9 maggio 2008

Intervista a Steven Erikson

A chi non l'avesse ancora letta, suggerisco quest'intervista di Jeff VanderMeer al mio scrittore contemporaneo preferito, Steven Erikson.
È un'intervista molto intima, in certi momenti, e tocca ferite ancora abbondantemente sanguinanti in me. Mi è piaciuta molto.

Nel contempo ho capito perché sono così affine all'autore canadese, di sensibilità parlando: guardo al mondo col suo stesso spirito. E soffro di ciò che vedo proprio come lui descrive (moltissimi di noi, io voglio credere la maggior parte, soffrono di ciò che vedono; ma anche la sofferenza è un aspetto della nostra vita piuttosto soggettivo, ecco perché dico che il mio modo è molto simile al suo - anche e soprattutto come reazione alla sofferenza). Spesso, per l'appunto, ho queste cadute d'umore che mi fanno scrivere in modo cupo, violento, con uno stile quasi spezzato e con una foga che quando sono sereno non ho.
La profondità della tenebra che nasconde l'animo umano era inimmaginabile, finché non hanno cominciato a mostrarcela (soltanto in parte).

Leggetelo qui: http://clarkesworldmagazine.com/erikson_interview.html (in inglese)

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28 aprile 2008

Magia!

« Rodarred, l'antica capitale della Provincia AEana, era una città costituita di punte: una foresta di pini, e al di sopra delle guglie dei pini, una più aerea foresta di torri. [...] »

Ursula K. Le Guin
I reietti dell'altro pianeta
Questa è magia!

Ero venuto qui soltanto per dirvi questo. Per omaggiare la donna che per me resta la più grande scrittrice vivente del fantastico. Poi, m'è venuto in mente che invece potevamo fare un gioco.
Vi va? Daiii! Per favore! Sarei felice se partecipaste, tutti!
Il brano qui sopra (rileggetelo dopo!) è l'inizio di un capitolo. Le due parti sottostanti sono la sua continuazione. Le tre parti, cioè, sono un paragrafo unico.
Bene, detto ciò, io le ho divise così.
In tre.
C'è un perché. Anzi, un doppio perché: uno più evidente e uno più profondo. Sono sicuro, però, che è la mia personalissima visione della scrittura - che mi ha portato a definire quest'esempio "magia!". Per scoprirlo, vorrei che voi tentaste di dare una spiegazione dei perché, senza che io ve lo dica. **

Ora leggete i tre brani, partendo da quello qui sopra. Aspetto la vostra spiegazione con ansia.

E due...

« [...] Le strade erano scure e strette, muschiose, spesso nebbiose, al di sotto degli alberi. Soltanto dai sette ponti che attraversavano il fiume si poteva alzare lo sguardo e vedere la cima delle torri. Alcune di esse erano alte cento metri e più, altre erano dei semplici germogli, come se fossero case normali andate a seme. Alcune erano fatte di pietra, altra di porcellana, di mosaico, fogli di vetro colorato, coperture di rame, stagno, oro, ornate in modo incredibile, delicate, luccicanti. »

...e tre!

« [...] In queste strade affascinanti e allucinanti aveva sede l'urrasiano Consiglio dei Governi Mondiali fin dall'inizio dei suoi trecento anni d'esistenza. Anche molte ambasciate e consolati presso il Consiglio e l'A-Io si raggruppavano a Rodarred, a meno di un'ora da Nio Esseia, sede nazionale del governo.»

Ecco fatto.
Giocate, vi prego!

Un sorriso,
Andrea

** (In seguito, se vorrete, in un'altra considerazione - "post"... bleah! - facciamo il gioco contrario: le suddividerete voi a vostro piacimento e spiegherete il perché.)

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14 aprile 2008

Un passo verso la crescita professionale

Ieri, leggendo on-line Locus Magazine, la rivista più conosciuta negli Stati Uniti (e, credo, nel mondo) che si occupa di fantascienza, fantasy, horror e derive di genere fantastico, ho notato un punto debole di noi autori italiani.
Sarà l'ambiente rissoso, sarà la nicchia in cui siamo (ancora) relegati, ma ritengo che il nostro atteggiamento dovrebbe essere più maturo e consapevole.

Mi spiego.
Gli autori d'oltremanica e d'oltreoceano, forti di un ambiente considerato degno - perché il genere all'estero è visto come letteratura, non come narrativa di serie B -, si occupano di tematiche interessanti, scrivendo articoli che non riguardano soltanto la scrittura (quasi mai banali), ma la vita in generale (che è il centro attorno al quale gravita qualsiasi scritto che meriti l'appellativo di "letteratura").
La mia impressione è che in Italia, invece, finora ci si sia occupati troppo di questioni secondarie, come quella delle vendite e della visibilità, che, seppur importanti, sono secondarie rispetto allo spessore degli autori che vogliono vendere e conquistarsi visibilità (almeno, a me sembra così). Troppe energie sono state spese in una direzione sbagliata, partecipando o addirittura iniziando diatribe sterili che fanno male al movimento - tutto tempo letteralmente sprecato.

Il mio è un appello: cambiamo totalmente registro, ragazzi!
Personalmente sono reo della colpa sopra evidenziata, nonostante abbia contemporaneamente portato avanti, e con forza, un dialogo anche costruttivo con i lettori e gli stessi autori (prima con "Un nuovo mondo", poi tentando di rispondere sempre con trasparenza e riflettendo nei miei interventi sui forum, ad esempio).
È da un po' di tempo che seguo con regolarità giornaliera i blog di molti autori (grazie a un RSS reader, altrimenti sarebbe improponibile...). Lo spessore c'è tutto: molti scrivono considerazioni che meritano attenzione e più d'una volta sono intervenuto direttamente. Lo stesso faccio con alcuni lettori che palesano una cultura del fantastico degna di nota. Non disdegno nessuno, se non chi parla male sistematicamente: troppo facile.
Cosa propongo, in sostanza, non è soltanto di evitare e non alimentare le diatribe che regolarmente spuntano in rete. Propongo di essere attivi, d'impegnarsi nel dire la propria sulla scrittura e guardando alla vita, in modo profondo, serio, trasmettendo i perché della nostra attività e favorendo un dialogo finalmente maturo.
Chi mi segue da un po' sa che l'ho sempre fatto, per un semplice motivo: per me scrivere è un'attività dannatamente seria, senza la quale non sono capace di vivere bene. E, sia chiaro, continuo a credere che sia il caso di difendersi in certi casi, perché ignorare non è sufficiente. Mentre noi ignoriamo, i detrattori e chi sputa sul fantasy italiano non si ferma. Ma tenterò di soprassedere sempre in futuro: lo prometto!
Dobbiamo essere attivi. Noi non abbiamo una rivista di riferimento come Locus Magazine, ma possiamo sempre "creare movimento" tra noi, frequentando i nostri blog, attirando sempre più lettori e non chiudendoci a riccio, guardando all'autore vicino con senso di fratellanza e comunanza, realmente aperti, senza pensare soltanto al proprio piccolo orticello.

Insomma, diamoci da fare per primi, senza star lì a pensare a quante cose ingiuste vengono scritte e dette su di noi.
Siete d'accordo? E volete agire in questo senso?
Prossimamente voglio farvi una piccola sorpresa, cari autori italiani... il tempo è tiranno, ma non cederò!


Un sorriso,
Andrea

P.S.: in ogni caso, occasioni per esprimerci ci sono. La prima che mi viene in mente è proporre nostri articoli (se qualcuno non l'ha già fatto) a riviste come Terre di Confine, di ottima fattura e curata da un sacco di gente appassionata, o come quella di Yavin4: gente volenterosa non manca.
In un certo senso "il movimento siamo noi", ma dobbiamo muoverci!

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6 aprile 2008

Il giorno dopo - Capitolo XV

Nuova blog-considerazione deviata: Capitolo XV ultimato.

Nuova considerazione nel mio Diario. A considerazioni sul capitolo ho aggiunto altre questioni, che forse meriterebbero una trattazione più estesa. Ma d'ora in avanti mi sono imposto di non perdere tempi in chiacchiere e di scrivere il più possibile. Discutiamone insieme, se volete, a partire da qui.
Leggete e tornate a commentare qui, se vi aggrada.
http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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8 febbraio 2008

Concorso Fantasy Magazine annullato

Apprendo ora, leggendo il forum di Fantasy Magazine, che il concorso è stato annullato.
Per non ingenerare confusione, preferisco riportare le testuali parole di Franco Clun: «Saranno resi i 20 euro d'iscrizione a tutti i partecipanti del concorso. Ci riserviamo comunque di scegliere fra le migliori opere e di proporre contratti di pubblicazione. Stiamo decidendo se proclamare comunque un vincitore.
Le schede, con un po' di pazienza, saranno comunque inviate a chi ne farà richiesta.
»

Ho abbandonato il forum da un po'. Lo leggo di tanto in tanto, ma la mia ormai cronica mancanza di tempo libero necessitava di soluzioni estreme, mio malgrado. Detto questo, mi preme sottolineare qui in casa mia ciò che è il "mio sguardo" sul concorso in oggetto.

Sono stato contattato da Franco Clun all'inizio e ho accettato di leggere e valutare i tre finalisti. Esatto, avete letto bene: tre. Allora fu una decisione sofferta, perché, come Franz sa bene, avevo già problemi di tempo.
In seguito i finalisti sono stati portati a dieci, a qualche mese di distanza. Lo appresi direttamente dal forum e mi chiesi se intervenire direttamente e "tirarmene fuori": leggere dieci romanzi, per me che sono un bradipo-lettore, è cosa molto impegnativa da farsi in tempi accettabili.
Poi il tempo è passato e, per motivi che comprendo, la casa editrice è infine giunta a questa decisione - immagino sofferta.

Ora, mi preme sottolineare che con un tale ritardo e, soprattutto, con una simile mole di valutazioni in più (7), non avrei accettato di leggere e valutare i finalisti. Mi sembra giusto esternarlo, anche se a concorso annullato potrei tenere la tacita decisione per me. Anche perché è il caso di sottolineare una volta di più la mia indipendenza e il fatto che il mio nome - per quel poco che vale - non può essere usato a piacimento, cambiando le regole del gioco in corso.
Sebbene ritenga al limite dell'isterismo gli interventi di protesta di alcuni utenti del forum e partecipanti al concorso, ho riscontrato anch'io una pessima gestione delle comunicazioni da parte della Delos Books. Una cosa che scrivo col cuore pesante, perché considero Franz un amico e ne stimo il lavoro.
Cosa che comunico ufficialmente qui, oltre tutto: per mesi non ho sentito nessuno, non sono stato aggiornato, tanto quanto voi. E ho deciso di comunicare la mia decisione allo stesso modo: per conto mio, senza tener conto degli altri.

Ad ogni modo, ragazzi, io non avrei valutato le vostre opere finaliste. Dieci sono troppe ed è inutile nascondersi dietro un dito: non ho tutto questo tempo, dal momento che non riesco nemmeno a leggere e scrivere ciò che mi preme. Sarebbe stata anche una decisione ragionata e a vostro favore: dopo aver atteso così tanto, perché costringervi ad attendere ancora di più per permettermi di leggere bradipamente i manoscritti?
Accolgo l'annullamento del concorso con sollievo, dunque, e vorrei far presente a tutti il lato estremamente positivo della decisione: non c'è più il vincitore soltanto che raggiungerà la pubblicazione, bensì, volendo interpretare le parole di Franco Clun, tutti coloro i quali la Delos Books riterrà degni - e aver allargato la rosa dei finalisti da tre a dieci a me fa pensare che i meritori, su oltre 100 romanzi, non fossero pochi.

Insomma, buona fortuna a tutti!

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6 febbraio 2008

I migliori romanzi italiani di fantasy

Questa classifica è la mia visione dello stato attuale, precisando che mi mancano parecchi autori nostrani. La aggiornerò di volta in volta, man mano che leggerò.
Dal migliore al peggiore. E, per una volta tanto, gioco d'anticipo: includo anche i miei... pur essendo un'operazione difficile.

Zeferina - Riccardo Coltri
La Rocca dei Silenzi - Andrea D'Angelo
Pentar - Luca Tarenzi
La Fortezza - Andrea D'Angelo
Il segreto di Krune - Michele Giannone
L'arcimago Lork - Andrea D'Angelo
La pietra degli elementi - Fabiana Redivo
Il libro dell'Impero - Adalberto Cersosimo
Amazon - Gianluigi Zuddas
Il seme perduto - Fabiana Redivo
La setta degli assasini - Licia Troisi
Il figlio delle tempeste - Fabiana Redivo
Le sette gemme - Andrea D'Angelo
L'eterno sogno - Daniele Bonfanti
La lama nera - Dario de Judicibus
Il segno dei ribelli - Rossella Romano
Estasia - Francesco Falconi
Nihal della Terra del Vento - Licia Troisi
Il respiro delle montagne - Ornella Lepre

La classifica è stata buttata giù al volo, quindi può essere che ripensi a certe posizioni. I miei romanzi sono in posizioni alte, ma è piuttosto ovvio: amo ciò che scrivo. La loro posizione è più che altro dovuta a una (vaga) riflessione sulla tecnica e sull'originalità e potenza dell'affresco. Ed ecco che, in tutta sincerità, La Rocca dei Silenzi lo considero secondo al solo, piccolo Zeferina, che è troppo originale e ben scritto per metterlo al di sotto. Poi, al mio esercizio di sincerità, sovrapponete il vostro, senza patemi d'animo. Ma dovevo collocarmi, per dire come la penso in generale. Credo, a tutt'oggi, che tra gli autori italiani recenti un romanzo come La Rocca dei Silenzi non sia stato scritto. Attendo con grande ansia soprattutto Riccardo Coltri e Michele Giannone, il primo reo di non avermi ancora fatto godere con un romanzo lungo, il secondo che m'è parso racchiudere in sé il potenziale maggiore. C'è poi il bravissimo Luca Tarenzi, molto originale, che però si cimenta con un fantasy un po' fuori dalle righe, alla Gaiman, che io non bramo di leggere. Ma ha stoffa da vendere. Naturalmente, ricordando la sua prosa deliziosamente scorrevole, attendo al varco Fabiana Redivo (di cui non ho letto colpevolmente la seconda trilogia) e i nuovi progetti di Licia Troisi (che si è molto migliorata tecnicamente con la seconda trilogia, di cui ho letto il primo romanzo) e Francesco Falconi (che nel finale del suo Estasia m'è parso in piena forma e la cui fantasia è fuori discussione).

Prossimamente devo leggere un bel po' di romanzi italiani: Uberto Ceretoli ed Ester Manzini della Asengard, devo terminare Fabrizio Valenza, affrontare Sergio Valzania e Morgan Fairy (pseudonimo di Angela P. Fassio). Mi incuriosisce un trittico di autrici: Milena Debenedetti, Laura Iuorio e Antonia Romagnoli - considerando che nel fantastico i miei autori preferiti sono autrici, immagino per una questione di sensibilità affine, ne sono attratto ancora di più. E così via... In linea di massima qualsiasi esordiente italiano (e non) mi attira.
Ci sono, poi, tanti giovani di belle speranze - alcuni davvero promettenti - che mi piacerebbe trovare in libreria (e sarei felice di spingere più in basso, in classifica, tutti i miei romanzi!).

E' il momento giusto.

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27 gennaio 2008

Lo spirito de Il giorno dopo

Ieri ho trovato la colonna sonora che mi aiuterà molto nella scrittura de Il giorno dopo.
Si tratta di qualcosa che ho scoperto per puro caso, ma che calza a pennello. Appena l'ho sentita, infatti, ho capito che dovevo usarla.

Lo spirito che mi anima, quando scrivo, è diverso a seconda del romanzo. L'ultimo mio scritto è La Rocca dei Silenzi, e ripensando a ciò che mi animava allora capisco quanto sono cambiato negli ultimi tre anni. Tre anni di silenzio, di sofferenze e gioie, di turbamento e serenità. L'Andrea che si riproporrà agli editori sarà molto diverso. Non necessariamente nel risultato scritto, anche se esperienza m'insegna che la mia personale evoluzione si vedrà chiaramente, perché io scrivo spinto dall'animo, con un impulso letterario genuino. Il che non significa, ancora, che questo si traduca in letteratura.

Ebbene, lo spirito alla base di questo mio nuovo scritto è chiaro: ascoltate, se ne avete modo, Millennium - Tribal Wisdom and the Modern World di Hans Zimmer. Solo quella musica può spiegarvi, a grandi linee, cosa mi anima durante la stesura de Il giorno dopo e cosa, fin dalla revisione de La Rocca dei Silenzi, ho pian piano maturato.

Come ho detto in altra considerazione, I Silenzi sono romanzi volti al presente, pur se fantastici, e proiettati, aggiungerei, verso un ideale concreto, anche se probabilmente utopico. Probabilmente, sì, non sicuramente. Mi infastidisce l'idea che un sogno non possa avverarsi. Altrimenti si chiamerebbe "illusione". E questo non spetta a me giudicarlo, né ad altri.
Lo spirito è quello di Millennium, il procedere è quello del bradipo. In un certo senso sento che questo è il passo giusto: scrivere vivendo. Non c'è altra soluzione, ormai. La mia vita è cambiata e ha preso una direzione ben precisa, quasi impossibile da spiegare.
E in quella direzione vado, vivendo, amando, scrivendo.

Per ascoltare qualche decina di secondi per brano, giusto per farsi un'idea, vi rimando alla pagina di Amazon.com: http://www.amazon.com/Millennium

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17 gennaio 2008

Classifica dei peggiori 10 autori fantasy

Bene, affronto questa spinosa questione.
Chi mettere tra i peggiori? E secondo che criteri? Questo non è il momento di dirlo.
Basti la mia personalissima classifica: dal peggiore al migliore dei peggiori.

David Eddings
Richard Awilson
Ornella Lepre
Licia Troisi (romanzo d'esordio)
Nancy Varian Berberick
Anne McAffrey
H.P.Lovecraft (il suo fantasy)
Terry Goodkind
Harry Turtledove
Anselm Audley

Il piatto è servito.

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11 gennaio 2008

Classifica dei migliori 10 autori fantasy

Secondo il mio personalissimo gusto, ovviamente.
E rigidamente in ordine di preferenza.

Ursula K. Le Guin
John R. R. Tolkien
Steven Erikson
Celia S. Friedman
Robin Hobb
Michael Scott Rohan
Glen Cook
David Gemmell
China Mieville
George R. R. Martin

Non ho letto ancora nulla di alcuni autori che sono certo potrebbero inserirsi in questa classifica in continuo divenire: Robert Jordan, Tad Williams (introvabile, se non a cifre oltremodo esose), Paul Edwin Zimmer (mi manca il primo romanzo della sua trilogia), Greg Keyes (attendo l'uscita del quarto), Scott Bakker (devo ordinarlo) e Scott Lynch (ce l'ho!), Fritz Leiber (ce l'ho!), Jack Vance (ho Lionesse!). Questi sono quelli che, a naso, mi sembrano i migliori candidati a sconvolgere la classifica nel prossimo futuro.

Ho dovuto escludere autori come Raymond E. Feist, Weis & Hickman, Neil Gaiman, Michael Moorcock, Roger Zelazny, Poul Anderson e altri, che ora non ricordo più (ma che prima ho scartato... :).

In questi giorni sto leggendo Ursula K. Le Guin, "I reietti dell'altro pianeta", che mi mancava e che so a priori essere un capolavoro. In ogni caso, già dalle prime cinquanta pagine lo si capisce.
Tra gli italiani m'incuriosiscono i romanzi della Asengard e l'ultima italiana edita da Fanucci. Leggere, leggere, leggere...

E intanto continuo per la mia strada, felice di avere l'imbarazzo della scelta in tutti i sensi.

Prosit!

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21 settembre 2007

Discontinuità

In questo periodo della mia vita sono costretto a scrivere nei ritagli di tempo. Questo equivarrebbe a un risultato tutt'altro che all'altezza delle mie possibilità (quali che siano), se non fossi paziente.
Scrivere è spesso una questione di pazienza.

Oggi, a distanza di quindici giorni, mi sono ritrovato nel bel mezzo di un ritaglio di tempo. La reazione è stata immediata: «Inizia il tredicesimo capitolo de Il giorno dopo, forza!» Ho aperto il documento che contiene i profili dei personaggi, quello che contiene la scaletta e quello preimpostato con scritto XIII - bello lì, in grassetto.
E mi sono bloccato.

Veniamo ai fatti, sinteticamente.
Il fronte d'azione che devo portare avanti in questo capitolo è stato affrontato l'ultima volta nel Capitolo VIII, cioè l'11 maggio, ben quattro mesi fa (ahimè, che lentezza d'esecuzione...). Pensate che io potessi ricordarmi tutto quanto avevo scritto? Intendo tutto, sfumature umorali, battute dei dialoghi e particolari importanti compresi?
Quando si scrive fantasy (e non solo, asserirei), con la seria intenzione di regalarsi una storia il più possibile coerente internamente, nulla è superfluo. E, soprattutto, non bisogna mai commettere l'errore di scrivere di un personaggio senza avere ben impresso in mente ciò che ha fatto, detto e pensato sino a quel punto della storia.
Risultato? Ho trascorso il mio ritaglio di tempo rileggendo integralmente i capitoli che riguardavano il medesimo fronte d'azione... nella speranza che il ritaglio di tempo successivo fosse vicino nel tempo (lo è, oggi scrivo! :).

La scrittura richiede continuità. La discontinuità è come un tarlo che la erode, mangiandone pezzi e rendendola meno solida. Se davvero s'intende scrivere a un buon livello, tra le cose da includere nell'impegno vi è la quotidianità, lo scrivere con una precisa regolarità, sforzandosi di non allontanarsi dal testo per troppo tempo. Se non si ha questa possibilità - come me in questo periodo della mia vita - allora bisogna rassegnarsi all'idea di procedere a piccoli passi, sedando la foga, per evitare di stendere un testo che fa acqua da tutte le parti.

Non credo d'aver affermato nulla di eccezionale. E' una banalità, ma mi piaceva l'idea di giustificare una delle affermazioni ricorrenti degli scrittori con un esempio diretto, vissuto sulla mia pelle.
Alla prossima!

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6 settembre 2007

Umiltà

Oggi sono troppo stanco per scrivere, tradurre o anche soltanto leggere. Il poco sonno di questa notte mi costringe ad arrancare nella speranza che l'ora di coricarsi giunga presto e che il riposo sia sereno e rigenerante.

Così, rifletto. Costa meno fatica e mi permette di stare immobile a scrutare la collina deturpata dalle ruspe, che un tempo allietava con il suo verdeggiare le mie pause in ufficio. Non è più un bel panorama. Anche il suo parziale conforto si è infine trasformato in desiderio d'astrazione.
Stamani mi è tornato in mente Tolkien e la sua lotta intellettuale per sconfiggere il cancro dell'industrializzazione selvaggia. E del Maestro m'è tornato alla mente il modo di vivere la scrittura e trasporre la vita in modo guidato.
Di pensiero in pensiero, sono infine arrivato a comprendere che per molti autori il vero salto di qualità avviene quando, in pochi attimi di sublimazione, maturano la consapevolezza che i frutti più dolci dei loro sforzi narrativi non è cosa terrena. Un momento perfetto, perché non è da tutti accettare che le parti migliori delle proprie creazioni letterarie non siano, in realtà, proprie. La farina viene da un altro sacco ed è difficile riconoscerlo e percepirlo in modo chiaro, fin nel midollo. Il vero salto avviene dopo un lungo periodo di sospetto e gestazione, durante il quale lo scrittore pensa e riflette in svariati modi all'ispirazione. E così che s'imbatte, ad esempio, in brani scritti di proprio pugno di cui non ricorda la provenienza e che sente troppo grandi perché gli appartengano davvero, in piena umiltà e affatto sorpreso.
A me è capitato, più di una volta. Ho riletto qualche passaggio e mi sono chiesto se davvero fossi stato io a scrivere quelle parole. Da un po' di tempo a questa parte conosco la risposta.
No.
Esiste un legame invisibile tra scritto, umano e divino. Un legame che per lungo tempo resta impercettibile, che poi diviene percettibile in modo confuso e che, infine, sboccia in una consapevolezza meravigliata. Quando ciò avviene, di solito lo scrittore cambia registro. Le parole sono dosate e la ricerca non è più volta all'effetto, ma all'essenza. Sempre all'essenza, senza posa.
In tutta franchezza, a me sta accadendo esattamente questo, per la prima volta in vita mia.
Per la prima vera volta so che non sono più solo di fronte alla pagina bianca. Mi sento guidato nel mio processo di crescita interiore. E guardo al passato come a una lunga sequela di coincidenze che non erano tali e che ho interpretato male, privo dello strumento ultimo per capire: l'esperienza.

E' vero, non più tardi di un mese fa ho scritto della faticosa solitudine dello scrittore. Mi riconosco in quel sentimento opprimente. Sono umano e fallace. A momenti fragile. A tratti presuntuoso. A volte poco caritatevole perfino con me stesso. Il sentiero si snoda ancora lungo di fronte a me, verso orizzonti che non riesco a sondare. E la sua estensione talvolta mi fa chinare il capo, per stanchezza interiore.
Ma ora so che ciò che voglio vivere e assaporare è il presente. Nel bene e nel male, sapendo che nulla è a caso. Conscio che anche i dolori più acuti infine hanno un senso. Basta volersi bene e darsi il tempo per comprenderli a fondo.
Non c'è condanna peggiore di una mente che rifiuta il cuore e l'anima.
La mia salvezza è nel prossimo, che di giorno in giorno mi mette di fronte ai limiti che minano la mia grandezza di essere umano. La stessa grandezza del prossimo - e che sia più avanti o più indietro di me poco importa, il sentiero che calchiamo è lo stesso.

Guardandomi indietro, quindi, scopro che gli autori che ho amato e amo tuttora sono illuminati dal rapporto che intercorre tra l'umano e il divino. Scritti ricchi di senso, che non hanno paura di guardare alla vita come una via verso la conoscenza, che non temono la derisione del povero di spirito.
E, nella mia ignoranza, meno crassa d'un tempo, li amo per una questione di affinità.

Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Non c'è nulla che possa scalfire la propria umiltà, quando viene dalla consapevolezza di essere tramite.
Siamo esseri carezzati da qualcosa che è più grande di noi, nonostante la nostra essenza sia infinita.

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7 agosto 2007

Recensione - Zeferina

La nuova recensione svolazza attorno a un'opera di una grande penna, quella di Riccardo Coltri, che sono onorato di poter considerare amico.
L'opera è un romanzo breve, intitolato Zeferina, scritto in un lampo creativo particolarmente felice, a mio avviso, ma tutt'altro che frutto del caso. Non voglio dilungarmi oltre.

Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.

Riccardo Coltri - Zeferina
http://www.negrore.com/recensioni/09zeferina.htm

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26 luglio 2007

Steven Erikson - Uno

Amo questo autore.
Dopo un mirabile prologo, in Midnight Tides apre la narrazione così (e mi spiace per chi non sa l'inglese, ma non mi azzardo a storpiarlo).

« Here, then, is the tale. Between the swish of the tides, when giants knelt down and became mountains. When they fell scattered on the land like balast stones of the sky, yet could not hold fast against the rising dawn. Between the swish of the tides, we will speak of one such giant. Because the tale hides within his own.
   And because it amuses.
   Thus.

   In darkness he closed his eyes. Only by day did he elect to open them, for he reasoned in this manner: night defies vision and so, if little can be seen, what value seeking to pierce the gloom?
   Witness as well, this. He came to the edge of the land and discovered the sea, and was fascinated by the mysterious fluid. A fascination that became a singular obsession through the course of that fated day. He could see how the waves moved, up and down along the entire shore, a ceaseless motion that ever threatened to engulf all the land, yet ever failed to do so. He watched the sea through the afternoon's high winds, witness to its wild thrashing far up along the sloping strand, and sometimes it did indeed reach far, but always it would sullenly retreat once more.
   When night arrived, he closed his eyes and lay down to sleep. Tomorrow, he decided, he would look once more upon this sea.
In darkness he closed his eyes.
   The tides came with the night, swirling up round the giant. The tides came and drowned his as he slept. And the water seeped minerals into his flesh, until he became as rock, a gnarled ridge on the strand. Then, each night for thousands of years, the tides came to wear away at his form. Stealing his shape.
But not entirely. To see him true, even to this day, one must look in darkness. Or close one's eyes to slits in brightest sunlight. Glance askance, or focus on all but the stone itself.
   Of all gifts Father Shadow has given his children, this one talent stands tallest. Look away to see. Trust in it, and you will be led into Shadow. Where all truths hide.
   Look away to see.
   Now, look away.
»

No so su di voi, ma su di me Steven Erikson ha un effetto devastante. Mi rende di nuovo un ragazzino in preda alla meraviglia, dopo anni di tedio e qualche vago picco di riconoscimento. Tra gli autori contemporanei che conosco, lui è l'autore che più di ogni altro scrive ciò che io considero "letteratura fantasy". E mi fa sentire piccolo, ogni volta.

Continuo, va'...

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Azione, azione, azione!

Pare che il mercato editoriale sia tutto teso verso la “narrativa fast-food”. E, come mi faceva notare Michele Giannone, è un male che ha colpito anche il cinema. Forse è come la peste... forse è un'epidemia.

Quando spedii all'Editrice Nord il primo romanzo della mia trilogia, allegando una lettera di presentazione (ignorando che sarebbe stato opportuno inviare anche una bella sinossi), Gianfranco Viviani mi fece due appunti: uno sulla forma, che condividevo, e uno sull'azione, di cui invece non condividevo l'essenza.
Gli risposi, puntualmente e testualmente: «L’azione è davvero soltanto guerra, combattimenti all’arma bianca o magica, duelli, ecc... oppure è, ad esempio, anche azione magica non forzatamente volta allo scontro tra due contendenti? Non credo di essere d’accordo sul relegare l’azione al semplice "scontro", anche se parlando in senso lato. [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Fui convincente, in tutta evidenza. Eppure da allora continuo a pensare che Viviani venne colpito dalla pronta risposta, che evidenziava il grande lavoro di preparazione della trilogia (spedii non uno, ma ben due riassunti diversi, in cui avevo evidenziato tutto ciò che per me era azione, classificandola in modi diversi - materiale che non avrei potuto produrre in tre giorni, se non fosse già stato bell'e pronto). Il risultato è il Primo Ciclo Minore, meglio noto con il nome di “trilogia delle sette gemme” (questioni di marketing), mio esordio.

A questo punto, mi chiedo e vi chiedo: può l'azione essere il peso più importante sulla bilancia? Immagino già le risposte degli editori, ma mi piacerebbe poter rivolgere loro questa domanda.
La risposta dei lettori, invece, appare evidente: sì, l'azione è il fulcro, senza la quale i libri diventano noiosi.
Ma non ne sono così certo. O, forse, spero di sbagliarmi.
Di Michele Giannone, ad esempio, ho apprezzato molto le parti in cui l'azione non c'era. Lo stesso dicasi per il romanzo di Daniele Bonfanti. Di Dario De Judicibus pure. Non è un caso, noto solo ora, che il primo si sia concentrato di più su ciò che attornia l'azione, rispetto ai secondi, e si sia guadagnato una critica migliore da parte mia. L'azione è, forse, ciò che meno mi attrae di un romanzo, se questo non riesce a farmi riflettere altrimenti. Sono forse io un lettore anomalo? O forse l'azione è giustificata, adrenalinica e godibile se e solo se c'è una profondità di narrazione che la precede e segue?
Non so voi, ma io mi risposi già molti anni fa e, pur rischiando di mandare in fumo una possibile pubblicazione con la casa editrice che era il mio sogno, sottolineai il concetto all'allora editor dell'Editrice Nord, in modo quasi pedante.

Far parte di un mercato che premia l'aria fritta, in tutta sincerità, non m'interessa. Ai tre re "azione, azione, azione" io oppongo i miei "ambientazione, introspezione, azione". Questo mi interessa. Certo, potrebbe non interessare agli editori e io ritrovarmi a non pubblicare più alcunché.
Ma ha davvero importanza?

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23 luglio 2007

Recensione - House of Chains

Come è diventata mia ottima abitudine, ecco una nuova recensione a caldo.

Il quarto volume dei Malazan Book of the Fallen non ha deluso le mie aspettative. E, ancora una volta, mi sono dovuto limitare nel recensirlo: troppe le cose vissute per dar spazio a tutto.
Il mio unico suggerimento, prima ancora che affrontiate la recensione, è di regalarvi questa saga sontuosa.

Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.

Steven Erikson - House of Chains
http://www.negrore.com/recensioni/08houseofchains.htm

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18 luglio 2007

Recensione - Il mondo di Rocannon

Nuova recensione.

Ancora una volta si tratta di un esordio, ma si tratta di quello della più grande scrittrice vivente di fantascienza e fantasy, secondo i miei personalissimi parametri. È, infatti, un esordio del 1966.

Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.

Ursula K. Le Guin - Il mondo di Rocannon
http://www.negrore.com/recensioni/07ilmondodirocannon.htm

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9 luglio 2007

Fantasy per ragazzi

Quand'ero un ragazzo, ero come tutti i ragazzi: ignorante. A dir il vero, lo sono tuttora. Vero. Allora diciamo che la differenza, rispetto a oggi, è che ero più ignorante e meno consapevole di esserlo. Banale, in fondo. Lo sanno tutti.
Quando si parla di letteratura, i ragazzi sono un punto spinoso da affrontare. Tutti hanno paura di dire qualcosa di negativo, passando per bacchettoni. Di contro, tutti hanno paura di dire qualcosa di troppo positivo, passando per piaggiatori.

Una cosa è certa: il più grande mercato librario, in Italia, è quello dedicato ai ragazzi.
Parliamone, dunque.

I ragazzi hanno molte doti. La prima è la loro genuinità. Prendete il sostantivo come una mescola di schiettezza, sincerità, passionalità, emotività, freschezza, eccetera. Una miscela esplosiva, che li rende particolarmente vivi e vivaci, che fa loro aprire la bocca prima che qualche pensiero da frustrati li castri, zittendoli. Questo sono i ragazzi: genuini. E, quindi, buoni. Qualsiasi cosa esca dalle loro bocche.
Ma quale capacità critica hanno?
Risponderò per me, naturalmente. La loro capacità critica è gravemente minata dalla poca esperienza. Se non è nulla, è uno zero con virgola. Ciò che sta dopo la virgola è presto detto. I decimali corrispondono alle loro doti più spiccate, che gli permettono di capire quando un libro è una vera porcata. Insomma, non si fanno prendere per i fondelli troppo facilmente. A meno che, e questo capita, non siano in fregola intellettuale (e non solo). La passionalità può tradire, infatti.

Il ragazzo che fui amò Le pietre magiche di Shannara e tutt'oggi non riesco a considerare quel libro se non un piccolo capolavoro. Ma so perfettamente che, se lo leggessi oggi, non lo troverei così magico. Sarebbe bello, non straordinariamente bello. Eppure, quando a suo tempo, qualche settimana prima, lessi La spada di Shannara, mi resi subito conto che era una (brutta) copia de Il Signore degli Anelli.
Erano i primi libri che leggevo di mia scelta, non imposti dall'alto.
Ebbene, i decimali mi permisero di subodorare la fregatura della "spada". Ma mi piacque lo stesso. Un adulto con una discreta capacità critica non si sarebbe nemmeno preso la briga di terminare il primo romanzo di Terry Brooks.

Cosa significa tutto questo, per il qui scrivente?
Il fantasy per ragazzi è un grosso mercato, ma i ragazzi non premiano chiunque. La loro capacità critica è acerba, non è capace di distinguere tra pessima operazione commerciale e brutto libro, tra capolavoro e libro di gran mestiere. Ma sanno cos'è il brutto e cos'è il bello per loro. Sanno volersi bene e ricercano il piacere, con più incisività di un adulto.
Ma si perdono, e qui casca il palco, quando il piacere è semplice, perché il semplice è difficile da distinguere dal superficiale (scrivere semplice è molto difficile, vi riescono soltanto i maestri).
Qual è la differenza tra semplice e superficiale? Presto detto, non mi tiro indietro.
Semplice: La storia infinita, di Michael Ende.
Superficiale: Nihal della Terra del Vento, di Licia Troisi.
Entrambi i romanzi vendono tantissimo. Trovatemi un ragazzo che non li conosca entrambi.

Come tutte le questioni spinose, però, non riesco a capire se il mio pensiero sia un'opinione o contenga un reale fondo di verità.
Chi siamo, noi adulti, per decidere cosa sia di qualità per i ragazzi? E, soprattutto, è proprio vero che i ragazzi non possano capire la differenza tra narrativa e letteratura, magari d'istinto? (Tra superficiale e semplice?)
Penso al ragazzo che fui. Ero acerbo come lo sono tutti i ragazzi. Così un fatto riaffiora di prepotenza. Quando terminai di leggere Il Signore degli Anelli e cominciai a scrivere, un pensiero lampeggiò nella mia mente, abbacinante: «Non voglio leggere mai più questo romanzo, mi influenzerebbe troppo!» E, credeteci o meno, a tutt'oggi ho il terrore di rileggerlo. Esatto, non l'ho ancora riletto. Nient'altro suscitò in me pari stupore e timore nel contempo quanto fece la letteratura di Tolkien. Non me ne resi conto, ma la mia strada di lettore era già segnata.
Chi mi colpì in seguito con altrettanta forza, infatti, fu soltanto Ursula Le Guin.
Due autori del fantastico universalmente riconosciuti come latori di letteratura e non di semplice narrativa.

Ma il dubbio permane. Ecco perché voglio il vostro parere, nonostante una risposta me la sia già data.
Vorrei che la confutaste o la avvaloraste.

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30 maggio 2007

Capacità critica ed esterofilia

Questa mattina mi trovo a riflettere, di nuovo, sulla capacità critica dei lettori italiani - che è quella che conosco meglio, anche per esperienza diretta. La considero pesantemente corrotta da un'esterofilia fuorviante, malsana, sterile e sterilizzante.

Com'è possibile che autori come George Martin vengano ossannati ancora oggi, dopo lampanti e ripetuti esempi di "sbrodolamento" narrativo? Che l'autore statunitense snobbasse e svilisse il fantasy in passato, in modo esplicito, per poi cambiare rotta e dedicarvisi con profitto (economico), è sintomo evidente del fatto che il successo sia qualcosa di avulso dal contesto della letteratura.

Forse sbaglio, forse no, ma a me sembra che la capacità critica dei lettori italiani di genere sia acerba. O, forse, io sono tra i pochi che vorrebbero che il Fantasy occupasse un posto nella letteratura (questa sì una nicchia!), cosa che io credo si meriti già, grazie ad alcuni autori, come Tolkien e Le Guin. E, di conseguenza, valuto le opere per ciò che di letterario hanno, sempre col mio metro di giudizio, ma con l'attenzione viva di chi ricerca la qualità, lo spessore, e non il mero intrattenimento (che capisco intrattenga, ma a me fa l'effetto opposto, alla lunga, se effimero).
George Martin non è letteratura. È presa per i fondelli. Ben riuscita, a giudicare dalle vendite (e dal "R. R." nel mezzo del nome - che olezzò di merda fin dalla sua comparsa sugli scaffali italiani).
Perdonate la franchezza, e magari l'apparente animosità di questa considerazione - inesistente -, ma se è vero che gli autori italiani si meritano critiche oneste, che non li blandiscano, è altrettanto vero che non sono affetto da esterofilia e scorgo difetti macroscopici, non debitamente tenuti in considerazione, nelle opere di autori stranieri osannati.

2.000 pagine di Martin, scritte dopo l'anno 2000, non mi hanno dato ciò che mi ha dato Glen Cook, con The Black Company, romanzo d'esordio di 300 pagine, pubblicato nell'anno 1984. Finora ero deciso a riprendere la saga di Martin, una volta che l'autore statunitense l'avesse ultimata. In seguito alla lettura di Glen Cook, invece, ho deciso che Martin, con me, ha chiuso.

Tutto questo non per dare contro a Martin, che è soltanto l'esempio di questa mattina, bensì per instillare un dubbio nelle vostre menti: dove andrà la Fantasy italiana, se i suoi autori, che sono prima lettori, non si affrancheranno da un'esterofilia tutta italiana, nella sua eccessiva miopia, e non cominceranno a vedere nelle opere di alcuni dei maggiori autori mondiali qualcosa di dannoso al genere stesso?

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18 maggio 2007

La mia sintesi

Nei vari commenti di questi ultimi giorni, che ruotavano attorno all'ultimazione di due capitoli de Il giorno dopo, si è parlato di sintesi e prolissità... e di autori che vengono pagati a parola.

Attorno al mio pensiero, mi rendo conto, ho ingenerato una certa confusione. Sento quindi l'esigenza di spiegare cosa intenda per sintesi e perché, di conseguenza, consideri la sintesi il fine ultimo di ogni buon scrittore.

Il concetto a cui io faccio riferimento, scrivendo "sintesi", negli anni di riflessione sulla scrittura, ha acquisito almeno due significati, connessi e concomitanti.

Il primo significato è piuttosto facile da spiegare, perché riguarda la stesura e la revisione del testo vere e proprie. Posso descriverlo, cioè, come segue: ridurre il testo all'essenziale.
E qui tento di far piazza pulita delle possibili interpretazioni errate del concetto che intendo esprimere. L'essenziale non dipende dallo stile adottato. C'è chi preferisce uno stile privo di fronzoli, c'è chi invece ama infiorettare. Non ho nulla contro gli abbellimenti, pur preferendo una certa semplicità espressiva (a dirla tutta, amo una via di mezzo - come si evince da romanzi come La Rocca dei Silenzi). Parlando di sintesi, per ribadire il concetto, non ho mai inteso dire che autori come Tolkien, ad esempio, dovessero asciugare le proprie frasi, eliminando abbellimenti espressivi, che donano ricchezza alla prosa (a parte il fatto che, se avessi inteso affermare qualcosa di simile, sarei un presuntuoso cronico).
Ridurre il testo all'essenziale, dunque, a mio avviso significa non condurre il lettore in vicoli ciechi e dargli l'impressione che la narrazione proceda a singhiozzo o, peggio, che alcuni paragrafi possano essere saltati senza perdere alcunché. Ecco, questo, a mio avviso, è ciò a cui ogni scrittore intellettualmente onesto dovrebbe lavorare: eliminare il superfluo. E spero si sia capito che il superfluo nulla c'entra con lo stile adottato. Come scrisse bene Carver: "Niente trucchi!"

Il secondo significato è invece difficile da spiegare. Se non più, è altrettanto importante. Parlo della sintesi che ruota attorno al senso del romanzo.
Va da sé che la digressione, primo esempio che mi sovviene, è una tecnica riconosciuta e ritenuta valida, ma dev'essere utilizzata con parsimonia e acume. Deve, cioè, aiutare il lettore a recepire quello che è il senso della storia, secondo l'autore. Deve, insomma, aggiungere e arricchire, non divergere e confondere.
Ulteriore esempio, più pratico. Nulla vieta una pausa di riflessione filosofica, all'interno di un avvincente romanzo fantasy - Steven Erikson se le concede: sono un piacere e non sembrano mai fuori contesto. Nulla vieta. «Anzi!» direi io. Personalmente bramo tali pause, quando affronto la lettura di un testo, perché donano spessore alla storia.
Se l'intento è letterario, la sintesi che un autore deve attuare, termino, è limitarsi a dire ciò che ha senso dire. Lui deve, cioè, eliminare divagazioni sterili, digressioni fuori tema e scene inconcludenti. L'equilibrio interno di un romanzo è delicatissimo e l'autore deve sintetizzare il proprio pensiero, renderlo compatto, individuabile, pur se senza enunciarlo in modo diretto. Quanto più l'autore ha approfondito tale pensiero, sviscerando molteplici domande e giungendo a una sorta di conclusione, tanto più la sintesi che attuerà nel suo romanzo sarà pregnante e degna d'attenzione.

In questo senso, quando parlo di annacquare un testo, parlo di chi, in modo intellettualmente disonesto (perché dire "superficiale" mi sembrerebbe un insulto bell'e buono), sa che sta accantonando la sintesi, per abbracciare un interesse secondario, che male fa all'opera e alla sua qualità.
Forse sono una voce fuori dal coro, ma a me autori come George Martin sembrano perdersi strada facendo, nonostante l'ottimo principio. Perdono il senso della misura, quando invece la misura è basilare, per uno scrittore e per i suoi scritti. Finiscono per assecondare voglie malsane, lasciando che la storia prenda il sopravvento sul senso della storia. E - per sottolineare quanto detto sopra - non si può certo dire che George Martin abbia uno stile infarcito di abbellimenti, perché asciuga molto. Ora, però, visto che forse sono riuscito a spiegare meglio cosa intendo per "sintesi", posso prendere ad esempio lo scrittore statunitense e definire la sua opera annacquata. Che sia perché viene pagato a parola o perché ha perso di mira la sintesi, nei suoi molteplici significati, poco importa. Ai miei occhi, naturalmente.

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24 aprile 2007

Uno dei grandi misteri

Ieri sera ho riflettuto sull'immaginazione, per l'ennesima volta.

Tra la fine del 2000 e l'inizio del 2001, scrissi due testi. Sette anni dopo, sono diventati parte de Il giorno dopo. Il primo era una sorta di prologo e tale è rimasto. Il secondo conteneva scene disparate, che sono finite negli attuali capitoli quinto, sesto, decimo e diciottesimo. Ciò che era un'idea acerba, è divenuta un romanzo corposo, contestualizzato nei Silenzi. Dei due testi ho colto la sola essenza, perché sono stati riscritti di sana pianta - a parte un breve dialogo, ripreso, anche se rivisto in modo pesante.

Ieri, reinventando l'ambiente di una di queste scene, ho descritto un luogo nuovo, cui non avevo mai pensato, se non genericamente. Il mio pensiero è stato "la scena si svolgerà all'aperto, in una radura". Punto e basta. Nessun dettaglio ulteriore. Ciò che mi si è presentato agli occhi della mente, mentre scrivevo, mi ha meravigliato.

Leggete questo breve estratto della prima stesura.
«Di giorno, invece, l’ampia radura che si allargava sul lato ovest era sede del Consiglio. Accessibile a chiunque volesse presenziare, da essa si poteva ammirare tutta Irydion, che un tempo si estendeva a perdita d’occhio, in un gioco d’alternanza tra alberi secolari e bianchi edifici. Ora, la capitale dell’Anapùrii Settentrionale appariva come il ricordo ingiallito della fiabesca città che era stata e le sue molte torri a pianta circolare s’innalzavano macchiate. Colate di nera sporcizia si allungavano dalle sommità appuntite, protendendosi verso il suolo. Crepe intaccavano la solidità di molte costruzioni, visibili a occhio nudo da grande distanza. Le lontane periferie erano state abbandonate ed erano state inghiottite dalla vegetazione.»

Per l'ennesima volta, il mistero dell'immaginazione mi ha conquistato.
Ero lì, in silenzio, chino sulla pagina bianca digitale. Quando sono giunto alla radura, mi sono girato e ho guardato a valle. La città si è presentata ai miei occhi vivida, una visione improvvisa, commovente nella sua bellezza decadente. E tale la ricorderò per il resto dei miei giorni, quasi fosse un luogo reale che ho rimirato dalla cima di un colle, in qualche terra straniera.

Da dove vengono questi luoghi?
Da quando ho iniziato a scrivere, oltre vent'anni or sono, ho visitato molti mondi. E tutti gli ambienti e i paesaggi immaginati si sono conquistati all'istante uno spazio nel mio cuore, imprimendosi in modo indelebile. Quando rileggo alcune vecchie scene della mia trilogia, ad esempio, affrontando una descrizione rivedo subito la medesima cosa che vidi la prima volta, nell'atto stesso del descriverla.
È un mistero, probabilmente il più affascinante, assieme alla vitalità dei personaggi, che diventano tuoi amici fedeli, legati a te per sempre come i luoghi dell'immaginazione.
Da dove vengono questi luoghi, dunque?
Un tempo rifiutavo l'idea, quando mia madre me la proponeva. Oggi, invece, sono incline a credere che l'unica risposta possibile sia fissare l'infinito e ringraziare.

Dimenticavo di dirvi della seconda risposta che mi sono dato, che è comunque conseguente e subordinata alla prima: Irydion, la città che ho visitato ieri, per la prima volta in vita mia, esiste.

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23 marzo 2007

L'originalità della compagnia

Molto spesso, in passato, ho affermato che l'originalità a tutti i costi è un sentiero angusto. E non sempre porta da qualche parte, anzi.

L'originalità di un autore sta nel rielaborare ciò che ha assorbito leggendo. Il risultato può essere originale in molti sensi, a volte perfino più gratificante di un'originalità assoluta. Insomma, non scarterei a priori, come molti fanno, la rivisitazione.
Vero è, però, che la rivisitazione si fonda sull'onestà intellettuale. Non ammette, cioè, il plagio, né le soluzioni di comodo. Se rivisitazione è, dev'essere profonda. Non è, dunque, una cosa semplice da realizzare. Personalmente, ne so qualcosa.

Stamani stavo riflettendo su questo e su cosa io abbia ritenuto originale negli ultimi tempi. A parte il genio di Steven Erikson, nessun altro autore mi ha colpito per originalità assoluta. Alcuni, tuttavia, li ho apprezzati per la loro rivisitazione: Celia Friedman, ad esempio; o China Mièville. E allora mi sono chiesto cosa renda questi autori originali, a modo loro, nonostante i loro romanzi spesso ricordino qualcos'altro.
La risposta che m'è sovvenuta è una: i personaggi, più che la storia e ancor più dell'ambientazione.

I personaggi fanno sempre la differenza. Il loro spessore psicologico, il loro essere vivi e unici, il modo che hanno di restare impressi nella mente del lettore, quasi che fossero esseri in carne e ossa... ecco, questo rende un romanzo sicuramente originale. Ora mi è chiaro perché, negli anni di scrittura, una sola cosa non è mai cambiata nel me autore: l'importanza dei personaggi. È l'aspetto che tutti i miei romanzi hanno in comune.

Questo, credo, non è nient'altro che un riflesso della (mia) vita. Non c'è nulla di più importante delle persone, degli affetti. Qualsiasi esperienza si stia vivendo, anche la più gioiosa o esaltante, se non la si condivide con qualcuno diviene sterile. Va bene anche solo a posteriori. La solitudine è il peggiore dei mali.

Prima che stupire, dunque, un autore ha il dovere di fare compagnia al lettore.

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19 marzo 2007

Radici

Non sono mai stato aduso alla mimetizzazione fallace, ovvero sia non uso nascondermi dietro un dito. Ed è in base a questa convinzione che ho sempre detto quali autori mi portarono alla scrittura. Fossero essi amatissimi, J.R.R.Tolkien, o fossero essi odiatissimi, Terry Brooks.

È curioso come gli unici due autori ai quali io abbia mai deciso di fare omaggio attraverso i miei romanzi (*), in modo consapevole, siano considerati il maestro e il suo peggior scopiazzatore. Ed è altrettanto curioso, ai miei occhi, leggere pareri al limite del fanatismo riguardo ai romanzi di entrambi. Che mi piacciano gli autori che ingenerano contrasti?

Le radici di un autore, agli occhi dei lettori, sono l'autore stesso. Perché preoccuparsi tanto di rivelarle, dunque? Chi le rinnega non è un autore, è una bandierina in balia delle più tenui brezze. Non è importante cosa si è letto, ma il modo in cui lo si elabora. Quella di citare tra i propri ispiratori soltanto autori considerati maestri comincia a sembrarmi una pessima moda. Mi viene in mente una frase di una canzone di Ivano Fossati: "È proprio da finale di carriera, accompagnarsi a gente di cultura". Cosa si crede, che citare grandi autori renda grandi? O forse il sottacere i più bistrattati, che però si sono amati, significa tradirsi e tradire quell'onestà intellettuale che dovrebbe essere l'unico dio dello scrittore?

A me pare che la pavidità regni sovrana, tra gli autori nostrani. Sembra che si vergognino dei propri romanzi e tentino di giustificarsi anticipatamente. Credo d'essere caduto in errore anch'io, dapprincipio. Flagellandomi, giustificavo il mio essere umano, il far parte del fiume chiamato Cultura, la cui fonte è molto più a monte e la cui foce è molto più a valle; giustificavo perfino gli errori altrui. Per fortuna la mia debolezza è durata poco. Oltre tutto, laddove non c'è pavidità, c'è arroganza. Ovvio, sono le due facce della stessa medaglia.
Dove sono finiti gli autori che sanno cosa stanno facendo, il come farlo e il perché vogliono farlo? Dov'è finita la consapevolezza artistica, che non si piega di fronte a niente e a nessuno? Che si manifesti spavalda quando si gioca in casa a me sembra arrogante. Che muoia sulla scrivania di un editor a me sembra pavido.
Uno scrittore che si rispetti sa da dove viene e verso dove sta andando.
E niente e nessuno può fargli cambiare idea.


(*) L'omaggio a Tolkien è nel modo in cui i Sette s'incontrano, all'inizio del Primo Ciclo Minore; un evidente richiamo a "Lo Hobbit". L'omaggio a Brooks è il Grassatore; richiama il Mietitore, sebbene l'idea iniziale sia stata sviluppata a tal punto da renderlo completamente differente, fatta eccezione per l'implacabilità.

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