25 marzo 2009

L'Italia e la mia vita

Quando sento una spinta a comunicare, è raro che vi rinunci. Un tempo, fino a 25 anni, ero un tipo piuttosto taciturno, con tutto ciò che ne consegue. Poi, la vita, ti cambia. E, se t'impunti, comincia a prenderti a schiaffi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.

Quest'anno mi sposo. È una cosa molto personale, che mi emoziona, perciò non mi piace scendere nei particolari. Basti sapere che la mia tenera metà è, in buona parte, artefice del cambiamento. Si dice che gli artisti abbiano sempre vicino una figura importante, che li sospinge e non soltanto sorregge. Nel mio caso è certamente vero.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)

Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.

Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Sarà che mi ritrovo a combattere quotidianamente con una cultura polarizzata, da un lato gli acculturati tromboni, dall'altra le scelte incomprensibili della massa. Ecco, ve lo confesso: io ho sempre tentato di elevarmi, col risultato di essermi sempre sentito diverso (cosa che, sono certo, capita quasi a tutti...). Ma so ciò che non voglio essere: un acculturato trombone. Acculturato mi sa che non lo sono - e questo credo sia un peccato. Trombone? Non lo so, fate voi.
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
No, basta. Grazie.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.

Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Quindi, perché voglio andarmene, alla fin fine? Perché gli italiani non si sentono popolo. Non lo sento io, non ci sentiamo così (altrimenti non si spiegherebbero troppe cose). Non sento l'affetto, non sento le emozioni del prossimo fluire verso di me, non sento che ci guardiamo con stima, ma con sospetto, con preconcetto, con astio (e non parlo del "flower power", sia chiaro). Mi è sempre mancato, in fondo. Non adesso, no. Da sempre. Ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, pur conoscendo belle persone. E tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, che fanno? Cammini per strada e ti senti solo, finché non incontri un amico. Ma a voi sembra normale? A me no. Quindi forse sono io che sono anormale.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.

Torno al secretum...

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11 agosto 2008

Giochi di guerra

Mentre si inauguravano i Giochi Olimpici di Pechino, qualcun altro ha deciso di usare un po' i suoi giocattoli: carroarmati, jet militari, soldati. E, soprattutto, le armi.

La dietrologia è diventata la mia scienza preferita. A esser dietrologi ormai s'indovina sempre. E la concomitanza dei due eventi è più che sospetta. Un mio amico m'ha detto: "Ma figurati, farsi questa figura di merda internazionale, durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi..."
No, mi spiace. Non ci casco più. Sono un dietrolgo semi-professionista. Se Vladimir Putin non voleva fare questa figuraccia internazionale, allora non doveva comandare al suo esercito di attaccare e di continuare ad attaccare e di non mollare (la provocazione poteva portare a una prima reazione, non a questo). Non è che i militari russi si muovano senza ordini superiori.
Quindi, ancora una volta, la scelta dei tempi è scientifica. Voluta.

Non sta a me vivisezionare i protagonisti politici, né della Georgia, né della Russia. Resta il fatto che questo nostro mondo non è pronto. Mi spiace, lo vedo perseverante, quindi diabolico. La Cina stessa ne è esempio lampante, altro che Olimpiadi.
Mentre siamo qui tutti a tentare di elevare la coscienza collettiva sul riscaldamento globale, con risultati più che insufficienti (il che la dice lunga), loro sono ancora lì a giocare ai conquistatori.
E coi loro giochi schiacciano le vite di migliaia di civili inermi, incolpevoli, che magari stavano guardando in televisione le Olimpiadi.

Questo mondo, quello degli esseri umani, è destinato.
Siamo in grande ritardo, ma continuiamo a frenare.
A chi vogliamo darla a bere?
Amarezza e pessimismo.
Peggio, tristezza.
Stanno uccidendo la mia speranza. Comincio a temere che, anche se è l'ultima a morire, si sa, prima o poi morirà.

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21 aprile 2008

Il vero silenzio

La Gran Sabana
Una delle cose che mi hanno colpito profondamente della Gran Sabana è il suo silenzio. Il vero silenzio, quello possibile e umanamente godibile. In quei luoghi incontaminati, il mio pensiero è corso spesso al concetto di "inquinamento acustico", in un modo talmente repentino, quasi violento, che ho provato compassione per noi, uomini civilizzati.

Guidare la macchina noleggiata era una meraviglia, circondati su ogni lato da lande sterminate, che sembravano venir inghiottite dalle fauci di foschia dell'orizzonte. E mi sembrava quasi un delitto ogniqualvolta accendevo il motore: inquinante, rumoroso... in una parola blasfemo in un luogo oggettivamente sacro - uno dei pochi che non abbiamo ancora distrutto.
Quando mi sono fermato per scattare la foto soprastante, oltre ad altre, ho subito notato il silenzio che penetrava dai finestrini abbassati (per godere degli oltre 30° esterni, mentre in Italia una perturbazione aveva portato la temperatura a -10° e a Trieste Bora a oltre 100 Km/h...).
Respirando aria pulita e odorando natura tropicale, per la prima volta ho capito cosa sia il silenzio: una cosa meravigliosa, quasi soffocante nella sua soverchiante purezza. Una presenza incombente e totalizzante.

Bizzarro, però, perché il silenzio non era silenzio.

Osservando quel panorama, mi sono accorto di cosa abbisogni l'uomo, quando parla di silenzio.
Ai nostri piedi e a perdita d'occhio, la negretta e io avevamo macchie densissime di vegetazione tropicale (perlopiù palme), tra le cui fronde vivevano allegramente milioni di uccelli. Il loro canto echeggiava, ripetuto, allegro, a tratti quasi roboante.
Eppure il mio orecchio, e la mia anima, percepivano silenzio!

Mi è chiaro, ora, ciò di cui abbisognamo e ciò che, in pratica, drammaticamente non abbiamo se non in qualche valle sperduta tra le numerose, sorprendenti montagne della nostra penisola.
Abbisognamo dell'assenza del rumore dell'Uomo, quel sottile, disgregante e inaridente chiacchiericcio di oggetti inanimati e meccanici. Quel sordo rumore che passeggiando in Carso, sopra Trieste, io sento in sottofondo, come una maledizione che mi segue. Quel rumore sottile e irritante che mia sorella, non più tardi di ieri, ha definito "che pace!" in un parco di Portogruaro e che io, per l'ennesima volta da quando sono tornato, considero un goffo tentativo di nasconderci la verità da soli: siamo prigionieri del chiasso, produttori di rumore e schiavi del nostro stesso male (chi di noi può rinunciare a tutti gli oggetti che quel chiacchiericcio producono? Pochi, molto pochi - e io non sono tra loro).

Chi ha udito il vero silenzio sa che non esistono più le frasi come "tenterò di dimenticarmi del lavoro" o un più sano "tenterò di rilassarmi". Nel vero silenzio ci si dimentica di qualsiasia cosa spiacevole e ci si rilassa naturalmente, all'istante.
Meraviglioso averlo vissuto.
Triste non poterlo rivivere qui, da Uomini in terra.

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15 ottobre 2007

Blog uniti per l'ambiente

Io partecipo, naturalmente.

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20 settembre 2007

Un albero

“Ancient Bristlecone Pine”
Sento di dovere un omaggio a questo guerriero pacifico. Quasi 5000 anni d'età. Una sorta di elfo tolkieniano, insomma, la cui esistenza avrà fine... prima o poi.
Guardandolo, quasi ci si dimentica che è un essere vivente.
Grazie d'esistere, Pino!

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07 giugno 2007

Nessun accordo sul clima?

Ma andatevene a fare in culo, va'!
E che Bush Jr. sia il primo della fila.

Grazie.

Facciamo qualcosa noi.
I nostri governanti non riescono a vedere nemmeno la punta del loro naso.
http://www.climatecrisis.net

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03 aprile 2007

Libertà di pensiero?

Questo è in risposta a chi crede che la compassione possa essere criticata.

Che il pensiero ci distingua non significa che ci elevi a migliori. Forse qualcuno potrebbe obiettare che l’uomo domina il pianeta Terra; può fare il bello e il cattivo tempo, come si usa dire, pur nel timore delle catastrofi naturali, che ci spazzano via come granelli di sabbia. D'accordo, il pensiero è potente. Innegabile.

E allora?
Ho sempre ritenuto che il pensiero sia per l'uomo come la velocità per il ghepardo, la statura per la giraffa, la vista per l’aquila... andate avanti voi con l’elenco. Ognuna di queste peculiarità può essere utilizzata bene o male.
C'è il rischio di sopravvalutarla, la propria peculiarità.
Un ghepardo corre velocissimo, ma sfruttare questa sua capacità troppo a lungo significherebbe sfinirsi e soffrire la fame per giorni. Gli occorre uno scatto misurato per avere successo nella caccia. La giraffa arriva molto in alto, ma non dappertutto. Per bere deve chinarsi faticosamente in avanti e in quei momenti è vulnerabile. L’aquila scorge le prede da un'altitudine elevata, ma sa che deve ghermirle prima che raggiungano la tana: averle scorte non significa già stringerle tra gli artigli. Un uomo può pensare in modo costruttivo o distruttivo.

Non siamo superiori.
La nostra peculiarità è più "potente" delle altre. Ciò significa che i risultati ottenuti grazie al pensiero sono di maggior rilievo, sia in positivo che in negativo. Il "maggior rilievo", però, è un'arma a doppiotaglio. Se l’uomo scopre un vaccino contro un virus letale, riesce a salvare anche centinaia di migliaia di vite. Se utilizza l’energia atomica per distruggere, annulla in pochi secondi l’apporto positivo che il suo vaccino ha dato alla sopravvivenza del genere umano.
Ora, il qualcuno potrebbe suggerire che tali risultati, di enorme portata, rendono l’uomo un animale superiore, insomma... migliore. Mi sono intrappolato da solo? Forse.
O forse no.
Anziché elencare le numerose devastazioni dell'uomo, che sarebbe scadere nel demagogico, mi limito a una considerazione. L’uomo non è il primo essere vissuto su questo pianeta, né sarà l’ultimo. Il che si traduce in migliore di tanti, ma non di tutti.
La sopravvivenza in sé nasconde tante di quelle incognite e variabili che, forse, è sciocco credersi migliori dei panda perché prima o poi questi diventeranno un ricordo umano. È soltanto una questione di equilibri e di sfumature. La vita sul pianeta soggiace a equilibri che possono essere alterati. A causa di qualcosa – l'uomo non l'ha ancora stabilito con certezza – i dinosaursi si sono estinti. Eppure dominavano il pianeta Terra. Ebbene, per noi potrebbe essere qualcos’altro, non importa cosa. Ciò che conta è che potrebbe essere. La possibilità stessa ci dice: «Non sopravvalutatevi, siete fatti di carne e ossa, non esiste l’immortalità.»
L'immortalità...

...trascendiamo, dunque.

E l’anima?
L'anima ce la siamo attribuita da soli. E, nel contempo, l'abbiamo negata agli animali (non tutti l'hanno fatto, va detto). Questa negazione è, ai miei occhi, un esempio lampante di come l'uomo sopravvaluti la propria peculiarità, il pensiero.
La teoria sull'anima di molte religioni mi ha sempre ricordato un’altra teoria storica dell’umanità: l’universo geocentrico. «Il sole», si diceva un tempo, «ruota attorno alla terra.» E, così divagando, mi sovvengono altri esempi di sopravvalutazione del pensiero. Non esistono altre forme di vita nell’universo. O, di contro, gli extraterrestri ci spiano.
Per fortuna, il pensiero può essere utilizzato bene, oltreché male. C’è ancora qualcuno che pensa bene e, quindi, dubita. È la terra che gira attorno al sole. Esistono altre forme di vita nell’universo, dobbiamo soltanto scovarle. O forse non le troveremo mai, perché non saremo in grado di farlo. Gli extraterrestri possono essere più arretrati di noi o, magari, se ne sbattono altamente della nostra esistenza, pur essendo capaci di contattarci.
E di questo passo...
L’anima è qualcosa di comune a ogni creatura vivente o non esiste affatto. Il pensiero è la nostra peculiarità, come per il ghepardo lo è la velocità, per la giraffa la statura e per l’aquila la vista.

È ora di finirla con gli estremismi intellettuali.
C'è chi vede il male anche laddove vi è il bene. C'è chi critica la compassione, perché gli sembra mal diretta. È mai mal diretta la compassione? O, forse, non ve n'è abbastanza, tra noi, che ci riteniamo la razza principe e ci arroghiamo diritti che nessuno ci ha mai dato in esclusiva? Chi siamo noi per parlare nel nome di ogni specie vivente del pianeta?
E, soprattutto, chi siamo noi per giudicare le azioni del prossimo, in base alle nostre proprie?

Come dicevo, esiste la compassione. Ed esiste anche il buon senso, che non calpesta la compassione altrui, nel nome di una verità soggettiva. La Terra, il nostro pianeta, abbisogna di molto più che dell'antropocentrismo, di cui fece a meno per quasi tutta la sua storia.
Gli estremismi intellettuali, quelli che portano a puntare il dito, anziché considerare la realtà una variegata verità che non è in mano ad alcuno, devono sopravvivere per amor della stessa variegata verità. Ma li considererò sempre e soltanto parte del contenuto, mai il contenitore.

Fatela finita di calpestare chi vuole fare del bene, anche se quel bene a voi sembra privo d'utilità, modaiolo o che non considera il prossimo più vicino.
Fare del bene non è mai un male.
Ed essere qui a doverlo affermare, comunque conscio della mia pochezza, mi sembra davvero stupido.

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28 marzo 2007

Oh, Caaanadaaa... Oh, Caaanadaaa...



Quand'ero piccolo, amavo il Canada. Giocando, era sempre la mia nazionale preferita, assieme all'Italia. Credo che l'indiscutibile fascino delle sue foreste sterminate mi attraesse. È la mia natura, che mi porta ad apprezzare i paesaggi dal clima rigido, sebbene ami l'estate e il mare.
Mai avrei pensato che un giorno il mio amore per uno stato lontano potesse trasformarsi in un urlo di dolore.

Lo scorso anno sono stati trucidati 335.000 piccoli di foca. Trecentotrentacinquemila!
Quando l'ho letto, non riuscivo a crederci.

Tentiamo di fermarli. Basta poco:
http://getactive.peta.org/campaign/seal_hunt07

Se volete vedervi anche il video, andate qui:
http://www.peta.org/feat-canadaSealHunt.asp


Fate un favore al bambino che ancora c'è in me. Grazie!

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20 marzo 2007

Design insostenibile


La didascalia del Corriere della Sera, tra le altre cose, diceva: "[...] un hotel di 400 stanze, cinque stelle, tutto giocato sull’inclusione della natura e sul design sostenibile."
Desing sostenibile questo? Cioè, far sparire alla vista una cascata è ecologico. Niente da fare, chi non ha ancora avuto la fortuna di vedere questa cascata (tra i tanti, io), non la potrà vedere mai più. Se anche fossi ricco, ne vedrei parte, dall'interno dell'albergo, e non nel contesto naturale.
Ho forse scritto "stupido" in fronte? A me sembra insostenibile, nel peggiore dei modi. Non mi serve visionare alcuno studio presentato. No, grazie. Accettando un simile progetto sotto l'etichetta eco-sostenibile, finirà che di naturale non vedremo più nulla!
Scusatemi, forse sono un retrogrado no-global terrorista dimmerda, ma io non mi faccio prendere per i fondelli. Oltre tutto, guarda caso, sono pure un comunista (dimmerda), perché m'infastidisce che tolgano alla mia vista una cascata per inscatolarla e servirla ai pochi riccastri che potranno permettersi quest'albergo. Almeno costruissero un ostello della gioventù... sarebbero stati perlomeno originali (anche se comunque non eco-sostenibili).
Qualcuno potrebbe obiettare che l'uomo ha sempre costruito in mezzo alla natura, sfruttando i posti più belli. Potrei controbattere in cento modi, ma mi limito a due sole osservazioni. Uno, esiste l'evoluzione della specie, di cui una nuova consapevolezza ecologica fa parte. Ahimè, noto, esiste anche l'involuzione. Due – cosa che mi fa imbestialire –, almeno una volta non ce la menavano. Quando costruivano, chessò, un castello in cima a una splendida collina, non dicevano che si armonizzava con l'ambiente (design sostenibile). Dicevano che era il posto migliore per costruirlo, perché più sicuro, facilmente difendibile. Visto che l'arroganza li guida, potrebbero almeno essere sfacciati, sarebbe più onesto. Dicessero: «È un posto talmente bello, che abbiamo pensato di farci una montagna di soldi».

Di questo passo, spariranno posti naturali di grande impatto, che colmano l'animo, meravigliano, che ci fanno sentire piccoli e impotenti, ma in fondo parte di qualcosa di più grande. A me l'artificio umano, per quanto d'impatto visivo, non darà mai più emozione di quanto me ne dia anche un piccolo fiore. Ma si sa, se ti piacciono i fiori, alla visita di leva ti mandano in psicanalisi.

A me questo desing sostenibile sembra una gran cagata.

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