Da un uomo pesante, ma pensante.
È ora che ci mettiamo d'accordo su cosa significa parlare di scrittura.
Uno come me, che tenta di analizzarne i processi, partendo dal personale - e da cosa, sennò? -, viene spesso ritenuto pesante. Non ci credete? Niente di più semplice, basta che vi facciate un giro in Rete. Va bene, lo accetto. Non cambio impostazione, però, perché il mio approccio alla scrittura è soprattutto analitico. (Ciò che mi sorprende è che spesso non lo sia per gli altri...) Di contro i più apprezzati sono coloro i quali "fanno spettacolo", in qualsiasi senso la si voglia intendere.
Intrattenimento, intrattenimento, intrattenimento. Questa è la regola, anzi, direi la legge per attrarre lettori e sostenitori. Il modo giusto è fare gli spiritosi, crearsi il personaggio, essere sbruffoni, cafoni, arroganti, virtualmente folli, menefreghisti e qualunquisti e, dulcis in fundo, poste queste basi, cominciare a tirarsela sul serio e non soltanto tra le righe, come si è fatto per tutto il tempo.
Tutto questo cosa c'entra con la scrittura e i suoi processi? Non lo capisco. C'entra con il personaggio scrittore, non con la scrittura.
In ogni caso, come ho sempre detto da un certo momento in poi (dalla fine del 2005), meglio pochi ma buoni.
Più uno scalpita, più mi sembra affetto da una cronica insicurezza. Non bisogna commettere l'errore di confondere la sicumera con la sicurezza di sé. È proprio il contrario, infatti. Chi ha le idee chiare, non ha problemi a tacere su mille e mille questioni marginali (e a volte su alcune che marginali non sono, per una questione d'amor proprio).
Contano i fatti - e, capiamoci, non i fatti procurati da altri. Gli autori producono fatti di un solo tipo: romanzi (o racconti) nella loro madrelingua. Tutto il resto è frutto d'altro. (Certo, certo, dico questo perché non sono mai stato tradotto. Continuate a pensare che sia uno sciocco inconsapevole che mente a se stesso senz'accorgersene: così mi fate il favore di sottovalutarmi.)
Va detta un'altra cosa chiaramente, infatti: c'è qualcuno che pensa di meritarsi il titolo di scrittore con il proprio blog (e c'è chi, per fortuna, no). O con i propri interventi in Rete. Il massimo che si può concedere un autore in quanto autore è un'intervista. Quello è l'unico fuori dalle righe che c'entra con ciò che vuole essere considerato - e se lo è o meno è tutto un altro discorso.
Personalmente sono stato molto presente in Rete: forum, blog, sito personale, interviste e quant'altro. Ma non ho mai pensato che tutto questo mi rendesse uno scrittore. Ho soltanto il gusto del dialogo, ma ho scoperto che il suo retrogusto amaro - le diatribe, le incomprensioni, gli scontri e gli attacchi gratuiti - me l'hanno reso molto meno digeribile. I miei fatti, perciò, sono soltanto quattro: la mia trilogia d'esordio e un romanzo singolo. Non ne ho altri. Forse si può aggiungere la rubrica "Un nuovo mondo", scritta per me, prima ancora che per Fantasy Magazine; ma, devo essere sincero, quello era un modo per raggiungere il dialogo (cosa riuscita appieno, nonostante la puntuale comparsa dei soliti imbecilli), non un fatto vero e proprio. Parlava dei fatti, non era un fatto in sé. Quindi escludiamolo.
In conclusione, dal 2005 non produco fatti. Quindi, diciamo dal 2006, non sono più uno scrittore.
Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché do ancora così tanto fastidio. Sono successe molte cose, in Rete, che mi hanno portato a questa riflessione finale: do fastidio perché non mi faccio incantare dalla cartapesta e dai lustrini. Non è vero che la Rete permette il camuffamento più della vita reale: gli attori si riconoscono subito, basta essersi preso qualche bastonata strada facendo e, credetemi, certi approcci e certe furberie si comprendono al volo. In caso contrario, basta un secondo per prendersi un altro schiaffo e capire che si ha a che fare con un manesco, più che con uno scrittore o più che con un lettore.
Sono stato evitato in molti modi (pestifero d'un Andrea D'Angelo! :). Allo stesso tempo sono stato avvicinato in molti modi, molti dei quali nauseanti. (Là fuori, okay? Ci siamo capiti? O siete sinceri, o statevene alla larga, soprattutto voi "scrittori" dei miei coglioni. E sapete bene che sto parlando con voi.) Sull'altra sponda del fiume, chi ha la mia stima lo sa e sa che mi ritengo fortunato di avere un dialogo con lui: mi sento all'altezza, ma quasi sempre un pochino più in basso. Mi insegnate molte cose.
Tutto questo per dire una cosa lampante: sono fiero che su questo blog passino persone che hanno una certa idea del dialogo. Sono poche? Oh, ma sono tutte buone, buonissime. Teste pensanti, che non si sono scordate cosa sia il rispetto del pensiero altrui. Ormai qualsiasi volgarità e brutalità verbale viene giustificata con un "un confronto che non sia acceso non è un confronto", che è una visione piuttosto triste delle capacità di comunicazione umane.
Quindi, con grande pesantezza, quasi ricercando la pesantezza per distinguersi dagli attori, vado avanti, ragazzi. Male non può farmi.
Anche perché, vi chiedo, non sarà più pesante l'ironia a tutti i costi, la leggerezza autoimposta? A me sembrano entrambe sottolineare ancor di più quanto sul serio si prendano certe persone. Io mi prendo sul serio, sì, ma non più di quanto leggete qui (e non mi sembra di essere mai stato chiuso al dialogo. Quindi, quanto sul serio mi prendo? Se c'è un momento per dire la vostra e spezzarmi è questo! :) ). C'è chi invece fa capriole, scrive pezzi a effetto, blandisce chi deve blandire, si ammanta di una vena di follia artistica... tutto nel disperato tentativo di non far emergere la propria reale pesantezza d'arrivista.
Guardate, a me la vita sorride. Quest'anno mi sono sposato ed è stato davvero un evento indimenticabile, soprattutto per l'atmosfera che si respirava e per i moltissimi gesti d'affetto che hanno commosso sia Mariacarolina che me. Non è una cosa che si scorda facilmente. Sono felicemente sposato con una donna meravigliosa, dunque, e sto per partire all'avventura verso chissà quali lidi (forse la Costa Rica... che schifo, ah? :). In aggiunta ho una porta aperta all'Editrice Nord - cosa che mi garantisce di essere preso in considerazione ed è quanto basta, non chiedo di più (per ora) - e ho instaurato un dialogo stimolante con lettori e scrittori che stimo. È molto di più di quanto mi aspettassi quando cominciai.
Ora, chi me lo fa fare a perdere tutto questo per rincorrere chissà quali geni della letteratura mondiale? Io sono qui. Chi vuole dialogare nel rispetto con me trova la porta aperta.
E tutti gli altri?
Mi spiace, io non sono mai stato capace di vendermi - specie per ciò che non sono.
Uno come me, che tenta di analizzarne i processi, partendo dal personale - e da cosa, sennò? -, viene spesso ritenuto pesante. Non ci credete? Niente di più semplice, basta che vi facciate un giro in Rete. Va bene, lo accetto. Non cambio impostazione, però, perché il mio approccio alla scrittura è soprattutto analitico. (Ciò che mi sorprende è che spesso non lo sia per gli altri...) Di contro i più apprezzati sono coloro i quali "fanno spettacolo", in qualsiasi senso la si voglia intendere.
Intrattenimento, intrattenimento, intrattenimento. Questa è la regola, anzi, direi la legge per attrarre lettori e sostenitori. Il modo giusto è fare gli spiritosi, crearsi il personaggio, essere sbruffoni, cafoni, arroganti, virtualmente folli, menefreghisti e qualunquisti e, dulcis in fundo, poste queste basi, cominciare a tirarsela sul serio e non soltanto tra le righe, come si è fatto per tutto il tempo.
Tutto questo cosa c'entra con la scrittura e i suoi processi? Non lo capisco. C'entra con il personaggio scrittore, non con la scrittura.
In ogni caso, come ho sempre detto da un certo momento in poi (dalla fine del 2005), meglio pochi ma buoni.
Più uno scalpita, più mi sembra affetto da una cronica insicurezza. Non bisogna commettere l'errore di confondere la sicumera con la sicurezza di sé. È proprio il contrario, infatti. Chi ha le idee chiare, non ha problemi a tacere su mille e mille questioni marginali (e a volte su alcune che marginali non sono, per una questione d'amor proprio).
Contano i fatti - e, capiamoci, non i fatti procurati da altri. Gli autori producono fatti di un solo tipo: romanzi (o racconti) nella loro madrelingua. Tutto il resto è frutto d'altro. (Certo, certo, dico questo perché non sono mai stato tradotto. Continuate a pensare che sia uno sciocco inconsapevole che mente a se stesso senz'accorgersene: così mi fate il favore di sottovalutarmi.)
Va detta un'altra cosa chiaramente, infatti: c'è qualcuno che pensa di meritarsi il titolo di scrittore con il proprio blog (e c'è chi, per fortuna, no). O con i propri interventi in Rete. Il massimo che si può concedere un autore in quanto autore è un'intervista. Quello è l'unico fuori dalle righe che c'entra con ciò che vuole essere considerato - e se lo è o meno è tutto un altro discorso.
Personalmente sono stato molto presente in Rete: forum, blog, sito personale, interviste e quant'altro. Ma non ho mai pensato che tutto questo mi rendesse uno scrittore. Ho soltanto il gusto del dialogo, ma ho scoperto che il suo retrogusto amaro - le diatribe, le incomprensioni, gli scontri e gli attacchi gratuiti - me l'hanno reso molto meno digeribile. I miei fatti, perciò, sono soltanto quattro: la mia trilogia d'esordio e un romanzo singolo. Non ne ho altri. Forse si può aggiungere la rubrica "Un nuovo mondo", scritta per me, prima ancora che per Fantasy Magazine; ma, devo essere sincero, quello era un modo per raggiungere il dialogo (cosa riuscita appieno, nonostante la puntuale comparsa dei soliti imbecilli), non un fatto vero e proprio. Parlava dei fatti, non era un fatto in sé. Quindi escludiamolo.
In conclusione, dal 2005 non produco fatti. Quindi, diciamo dal 2006, non sono più uno scrittore.
Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché do ancora così tanto fastidio. Sono successe molte cose, in Rete, che mi hanno portato a questa riflessione finale: do fastidio perché non mi faccio incantare dalla cartapesta e dai lustrini. Non è vero che la Rete permette il camuffamento più della vita reale: gli attori si riconoscono subito, basta essersi preso qualche bastonata strada facendo e, credetemi, certi approcci e certe furberie si comprendono al volo. In caso contrario, basta un secondo per prendersi un altro schiaffo e capire che si ha a che fare con un manesco, più che con uno scrittore o più che con un lettore.
Sono stato evitato in molti modi (pestifero d'un Andrea D'Angelo! :). Allo stesso tempo sono stato avvicinato in molti modi, molti dei quali nauseanti. (Là fuori, okay? Ci siamo capiti? O siete sinceri, o statevene alla larga, soprattutto voi "scrittori" dei miei coglioni. E sapete bene che sto parlando con voi.) Sull'altra sponda del fiume, chi ha la mia stima lo sa e sa che mi ritengo fortunato di avere un dialogo con lui: mi sento all'altezza, ma quasi sempre un pochino più in basso. Mi insegnate molte cose.
Tutto questo per dire una cosa lampante: sono fiero che su questo blog passino persone che hanno una certa idea del dialogo. Sono poche? Oh, ma sono tutte buone, buonissime. Teste pensanti, che non si sono scordate cosa sia il rispetto del pensiero altrui. Ormai qualsiasi volgarità e brutalità verbale viene giustificata con un "un confronto che non sia acceso non è un confronto", che è una visione piuttosto triste delle capacità di comunicazione umane.
Quindi, con grande pesantezza, quasi ricercando la pesantezza per distinguersi dagli attori, vado avanti, ragazzi. Male non può farmi.
Anche perché, vi chiedo, non sarà più pesante l'ironia a tutti i costi, la leggerezza autoimposta? A me sembrano entrambe sottolineare ancor di più quanto sul serio si prendano certe persone. Io mi prendo sul serio, sì, ma non più di quanto leggete qui (e non mi sembra di essere mai stato chiuso al dialogo. Quindi, quanto sul serio mi prendo? Se c'è un momento per dire la vostra e spezzarmi è questo! :) ). C'è chi invece fa capriole, scrive pezzi a effetto, blandisce chi deve blandire, si ammanta di una vena di follia artistica... tutto nel disperato tentativo di non far emergere la propria reale pesantezza d'arrivista.
Guardate, a me la vita sorride. Quest'anno mi sono sposato ed è stato davvero un evento indimenticabile, soprattutto per l'atmosfera che si respirava e per i moltissimi gesti d'affetto che hanno commosso sia Mariacarolina che me. Non è una cosa che si scorda facilmente. Sono felicemente sposato con una donna meravigliosa, dunque, e sto per partire all'avventura verso chissà quali lidi (forse la Costa Rica... che schifo, ah? :). In aggiunta ho una porta aperta all'Editrice Nord - cosa che mi garantisce di essere preso in considerazione ed è quanto basta, non chiedo di più (per ora) - e ho instaurato un dialogo stimolante con lettori e scrittori che stimo. È molto di più di quanto mi aspettassi quando cominciai.
Ora, chi me lo fa fare a perdere tutto questo per rincorrere chissà quali geni della letteratura mondiale? Io sono qui. Chi vuole dialogare nel rispetto con me trova la porta aperta.
E tutti gli altri?
Mi spiace, io non sono mai stato capace di vendermi - specie per ciò che non sono.
Etichette: Lettori e detrattori, Scrittori, Scrittura



22 Commenti:
Su una cosa non sono d'accordo con te: quando dici che dal 2006 non sei uno scrittore. Al massimo puoi dire che non sei uno scrittore edito ultimamente.
Non puoi negare ciò che sei. Che tu pubblichi o meno, non cambia il tuo stato: uno scrittore lo si è dentro. Poi, può essere reso visibile agli altri, ma la sostanza rimane. So anch'io che per uno scrittore vero, oltre che per il piacere di scrivere e creare, ciò che conta è poter essere letto, potendo così raggiungere altre persone donandole una parte di sè e toccandole in un modo che nè dialogo, nè conoscenza possono dare. Ma se nonostante tutto, arrabbiature, delusioni, cadute e non importa quanto va male, continui a scrivere, allora sei uno scrittore.
Questione che dai fastidio. Io frequento poco la rete (se non si sta attenti ti risucchia e io cerco di vivere, anche se alle volte riesco solo a sopravvivere) e molte cose non le so, altre le evito; quello che tu chiami infastidire io la chiamo schiettezza e confronto, e la vedo come un fattore positivo. Si sa però che verità (esprimere il proprio pensiero e non conformizzarsi) e dialogo (accettare che altri hanno punti di vista diveri) sono tabù; infatti non c'è nulla che dà più fastidio della verità. E l'educazione e i toni pacati sono da vecchi, da capponi. Tu pestifero? Bene, allora siamo in due :)
Tu parli di scrittori come attori. A me sembra che nella società siano tutti attori, tutti recitino una parte; ma non una parte che si scelgono e che gli piace, quanto quella che gli altri vogliono che uno abbia o quella che conviene di più. E' vero che nella vita si portino molte maschere, un pò per difendersi, un pò per divertirsi, e che nessuno può conoscere un'altra persona per quella che realmente è, perchè c'è sempre una parte che rimane celata. Un conto è però non far vedere tutto e un conto essere ciò che non si è, traviarsi fino a perdersi.
Non ho certezze, nemmeno su me stesso; ma se ci si vende, se ci si rinnega, allora che cosa rimane?
A conti fatti, ci si rende conto che ciò che conta è davvero sottile e leggero e alle volte sfuggente.
Intanto ringrazio Andrea per quel 'fiero' lanciato in mezzo al post, così come mi sento di fare anche io nei confronti di tutti quelli che intervengono qui (e altrove) dimostrando di saper trattare le altrui intelligenze.
@Ohdrein
Credo Andrea alluda al fatto che 'per gli altri' — per chi lo legge attraverso i suoi libri — non è più uno scrittore a partire dal 2006, proprio perché da allora non pubblica romanzi. È come se Zuddas venisse considerato solo un traduttore perché lontano da tempo dagli scaffali!
Chiaramente non è sufficiente aver pubblicato per essere considerati scrittori, ci deve essere una forma mentis alle spalle che Andrea possiede, per cui io lo riconosco come tale.
Quindi preciso: Ohdrein ha inteso bene, Ax. Parlo proprio di essere uno scrittore in base ai fatti (e non si parla di pubblicazione, ma di produzione). Dall'inizio del 2005 ho vissuto un periodo che mi perfino portato a smettere, per qualche mese. Per tre anni non sono stato uno scrittore, ma una persona in crisi che non capiva più in che direzione volesse andare. Poi, lentamente, sono rinato e mi sono rimesso al lavoro.
Non ci sono stati fatti, Ax. E in base all'impostazione stessa del discorso, non c'è stato lo scrittore "Andrea D'Angelo". Che io mi sia considerato tale per due anni e mezzo su tre non conta un fico secco. Conta ciò che un autore produce. E io cos'ho prodotto?
Guardate. Questo aspetto della produzione viene troppo spesso mitizzato. Un autore che sia tale produce. Il fatto che Licia sforni romanzi uno dopo l'altro le fa onore, anziché disonore: produrre è faticoso, è stancante e consuma. Non si può credere che una simile mole di romanzi sia frutto di chi soltanto sogna di essere uno scrittore. Il fatto che la quantità di produzione non corrisponda per forza alla qualità è un dato di fatto. Ma la quantità indica qualcosa: un certo numero di fatti, tutti da giudicare. Se, invece, non c'è niente da giudicare, allora non c'è nemmeno lo scrittore.
Di geni incompresi che riempiono i propri cassetti di romanzi non finiti o non revisionati restano "persone che scrivono", non scrittori. Invece, chi produce, con cura e non trova un editore, quello è comunque uno scrittore. (Se poi introduciamo il professionismo, per avvallare il termine, allora il discorso cambia ancor più radicalmente. Ma, per quanto io applichi quest'ulteriore restrizione a me stesso, per una questione di onestà nei miei confronti, non me la sento di applicarla a chi, là fuori, scrive seriamente, magari con ottimi risultati, e non ha ancora trovato un editore disposto a puntare su di lui.)
Ciò detto, oggi mi sento di nuovo un po' scrittore. Ma non ho ancora finito e vedo che la strada è sempre tortuosa e difficile. Quindi aspetto prima di dire ufficialmente sono uno scrittore. (Per inciso, nemmeno io ho garanzia di pubblicazione. Anzi, ho già giocato le mie carte e non sono state proprio vincenti. Stiamo a vedere se riuscirò a "sfondare" anche questa volta - la porta dell'Editrice Nord o, in alternativa, quella di qualche altro editore serio.)
Cio che conta, Ohdrein, è soprattutto fragile, in questa società di fuochi artificiali. Ma mi piace molto anche la definizione "sottile, leggero e sfuggente". :)
Scusate gli errori di battitura e di sintassi.
Perdonami se entro a gamba tesa su quanto dici, ma io non credo proprio che uno scrittore sia tale perchè produce nè che le capacità dello stesso vengano valutate da ciò che scrive. Con un testo non ci facciamo nulla, se non lo contestualizziamo, e ciò è possibile farlo fino a un certo punto, quel limite che è la distanza tra chi scrive e noi. Perciò possiamo solo dare a mio avviso un giudizio incompleto, cui però dobbiamo comunque dare un peso notevole perchè è l'unico cui possiamo fare riferimento. Allo stesso modo uno scrittore non può essere tale se produce o meno, perchè non sono gli altri a dover dire se lo è. Uno scrittore è colui che avverte dentro la necessità di scrivere, a prescindere da tutto, e sottolineo tutto, il resto. Quando dici che per tre anni non sei stato uno scrittore, magari è così, ma non di certo perchè non producevi. ^^
Auch! Arbitro! Era da dietro! Arbitro!!!
^_^
Okay, contestualizziamo le mie affermazioni, allora.
So quanto costa arrivare alla parola "fine" con un romanzo. Riuscirci è un passo fondamentale. Chi non ci riesce non è uno scrittore. Chi non ha il coraggio di guardare in faccio ciò che ha prodotto, lasciandolo nel cassetto, allora ha la coscienza sporca.
Scrivere è produrre prodotti finiti (al massimo delle proprie possibilità). Ripeto, se si esclude la variabile "professionismo", da questo non si scappa. La quantità indica qualcosa: che si sta facendo quella cosa con impegno e continuità. Quindi si è quella cosa. Poi, ciò detto, io parlavo soltanto di essere scrittori (escludendo il professionismo). Non c'era alcun aggettivo qualificativo appiccicato.
Chi vive per la scrittura, ma non conclude mai nulla, ha qualche serio problema. O, secondo te, Gladius, è uno scrittore problematico? Io vedo il problema a monte della scrittura.
Capisco il tuo punto di vista. Forse commetto l'errore di espandere il mio vissuto personale agli altri, ritenendolo compatibile. Ma resta il fatto che non scrivere un capitolo che fosse uno in tre anni, ai miei occhi, significa aver perso il senso della "scrittura".
Credi che non abbia tentato di giustificarmi, durante quei tre anni? E che non abbia tentato di giustificarli, sempre a me stesso, in seguito? Mi sono arrovellato, ho continuato a pensarci ogni benedetto giorno di vita, anche quando avevo smesso di scrivere pensavo alla scrittura. Una lotta interiore che per me è stata piuttosto difficile. E le cui cicatrici ancora oggi fanno male e mi rendono difficile, a tratti tormentoso sedermi a scrivere.
Ma, Gladius, credimi: l'unica cosa che sono riuscito a fare è stata tradire la scrittura, durante quei tre anni.
Ero uno scrittore soltanto perché pensavo alla scrittura ogni benedetto giorno? Troppo facile, ai miei occhi. Non era uno scrittore, ero l'ombra di ciò che ero stato quanto a entusiasmo ed equilibrio interiore.
Quindi, mentre l'arbitro si gira, ti do una gomitatina e ti chiedo: cosa mi significa la necessità di scrivere, pressante, spasmodica, se poi non si scrive?
Scusa, Gladius, preciso anche questa mia frase: "Scrivere è produrre prodotti finiti (al massimo delle proprie possibilità)."
Dico questo perché chi ama la scrittura non si accontenta delle prime stesure. Rivede e lima e perfeziona e controlla il suo testo. Soltanto dopo è finito. Dimenticarsi di questa fase, magari perché si è giornalmente impegnati con nuove prime stesure, significa non avere abbastanza amore per la scrittura. Ed ecco perché la quantità di prodotti finiti (in cui ho incluso anche gli illustri inediti) è indice di scrittura.
Ma io parlo di finiti finiti, non finiti così, per pura esigenza. Finiti, insomma.
Mah, io credo si debba fare una distinzione notevole tra quello che è l'amore per la propria creatura e quella necessità travolgente, quasi una libidine, che porta il pensiero a trovare corpo nelle parole e la mano a premere i tasti della tastiera. Finire un romanzo è una cosa difficile perchè è una maratona, fatta di piacevoli discese ma anche di impervie salite. Non è sempre piacevole, e sono l'amore e il rispetto nei confronti di se stessi e della scrittura che danno la forza di finirlo. Ma questo amore e questo rispetto non fanno di una persona uno scrittore. Michelangelo è diventato famoso con la teoria del non finito. Possiamo mai dire che non fosse un artista?
A mio giudizio scrittore lo si è quando, svegliandoti nel cuore della notte per un tuono, ti viene da appuntarti una frase sul taccuino, quando tornando a casa ti vien voglia di creare qualcosa. E' portare fuori di te ciò che è sempre stato dentro, e non credo sia terminare un'opera. Certo, finire un romanzo è una cosa bellissima, soprattutto quando non lo leggi da un po' e riprendendolo per caso ti perdi tra quelle pagine, rileggi cose che ti chiedi come hai potuto scrivere e ti rivedi con occhi diversi. Però per me sono due cose diverse, lo saranno sempre. Per me un uomo su un'isola deserta senza fogli per scrivere ma col petto arso dalla passione di farlo rimarrà sempre uno scrittore.
Quindi porto la maglia al naso sanguinante, e ti rispondo che forse questa necessità non significa nulla, ma fa parte dell'essenza stessa di chi ama scrivere, ed è questo il bello. :D
Uhm... Vedendo che l'arbitro s'è girato, mi allontano trotterellando, ch'è meglio...
Ma non prima d'averti detto: "E quindi, in quanto tu dici, si può arrivare alla quantità privi di questa necessità". (Speriamo che non faccia la mammoletta mostrandogli il sangue... :D )
Eh eh eh... mai! ^.^
"Il fatto che Licia sforni romanzi uno dopo l'altro le fa onore, anziché disonore: produrre è faticoso, è stancante e consuma. Non si può credere che una simile mole di romanzi sia frutto di chi soltanto sogna di essere uno scrittore."
Infatti. Perchè sognare è bello, ma è ancora più bello darsi da fare per realizzare i sogni. Altrimenti è un passatempo piacevole. Ma i sogni, quelli veri, cui si tiene davvero, diventano realtà. Non basta volere, bisogna anche fare.
"Di geni incompresi che riempiono i propri cassetti di romanzi non finiti o non revisionati restano "persone che scrivono", non scrittori. Invece, chi produce, con cura e non trova un editore, quello è comunque uno scrittore."
Su questo siamo concordi. Lo scrittore prima vede nascere la storia nella sua mente, ha una visione d'insieme; poi la vive, nella sua mente, come se fosse una seconda vita: per il tempo che ci pensa vive in un altro mondo. A quel punto, dopo aver creato e assistito alla storia, diventa il suo testimone e la mette su carta, cercando di dar voce a pensieri e visioni, di trasmettere le emozioni che quel mondo gli ha dato, a prescindere che sia stato un inferno, un purgatorio o un paradiso. Fatto questo, quello che viene dopo è un lavoro di miglioria per renderlo sempre migliore, come lavorare una pietra preziosa e renderla ancora più pregiata. E quando ha finito, la rimira, pronto a compiacersene o a rimettersi al lavoro se c'è qualcosa da cambiare.
Se poi arriva anche l'editore,beh, tanta roba :)
Per tre anni non sei stato uno scrittore e dici che ha lasciato segni, ferite; soprattutto rammarico.
Certo dispiace vedere che si è sprecato del tempo quando invece si poteva fare tanto: urta, dà fastidio.
Delle volte succede che si smarrisce la strada, che le strade che si stavano seguendo diventino nascoste; ci si smarrisce in una selva oscura, come dice Dante. Ci sono dei periodi della vita che sono confusi. Altri in cui la vita (che non guarda in faccia a nessuno o invece è il contrario: proprio perché in quel momento ti guarda) ti sbatte per terra; e lì ci sono delle lezioni da imparare, una crescita da effettuare. Cambiamento, si può dire; evoluzione, si può precisare.
Forse avevi bisogno di quel periodo. Ma se ti rammarichi, perderai quello che aveva da dare. So che è difficile da dire e soprattutto da fare, sembra una follia, ma quei periodi bisognerebbe abbracciarli e ringraziarli. Certo sono duri, nessuno li voleva e li ha cercati; in quei momenti li si maledirebbe. Ma non serve. Serve invece se li si accetta, con il dolore, la perdita e le spiacevolezze che hanno portato. Certo, ci vuole tempo.
Occorre accettare che siamo umani e sbagliamo. Perché gli uomini hanno dei limiti: è questa la benedizione e la maledizione della loro natura.
"A mio giudizio scrittore lo si è quando, svegliandoti nel cuore della notte per un tuono, ti viene da appuntarti una frase sul taccuino"
Oppure quando non riesci ad addormentarti finchè non hai messo su carta un'idea, un pensiero; perchè se non lo fai, dì pure addio al sonno :D
Se per scrittore si intende scrittore "cosciente", oltre a mostrare i propri "fatti", si è davvero scrittori quando si accetta il confronto, a mio avviso. Sbagliare e rimediare, essere abbattuti e rialzarsi migliori.
Lo stesso si potrebbe dire per qualsiasi altra arte, immagino.
Al di là della banalità di definire scrittore colui che vive con la rendita di ciò che scrive (cosa peraltro improba in italia), credo che essere uno scrittore sia una questione e di come una persona si sente e di quello che fa. In questo concordo con tutti anche quando sembrate avere opinioni differenti, ti senti e sei uno scrittore se ti alzi alle quattro per buttare giù una nota, se pensi sempre alle tue storie, se pensi alla scrittura anche mentre ti prendi una pausa da essa. Al contempo ti senti e sei uno scrittore anche per ciò che produci e meglio lo fai e più sei a tuo agio con il ruolo che desideri. Scrittore è solo una definizione he lascia a mio avviso il tempo che trova: ci sono autori considerati "scrittori" perché hanno raggiunto la notorietà postumi, altri che per anni non hanno scritto una virgola e poi prodotto un capolavoro, altri producevano romanzi in poche notti di seguito, altri hanno sfornato romanzi su romanzi, altri ancora pochissimi, taluni uno soltanto... alla fine contiamo noi, la pagina che abbiamo davanti e quello che riusciamo a metterci dentro. Possiamo sentirci o meno scrittori, sarà poi il mondo a decidere se darci quell'etichetta o meno, di certo fino a quando ci piacerà scrivere non credo sarà mai un vero problema darsi un'etichetta o meno...
Parole sante, quelle del buon Stefano!
Già mi sento di sottoscriverle tutte, dalla prima all'ultima. Credo tu ci abbia appena messo d'accordo tutti. (Ma non sarai l'arbitro? :)
Di contro, non sono d'accordo in assoluto con "l'accettare il confronto". Ma, sì, capisco che tu parli di quello buono, Federico, quindi concordo. Se dall'altra parte, però, ci sono interlocutori scortesi e irrispettosi, il confronto è una perla che non si meritano...
Ti dirò, sarà che vedo l'utile ovunque, ma sono convinto che anche nel falso confronto (insulti, ecc.) c'è del buono. Ovviamente le critiche costruttive, che mirano al miglioramento dell'opera, e alla discussione dell'opera in sé, sono quelle che fanno crescere e migliorare.
Ma io credo che anche dai vituperi si può ottenere qualcosa. Si impara a distinguere, per esempio, la veridicità del giudizio di un critico.
Perdona l'esempio strano che sto per fare: c'è una tribute band dei Queen, nella mia piccola città. La popolazione tende a denigrare le persone che riescono a emergere. Difatti ho sentito dire: il cantante di quella band stona. Io, avendo assistito ai loro concerti, so per certo che no, il cantante non stona: ha una voce potente, ma non raggiunge gli acuti di Freddie Mercury. Questo è un "difetto" autentico. Ergo: chi dice che il cantante di quella band stona, in realtà non lo ha mai sentito e/o ha forti pregiudizi.
Analogamente, uno scrittore si forgia in questo modo, e impara a distinguere. Talvolta ci sono critiche feroci ma veritiere: quelle che colpiscono di più, che lasciano un segno più profondo. I bravi scrittori ci rimangono male, riconoscono il difetto, e considerano la cosa, migliorandosi. I cattivi scrittori alzano la voce al di sopra di quella di chi li critica e diventano ciechi e sordi a ogni critica.
Ancora una volta concordo con te, Federico. Ma c'è un limite di tempo oltre il quale questo esercizio di buona volontà non dà più frutti. A me adesso non c'è praticamente più nessuno che dice niente: ma questo dipende dalla mia produzione, ferma al 2005. Sicuramente quando uscirà un mio nuovo romanzo (lo spero!) trascorrerò il mio tempo a leggere con attenzione tutto quanto viene detto. Ci sono interlocutori che già sono inattendibili ai miei occhi, ma non considero merda tutto quello che scrivono.
Ma, ti chiedo, sei proprio sicuro che questo esercizio possa andare avanti tanto tempo?
Tenendo presenti i tempi di "apparizione" dei pareri in Rete dalla data di atterraggio in libreria del romanzo, direi che al massimo dopo tre mesi uno si è fatto un'idea di quali sono i difetti più comunemente riscontrati nel proprio testo. Fatto questo, può lasciar perdere i detrattori senz'alcun tipo di remora.
O riderci su. Amo leggere i commenti idioti! Sono incredibilmente for teh lulz!
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direi che al massimo dopo tre mesi uno si è fatto un'idea di quali sono i difetti più comunemente riscontrati nel proprio testo.
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Non so se capita anche a te - secondo me capita a tutti -, ma credo che finito di scrivere un racconto/romanzo, in realtà sappiamo già i difetti che ha.
Non li correggiamo perché crediamo che non siano grandi difetti, o che senza di essi la narrazione andrebbe compromessa, o semplicemente non ne abbiamo voglia e attendiamo che qualcuno ci dica che sono lì, e ci dia uno spunto per risolverli.
Andrea, sono contento di essere uno dei fortunati con cui hai avuto un dialogo. Lo sai, no? Ho mosso i primi passi seguendo i tuoi consigli e continuo a muoverli tenendoli in grande considerazione.
Il dialogo è la cosa più bella che ci sia, intervenire se si ha davvero qualcosa da dire, non per il puro gusto di "apparire". In questo siamo simili. Se non ho niente da dire preferisco tacere, meglio una parola di meno che una di troppo.
Detto questo, sono curioso di sapere qualcosa di più sui tuoi progetti!
Eh... magari sapessi già che difetti ha il mio lavoro, non avrei avuto bisogno di fare tante stesure e prendermi tante craniate per un testo che ancora non ha trovato un approdo :p
Bentrovato, Luca!
Magari fossi tanto parsimonioso quanto te con le parole. Sono verboso e sono intervenuto a sproposito troppe volte (nel senso che se me lo risparmiavo era meglio). Tu sei più concreto di me, mi pare.
Federico, ancora una volta capisco cosa vuoi dire e in un certo senso concordo. Ma a me la fase "so cosa c'è che non va. Secondo me..." è a fine prima stesura, dopo le normali riletture dei capitoli precedenti gli ultimi, fisiologiche (si rilegge, molte volte, per ricordare, per capire, per curiosità, per...). E' proprio in base a una di queste sensazioni, precisa, che ho deciso di affidarmi a dei beta-lettori per la prima vera volta. E infatti i nodi stanno venendo al pettine.
Tuttavia io non parlavo di questo, perché prima di mandare a un editore un mio scritto, sono assolutamente convinto d'aver tolto di mezzo le cose che non andavano. E mentre lo spedisco so che l'editor troverà qualcosa che non va (se è bravo, non come quelli che trovano qualcosa per il puro gusto di trovarlo...), ma mi preparo psicologicamente, perché sarà qualcosa a cui non ho assolutamente pensato. Se così non fosse, direi che giocherei sporco col mio editore: è come chiedere ad altri di sudare per te.
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