Ho ancora nelle orecchie un'affermazione di Morgan intervistato da Daria Bignardi a "L'era glaciale".
Mi ha molto colpito, proprio perché io parlo così tanto spesso di "onestà intellettuale". Di primo acchito m'è venuta la voglia di smetterla di blaterare: ho molta considerazione di cosa dice Morgan, perché è un grande artista. In fondo, a me cosa me ne frega di tutto questo? L'unica cosa di cui dovrei preoccuparmi è produrre e lasciar parlare i fatti. Invece sono sempre qui a pontificare. La decisione sarebbe stata drastica: basta col blog che discute, nonostante le mie promesse; chiedendo scusa. Poi, però, ho allacciato un po' delle cose che lo stesso Morgan ha detto durante l'intervista e m'è venuto il dubbio opposto.
Ma non sarà che invece parlarne è importante? ho pensato. Ciò che conta davvero, mi son detto, è che sia onesto mentre parlo di onestà intellettuale. Così ho avuto il coraggio di rileggere il pezzo appena scritto: "Le fondamenta". E, per fortuna, non m'è sembrato così delirante come temevo.
Tutto bene? No, diciamo benino. Ho intravisto uno dei motivi che mi rende tanto odioso ad alcuni. E non mi sento di criticarli in toto. Anzi, direi che curerò con attenzione i miei testi, per far emergere in che tempestoso mare d'incertezze navigo, al pari di tutti. Forse, ciò che manca alle mie blog-considerazioni, è il retroscena, che ne giustifica le posizioni. Mancano di una certa prospettiva, che fa apparire i miei testi come una lunga carrellata di certezze. Così non è.
Del resto, perché uno si pone tante domande? Forse sarà perché ha poche risposte.
Ma nel contempo sa che ogni singola risposta ottenuta è preziosissima. Quindi ne va a cercare altre.
Ecco, ora sapete con che spirito mi metto a scrivere questa seconda blog-considerazione sull'"onestà intellettuale". Il retroscena di cui parlavo.
L'onestà intellettuale per me è un processo di crescita. Ma, semplificando, è un processo. Cioè non è un concetto astratto.
Quando uno scrittore scrive per essere pubblicato e letto la prospettiva cambia completamente rispetto agli anni in cui si è stati inediti. Questa nuova prospettiva mescola le carte in tavola, che tanto bene conoscevi, e non ti chiede di riordinarle. Le incolla al tavolo. Sei tu che devi riordinarti in base alla loro disposizione. Dapprima è eccitante, dappoi arrivano le mazzate. Qualsiasi concetto cui prima si pensava nella solitudine della propria stanza, mentre si ragionava sull'opera in stesura, sognando la pubblicazione, viene deformato. Le molte, false certezze si sgretolano, una dopo l'altra. E travolgono anche quelle vere. La tentazione di barare viene ed è forte, perché comprendere le nuove regole del gioco e trovarvi un proprio posto indipendente è un'impresa. Ancora oggi, rifletto dopo l'esperienza vissuta dal 2001 e da quel fantomatico "Le sette gemme" (primo segnale fu il titolo, che cambiò dallo storico "Il manoscritto"), fatico a trovare il mio posto in questo grande gioco d'azzardo intitolato "essere un romanziere". In breve, mi sta stretto. Io non sono un romanziere, sono meno e molto di più allo stesso tempo. E starmene qui a parlare di onestà intellettuale un po' m'infastidisce pure.
L'onestà dovrebbe essere un valore da coltivare con lo stesso istintivo amore che si prova per il proprio benessere fisico: perché bisogna girarci tanto attorno?
La risposta temo possa essere questa: perché essere onesti non è istintivo, semmai il contrario. E mi preme trovare una via.
Allora, come la mettiamo? Semplice, la mettiamo che da quando lessi "Lo Hobbit" a tutt'oggi ho sempre avuto voglia di scrivere romanzi per comunicare la mia visione del mondo, dello spettacolare caleidoscopio di vite che s'intrecciano in modo apparentemente casuale, per tentare di scoprirne il meccanismo, nell'illusione di riuscire a capire qualcosa di più, perché la ricerca del sapere è amore per l'oggetto del sapere. E non mi riesce proprio di non amare questo nostro tragico, favoloso pianeta.
Voler raccontare una storia è l'impulso iniziale, profondamente onesto. Chiunque voglia scrivere un romanzo per qualche altro motivo, compreso l'immaturo desiderio di veder riconosciuto il proprio valore (sono passato attraverso quell'immaturità, immergendomici completamente), parte male.
Voler raccontare una storia è soltanto l'inizio del processo. Di solito è un processo che comincia indipendentemente dalla propria volontà, perlomeno fino a una certa età. Quindi, diciamo, la maggior parte degli scrittori giovani parte in modo molto onesto. Ma non è detto che arrivino alla pubblicazione quando ancora giovani...
Ricordo ancora un episodio contrario, per l'appunto, che mi colpì e che soltanto oggi riesco a comprendere a fondo perché il colpo fu così duro. Uno "scrittore", molto discusso, mi (ci, perché non ero solo) disse che aveva proposto la scaletta del suo romanzo,
prima di scriverlo, perché non aveva mica tempo da perdere! Capite voi che non si può restare indifferenti di fronte a tanta onestà intellettuale. Non si può certo dire che quel signore non fosse schietto. Ed è una qualità. Ma la sua affermazione era disturbante. Sia chiaro, non è che preparare una scaletta e discuterne con l'editore sia una cosa che non si fa. Anzi, l'ho fatto anch'io. Ma un conto è discutere sulle migliorie possibili, un conto mettere in discussione che si scriverà quel romanzo se l'editore ti boccerà la scaletta.
Così ora sono costretto a raccontarvi un mio retroscena (e scusate l'egocentrismo, ma preferisco dirla chiara io, prima che qualcuno s'inventi un retroscena diverso e falso. Quindi me ne frego dell'egocentrismo). Dopo la pubblicazione de
La Rocca dei Silenzi discussi con la mia editor circa il romanzo successivo. Da subito proposi il suo seguito,
Il giorno dopo. La scaletta era già pronta (vi avevo lavorato sin dal giorno successivo all'approvazione della versione definitiva della Rocca). La valutarono sia Gianfranco Viviani che Cristina Prasso. Nel presentarla a Cristina, avevo premesso che stavo vivendo un periodo molto difficile (sentimentalmente) e che non mi sentivo in piena forma, come se la mia creatività fosse bloccata. La risposta che ricevetti per bocca della stessa Cristina fu sorprendente per me. Sapevo quanto fosse misurata nelle parole e mi disse: "E questa tu la chiami mancanza di creatività?" Non so se lo disse per farmi forza, ma so che è una donna molto sincera, che sa restare in silenzio quando non vuole dire qualcosa di indelicato. Aspetta il momento giusto per dirti come la pensa. Credo sia il più bel complimento che un editor mi abbia mai fatto (e da parte di Cristina per me è stato davvero lusinghiero, ché ne ho una stima infinita). In aggiunta, perché Cristina era anche il Gruppo Longanesi, c'era il lato commerciale, bisognava attendere la Rocca... Da lì in avanti, con le 1052 copie del primo anno (2005), parlammo altre due volte dei progetti futuri.
Riassumo e non sarà breve, scusate.
Il giorno dopo non poteva essere promosso sul campo, visto il risultato de
La Rocca dei Silenzi. Feci leggere a Cristina un romanzo che avevo scritto prima della Rocca (
Dall'alba al tramonto). La sua risposta fu che il romanzo era totalmente sbilanciato sul protagonista e che trattava le donne come burattini. Per dargli un futuro, bisognava ripensarlo e riscriverlo per bilanciarlo con una figura femminile forte. Poi parlammo di
Luce e Cristina mi chiese: "Sei proprio sicuro di voler proporre qualcosa di così filosofico? Anche Margaret Atwood ci ha provato ed è stato un insuccesso, nonostante fossero molti i lettori che la leggevano." (Manca tutto un pezzo di discorso: credetemi, la sua affermazione non era dettata da una mera logica commerciale, quindi non giudicatela male. Sintetizzo: si stava parlando del mio futuro.) Poi venne
il Secretum, che era un'idea nata di recente e che non era Fantasy, ma Fantastico. Scrissi il prologo e il primo capitolo, per farle capire di cosa stavo parlando sulla carta. Ne parlammo e Cristina mi disse: "L'idea è valida, ma la storia non mi convince. Dovresti sviluppare maggiormente i "cattivi"" (riassumo, perché non ricordo se abbia usato questa parola, ma a loro si riferiva per amor di sintesi, per quanto superficiale).
Insomma, Cristina Prasso non è una che te le manda a dire! :)
Tutta questa pappardella per dire che io ho sottoposto scalette e idee alla mia editor,
prima di scrivere i miei romanzi. Le risposte le avete lette. E io cos'ho fatto? Ho iniziato a scrivere
Il giorno dopo, dopo due, tre anni di crisi personale. Il Fantasy è stato l'unica cosa che è riuscito a tirarmi fuori dal pozzo buio in cui ero finito. Quello e la fantastica venezuelana che ora è mia moglie, va detto con onestà: da solo non so se ce l'avrei fatta. In pratica,
ho ricominciato a scrivere grazie a un romanzo che era già bocciato in partenza dall'editore. E ne ero ben consapevole. Ma cosa deve fare uno scrittore, per riuscire a vivere la scrittura con maggiore serenità, se non raccontando la storia che ha voglia di raccontare?
Grazie a
Il giorno dopo ho ritrovato la purezza iniziale, quella gioiosa e giocosa di prima del 2001, quella voglia di raccontare una storia a modo mio, che mi divertisse e riflettesse sul mondo.
Non mi sono risollevato del tutto, va detto. Ma comincio a pensare che questo sia il massimo a cui posso aspirare, umanamente. Non sono più quello sognante de
La Triade, né quello rabbioso de
La Rocca dei Silenzi, sono diventato qualcosa di profondamente diverso. Sono uno scrittore che scrive senza più pensare a diventare famoso. Prima mi ossessionava l'editore. Ora mi ossessiona il lettore, in tutte le sue meravigliose e spaventose
manifestazioni! E, capirete, c'è una bella differenza. Ma ricordo tutto, so cos'ero, da dove vengo e attraverso cosa sono passato. Ho capito alcune cose di me, ma ho capito anche alcune cose della scrittura e del suo rapporto con l'onestà intellettuale. Cose che sbagliavo, cose in cui mi sbaglio ancora, cose in cui forse non riuscirò mai a smettere di sbagliare. Ma ora sono molto più consapevole.
La storia è ciò che conta e la sua scrittura dev'essere gioiosa, appassionata, disponibile... onesta.
Non starò qui a menarvela con tutte le solite amenità tecniche, anche se forse renderebbero meno pesante questa mia blog-considerazione (comincio a odiare sempre più la scelta che feci per questo nome... E' così anti-stilistico, è proprio brutto. "Blog-considerazione", ma che cazzo vuol dire, poi? Non sintetizza un bel nulla, fa solo confusione). Ho già detto la mia in modo più che verboso, nella mia passata rubrica
Un nuovo mondo. Qui sto parlando del modo in cui io ho imparato ad affrontare la scrittura.
Come un dono che non è il caso di calpestare. E lo si può calpestare in svariati modi. Ad esempio, violentando te stesso a scrivere una cosa che non vuoi veramente scrivere.
Ciò detto, mi sono sentito pronto per cambiare rotta, dopo essermi risollevato con mezzo
Il giorno dopo (che in fondo è come aver scritto un romanzo intero, vista la mole, tralasciando la mancanza del finale - cosa non da poco, ma che per me è sempre stata molto naturale: il finale è una cosa che ho talmente chiara fin dall'inizio, sempre, che non posso sbagliare. Semmai, arrivandoci, posso arricchirlo grazie al bagaglio di capitoli scritti). Giravo attorno al
Secretum da tempo. Ma ripensavo alle parole di Cristina e mi chiedevo fino a che punto quel suggerimento violentava il mio romanzo. Approdai a un concetto molto chiaro: la storia che volevo raccontare era già lì, l'unica via ammissibile era
arricchirla sviluppando i "cattivi". Immagino fosse già chiaro dalle parole di Cristina, ma io ci ho messo un annetto per arrivarci (questa blog-considerazione sta cominciando a preoccuparmi). Così aveva senso, cambiare la storia no. Seguii quel consiglio e quando sono arrivato all'impianto generale mi sono reso conto che il romanzo era migliore, più corposo, anche se forse un tantino ambizioso. Ma mi piaceva: era una sfida e io sono un tipo cocciuto, che difficilmente accetta di non poter fare qualcosa nell'unico campo in cui sa fare effettivamente qualcosa (probabilmente non molto, ma nemmeno poco, va'...). Così iniziai a scriverlo, con grande difficoltà, pensando che
Il giorno dopo sarebbe diventato il successivo (perché me ne staccai con dolore, ma la spinta che il mio sentire mi dava era inequivocabile). Il Fantasy poteva riposare un po'.
Cosa mi ha fatto decidere? Semplice, il fatto che il
Secretum potrebbe avere una possibilità col mio editore di riferimento, mentre
Il giorno dopo non ce l'ha affatto. (Ma non solo per questo, sarebbe stato troppo poco; anche perché il
Secretum seguiva il mio percorso alla perfezione, dato che parla
finalmente del nostro tragico, favoloso mondo.) Stiamo parlando di onestà intellettuale, giusto? E questo cosa sarebbe, un tradimento intellettuale? Nient'affatto. Stiamo parlando di prospettive, di progetti di vita, perché qui nessuno ha deciso di lasciare un romanzo come
Il giorno dopo orfano. Le scalette si propongono, l'editore ha il diritto di ritenerle valide o meno e di valutarne la portata commerciale, lo scrittore scrive le storie che ha dentro
indipendentemente dall'esito dei colloqui. E questo sto facendo e farò. Tutto questo perché, come vi ho detto, non è possibile amare la scrittura e scrivere storie che non si ha voglia di raccontare allo stesso tempo.
Soltanto, a volte, cambiano i tempi in cui si racconteranno quelle storie. Questo è una delle nuove regole a cui ci si deve adattare passando da inediti a editi. Un equilibrio che era complicato raggiungere, cosa che forse mi aiutò a scendere ancora più in basso durante il mio periodo di crisi, perché dapprincipio sembra tutto sbagliato. Poi ci si rende conto di essere rigidi, di poter affrontare quel nuovo gioco di carte incollate con elasticità mentale, senza per questo svendere l'amore per le proprie storie.
Il (mio) modo di affrontare la scrittura è amarla incondizionatamente e affrontare la prima stesura soltanto quando si ha la certezza che
quella è la storia che vogliamo raccontare in quel momento. Farlo significa farsi un esame di coscienza, sapere dove si vuole andare, per l'appunto. Significa capire se si vuole una vita artistica più piena o una vita da scrittore di nicchia. Significa capire se si ha davvero voglia di tentare qualcosa di diverso, di più, se si ha voglia di ascoltare fino in fondo il parere della tua editor, anche se è spiacevole. Significa mettersi in gioco senza mentirsi. Non importa quale sia l'obiettivo finale, ciò che importa è dichiararlo in modo esaustivo (ricordate la mia definizione de
La Rocca dei Silenzi: è un romanzo di personaggi. Punto, niente di più, niente di meno. Il resto, se vuole e sente, ce lo metterà il lettore). Dire cos'è il proprio romanzo e non pretendere mai come reazione qualcosa che per il tuo romanzo sarebbe eccessivo, nel bene e nel male.
Se il momento ti porta a scrivere un Fantasy che non ha speranza di essere pubblicato dal tuo editore, allora devi cominciare a scriverlo. Questo ti aiuterà a sentirti bene e ti aprirà nuove prospettive. Se poi maturi un'altra consapevolezza, è bene assecondarla, perché se non sei onesto con l'opera che stai scrivendo - e che magari non hai più voglia di scrivere - sarà impossibile esserlo anche con i lettori. Gli si venderà fumo. Non si vende fumo, non è bello. E so perché molti lo fanno: è molto meno faticoso. Ma anche questo è lecito, quando si punta
esclusivamente a successo e fama, a patto di farlo con onestà e di non sbandierare obiettivi che in realtà non si hanno (cosa ormai sempre più rara, ahinoi tutti). Il problema è che scrittori di questo tipo poi si compiacciono quando un lettore dice che il loro best-seller è un
capolavoro! Ma che capolavoro e capolavoro. Sta' zitto che fai più bella figura. Io sono inorridito quando ho visto riportate alcune e-mail di miei lettori nel risvolto di copertina de
L'arcimago Lork, e-mail che deliravano a proposito di Tolkien. Ero furioso. Ma ho dovuto inghiottire il rospo e tutti quelli che sono arrivati di conseguenza. Così è il mondo editoriale: fatto di sensazionalismo e di lettori troppo spesso pronti a saltarti alla gola al minimo errore (anche se non l'hai commesso tu).
Volete ancora scrivere un romanzo soltanto per il successo e la fama? O forse è il caso di essere divertiti e appassionati quando si affrontano l'ideazione e la prima stesura?
Fate voi. Personalmente non soltanto l'ho capito, ma mi sono anche imposto di viverla bene, con fermezza assoluta. Non voglio vivere un'altra volta
quel tipo di crisi, quando il mondo violenta una cosa che ti appartiene intimamente e tu ne esci scioccato e stordito. Deve esserci il tempo per viverla in pace, la scrittura, e l'unico arco temporale in cui ciò è possibile è il tempo dell'ideazione e della prima stesura. Volendo anche della revisione, ma già ci sono impurità nei propri ragionamenti. Negarlo significa farsi del male.
Pensateci, perché è una guerra emotivo-intellettuale quella cui si va incontro. E' meglio essere onesti mentre si scrive, è l'ultima possibilità che si ha per godere della scrittura.
(A questa blog-considerazione ne seguiranno altre due: una sul mio modo di affrontare la ribalta - editore e pubblicazione -, un'altra sul mio modo di affrontare la vita dello scrittore.)
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