Nord il primo romanzo della mia trilogia, allegando una lettera di presentazione (ignorando che sarebbe stato opportuno inviare anche una bella sinossi), Gianfranco Viviani mi fece due appunti: uno sulla forma, che condividevo, e uno sull'azione, di cui invece non condividevo l'essenza.
Gli risposi, puntualmente e testualmente: «L’azione è davvero soltanto guerra, combattimenti all’arma bianca o magica, duelli, ecc... oppure è, ad esempio, anche azione magica non forzatamente volta allo scontro tra due contendenti? Non credo di essere d’accordo sul relegare l’azione al semplice "scontro", anche se parlando in senso lato. [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Fui convincente, in tutta evidenza. Eppure da allora continuo a pensare che Viviani venne colpito dalla pronta risposta, che evidenziava il grande lavoro di preparazione della trilogia (spedii non uno, ma ben due riassunti diversi, in cui avevo evidenziato tutto ciò che per me era azione, classificandola in modi diversi - materiale che non avrei potuto produrre in tre giorni, se non fosse già stato bell'e pronto). Il risultato è il Primo Ciclo Minore, meglio noto con il nome di “trilogia delle sette gemme” (questioni di marketing), mio esordio.

A questo punto, mi chiedo e vi chiedo: può l'azione essere il peso più importante sulla bilancia? Immagino già le risposte degli editori, ma mi piacerebbe poter rivolgere loro questa domanda.
La risposta dei lettori, invece, appare evidente: sì, l'azione è il fulcro, senza la quale i libri diventano noiosi.
Ma non ne sono così certo. O, forse, spero di sbagliarmi.
Di Michele Giannone, ad esempio, ho apprezzato molto le parti in cui l'azione non c'era. Lo stesso dicasi per il romanzo di Daniele Bonfanti. Di Dario De Judicibus pure. Non è un caso, noto solo ora, che il primo si sia concentrato di più su ciò che attornia l'azione, rispetto ai secondi, e si sia guadagnato una critica migliore da parte mia. L'azione è, forse, ciò che meno mi attrae di un romanzo, se questo non riesce a farmi riflettere altrimenti. Sono forse io un lettore anomalo? O forse l'azione è giustificata, adrenalinica e godibile se e solo se c'è una profondità di narrazione che la precede e segue?
Non so voi, ma io mi risposi già molti anni fa e, pur rischiando di mandare in fumo una possibile pubblicazione con la casa editrice che era il mio sogno, sottolineai il concetto all'allora editor dell'Editrice Nord, in modo quasi pedante.

Far parte di un mercato che premia l'aria fritta, in tutta sincerità, non m'interessa. Ai tre re "azione, azione, azione" io oppongo i miei "ambientazione, introspezione, azione". Questo mi interessa. Certo, potrebbe non interessare agli editori e io ritrovarmi a non pubblicare più alcunché.
Ma ha davvero importanza?

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09 luglio 2007

Fantasy per ragazzi

Quand'ero un ragazzo, ero come tutti i ragazzi: ignorante. A dir il vero, lo sono tuttora. Vero. Allora diciamo che la differenza, rispetto a oggi, è che ero più ignorante e meno consapevole di esserlo. Banale, in fondo. Lo sanno tutti.
Quando si parla di letteratura, i ragazzi sono un punto spinoso da affrontare. Tutti hanno paura di dire qualcosa di negativo, passando per bacchettoni. Di contro, tutti hanno paura di dire qualcosa di troppo positivo, passando per piaggiatori.

Una cosa è certa: il più grande mercato librario, in Italia, è quello dedicato ai ragazzi.
Parliamone, dunque.

I ragazzi hanno molte doti. La prima è la loro genuinità. Prendete il sostantivo come una mescola di schiettezza, sincerità, passionalità, emotività, freschezza, eccetera. Una miscela esplosiva, che li rende particolarmente vivi e vivaci, che fa loro aprire la bocca prima che qualche pensiero da frustrati li castri, zittendoli. Questo sono i ragazzi: genuini. E, quindi, buoni. Qualsiasi cosa esca dalle loro bocche.
Ma quale capacità critica hanno?
Risponderò per me, naturalmente. La loro capacità critica è gravemente minata dalla poca esperienza. Se non è nulla, è uno zero con virgola. Ciò che sta dopo la virgola è presto detto. I decimali corrispondono alle loro doti più spiccate, che gli permettono di capire quando un libro è una vera porcata. Insomma, non si fanno prendere per i fondelli troppo facilmente. A meno che, e questo capita, non siano in fregola intellettuale (e non solo). La passionalità può tradire, infatti.

Il ragazzo che fui amò Le pietre magiche di Shannara e tutt'oggi non riesco a considerare quel libro se non un piccolo capolavoro. Ma so perfettamente che, se lo leggessi oggi, non lo troverei così magico. Sarebbe bello, non straordinariamente bello. Eppure, quando a suo tempo, qualche settimana prima, lessi La spada di Shannara, mi resi subito conto che era una (brutta) copia de Il Signore degli Anelli.
Erano i primi libri che leggevo di mia scelta, non imposti dall'alto.
Ebbene, i decimali mi permisero di subodorare la fregatura della "spada". Ma mi piacque lo stesso. Un adulto con una discreta capacità critica non si sarebbe nemmeno preso la briga di terminare il primo romanzo di Terry Brooks.

Cosa significa tutto questo, per il qui scrivente?
Il fantasy per ragazzi è un grosso mercato, ma i ragazzi non premiano chiunque. La loro capacità critica è acerba, non è capace di distinguere tra pessima operazione commerciale e brutto libro, tra capolavoro e libro di gran mestiere. Ma sanno cos'è il brutto e cos'è il bello per loro. Sanno volersi bene e ricercano il piacere, con più incisività di un adulto.
Ma si perdono, e qui casca il palco, quando il piacere è semplice, perché il semplice è difficile da distinguere dal superficiale (scrivere semplice è molto difficile, vi riescono soltanto i maestri).
Qual è la differenza tra semplice e superficiale? Presto detto, non mi tiro indietro.
Semplice: La storia infinita, di Michael Ende.
Superficiale: Nihal della Terra del Vento, di Licia Troisi.
Entrambi i romanzi vendono tantissimo. Trovatemi un ragazzo che non li conosca entrambi.

Come tutte le questioni spinose, però, non riesco a capire se il mio pensiero sia un'opinione o contenga un reale fondo di verità.
Chi siamo, noi adulti, per decidere cosa sia di qualità per i ragazzi? E, soprattutto, è proprio vero che i ragazzi non possano capire la differenza tra narrativa e letteratura, magari d'istinto? (Tra superficiale e semplice?)
Penso al ragazzo che fui. Ero acerbo come lo sono tutti i ragazzi. Così un fatto riaffiora di prepotenza. Quando terminai di leggere Il Signore degli Anelli e cominciai a scrivere, un pensiero lampeggiò nella mia mente, abbacinante: «Non voglio leggere mai più questo romanzo, mi influenzerebbe troppo!» E, credeteci o meno, a tutt'oggi ho il terrore di rileggerlo. Esatto, non l'ho ancora riletto. Nient'altro suscitò in me pari stupore e timore nel contempo quanto fece la letteratura di Tolkien. Non me ne resi conto, ma la mia strada di lettore era già segnata.
Chi mi colpì in seguito con altrettanta forza, infatti, fu soltanto Ursula Le Guin.
Due autori del fantastico universalmente riconosciuti come latori di letteratura e non di semplice narrativa.

Ma il dubbio permane. Ecco perché voglio il vostro parere, nonostante una risposta me la sia già data.
Vorrei che la confutaste o la avvaloraste.

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15 giugno 2007

Ironia

Facile o difficile che sia, l'ironia è un concetto che viene spesso affibbiato a cose che non si meritano tale nobile appellativo.

Forse l'unica forma di ironia che merita attenzione e che si eleva è l'autoironia.
Non è un caso che durante la vita incontriamo molteplici esempi d'ironia e rari d'autoironia.
L'ironia è divenuto uno schermo, una difesa. Si parla con malizia, per svariati motivi, e quando la reazione non è buona, si dice: "Scherzavo! La mia era ironia". Ironia, dunque. Non derisione? Ne siamo proprio sicuri?

Be', controllando sul Garzanti on-line la definizione d'ironia, sembra che io non abbia ragione. Scusate, la mia tendenza a difendermi: sembra che io abbia torto. Ecco, così va meglio.
Ecco le prime due accezioni.
1 particolare modo di esprimersi che conferisce alle parole un significato contrario o diverso da quello letterale, con intento critico o derisorio
2 (estens.) scherno, dileggio
Già, pare mi sbagliassi a considerare l'ironia qualcosa che potesse essere anche bonario.

E sia!

Amo l'autoironia.
L'ironia mi aggrada meno, ma ha il suo grande perché. Quando anonima, però, mi provoca un diffuso eczema cerebrale. La rete delle reti, grande cosa, ai miei occhi è il nuovo rifugio dei cretini. La loro madre continua a sfornare pargoli pacioccosi e questi hanno trovato il modo di dar sfogo alle loro pulsioni mentali, dietro il paravento di internet.

L'ironia, in tutto questo, è che sono venuto a mostrarmi proprio nel nuovo rifugio dei cretini.
Mi chiedo cosa m'aspettassi d'ottenere. Bah!

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