14 dicembre 2009

E la (in questo caso sottile) epurazione continua...

Come da titolo.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/spettacoli_e_cultura/bignardi-allontanata/bignardi-allontanata/bignardi-allontanata.html

È uno dei pochi programmi televisivi che guardo con una certa regolarità (in rete, però, perché stare agli orari della televisione, che te li cambiano sotto il naso, non ci sto). A questo punto attendo che diano un calcio nel sedere pure a Fabio Fazio e l'opera è compiuta.
Stiamo a vedere cosa succederà a RaiTre, l'unico canale televisivo che mi ricorda la RAI di quando ero piccolo, con approfondimenti, satira politica libera da polemiche isteriche, dato che hanno cambiato il direttore.

Prima del volo della "Statuina del Duomo", il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha continuato imperterrito con i suoi attacchi eversivi alla Costituzione e alle Istituzioni come la Corte Costituzionale, nonché alla Libera Informazione. Fini, l'hai sentito? Sembra che non ti calcoli di striscio...

A me sembra che l'emergenza del Paese sia l'attacco alle sue Istituzioni. Bisogna pensarci seriamente, ora che è stato scongiurato il peggio per il Presidente del Consiglio - cosa di cui sono felice, sinceramente: poteva perdere un occhio o poteva essere colpito a una tempia... Non sarebbe stato così divertente. E già così, vederlo insanguinato, non è stato bello, ragazzi. A me fa impressione la violenza, anche se commessa contro un capo del governo che secondo la mia opinione sta usando il Paese per il suo tornaconto, il che è una cosa vergognosa. Berlusconi pronuncia parole che, secondo me, forse meriterebbero una denuncia della Repubblica Italiana. Ma la violenza non c'entra niente con le parole, per quanto eversive. La violenza è violenza, è sbagliata, punto e basta. Va detto forte e chiaro: chiunque gioisca alla vista di quelle immagini è un cretino! A me hanno fatto impressione - ma meno di quelle dell'Iran! Oh berlusconiani, non parliamo di martiri, per favore, che quelli sono un'altra cosa, cazzo! - e umanamente mi sono sentito vicino a Silvio Berlusconi.

Vedere il servizio sulle sue parole, però, mi ha indignato un'altra volta. Politicamente mi fa infuriare.
Perché gli italiani sono così ignoranti? Perché non sanno che il loro Presidente del Consiglio parla di una Repubblica Presidenziale che non esiste, che la Costituzione è diversa e che dare pieni poteri al capo del Governo, soltanto perché eletto dal popolo, significa trasformarla in qualcosa di autoritario? Perché gli italiani si predicano sempre così colti e poi si fanno menare per il naso tanto facilmente?
Perché non ci si rende conto che la deriva berlusconiana è pericolosa, dato che non ci sono i contrappesi per un presidenzialismo simile? (Che invece ci sono negli Stati Uniti, perché il sistema tutto è stato pensato in quella direzione.) Perché non si rendono conto che Silvio Berlusconi vuole carta bianca, vuole fare tutto ciò che gli passa per la testa senza che nessuno possa dirgli di no? Sistemi politici simili si chiamano dittature, non repubbliche presidenziali.
Viva la Corte Costituzionale! Viva il Presidente della Repubblica!

Fanculo questo Governo estremista ed eversivo. E fanculo la Sinistra che gli ha permesso di diventare così forte in quindici anni: la colpa è loro! E speriamo che le cose si risolvano senza i Graviano e altre porcherie, che si risolvano grazie al popolo.
Berlusconi deve andare a casa (a me non interessa che vada in prigione, a meno che non sia colpevole). A casa, non appena sarà possibile mandarcelo in modo democratico, con un bel voto da calcio in culo.

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29 ottobre 2009

Luca Centi - Il silenzio di Lenth

Dal momento che sono troppo impegnato per scrivere una nuova considerazione e che non sono ancora riuscito a domare il nuovo Dreamweaver (il vecchio codice del mio sito, per qualche motivo, gli sta sulle scatole!), ho deciso di pubblicare direttamente qui, per la prima volta, una recensione. Era già scritta da qualche tempo.


La recensione

“Freeway” è una collana della Piemme rivolta ai ragazzi, quegli young adults che negli ultimi anni tanto vengono presi di mira dai reparti marketing e commerciali delle case editrici – e non solo – del mondo. Tuttavia non ho alcuna intenzione di recensire Il silenzio di Lenth in quest’ottica riduttiva: sono adulto e la mia opinione non può che essere quella di un adulto. Non esiste un’altra possibilità. Tener conto del”target” dichiarato lo possono fare le testate giornalistiche che recensiscono romanzi. A me non interessa.
Il mio scansare come posso le etichette nel caso del romanzo di Luca Centi è ancora più giustificato: a me il testo non sembra affatto destinato ai soli ragazzi. Non è un trattato filosofico per soli filosofi d’esperienza, ma affronta tematiche adulte.
Più che infastidito dall’uso di termini anglosassoni – scusatemi – vengo subito al punto: il romanzo mi è piaciuto soltanto in parte. Leggete la mia frase in senso letterale: ci sono intere parti che non mi sono piaciute o che non mi hanno convinto, altre (anch’esse prese integralmente) che invece mi hanno convinto e spinto, alla fine, a terminare la lettura.
Il romanzo, comunque, genera numerose riflessioni, ma non è possibile affrontarle senza anticipare qualcosa della vicenda. Quindi, chiunque voglia continuare a leggere, sia avvisato: ci sono piccole anticipazioni.

Cominciamo dall’inizio, com’è buona prassi. Alla prima parte del romanzo, che si svolge nel nostro mondo, do una sufficienza. La lettura è interessante, ma troppo frammentaria. I continui cambi di scena, l’insistere in modo a volte poco elegante sul “non detto”, la caratterizzazione non ottimale dei personaggi mi hanno confuso. Non sono un tipo di lettore che si perde facilmente, ma a freddo posso dire che l’inizio di questo romanzo non m’ha fatto un’impressione molto positiva. Nemmeno negativa, però: resta un antefatto interessante e piuttosto originale. In sintesi m’ha incuriosito, ma ho faticato ad apprezzarla.
Poi, da un capitolo all’altro, veniamo sputati nel mondo di Lenth, che ricalca a grandi linee (con le sue originalità) i classici mondi fantasy: ha un’impronta medievale, è presente una certa dose di magia e perfino alcuni dei. L’accento sulla spiritualità dei personaggi e sulle pratiche religiose diviene subito il cardine attorno al quale l’azione si muove. M’è piaciuto, ma inizio a essere difficile di gusti anche su questo fronte, a causa o grazie alla lettura dei Malazan Book of the Fallen – in cui la religiosità e la spiritualità vengono approfonditi in modo esemplare. (Steven Erikson è il mio nuovo metro di paragone, cioè è il 9 nel voto finale.)
Nonostante le mie altre esperienze di lettura, questa parte del romanzo a me è piaciuta nella sua linearità: equilibrata, affronta con un certo rigore la vicenda, anche se a tratti i (nuovi) personaggi continuano ad avere problemi di spessore (la caratterizzazione è migliore che nella prima parte, ma alcuni personaggi si fatica a ricordarli e con il girare delle pagine rischiano di diventare dei semplici nomi con un obiettivo tra parentesi, anziché ricordare al lettore una persona – cosa che invece dovrebbe avvenire). In ogni caso, l’autore è riuscito a rendere credibile la realtà dei paesi (dediti a specifici ordini e, quindi, adoranti singoli dei), in pratica costituita da villaggi isolati e popolati da “timorati di Dio” – mi si passi il termine, essendo le divinità di concezione pagana. Almeno, questo è ciò che io ho immaginato.
A proposito di immaginazione, passo a quella che considero la parte che prometteva di più e ha mantenuto di meno. La “terza parte”, quella che porta i personaggi fuori dalle realtà dei villaggi, nel mondo che non conoscono e che temono, aveva tutto il potenziale per dare al me-lettore grandi soddisfazioni. Purtroppo, e me ne sono reso conto quasi subito, il narratore s’è perso, nonostante fino a quel momento avesse dato prova di lucidità. La narrazione si fa sincopata, perde ritmo; diventa semplicemente veloce... il che non è la stessa cosa di scorrevole.
Vado a capo e affronto un punto spinoso: le descrizioni (ovvero sia la comunicazione, la rappresentazione dell’ambientazione).
Dove sono le descrizioni?
Abbiamo di fronte un intero, nuovo mondo, ma non c’è dato modo di vederlo (se non raramente e con sguardi fugaci, superficiali). Ho dovuto letteralmente resistere alla frustrazione di non sapere dove si svolgesse l’azione, ottenendo informazioni insufficienti. In linea di massima ritengo questa mancanza oggettiva (potrei sbagliarmi, ma vi ho pensato a lungo). Ora, la cosa m’era già successa con Licia Troisi, leggendo il suo romanzo d’esordio (anche se in quel caso la sensazione di spaesamento era maggiore, perché le pecche della narrazione erano molte, non soltanto descrittive).
Mi s’intenda: quanto sto dicendo non è un particolare tecnico irrilevante, da “specialisti” del genere. È una mancanza grave. Qualcuno potrebbe spiegare agli editor che non esiste fantasy se non esiste il sense of wonder? Traduciamolo: il senso del meraviglioso – che non è il gusto per il bizzarro, né l’incaponirsi a elencare migliaia di dettagli paesaggistici, soffocando il ritmo della narrazione. Il sense of wonder è semplicemente il sano gusto dell’esploratore, intimamente legato alla curiosità e alla voglia di scoprire “il nuovo”. E che senso ha creare un nuovo mondo, mi chiedo io, se poi non lo si mostra al lettore?
Un nuovo mondo, se è il luogo in cui si svolge la storia, è la prima cosa che il lettore vuole conoscere, prima ancora di sapere cosa succederà. L’ambientazione è una premessa e un contorno, cioè non può essere più importante dei personaggi e della storia. Ma resta una premessa doverosa e un contorno fondamentale, almeno per quanto riguarda il Fantasy.
Ciò detto, non me la sento di puntare il dito contro Luca Centi. Anche perché il romanzo è bizzarro: dimostra capacità “per parti”, come ho già accennato. La cosa non ha senso, il che mi fa pensare a una sola possibilità che causi questo strano effetto “quattro mani e due teste”. Ho la netta, spiacevolissima impressione che quando si comincia a parlare di ragazzi, degli young adults, gli editor e gli editori siano ossessionati dalla fruibilità dei contenuti, anziché perseguire la necessaria sintesi. E la ricerca del semplice scade nel semplicistico.
Capiamoci: scrivere bene non è tagliare per avere di meno, ma mettere tutto ciò che serve sintetizzando.
La mia impressione è che certi stacchi siano tagli bell’e buoni. Sono incappato in scalini fin troppo evidenti tra un paragrafo e l’altro: era impossibile non inciampare. Sta di fatto che nella parte centrale del romanzo la qualità narrativa è scesa sotto la sufficienza, in controtendenza rispetto al resto del romanzo (primo motivo che mi fa pensare non sia l’autore la causa di questo calo). Purtroppo, va detto, questa “terza parte” è la parte più lunga del romanzo e pesa sul giudizio finale (nota: sono io che suddivido così il romanzo).
Tutto ciò per dire: «Che peccato!» L’ambientazione è studiata, lo si capisce dal modo in cui danno risposte i personaggi che possono dare risposte (eh?). Tutto combacia, almeno ai miei occhi (senza star lì ad analizzare il capello, cioè). E far combaciare i dettagli prova l’impegno di Luca Centi nel costruire una storia attorno a un’ambientazione di spessore. Nelle poche concessioni descrittive, infatti, si percepisce che l’autore ne ha una visione chiara (il che non è scontato, come non è scontato che riesca a trasferire questa chiarezza nel testo, vero). Da qui ulteriori sospetti: è vero che si idea dieci per inserire due, tre, al massimo quattro nel testo del proprio romanzo. Ma inserire zero virgola cinque sembra una scelta imposta dall’alto. Se così non è, e io mi sbaglio, Luca Centi non ama a sufficienza il mondo che ha creato... E questo sarebbe un brutto campanello d’allarme.
L’ultima parte m’ha risollevato il morale e, in un certo senso, m’ha anche confermato che qualcosa dev’essere successo nella parte centrale: gli ultimi tre capitoli sono ottimi, i migliori del romanzo a mio avviso. Sono ciò che sarebbe dovuto essere tutto il resto: dicono in modo sintetico, ma senza dare la sensazione al lettore di una certa fretta espositiva, senza lasciarlo in preda alla confusione e lasciandogli godere l’intreccio al giusto ritmo, circondato e coccolato dai particolari necessari, girando attorno a pochi personaggi ben delineati e credibili.

Certo, è difficile che un’opera d’esordio sia equilibrata in ogni sua parte. Questo, però, non può essere un pensiero che condiziona il giudizio finale: se il romanzo è in libreria e si spendono soldi per comprarlo – come per tutti gli altri romanzi, s’intenda –, il lettore non può che giudicare ciò che legge. Non si può pensare all’autore, agli editor che hanno dei target, a un’opera d’esordio o alla tendenza del mercato. Si legge e basta.
Il romanzo di Luca Centi è un buon esordio, originale nel modo di porsi. Vi sono però alcune pesanti pecche tecniche, che risaltano ancora più quando ci si rende conto che l’autore sa scrivere in modo scorrevole, piacevole e non banale. L’autore ha un buon stile. Peccato che il buon stile deve poi piegarsi a raccontare in modo appropriato tutto ciò che dev’essere raccontato, evitando che il lettore si perda tra le parole e... perda interesse.

Voto 5

La parte centrale mi ha davvero irritato (stavo per abbandonare la lettura): non era onesta col lettore, giocava con lui come fa il gatto con il topo e questo, si sia ragazzi o adulti, non è giusto. Poi, l’impressione è che ci sia lo zampino di qualcuno “esterno”, ma non conta: non posso che dare un’insufficienza al romanzo.
Nel contempo dico a chiare lettere che, secondo me, Luca Centi ha tutte le carte in regola per riuscire laddove molti in Italia e all’Estero hanno fallito: scrivere un fantasy originale rivisitando (in questo il prosieguo della trilogia avrà qualcosa da dire, ne sono certo). Escludendo le questioni tecniche, Il silenzio di Lenth è già un esordio di valore.

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13 ottobre 2009

Il (mio) modo di affrontare la scrittura

Ho ancora nelle orecchie un'affermazione di Morgan intervistato da Daria Bignardi a "L'era glaciale".
Mi ha molto colpito, proprio perché io parlo così tanto spesso di "onestà intellettuale". Di primo acchito m'è venuta la voglia di smetterla di blaterare: ho molta considerazione di cosa dice Morgan, perché è un grande artista. In fondo, a me cosa me ne frega di tutto questo? L'unica cosa di cui dovrei preoccuparmi è produrre e lasciar parlare i fatti. Invece sono sempre qui a pontificare. La decisione sarebbe stata drastica: basta col blog che discute, nonostante le mie promesse; chiedendo scusa. Poi, però, ho allacciato un po' delle cose che lo stesso Morgan ha detto durante l'intervista e m'è venuto il dubbio opposto. Ma non sarà che invece parlarne è importante? ho pensato. Ciò che conta davvero, mi son detto, è che sia onesto mentre parlo di onestà intellettuale. Così ho avuto il coraggio di rileggere il pezzo appena scritto: "Le fondamenta". E, per fortuna, non m'è sembrato così delirante come temevo.
Tutto bene? No, diciamo benino. Ho intravisto uno dei motivi che mi rende tanto odioso ad alcuni. E non mi sento di criticarli in toto. Anzi, direi che curerò con attenzione i miei testi, per far emergere in che tempestoso mare d'incertezze navigo, al pari di tutti. Forse, ciò che manca alle mie blog-considerazioni, è il retroscena, che ne giustifica le posizioni. Mancano di una certa prospettiva, che fa apparire i miei testi come una lunga carrellata di certezze. Così non è.

Del resto, perché uno si pone tante domande? Forse sarà perché ha poche risposte.
Ma nel contempo sa che ogni singola risposta ottenuta è preziosissima. Quindi ne va a cercare altre.

Ecco, ora sapete con che spirito mi metto a scrivere questa seconda blog-considerazione sull'"onestà intellettuale". Il retroscena di cui parlavo.

L'onestà intellettuale per me è un processo di crescita. Ma, semplificando, è un processo. Cioè non è un concetto astratto.
Quando uno scrittore scrive per essere pubblicato e letto la prospettiva cambia completamente rispetto agli anni in cui si è stati inediti. Questa nuova prospettiva mescola le carte in tavola, che tanto bene conoscevi, e non ti chiede di riordinarle. Le incolla al tavolo. Sei tu che devi riordinarti in base alla loro disposizione. Dapprima è eccitante, dappoi arrivano le mazzate. Qualsiasi concetto cui prima si pensava nella solitudine della propria stanza, mentre si ragionava sull'opera in stesura, sognando la pubblicazione, viene deformato. Le molte, false certezze si sgretolano, una dopo l'altra. E travolgono anche quelle vere. La tentazione di barare viene ed è forte, perché comprendere le nuove regole del gioco e trovarvi un proprio posto indipendente è un'impresa. Ancora oggi, rifletto dopo l'esperienza vissuta dal 2001 e da quel fantomatico "Le sette gemme" (primo segnale fu il titolo, che cambiò dallo storico "Il manoscritto"), fatico a trovare il mio posto in questo grande gioco d'azzardo intitolato "essere un romanziere". In breve, mi sta stretto. Io non sono un romanziere, sono meno e molto di più allo stesso tempo. E starmene qui a parlare di onestà intellettuale un po' m'infastidisce pure.
L'onestà dovrebbe essere un valore da coltivare con lo stesso istintivo amore che si prova per il proprio benessere fisico: perché bisogna girarci tanto attorno?
La risposta temo possa essere questa: perché essere onesti non è istintivo, semmai il contrario. E mi preme trovare una via.

Allora, come la mettiamo? Semplice, la mettiamo che da quando lessi "Lo Hobbit" a tutt'oggi ho sempre avuto voglia di scrivere romanzi per comunicare la mia visione del mondo, dello spettacolare caleidoscopio di vite che s'intrecciano in modo apparentemente casuale, per tentare di scoprirne il meccanismo, nell'illusione di riuscire a capire qualcosa di più, perché la ricerca del sapere è amore per l'oggetto del sapere. E non mi riesce proprio di non amare questo nostro tragico, favoloso pianeta.
Voler raccontare una storia è l'impulso iniziale, profondamente onesto. Chiunque voglia scrivere un romanzo per qualche altro motivo, compreso l'immaturo desiderio di veder riconosciuto il proprio valore (sono passato attraverso quell'immaturità, immergendomici completamente), parte male.

Voler raccontare una storia è soltanto l'inizio del processo. Di solito è un processo che comincia indipendentemente dalla propria volontà, perlomeno fino a una certa età. Quindi, diciamo, la maggior parte degli scrittori giovani parte in modo molto onesto. Ma non è detto che arrivino alla pubblicazione quando ancora giovani...
Ricordo ancora un episodio contrario, per l'appunto, che mi colpì e che soltanto oggi riesco a comprendere a fondo perché il colpo fu così duro. Uno "scrittore", molto discusso, mi (ci, perché non ero solo) disse che aveva proposto la scaletta del suo romanzo, prima di scriverlo, perché non aveva mica tempo da perdere! Capite voi che non si può restare indifferenti di fronte a tanta onestà intellettuale. Non si può certo dire che quel signore non fosse schietto. Ed è una qualità. Ma la sua affermazione era disturbante. Sia chiaro, non è che preparare una scaletta e discuterne con l'editore sia una cosa che non si fa. Anzi, l'ho fatto anch'io. Ma un conto è discutere sulle migliorie possibili, un conto mettere in discussione che si scriverà quel romanzo se l'editore ti boccerà la scaletta.
Così ora sono costretto a raccontarvi un mio retroscena (e scusate l'egocentrismo, ma preferisco dirla chiara io, prima che qualcuno s'inventi un retroscena diverso e falso. Quindi me ne frego dell'egocentrismo). Dopo la pubblicazione de La Rocca dei Silenzi discussi con la mia editor circa il romanzo successivo. Da subito proposi il suo seguito, Il giorno dopo. La scaletta era già pronta (vi avevo lavorato sin dal giorno successivo all'approvazione della versione definitiva della Rocca). La valutarono sia Gianfranco Viviani che Cristina Prasso. Nel presentarla a Cristina, avevo premesso che stavo vivendo un periodo molto difficile (sentimentalmente) e che non mi sentivo in piena forma, come se la mia creatività fosse bloccata. La risposta che ricevetti per bocca della stessa Cristina fu sorprendente per me. Sapevo quanto fosse misurata nelle parole e mi disse: "E questa tu la chiami mancanza di creatività?" Non so se lo disse per farmi forza, ma so che è una donna molto sincera, che sa restare in silenzio quando non vuole dire qualcosa di indelicato. Aspetta il momento giusto per dirti come la pensa. Credo sia il più bel complimento che un editor mi abbia mai fatto (e da parte di Cristina per me è stato davvero lusinghiero, ché ne ho una stima infinita). In aggiunta, perché Cristina era anche il Gruppo Longanesi, c'era il lato commerciale, bisognava attendere la Rocca... Da lì in avanti, con le 1052 copie del primo anno (2005), parlammo altre due volte dei progetti futuri.
Riassumo e non sarà breve, scusate. Il giorno dopo non poteva essere promosso sul campo, visto il risultato de La Rocca dei Silenzi. Feci leggere a Cristina un romanzo che avevo scritto prima della Rocca (Dall'alba al tramonto). La sua risposta fu che il romanzo era totalmente sbilanciato sul protagonista e che trattava le donne come burattini. Per dargli un futuro, bisognava ripensarlo e riscriverlo per bilanciarlo con una figura femminile forte. Poi parlammo di Luce e Cristina mi chiese: "Sei proprio sicuro di voler proporre qualcosa di così filosofico? Anche Margaret Atwood ci ha provato ed è stato un insuccesso, nonostante fossero molti i lettori che la leggevano." (Manca tutto un pezzo di discorso: credetemi, la sua affermazione non era dettata da una mera logica commerciale, quindi non giudicatela male. Sintetizzo: si stava parlando del mio futuro.) Poi venne il Secretum, che era un'idea nata di recente e che non era Fantasy, ma Fantastico. Scrissi il prologo e il primo capitolo, per farle capire di cosa stavo parlando sulla carta. Ne parlammo e Cristina mi disse: "L'idea è valida, ma la storia non mi convince. Dovresti sviluppare maggiormente i "cattivi"" (riassumo, perché non ricordo se abbia usato questa parola, ma a loro si riferiva per amor di sintesi, per quanto superficiale).
Insomma, Cristina Prasso non è una che te le manda a dire! :)
Tutta questa pappardella per dire che io ho sottoposto scalette e idee alla mia editor, prima di scrivere i miei romanzi. Le risposte le avete lette. E io cos'ho fatto? Ho iniziato a scrivere Il giorno dopo, dopo due, tre anni di crisi personale. Il Fantasy è stato l'unica cosa che è riuscito a tirarmi fuori dal pozzo buio in cui ero finito. Quello e la fantastica venezuelana che ora è mia moglie, va detto con onestà: da solo non so se ce l'avrei fatta. In pratica, ho ricominciato a scrivere grazie a un romanzo che era già bocciato in partenza dall'editore. E ne ero ben consapevole. Ma cosa deve fare uno scrittore, per riuscire a vivere la scrittura con maggiore serenità, se non raccontando la storia che ha voglia di raccontare?
Grazie a Il giorno dopo ho ritrovato la purezza iniziale, quella gioiosa e giocosa di prima del 2001, quella voglia di raccontare una storia a modo mio, che mi divertisse e riflettesse sul mondo.
Non mi sono risollevato del tutto, va detto. Ma comincio a pensare che questo sia il massimo a cui posso aspirare, umanamente. Non sono più quello sognante de La Triade, né quello rabbioso de La Rocca dei Silenzi, sono diventato qualcosa di profondamente diverso. Sono uno scrittore che scrive senza più pensare a diventare famoso. Prima mi ossessionava l'editore. Ora mi ossessiona il lettore, in tutte le sue meravigliose e spaventose manifestazioni! E, capirete, c'è una bella differenza. Ma ricordo tutto, so cos'ero, da dove vengo e attraverso cosa sono passato. Ho capito alcune cose di me, ma ho capito anche alcune cose della scrittura e del suo rapporto con l'onestà intellettuale. Cose che sbagliavo, cose in cui mi sbaglio ancora, cose in cui forse non riuscirò mai a smettere di sbagliare. Ma ora sono molto più consapevole.

La storia è ciò che conta e la sua scrittura dev'essere gioiosa, appassionata, disponibile... onesta.
Non starò qui a menarvela con tutte le solite amenità tecniche, anche se forse renderebbero meno pesante questa mia blog-considerazione (comincio a odiare sempre più la scelta che feci per questo nome... E' così anti-stilistico, è proprio brutto. "Blog-considerazione", ma che cazzo vuol dire, poi? Non sintetizza un bel nulla, fa solo confusione). Ho già detto la mia in modo più che verboso, nella mia passata rubrica Un nuovo mondo. Qui sto parlando del modo in cui io ho imparato ad affrontare la scrittura.
Come un dono che non è il caso di calpestare. E lo si può calpestare in svariati modi. Ad esempio, violentando te stesso a scrivere una cosa che non vuoi veramente scrivere.

Ciò detto, mi sono sentito pronto per cambiare rotta, dopo essermi risollevato con mezzo Il giorno dopo (che in fondo è come aver scritto un romanzo intero, vista la mole, tralasciando la mancanza del finale - cosa non da poco, ma che per me è sempre stata molto naturale: il finale è una cosa che ho talmente chiara fin dall'inizio, sempre, che non posso sbagliare. Semmai, arrivandoci, posso arricchirlo grazie al bagaglio di capitoli scritti). Giravo attorno al Secretum da tempo. Ma ripensavo alle parole di Cristina e mi chiedevo fino a che punto quel suggerimento violentava il mio romanzo. Approdai a un concetto molto chiaro: la storia che volevo raccontare era già lì, l'unica via ammissibile era arricchirla sviluppando i "cattivi". Immagino fosse già chiaro dalle parole di Cristina, ma io ci ho messo un annetto per arrivarci (questa blog-considerazione sta cominciando a preoccuparmi). Così aveva senso, cambiare la storia no. Seguii quel consiglio e quando sono arrivato all'impianto generale mi sono reso conto che il romanzo era migliore, più corposo, anche se forse un tantino ambizioso. Ma mi piaceva: era una sfida e io sono un tipo cocciuto, che difficilmente accetta di non poter fare qualcosa nell'unico campo in cui sa fare effettivamente qualcosa (probabilmente non molto, ma nemmeno poco, va'...). Così iniziai a scriverlo, con grande difficoltà, pensando che Il giorno dopo sarebbe diventato il successivo (perché me ne staccai con dolore, ma la spinta che il mio sentire mi dava era inequivocabile). Il Fantasy poteva riposare un po'.
Cosa mi ha fatto decidere? Semplice, il fatto che il Secretum potrebbe avere una possibilità col mio editore di riferimento, mentre Il giorno dopo non ce l'ha affatto. (Ma non solo per questo, sarebbe stato troppo poco; anche perché il Secretum seguiva il mio percorso alla perfezione, dato che parla finalmente del nostro tragico, favoloso mondo.) Stiamo parlando di onestà intellettuale, giusto? E questo cosa sarebbe, un tradimento intellettuale? Nient'affatto. Stiamo parlando di prospettive, di progetti di vita, perché qui nessuno ha deciso di lasciare un romanzo come Il giorno dopo orfano. Le scalette si propongono, l'editore ha il diritto di ritenerle valide o meno e di valutarne la portata commerciale, lo scrittore scrive le storie che ha dentro indipendentemente dall'esito dei colloqui. E questo sto facendo e farò. Tutto questo perché, come vi ho detto, non è possibile amare la scrittura e scrivere storie che non si ha voglia di raccontare allo stesso tempo.
Soltanto, a volte, cambiano i tempi in cui si racconteranno quelle storie. Questo è una delle nuove regole a cui ci si deve adattare passando da inediti a editi. Un equilibrio che era complicato raggiungere, cosa che forse mi aiutò a scendere ancora più in basso durante il mio periodo di crisi, perché dapprincipio sembra tutto sbagliato. Poi ci si rende conto di essere rigidi, di poter affrontare quel nuovo gioco di carte incollate con elasticità mentale, senza per questo svendere l'amore per le proprie storie.

Il (mio) modo di affrontare la scrittura è amarla incondizionatamente e affrontare la prima stesura soltanto quando si ha la certezza che quella è la storia che vogliamo raccontare in quel momento. Farlo significa farsi un esame di coscienza, sapere dove si vuole andare, per l'appunto. Significa capire se si vuole una vita artistica più piena o una vita da scrittore di nicchia. Significa capire se si ha davvero voglia di tentare qualcosa di diverso, di più, se si ha voglia di ascoltare fino in fondo il parere della tua editor, anche se è spiacevole. Significa mettersi in gioco senza mentirsi. Non importa quale sia l'obiettivo finale, ciò che importa è dichiararlo in modo esaustivo (ricordate la mia definizione de La Rocca dei Silenzi: è un romanzo di personaggi. Punto, niente di più, niente di meno. Il resto, se vuole e sente, ce lo metterà il lettore). Dire cos'è il proprio romanzo e non pretendere mai come reazione qualcosa che per il tuo romanzo sarebbe eccessivo, nel bene e nel male.
Se il momento ti porta a scrivere un Fantasy che non ha speranza di essere pubblicato dal tuo editore, allora devi cominciare a scriverlo. Questo ti aiuterà a sentirti bene e ti aprirà nuove prospettive. Se poi maturi un'altra consapevolezza, è bene assecondarla, perché se non sei onesto con l'opera che stai scrivendo - e che magari non hai più voglia di scrivere - sarà impossibile esserlo anche con i lettori. Gli si venderà fumo. Non si vende fumo, non è bello. E so perché molti lo fanno: è molto meno faticoso. Ma anche questo è lecito, quando si punta esclusivamente a successo e fama, a patto di farlo con onestà e di non sbandierare obiettivi che in realtà non si hanno (cosa ormai sempre più rara, ahinoi tutti). Il problema è che scrittori di questo tipo poi si compiacciono quando un lettore dice che il loro best-seller è un capolavoro! Ma che capolavoro e capolavoro. Sta' zitto che fai più bella figura. Io sono inorridito quando ho visto riportate alcune e-mail di miei lettori nel risvolto di copertina de L'arcimago Lork, e-mail che deliravano a proposito di Tolkien. Ero furioso. Ma ho dovuto inghiottire il rospo e tutti quelli che sono arrivati di conseguenza. Così è il mondo editoriale: fatto di sensazionalismo e di lettori troppo spesso pronti a saltarti alla gola al minimo errore (anche se non l'hai commesso tu).

Volete ancora scrivere un romanzo soltanto per il successo e la fama? O forse è il caso di essere divertiti e appassionati quando si affrontano l'ideazione e la prima stesura?

Fate voi. Personalmente non soltanto l'ho capito, ma mi sono anche imposto di viverla bene, con fermezza assoluta. Non voglio vivere un'altra volta quel tipo di crisi, quando il mondo violenta una cosa che ti appartiene intimamente e tu ne esci scioccato e stordito. Deve esserci il tempo per viverla in pace, la scrittura, e l'unico arco temporale in cui ciò è possibile è il tempo dell'ideazione e della prima stesura. Volendo anche della revisione, ma già ci sono impurità nei propri ragionamenti. Negarlo significa farsi del male.
Pensateci, perché è una guerra emotivo-intellettuale quella cui si va incontro. E' meglio essere onesti mentre si scrive, è l'ultima possibilità che si ha per godere della scrittura.

(A questa blog-considerazione ne seguiranno altre due: una sul mio modo di affrontare la ribalta - editore e pubblicazione -, un'altra sul mio modo di affrontare la vita dello scrittore.)

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10 ottobre 2009

Le fondamenta

Un'altra questione, all'interno della discussione su il Fantasy scritto da italiani, ma che va applicata alla narrativa di genere tutta, italiana e straniera, è quella dell'onestà intellettuale.

La percezione di un romanzo da parte dei lettori, qualcuno diceva, è spesso ristretta per colpa di una buona dose di ignoranza - quasi sempre non si conosce affatto il Fantasy, ma spesso ci si mette di mezzo anche l'ignoranza in senso lato. Le librerie sono diventati supermercati e, in percentuale, pochi sono coloro che vi si muovono con cognizione di causa, da lettori appassionati e assidui. E in questo quadro i best-seller, i romanzi che scorrono più facilmente verso l'epilogo (e che di frequente non hanno altri meriti), sono quelli che diventano metro di paragone non soltanto per i lettori, ma anche per gli editori, che finiscono per imporre uno "standard stilistico" angusto, perché è quello che vende.
D'accordo, opinioni sacrosante, in cui mi ci ritrovo. E come non abbassare il capo per lo sconforto leggendo i dati di lettura in Italia: i lettori sono pochi e sembra che di questo andamento negativo del mercato del libro gli editori vogliano soltanto lagnarsi, senza prendersi le responsabilità che hanno. È sotto gli occhi di chiunque segua con un certa attenzione il mercato del libro che questo sistema non funziona. Così continuando, finirà come la finanza mondiale: crollerà con il suo mercato. (E adesso ci si mette pure la pirateria: contrariamente ai musicisti, gli scrittori non fanno concerti con cui guadagnarsi da vivere. Ma come dare torto ai lettori-pirata, quando vengono bombardati da porcherie nove volte su dieci? C'è da riflettere tutti assieme. Personalmente, li seguo con un vivo interesse, perché spesso hanno una nuova visione del mondo che mi colpisce, quando non sono mossi dal mero, facile e accattivante gusto del "gratis".)

Ma oggi voglio soltanto partire da tutto questo, considerando anche la pirateria (il mio "La Rocca dei Silenzi" è facilmente scaricabile in PDF - ed è perfetto, ho controllato, pensando: "Se lo devono leggere senza pagare, mi sta bene, purché leggano il testo originale, senza che sia infarcito da errori OCR, con corsivi saltati, eccetera. Almeno da questo punto di vista sono soddisfatto).

A monte di tutto questo, come fondamenta necessarie per sperare in una crescita del Fantasy in Italia anche per gli scrittori italiani, c'è l'onestà intellettuale. È ora di finirla di dare credito a opere che prendono in giro il lettore, certo - e in questo c'è una responsabilità degli editori - ma sono soprattutto gli autori che devono smetterla di proporre agli editori simili porcherie, che con un semplice editing non possono elevarsi più di tanto dalla triste condizione in cui vengono proposti.
Lo scrittore deve avere ben chiaro cosa vuole fare, nel pieno rispetto dei lettori, e impegnarsi a fondo per produrre un testo onesto. Non importa se si prefigge di intrattenere e basta o se, invece, è più ambizioso. Ciò che importa è che il testo sia onesto, non usi trucchi da strapazzo, se non apertamente e per il divertimento di autore e lettore. Non deve mascherarsi da capolavoro, quando nelle intenzioni vuole semplicemente divertire. Non deve considerarsi letteratura, superiore a romanzi che non dovrebbe nemmeno permettersi di citare, quando il suo obiettivo è vendere il più possibile, raggiungere ricchezza e fama. C'è un limite alla supponenza.
L'umiltà in questo Paese s'è persa. Non voglio scadere nel politico - perché purtroppo la Politica, in Italia, ha perso l'iniziale maiuscola - ma è molto facile notare come in qualsiasi ambiente e disciplina ci siano orde di giovanotti convinti che basta fare una cosa per essere riconosciuti Maestri e volere successo e fama al primo colpo.

Il processo della scrittura implica molto. L'onestà intellettuale è la forza che regola l'intero processo: senza, lo scrittore non esiste. Ribadisco, il concetto non è che si debba produrre forzatamente qualcosa di letterario, profondo, filosofico e mettiamoci tutto ciò cui ambiamo; il concetto è non spacciarsi per ciò che non si è, ponderando la propria situazione, non mentirsi. Una lucida onestà è fondamentale in quest'arte, perché senza non si cresce. Come nella vita.

Soltanto quando si sa, con lucidità e dopo avervi lavorato sodo, che il proprio testo è davvero onesto, si può pretendere altrettanta onestà dagli editori e, poi, dai lettori. Il concetto è molto semplice, secondo me: il mercato del libro e i lettori esistono perché esistono scrittori. Come si può credere che l'andamento negativo migliori, se il primo attore dello spettacolo è disonesto con il pubblico cui vuole rivolgere la sua opera?

Questo discorso non vuole elevarmi dalla massa. Non mi considero arrivato, né considero di aver fatto molto bene. Come ho scritto, m'infilo nel secondo gruppo, conscio che devo migliorarmi ancora molto. Ma in quel gruppo sto, lo dico senza presunzione, ma per consapevolezza acquisita col sudore (ribadendo che devo sudare ancora molto), perché sono onesto, come tutti gli altri autori che mi fanno compagnia.
Resta il fatto che il primo dovere di un autore è criticare se stesso. E che, a mio avviso, se l'autocritica fosse diffusa in Italia, non assisteremmo allo scempio del Fantasy cui assistiamo troppe volte. Scempio che crea soltanto i presupposti per mettere radici nella fottuta nicchia e restarci fino alla morte della propria fantasia.

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13 agosto 2009

La guerra del Fantasy

C'è una guerra che va avanti da un po' di tempo. Ne sono stato parte anche io, anche se non precisamente schierato (ma per saperlo bisognerebbe aver letto tutti i miei interventi in rete: troppi, non è possibile aspettarselo da nessuno). Ma sono stato preso di mira - del resto, scrivo anche Fantasy e Fantasy ho pubblicato sinora... - e quindi la mia posizione è apparsa "schierata".

Da oggi, invece, leggendo una discussione sul forum di Fantasy Magazine, ho deciso che parlerò ancora più chiaro che in passato. E, questa volta, con reale spirito costruttivo e, pur se riferendomi alla mia personale esperienza (dalla quale non posso prescindere), anche con un certo distacco.
Il distacco è ovvio: la mia posizione è unica. Scrivo e scrivo Fantasy da troppo tempo, ormai, per non avere una mia precisa idea di ciò che va fatto e di ciò che non va fatto (secondo me, senza pretendere che la mia Via sia quella di altri). La mia evoluzione è mia soltanto e nessuno può mettervi bocca. Commentare, criticare, elogiare e detrarre... tutto lecito: l'importante è non pretendere che io faccia mio pensiero ciò che è pensiero di altri. Ma, se di questioni generali si parla, se del modo di porsi e del modo di criticare in modo costruttivo si parla, allora sono pronto ad abbracciare qualsiasi argomento.
Ho sempre visto del buono anche nelle critiche più negative - non a me, in generale - e l'ho sempre affermato. Forse è venuta l'ora di analizzare il buono degli schieramenti in campo. Ah, be', per conto mio l'ho sempre fatto e continuo a farlo. Il dibattito in corso mi interessa ed è per questo dannato motivo che non riesco a staccarmene (come forse sarebbe più saggio).

C'è da costruire un movimento, giusto? Era il mio pallino iniziale, ho spinto io in questa direzione anni fa (non dubito che qualcun altro avesse tentato la stessa cosa in passato; semplicemente, se sì, non lo so - ai miei inizi non c'era più nessuno che ne parlava, questo è quanto). Sono sicuro che, però, gli schieramenti in lotta non riescono ad ammettere l'unica verità possibile: è dall'unione delle forze in campo che si può creare uno schieramento. Un po' come se, per fronteggiare un nemico sceso dal nord, potente, numeroso, i vecchi nemici si alleino: vi dice qualcosa? Altrimenti si va avanti così e non cambierà mai nulla. E' lampante: i punti di contatto ci sono, ma gli insulti reciproci posti nel mezzo annullano il loro indubbio potenziale.
Constato una realtà triste, che non esclude nessuno dei contendenti (diversamente, invece, se penso a chi sta nell'ombra): non c'è disponibilità vera e propria al dialogo. Gli esempi si sprecano. Le discussioni intavolate partono già da presupposti battaglieri (qualsiasi sia la parte che inizi la discussione). Ma, si sa, il dialogo costa più dello scontro, se la si guarda dal punto di vista dei condottieri. Certo è che le vittime, laggiù, sul campo di battaglia, dovrebbero contare qualcosa...
Fino a quando i condottieri non saranno disposti a dialogare sul serio, cioè ad abbandonare le armi e mettere in discussione sul serio le proprie idee, laggiù continuerà la strage.

Sapete chi si sta ammazzando, laggiù? I lettori, la loro ricchezza, guidati da condottieri troppo miopi per non vedere che a vincere la guerra non ce la faranno e otterranno, miseramente, soltanto di divenire più poveri.

I lettori non schierati, che leggono dall'esterno, sembrano non avere altra alternativa che schierarsi, se vogliono partecipare al dibattito. E questo a me sembra un evidente limite imposto alla libertà di giudizio e di pensiero. Per questo restano all'esterno. O, peggio, i lettori che subiscono tutto questo, semplicemente perché si affacciano al Fantasy senza esperienza di lettura alle spalle, che fine fanno? (Io una risposta me la sono data e, per quanto articolata, infine non è piacevole.)
Ai lettori, in fondo in fondo, c'è qualcuno che ci pensa davvero?

Fin qui una dichiarazione d'intenti.
Prima o poi passerò ai fatti scritti e inviterò le persone a parlarne qui, nel mio blog.

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19 giugno 2009

Tentazioni...

Sono sempre più tentato, anche per via di alcune discussioni in altri luoghi, di ripercorrere passo passo la mia (breve) esperienza editoriale, dal 2001 a oggi.
Sono piuttosto stufo di essere bollato come "polemico", come "generalizzatore" e altre fesserie.
Il fatto è che, nonostante sembri che io dica molte cose su ciò che ho vissuto, da quando Gianfranco Viviani mi mise sotto contratto nel 2001, così non è: ne dico poche. Nonostante sembri che io dica troppo, cioè, costoro non sanno nemmeno di cosa parlano e potrei dire molto, ma molto di più (ho buona memoria, quando le cose mi toccano nel profondo; pessima quando non mi interessano). Forse, più che potrei, dovrei dire.

L'idea mi frulla in testa da tempo. È come quando si scrive un romanzo: lo si fa perché si è maturata una certa idea, il suo senso, e ci si sente pronti per fissarla sulla carta, una volta per tutte. Renderla storia, per non sprecarvi più energie. È un percorso di maturazione e, nel contempo, qualcosa che aiuta a dichiarare il concetto come assorbito e passato.

Semplicemente, mi rendo conto che quanti mi rispondono, non hanno tutti gli elementi per giudicare. Sono certo che dimostrerebbero la loro pochezza intellettuale anche se sapessero tutto. Ma per averne la conferma, dovrei prima esporre la (mia) verità nei dettagli. Soltanto così potrei dichiararli intellettualmente morti o servili o, peggio, disonesti. E soltanto così, forse, si capirebbe una volta per tutte che io vivo per la scrittura, non per il mondo che le gira attorno, che mi colpì fin dall'inizio per le sue meschinità e per la sua infinita tristezza umana.
La verità è, secondo me, che in Italia il genere non emerge perché gli italiani resteranno sempre gli italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti cosa siamo, direi. Questo ragionamento va ben al di là degli autori italiani, che tentano in tutti i modi di farsi strada. E, che mi piacciano o meno, hanno tutti la mia solidarietà, finché non si rivelano degli emeriti imbecilli o peggio - non è che scrivere pone su un piedistallo: la persona che sta dietro un testo è ciò che conta di più, sempre, e questo dal mio personalissimo punto di vista fa sempre la differenza, sia in positivo che in negativo, a prescindere dagli scritti. Anzi, direi che è proprio questo il punto: quando io ho a che fare con un editore, con uno scrittore, con un lettore, io vedo una persona e come tale la "giudico" (dai fatti, s'intenda, ecco perché le virgolette). In quest'ottica, mi ripeto, il panorama si fa tristissimo.

Ma, nonostante c'è chi si stizzirà per l'ennesima volta, il mio tempo è quello che è: pochissimo. Ed è troppo tempo che non produco qualcosa dalla a alla zeta. È diventata la priorità assoluta, ora. Ma, prometto, io questo "memorandum" lo voglio scrivere. Se non altro perché potrebbe aiutare, e molto, gli inediti a capire cosa implica il loro sogno di pubblicazione in Italia. "Essere preparati al peggio" non rende l'idea.
E, per quanto possa sembrare un controsenso ciò che sto per scrivere, credetemi che la "tendenza Gamberetta" è una delle derive meno pericolose nel quadro generale. Ho vissuto sulla mia pelle cose che, in tutta sincerità, sono decisamente più tristi. E avere continue conferme che certe esperienze si ripeterebbero anche oggi, se non fossi disilluso, be', m'intristisce e non mi invoglia certo a continuare su questa strada.
Del resto, la mia vita è scrivere. E scrivere è condividere. Il memorandum è cosa buona e giusta. Poi, forse, sarà anche il mio epitaffio artistico (ma questo lasciatelo decidere a me, va', ché un artista non è morto finché crea - il resto è puro narcisismo, che, anche se fa parte di ogni artista, non merita attenzione).

Ma, ma... Riconosco che un po' mi spaventa.
Il problema principale non è il tempo, cioè. È decidere se ho voglia di affrontare tutte le conseguenze di ciò che scriverei: perché, al di là delle (mie) opinabili interpretazioni dei fatti, i fatti rimarrebbero fatti. E ho già sperimentato che per un nonnulla, nell'ambiente, si alza un polverone (ed essendo una nicchia, si finisce con l'avere problemi respiratori). Essendo io uno che non la manda mai a dire, se scrivessi questo memorandum, lo farei con il massimo della schiettezza, perché altrimenti non sarei capace. E allora altro che polverone: una tempesta di sabbia da pieno Sahara!
Le conseguenze editoriali, per me, non sarebbero poi così gravi. Ho già deciso con chi lavorerei volentieri ancora e con chi, invece, non lo rifarei più, a costo di tornare a essere l'inedito che ero prima del 2001. Oltre tutto, chi se ne frega della pubblicazione, quando non soltanto non ti cambia la vita (salvo rarissimi casi da botta di culo vera e propria, spesso immeritata), ma te la rovina pure un po' (e, a momenti, più di un po').

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30 marzo 2009

La libertà dello scrittore

Cominciamo col dire che è imprescindibile.

Non so da dove cominciare, quindi, mi spiace, comincio dall'inizio. E, purtroppo per voi, dal mio inizio.
Dalla lettera datata 11 luglio 2001 a Gianfranco Viviani.
«Se relativamente al linguaggio migliore da utilizzare sono ricettivo ed umile (nei limiti del concepibile: ritengo sia il Libro Primo ad essere macchinoso, meno il Secondo e per nulla il Terzo), relativamente alla trama non oserei toccare una virgola [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Queste sono parte delle parole conclusive, spedite in risposta alle critiche mosse dallo stesso Viviani alla mia trilogia, che gli avevo proposto un paio di mesi prima. In pratica, riconoscendo una necessaria revisione, tale revisione doveva andare a toccare soltanto stile e sintassi, non la storia.
La morale? Tre giorni dopo ho ricevuto il contratto a mezzo posta, sorpreso dalla rapidità. I motivi per cui sono stato scelto, ritengo, sono molti di più e qui sto semplificando, ma scendere nei dettagli mi porterebbe fuori tema. (Ne parliamo un'altra volta?)

Il succo è: non svendere mai se stessi e credere nel proprio lavoro. Non conviene e non ci fate una bella figura. Anzi, semmai potrebbe capitarvi com'è capitato a me, cioè di essere apprezzati per la forza delle proprie idee.

Ciò detto, se volete diventare autori editi, con l'editoria dovete fare i conti. Ed è esattamente a questo punto che la brillante Nutza è spuntata con un po' di quel realismo mescolato al pessimismo da cui io stesso sono affetto. «[...] comprendo quanto debba essere difficile colmare il gap tra la voglia di render giustizia a una storia (che deve essere raccontata con onestà, che ciò richieda 500 o 1000 pagine) e la difficoltà di trovare un editore... [...]».
Non è poi così difficile. Dipende dalle priorità che si sentono nel proprio animo. Quando si crede a una storia e, una volta conclusa, si sa d'aver dato il massimo, non ci si deve fermare (cosa che la stessa Nutza afferma poco dopo, segno che sta bene, in fondo).
La questione che sottolinea Nutza, però, è più sottile e lei stessa credo abbia voluto indicarla. È necessario prendere delle decisioni a monte, che collidano con il proprio estro creativo, ma che permettano di aumentare le probabilità di pubblicazione? Direi che niente è davvero necessario, se non la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione presa.

Porto il ragionamento su di me. Sto scrivendo il progetto segreto e ho messo da parte Il giorno dopo, per ora. La mia scelta è ponderata. Il progetto segreto esce dalla nicchia, perché non è fantasy, bensì fantastico. Credo difficilmente supererà le 400 pagine e anche se lo farà andrà bene lo stesso. Il giorno dopo, invece, si preannuncia lunghissimo, di questo passo oltre le 900 pagine. Ma è così che dev'essere scritto, perché la vicenda è guidata da una visione ampia del mondo - inventato - e di ciò che vi accade: nulla può essere sottovalutato, nulla può essere fuori posto. E, del resto, questo è il solco della migliore fantasy contemporanea, perché molti degli autori più grandi sfornano tomi di oltre 900 pagine (Jordan, ahinoi trapassato, Martin, Erikson e altri, più conosciuti oltreoceano, ma che cominciano ad arrivare anche qui). Non dico che io sto seguendo il solco dei successi. Dico che, se i successi sono quelli, un perché ci sarà. La fantasia, nel fantasy, deve avere lo spazio di dominare, pena il calo della qualità.
Ciò detto, torniamo al punto di partenza. Da autore, ho fatto una scelta precisa: privilegiare temporalmente il progetto segreto a scapito de Il giorno dopo, in base a un ragionamento di bacino d'utenza e, non meno importante, in base alla mia breve carriera di scrittura: sono "fermo" da troppi anni a La Rocca dei Silenzi, pubblicamente parlando. Ultimare il progetto segreto il prima possibile è fondamentale, perché i tempi dell'editoria sono lunghi (l'Editrice Nord, in linea di massima, se mette sotto contratto un autore per il romanzo X a gennaio del 2009, lo pubblicherà nel secondo semestre del 2010 - se va bene nel primo semestre, ma dev'esserci rimasto uno spazietto per qualche motivo). Una volta ultimato, perorerò la sua causa, in cui credo in modo assoluto (scrivere è un investimento in fede, a meno che non ci si chiami Stephen King). Di contro questo mi permetterà poi di dare tutto lo spazio necessario a Il giorno dopo, che avrà le sue 900, 1000 o più pagine: non me ne frega un fico secco se poi non lo vorrà pubblicare nessuno. Quello è ciò che io sento di scrivere e, se riuscirò a dare al romanzo la struttura, la forma e la sostanza che sogno fin dall'inizio, ne sarà valsa la pena.

Il succo è: non è necessario svendersi, scendere a patti, ma usare la testa. Un autore vero, salvo casi rari, è una persona che scrive in modo prolifico, che ha idee di continuo. Ha i suoi tempi, ma non si ferma mai, creativamente parlando. Di conseguenza non c'è ragione per temere di non riuscire a scrivere almeno un romanzo che andrà bene ad almeno un editore (non a pagamento). Ci vuole forza, ci vuole pazienza, ma la libertà dell'autore è garantita.
Eppoi, vi chiedo, siamo davvero sicuri che sia l'editoria a bloccarci o forse sono i nostri sogni di gloria? O forse sono i nostri preconcetti? I casi editoriali nascono quando gli autori osano - parlando di quelli positivi -, riescono a farsi breccia, a essere convincenti, in un modo tutto loro.
Voi credete che nel lontano 2001 io, ricevendo a casa la rivista dell'Editrice Nord "Cosmo", non abbia pensato: "Ehi! Ma porca...! Chi è 'sta Redivo?! Ecco, pubblica una trilogia fantasy. E figurati se adesso la Nord vorrà la mia. Per un calcolo delle probabilità è impossibile! Una seconda trilogia da un esordiente italiano... Naaa... Ma porca miseria!" Mi sbagliavo. E per fortuna ho deciso di provarci lo stesso. Ora, certo, io non sono nessuno. Ma, ecco, la pesante cappa di sfiducia di cui mi ammantavo me la sono tolta. Oggi preferisco credere, ragazzi. In me e nella vita. Dovete credere.
Sapete una cosa, io sono felice di quanto ho fatto e di come l'ho fatto, errori compresi. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa e non mi sono mai svenduto. Forse mi è andata bene, sono stato fortunato. Eppure, come ho sempre candidamente dichiarato, credo la fortuna c'entri soltanto un po' con una pubblicazione. (Legge che applico a tutti gli editi, con sistematica coerenza, anche a quelli che si dicono semplicemente fortunati: non è così.)

L'editoria apprezza autori forti, capaci. Lasciate stare il baby-boom nel fantasy: chissene frega! Non è che vengono pubblicati soltanto loro e, tanto per dirne una, rispetto al 2001 sono molti, molti di più gli autori adulti di fantasy che vengono pubblicati, in Italia, nonostante i "baby" tra i piedi (eppoi, ragazzi, siete proprio sicuri che non portino acqua al vostro mulino anche loro? I "baby" di oggi potrebbero volere la fantasy adulta domani: pensate che bel bacino d'utenza volenterosi, giovanissimi autori italiani vi stanno preparando! Come sempre la questione è guardare la metà piena del bicchiere...). Tutto sta nel darsi da fare in piena libertà, considerando che i Vermilinguo vengono visti piuttosto male dai professionisti del settore, se sono veramente tali. Ricordate che voi siete gli autori, una casa editrice vi rispetterà sempre e rispetterà la vostra indipendenza di pensiero. Non potrà mai imporvi nulla dall'alto e sta a voi scegliere cosa proporre.
Semplicemente, quando avete in corpo un tomo di 1000 pagine, dovete dirvi: posso essere libero ed edito allo stesso tempo. Dovete credervi, perché è possibile.
Credere in se stessi, scrivere, rivedere e, alla fine, credere di nuovo in se stessi, più fortemente che all'inizio, perché avete lavorato duro e raggiunto una meta: un nuovo romanzo ultimato. (Meglio ancora se è il primo: che carica!)
Questo è il mestiere dello scrittore.
E non c'è editoria che vi tarperà le ali.

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