30 giugno 2009

Si dia inizio alle danze!

Ultimata la scaletta, rivisti tutti e quattordici i capitoli sinora scritti (ed era proprio il caso!), ho scritto alcune scene nuove per portarmi all'inizio del quindicesimo capitolo con il quadro completo della situazione. Ora ogni "fronte d'azione" è stato iniziato. Nulla è più in ombra, nonostante "le molte ombre della narrazione".

Cosa posso dire?
Il romanzo ha picchi notevoli. Ciò nonostante c'è una parte che va snellita, perché rischia di appesantire troppo la lettura. La revisione di questi giorni mi ha permesso di migliorarla, ma in revisione sarò spietato (quella di questi giorni era una revisione più attenta alle incongruenze interne - create dalla visione completa della storia, grazie alla scaletta - che alla prosa in sé).
In questi casi l'esperienza la fa da padrona. Senza esperienza, per poca che sia, non sarei riuscito a vedere con tanta chiarezza la possibile "zona d'ombra" del romanzo. Scrivendo, scrivendo tanto, ci si fa il callo e s'impara a conoscersi.
Oltre a questo, esistono le critiche dei lettori, nel loro complesso: danno spesso indicazioni di questo tipo, sottili ma profonde, che riguardano la tua scrittura molto più di sintassi e grammatica.
La critica a "La Rocca dei Silenzi" che più m'è rimasta impressa è quella relativa al "narratore soffocante", come qualcuno dotato di lucida immaginazione scrisse. Vidi ripetuto lo stesso concetto, mescolato a mille altre cose, in altre opinioni. E suonò il campanello d'allarme. "Questo è qualcosa su cui devi lavorare, Andrea", compresi. E così è, ci sto lavorando con impegno. Questo per dire che, quando una critica è fondata e viene portata alla conoscenza dell'autore con serietà, di solito resta aggrappata al suo animo, se davvero l'autore ama la scrittura e non, chessò, i suoi effetti collaterali (denaro, successo e amenità varie).
La "zona d'ombra" è dettata un po' dalla trama, va detto. Ma questo a me succede spesso e so come gestire i crescendo e i calando d'azione. Un po', però, da un mio difetto congenito: devo fare attenzione a non riversare la mia ponderosità sui personaggi, segandogli le gambe.
Mi spiego meglio. Nei miei romanzi c'è sempre stato un personaggio più riflessivo di altri e che, guarda caso, spesso vive esperienze "in solitaria", cioè senza l'appoggio (anche narrativo) di altri personaggi. Questo mi permette in primis di analizzare i fatti da un punto di vista calato nella storia - si spera non il punto di vista di un'idiota! :) -, in secundis, come conseguenza, di dare spessore alla trama, infittendola. Così facendo, però, rischio di lasciarmi andare a qualcosa che dall'introspezione del personaggio sconfina nell'autoreferenziale; ossia, in ciò che l'autore pensa. Non fate quelle facce orripilate! Ciò che l'autore pensa c'è sempre, in qualsiasi romanzo, ma molto dipende da come viene proposto. Ecco, qui il modo è sbagliato. Fortunatamente c'è un meccanismo d'allarme grazie al quale ora riconosco al più tardi alla seconda rilettura che ho "esagerato": di solito si affaccia la noia e mi fa cucù!
Sono noioso? No, a parte in alcuni frangenti, forse. Anzi, direi che le persone con me ridono spesso e volentieri. Ma questo perché non sono nella mia testa, che invece è un po' più intasata rispetto a ciò che di me si vede.
Ecco, intasare i pensieri di un personaggio, quando già si aggira da solo per alcuni capitoli, è uno di quegli errori che possono uccidere un romanzo. Ergo, spietatezza di revisione garantita.

Oggi sono in vena di riflessioni, anche perché sento che sono arrivato finalmente al punto di svolta di questo romanzo.
Che tipo di romanzo è? Lo chiedo più a me che a voi. Ma fatemi questa seduta psicanalitica in amicizia, suvvia. Non vi costa molto.
È un romanzo strano. Non capisco che forma abbia, né dove punti, in tutta sincerità. Ma è anche un romanzo ricco. Forse troppo ricco, e magari questo è il motivo per cui m'appare strano, non sappia che forma abbia, né dove punti. C'è tantissimo della vita e del mondo al suo interno. Così tanto che, come temo sin dall'inizio, forse è troppo ambizioso per le mie capacità. Ma, magari, sto semplicemente sentendo la fatica che mi costa scrivere un romanzo che non sia "fantasy", nonostante l'elemento fantastico. A tratti mi sento inadeguato, a tratti inesperto, a tratti troppo ignorante. Ma poi, come sempre, la scrittura mi conquista. Leggo un brano scritto due mesi prima e scopro che so scrivere come piace a me e allora mi si spalanca di fronte un mondo di possibilità.
Non mi resta che fare del mio meglio, ragazzi. La passione è ancora qui, forte e pulsante.
Come vedete non è che sappia darmi una risposta precisa su cosa sia questo romanzo. So quello che non è e quello che forse è.
Non è fantasy, non è banale, non è qualcosa di trito e ritrito (ma escludo l'originalità assoluta a priori, anche con cognizione di causa), non è qualcosa che io abbia mai letto (nemmeno lontanamente), non è una trilogia e nemmeno un tomo da 800 pagine, non è il mio pane, non è facile, non è lineare, non è abbastanza umile (nel senso che si dà le arie), ma non è aristocratico nonostante gli aristocratici (perché il popolo è il suo protagonista, inteso come individui del popolo), non è noioso (questa è una proiezione nel futuro, nell'attimo successivo all'ultimazione della revisione! :), non è quello che era prima del Sommo Consiglio, non è ancora quello che sarà, non è senza titolo (ma non ve lo dico).
Forse è fantastico, forse è (anche) commerciale, forse è abbastanza originale, forse è simile a qualcosa che io non ho letto, forse è un romanzo di meno di 400 pagine, forse è il mio dolce, forse è difficile, forse è un po' intricato, forse è poco umile (si dà le arie), forse è popolare nonostante gli aristocratici, forse è divertente (senza proiezione nel futuro questa volta), forse è meglio di ciò che spera il Sommo Consiglio, forse è già dotato di anima, forse il titolo è nell'elenco inserito nella mia homepage.

Frattanto, cullo "Il giorno dopo" con così tanto amore che esploderò prima di riuscire a rimetterci mano. Di Fantasy parlando, sono innamorato del mio ultimo pargolo in via di gestazione. E col tempo sta prendendo sempre più forma il successivo, che credo sarà un'altra impresa da titani. Ma sono felice dell'attuale sfida e me la pregusto.
Penso di aver riletto i suoi capitoli attorno alle dieci volte, ormai (sono ben oltre 400 pagine, per inciso). Riflettendovi molto nel contempo. Credo che in questo modo, al momento della ripresa, riuscirò a focalizzarmi sul suo enorme potenziale (parlando di senso). Sento che sarà una gioia per le mie dita, che fluirà dalla sua metà all'epilogo con una velocità travolgente.
Per il momento, però, riposa.

Etichette:

23 giugno 2009

L'Iran e il moralizzatore

In questi giorni i tragici eventi iraniani hanno colpito tutti. Personalmente, l'unica riflessione che mi sento di fare è una riflessione democratica.
Gli iraniani sono scesi in piazza certi che ci sarebbero stati scontri. Forse non erano certi che qualcuno di loro sarebbe morto, perché la speranza è sempre l'ultima a morire nell'animo umano, ma quando il primo morto c'è stato, non sono tornati a casa. Quindi, di fronte agli occhi sgranati o bagnati dalle lacrime di persone come me, appartenenti al mondo dei ricchi e consumisti, si sono immolati nel nome di una democrazia per cui hanno appena cominciato a lottare, stando alla linea di un dittatore come Ahmadinejad.
Perché gli iraniani dell'opposizione sono scesi in piazza a morire? Per reclamare il loro diritto al voto, democraticamente conteggiato. Una banalità che poi tanto banale non è. Non sono scesi in piazza a morire, insomma, chiedendo che Ahmadinejad se ne andasse. Non è stato, né è un tentativo di golpe da parte di un'opposizione esasperata. Chiedono il rispetto del voto. Anche se certi che così otterrebbero la maggioranza, ribadisco, soltanto quello chiedono.

Tornando in Italia, la cosa fa molto riflettere.
Vero è che la certezza fino all'ultimo voto del conteggio democratico non esiste nemmeno in Italia - e questo dovrebbe far riflettere, perché se c'è gente che si fa ammazzare pur di vedere rispettare il proprio diritto, chi commette brogli in Italia, di destra o di sinistra che sia, andrebbe messo in galera per un bel po'. E' un reato decisamente grave.
Ma fa molto riflettere perché gli italiani, sfiduciati nei confronti di questa classe politica, scelgono spesso di non andare alle urne a votare. Ed è l'evidente reazione di un popolo che crede la propria democrazia non sia in pericolo. Una reazione miope, quantomeno poco lungimirante, che non ci fa onore. Gli occhi della ragazza che sta morendo, e muore, a Teheran sembrano dirci questo: sto morendo perché il mio Paese abbia una democrazia e scongiuri una dittatura. Se non fossimo tutti gravemente consapevoli che sta succedendo adesso, in queste ore, sul nostro Pianeta Terra, sembrerebbe un documento storico a colori. Un documento universale, tragico simbolo di ciò che sta accadendo in Iran, ma anche simbolo universale di quanto vale un voto democratico in qualsiasi Paese del mondo. Vale una vita, perché la democrazia è un ideale e per gli ideali si muore.
In un mondo che ha ormai bocciato gli idealisti come "anacronistici" o, peggio, come "idioti illusi", fa molto riflettere.

Le mie invettive dei giorni passati, che considero valide a tutt'oggi (e anche a "tutto domani"), mi sembra non sottolineassero un punto fondamentale. Sempre per evitare fraintendimenti, preferisco specificare quindi quale sia il mio pensiero.
Al di là di tutta la morale che si può fare attorno ai fatti ormai conosciuti della vita privata del nostro Presidente del Consiglio, resta il fatto che è stato democraticamente eletto. E, almeno per quanto mi riguarda, qualsiasi tentativo di togliergli la poltrona da sotto il culo sarebbe un atto eversivo, contro cui io mi schiero nettamente. Il principio democratico conta più di quello che io possa pensare di Berlusconi. (Ma, sia chiaro, il discorso "democrazia in Italia" non finisce qui e non si ferma certo alle volgari nottate di una delle quattro cariche più alte dello stato, all'interno perfino di residenze istituzionali trasformate in privè.)
La sinistra italiana ha sbagliato tantissimo negli ultimi anni e continua tragicamente a sbagliare. Pensano di battere l'avversario sfruttando gli scandali che lo coinvolgono, anziché proponendo qualcosa. Forse Franceschini & Co. sarebbero felici di una crisi di governo che riportasse tutti alle urne e la cosa spaventa, perché denuncia quanto siano distanti dalla realtà del Paese: perderebbero, le prenderebbero di santa ragione.
L'Italia ha bisogno di assorbire e metabolizzare il Governo Berlusconi, permettendo poi di espellerlo come una sostanza tossica. Perché ciò avvenga, è spiacevole dirlo, bisogna lasciare che questi democratici autoritari che reggono il Paese continuino a fare lo schifo che hanno fatto sinora. Soltanto il tempo porterà a galla la verità e gli italiani, compresi gli elettori di centrodestra, inizieranno a sentire sulla propria pelle che sono stati ingannati, distratti da un'informazione servile.
Non c'è altro modo e fa strabuzzare gli occhi che il centrosinistra non se ne renda conto. Fa incazzare, e di brutto, vederli sbraitare ogni giorno sul Papi, producendosi in facili battutine adolescenziali, quando invece dovrebbero costruire un'opposizione che distrugga atto di governo dopo atto di governo ciò che PDL e Lega assieme stanno drammaticamente portando avanti: un disegno che cambia l'Italia in un Paese da cui espatrierò volentieri. (Il tutto in pochi anni: complimenti, è proprio vero che lavorano sodo!)

In tutto questo s'inserisce la dichiarazione del Direttore del TG1 Minzolini di ieri. E' un esempio perfetto per illustrare ciò che ho appena scritto.
Condivido almeno parte delle sue parole e me le godo con un ghigno. La sua linea non fa una grinza e, vi dirò, è una buona linea. Attenersi ai fatti sarebbe giornalismo. Il fatto che l'inchiesta di Bari ancora non ne abbia prodotti, di definitivi, è vero. (Poi, ci sarebbe da dire che un'inchiesta, con prove messe sotto chiave, è un fatto in sé, anche se ovviamente non prova la colpevolezza e il coinvolgimento di nessuno.) La citazione del caso Sircana, poi, è l'apoteosi dell'ipocrisia - e qui finisce la mia condivisione (dato che un conto è colpire un governo con un fatto di strada, un conto con festini reiterati all'interno di uno dei massimi edifici delle istituzioni. Ma, si sa, la destra non ha mai avuto nel suo DNA le sfumature (la sinistra sì e per questo si è sempre fatta del male da sola). Per loro è tutto o bianco o, meglio, nero. O, al limite, rosso, alla vista del quale reagiscono come i tori.)
Ma resta la linea del direttore Minzolini, che mi sta bene. Mi fa ghignare, sì, perché lo aspetto al varco. Il giorno in cui ci sarà un fatto, non potrà più tirarsi indietro dal renderlo pubblico a mezzo televisivo. Dovrà dirlo, chiaramente, con tanto di primo servizio, perché lo scandalo è piuttosto grave. (E se pensate che non lo sia, guardate cos'è successo in Inghilterra, in una democrazia più compiuta della nostra, cioè, per dei rimborsi spese anche di poche decine di sterline. Riflettete, prima di aprire bocca.) Quel giorno, anche chi oggi non lo crede, capirà che ormai siamo sotto un'informazione che con la democrazia ha poco a che fare e che sceglie posizioni etico-moralistiche all'occorrenza, quando fa comodo.
Come dicevo, questa presa di posizione illustra ciò che penso si debba fare con questo Governo, per agire nel solco della democrazia e avere ragione del centrodestra alle prossime elezioni: attendere, attendere che i fatti emergano e che i silenzi tuonino in tutta la loro evidenza.
Caro Direttore Minzolini, attendo la sua puntuale messa in onda, documentata e ampia, dei fatti futuri. La attendo con un ghigno sulle labbra. Stiamo a vedere fin dove arriva la sua dirittura morale e la sua onestà intellettuale.

Tornando all'Iran, a quei grandi poveracci che si sono fatti ammazzare, picchiare, corrodere dagli acidi e arrestare a Teheran, fa rabbrividire la china presa dall'Italia, un Paese che ormai vive le giornate a fare battutine su Silvio Berlusconi o sui comunisti.
Cosa ne penserebbero i Padri Fondatori? Cosa ne penserebbero gli statisti del passato (ché nel presente non ne esistono)?
Vien voglia di mettersi a piangere.

Etichette: , ,

22 giugno 2009

Abbandoni 1

Da oggi ho deciso di rendervi partecipi dei miei abbandoni. Se da un lato la mia opinione sui romanzi che abbandono non la prendo troppo sul serio, la considero semplicemente umorale - perché non mi permetterei mai di giudicare un libro che ho letto soltanto in parte (non si può giudicare un romanzo senza aver letto il suo finale e poter, così, osservare l'intero affresco che l'autore ha voluto dipingere), dall'altro lato esistono delle motivazioni che me li fanno abbandonare. Sono le più disparate, tutte convergenti verso un due unici sentimenti, di solito: la noia e il fastidio.
La vita è troppo breve per annoiarsi. Ed è troppo preziosa per perseverare nel fastidio.

Cominciamo, dunque, dagli ultimi due abbandoni.

Wunderkind, di G. L. D'Andrea
Molti hanno amato questo romanzo e lo stanno amando, segno che ha del buono in sé. Personalmente ho trovato eccessivi gli entusiasmi, in primis per la scrittura, non esente da difetti, il peggiore dei quali è la ricerca esasperata ed esasperante dell'effetto. Ciò nonostante, la narrazione è scorrevole e l'inizio del romanzo a me è piaciuto molto. Ma tutto il potenziale si è perso in poche decine di pagine, semplicemente perché a me questo tipo di horror dà fastidio. Mi sembra di essere trattato come un bambinetto pauroso: dovrebbero farmi paura questi mostri? No, mi spiace. Abbandonato per fastidio: mi attendevo qualcosa di più maturo (giustamente inserito nello scaffale per ragazzi, fino a dove ho letto (pag.184), nonostante i commenti di molti lettori promettessero brividi a spron battuto).

2012 L'Apocalisse, di Whitley Strieber
Cominciato da tre, quattro giorni, ho deciso che stavo sprecando il mio tempo.
Il romanzo è scritto in modo pietoso. Non so se è colpa della traduzione, dell'autore o di entrambi. Ma l'effetto è particolarmente fastidioso. Ci sono interi passaggi in cui l'azione è talmente confusa che si è costretti a tornare indietro di continuo. E, no, non è affatto un effetto voluto. Ma questo è il minimo e potrebbe essere una percezione dell'Andrea lettore. Ma le frasi: brutte come poche volte mi è capitato di leggere. Oltre tutto, fin dall'inizio si respira la puzza dell'idiozia cui saremo destinati proseguendo la lettura. Enormi lenti? Ma per favore...
L'unica nota positiva è la doppia vita del protagonista, che si muove nella nostra dimensione e nell'altra (che sarebbe quella dell'Apocalisse). Un'idea interessante, che colpisce, soprattutto all'inizio. Ma poi la pessima scrittura fa franare tutto. Peccato.
In una parola: illeggibile. Non avevo letto nulla di questo autore, ma se la sua produzione somiglia a questa porcheria che ha tanto di trailer apocalittico, su IBS, be'... Anche in questo caso l'abbandono è per fastidio (ma molto, molto maggiore di quello provato con Wunderkind).
Dalla quarta di copertina: "Una lettura terrificante, pagine di suspence ambientate lungo il confine oscuro che separa la fantasia dalla realtà". Di nuovo si promette paura, e scappa da ridere.


Dato che inauguro oggi questo tipo di blog-considerazione (gli Abbandoni), vi spiego la piccola, elastica regola cui l'Andrea lettore ha deciso di attenersi. Un romanzo mi deve invogliare con le sue prime 50 pagine, altrimenti lo abbandono immediatamente. Se supero pagina 50 e ho ancora voglia di leggere, m'impongo ulteriori 50 pagine. La pagina 100, di solito, è quella oltre la quale 7/8 romanzi su 10 vengono riposti sullo scaffale. Dalla pagina 100 in poi, di solito sono troppo addentro alla storia per non giungere alla fine. Ma non è raro che romanzi di 500 pagine mi facciano desistere, perché m chiedono un dispendio di tempo troppo alto per ciò che mi stanno dando.
Alla prossima.

Sto leggendo "Il silenzio di Lenth" di Luca Centi (sono a pagina 300), "The Bonhunters" di Steven Erikson (in inglese), "La sombra del viento" di Carlos Ruiz Zafon (in spagnolo). Presto attaccherò "Trilogia della città di K", di Agota Kristof.

Etichette: , ,

19 giugno 2009

Tentazioni...

Sono sempre più tentato, anche per via di alcune discussioni in altri luoghi, di ripercorrere passo passo la mia (breve) esperienza editoriale, dal 2001 a oggi.
Sono piuttosto stufo di essere bollato come "polemico", come "generalizzatore" e altre fesserie.
Il fatto è che, nonostante sembri che io dica molte cose su ciò che ho vissuto, da quando Gianfranco Viviani mi mise sotto contratto nel 2001, così non è: ne dico poche. Nonostante sembri che io dica troppo, cioè, costoro non sanno nemmeno di cosa parlano e potrei dire molto, ma molto di più (ho buona memoria, quando le cose mi toccano nel profondo; pessima quando non mi interessano). Forse, più che potrei, dovrei dire.

L'idea mi frulla in testa da tempo. È come quando si scrive un romanzo: lo si fa perché si è maturata una certa idea, il suo senso, e ci si sente pronti per fissarla sulla carta, una volta per tutte. Renderla storia, per non sprecarvi più energie. È un percorso di maturazione e, nel contempo, qualcosa che aiuta a dichiarare il concetto come assorbito e passato.

Semplicemente, mi rendo conto che quanti mi rispondono, non hanno tutti gli elementi per giudicare. Sono certo che dimostrerebbero la loro pochezza intellettuale anche se sapessero tutto. Ma per averne la conferma, dovrei prima esporre la (mia) verità nei dettagli. Soltanto così potrei dichiararli intellettualmente morti o servili o, peggio, disonesti. E soltanto così, forse, si capirebbe una volta per tutte che io vivo per la scrittura, non per il mondo che le gira attorno, che mi colpì fin dall'inizio per le sue meschinità e per la sua infinita tristezza umana.
La verità è, secondo me, che in Italia il genere non emerge perché gli italiani resteranno sempre gli italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti cosa siamo, direi. Questo ragionamento va ben al di là degli autori italiani, che tentano in tutti i modi di farsi strada. E, che mi piacciano o meno, hanno tutti la mia solidarietà, finché non si rivelano degli emeriti imbecilli o peggio - non è che scrivere pone su un piedistallo: la persona che sta dietro un testo è ciò che conta di più, sempre, e questo dal mio personalissimo punto di vista fa sempre la differenza, sia in positivo che in negativo, a prescindere dagli scritti. Anzi, direi che è proprio questo il punto: quando io ho a che fare con un editore, con uno scrittore, con un lettore, io vedo una persona e come tale la "giudico" (dai fatti, s'intenda, ecco perché le virgolette). In quest'ottica, mi ripeto, il panorama si fa tristissimo.

Ma, nonostante c'è chi si stizzirà per l'ennesima volta, il mio tempo è quello che è: pochissimo. Ed è troppo tempo che non produco qualcosa dalla a alla zeta. È diventata la priorità assoluta, ora. Ma, prometto, io questo "memorandum" lo voglio scrivere. Se non altro perché potrebbe aiutare, e molto, gli inediti a capire cosa implica il loro sogno di pubblicazione in Italia. "Essere preparati al peggio" non rende l'idea.
E, per quanto possa sembrare un controsenso ciò che sto per scrivere, credetemi che la "tendenza Gamberetta" è una delle derive meno pericolose nel quadro generale. Ho vissuto sulla mia pelle cose che, in tutta sincerità, sono decisamente più tristi. E avere continue conferme che certe esperienze si ripeterebbero anche oggi, se non fossi disilluso, be', m'intristisce e non mi invoglia certo a continuare su questa strada.
Del resto, la mia vita è scrivere. E scrivere è condividere. Il memorandum è cosa buona e giusta. Poi, forse, sarà anche il mio epitaffio artistico (ma questo lasciatelo decidere a me, va', ché un artista non è morto finché crea - il resto è puro narcisismo, che, anche se fa parte di ogni artista, non merita attenzione).

Ma, ma... Riconosco che un po' mi spaventa.
Il problema principale non è il tempo, cioè. È decidere se ho voglia di affrontare tutte le conseguenze di ciò che scriverei: perché, al di là delle (mie) opinabili interpretazioni dei fatti, i fatti rimarrebbero fatti. E ho già sperimentato che per un nonnulla, nell'ambiente, si alza un polverone (ed essendo una nicchia, si finisce con l'avere problemi respiratori). Essendo io uno che non la manda mai a dire, se scrivessi questo memorandum, lo farei con il massimo della schiettezza, perché altrimenti non sarei capace. E allora altro che polverone: una tempesta di sabbia da pieno Sahara!
Le conseguenze editoriali, per me, non sarebbero poi così gravi. Ho già deciso con chi lavorerei volentieri ancora e con chi, invece, non lo rifarei più, a costo di tornare a essere l'inedito che ero prima del 2001. Oltre tutto, chi se ne frega della pubblicazione, quando non soltanto non ti cambia la vita (salvo rarissimi casi da botta di culo vera e propria, spesso immeritata), ma te la rovina pure un po' (e, a momenti, più di un po').

Etichette: , , , , ,

16 giugno 2009

Corriere.it al posto di Repubblica.it

Sono l'unico a cui sta succedendo?
Dal mio MacBook Pro, usando sia Safari che Firefox, continua a uscirmi il sito del Corriere della Sera, anziché quello di Repubblica. La cosa buffa è che sulla barra degli indirizzi rimane scritto "http://www.repubblica.it". Dall'iPhone riesco ad accedere alla versione Mobile di Repubblica, invece.

Che strane coincidenze... Che strane coincidenze...

Etichette:

12 giugno 2009

Una maggioranza eversiva nei fatti

La misura è colma già da un pezzo.
E' sotto gli occhi di tutti che questa legge vuole proteggere pochi potenti e si ritorcerà contro il popolo.
La vuole chi ha qualcosa da nascondere. Non mi si tratti da idiota, dicendomi che è una questione di privacy! Ma che privacy e privacy, se una grande fetta di italiani sogna la partecipazione al Grande Fratello! Ridicolo.
Chi di noi onesti cittadini, dico io, ha qualcosa da nascondere? Che mi intercettino ogni giorno, 24 ore al giorno, se vogliono: non ho nulla da nascondere. Chi ha paura delle intercettazioni? Io no.

Be', una cosa la voglio dire chiara e forte.
In questo blog continuerò a scrivere tutto ciò che mi passa per la testa. E, se dovrò essere perseguito per questo, be', tanto meglio: sarà la dimostrazione che l'Italia è sotto un regime, di nuovo stampo, che molti si ostinano a non vedere (o non vedono perché hanno gli occhi foderati dalla televisione e dall'informazione faziosa - di destra e di sinistra).
Non importa, ci rivedremo a conti fatti.

In un Paese normale Berlusconi sarebbe crollato alle elezioni europee sotto la soglia del 5%.
In Italia lo vota ancora un italiano su tre. Quasi un italiano su due, se si aggiunge l'oltre 10% della Lega (su cui mi astengo). Li ringrazio, tutti. Grazie! Grazie, perché mi fate espatriare col cuore leggero.

Mi piacerebbe anche un'altra cosa: che il PDA (Partito Democratico Autoritario, altro che PDL!) cominciasse con le "Liste". Come si faceva un tempo e si fa tuttora, in altri regimi.
Che schedi tutti quelli che sono a suo sfavore. Ma TUTTI. Così, un giorno, quando la Storia avrà fatto il suo corso, sapremo chi avrà voluto la disgregazione dello Stato Italiano e l'affossamento della Giustizia (ecco lo snellimento giuridico di cui blateravano - a proposito, sta facendo qualcosa quel pirla di Calderoli o va solo a caccia? -: hanno eliminato direttamente la possibilità di processare i criminali! "Meno processi per tutti!" Questo è il segreto! Lasciamo che gli stupratori festeggino con un'ammucchiata di massa, certi di restare impuniti - così, tanto per citare uno dei reati più feroci e odiosi che l'essere umano perpetra. Una dimostrazione lampante di quanto Berlusconi ami le donne. "Non voglio più essere ascoltato, ho detto!" "Ma, Presidente, gli stupri..." "Ho detto che non voglio più essere ascoltato! Al diavolo gli stupri!"). Sapremo, infine, chi ha voluto l'annullamento dell'Informazione ("Chi non salta, Comunista è! ...è!"). Con i berlusconiani avremmo un vantaggio (forse postumo).
Di solito, quando le cose cominciano ad andare male, i berlusconiani non ammettono mai d'averlo votato. Le liste ci aiuteranno a sapere chi mente. No, no... niente persecuzioni: non affibbiatemi intenzioni che non ho. Io sono per la libertà, non per i "popoli della libertà". Già la definizione non ha senso: se non ti voto sono per la prigionia? O, semplicemente, non sono d'accordo con te? Sia chiaro, insomma: io parlo semplicemente di *sapere* chi ha voluto e vuole tutto questo, tanto per sapersi regolare. Le cattive frequentazioni vanno evitate.

Mi chiedo se qualcuno dei suoi elettori sta cominciando ad avere qualche serio dubbio sul proprio voto.
C'è una bella differenza tra il votare dei politicanti inconcludenti (buona parte della Sinistra) e degli aspiranti tirannuccoli (la Destra).
Siete proprio sicuri d'aver scelto il male minore?

A proposito: complimenti per Gheddafi! Prove generali d'alleanza tra simili?
Sì, lo so. Anche la sinistra a suo tempo lo vezzeggiava. E infatti non hanno avuto il mio voto nemmeno loro.
Una cosa è certa, però: non si sono spinti a dargli una laurea honoris causa! E sono riusciti a dargli la soddisfazione di dire che l'Italia ha chiesto scusa. Be', caro Gheddafi, *io* non ti ho chiesto scusa. Non ti farei nemmeno baciare il mio culo.
Qualcuno, in queste stesse ore, continua l'indottrinamento delle masse, parlando di "necessaria diplomazia". Tra questi, grandi professoroni universitari. Ancora una volta, pensate di darcela a bere (e in parte avete tristemente ragione): una cosa è la diplomazia e il diritto internazionale, una cosa sono gli interessi economici. Tacete, che fate più bella figura.

Tanto per togliermi ogni dubbio (perché mi sono rotto), e lo dichiaro a chiare lettere, io questa volta ho votato l'Italia dei Valori e per un suo candidato indipendente (mi dava una certa soddisfazione poterlo scegliere, e non mi sembra di dire nulla di trascendentale!). Così, tanto per prevenire gli idioti: astenersi perditempo che vogliano citarmi "Il Giornale", per favore. Chi ama leggere servi del potere non ha la mia stima. Libero di farlo, ma non di triturarmi i maroni con scempiaggini.
Ho fatto bene, ho fatto male? Non lo so, si vedrà. Faccio sempre in tempo, la prossima volta, a cambiare idea. Il mio è un voto di protesta. Sono uno dei molti, credo, che ha deciso di punire il PD.
Il voto utile se lo possono mettere dove so io (PDL e PD, senza differenziare). Forse il prurito li sveglierà... Ma, ahimè, sono molto scettico in merito! Anche perché, va detto altrettanto chiaro e forte, se siamo arrivati a questo punto è colpa dei vecchi burattinai del PD e compagnia bella. Con che coraggio oggi se ne stanno lì a gridare al "regime"? Perché non hanno fatto quella (a questo punto) maledetta legge sul conflitto d'interessi? Ci hanno tradito. Hanno, cioè, fatto peggio di Berlusconi, che non ha mai promesso di essere democratico, ma soltanto un palcoscenico per tutti coloro i quali amano potere, denaro, apparenza e sono pronti a delinquere pur di ottenere ciò che vogliono: promesse mantenute!
Così, tanto per far capire che io *non sono* un comunista.

Sì, lo so. Le mie blog-considerazioni politiche stanno aumentando.
Come dicevo, la misura è colma da tempo.

Etichette:

10 giugno 2009

Il Secretum - Prologo

Gli effetti benefici della scaletta si fanno sentire subito.
Alle tre scene iniziali se n'è aggiunta una quarta, già scritta e con molto gusto. Le tre già esistenti, inoltre, hanno subito notevoli sconvolgimenti (una, in realtà, va riscritta daccapo, ma più avanti, quando avrà chiara una certa situazione "futura").
Il romanzo inizia così ad acquisire spessore e, soprattutto, un senso complessivo, che si respira fin dalle prime righe - cosa cui, sapete, io tengo molto.

Sono sorpreso dai personaggi che sono nati davanti ai miei occhi rapiti (e che, sono certo, cresceranno quasi fuori controllo nel prossimo futuro). Mai avrei pensato di viverne di così interessanti e sfaccettati, quando, tempo addietro, decisi di "ascoltare" un consiglio e di sviluppare maggiormente la parte che si oppone ai protagonisti: la sua definizione, via via più approfondita, si è arricchita nel tempo di alcuni personaggi inaspettati, che di fatto hanno cambiato sensibilmente la vicenda, specie nella sua parte centrale (l'epilogo non può che essere lo stesso immaginato in precedenza: è la meta che mi sono prefisso di raggiungere con questo romanzo).
In un certo senso il muovermi nella realtà - con una piccola, grande variante - mi ha donato spunti insperati. Se all'inizio disperavo di farla mia, in modo sentito, tanto quanto faccio miei i mondi che ideo per i romanzi Fantasy, ora mi rendo conto che, pian piano, con fatica ma inesorabilmente, la realtà si è fatta strada nella mia finzione, conquistandola. Sono certo che questo romanzo coinciderà con una notevole crescita dello scrittore Andrea. Già la mia percezione della narrazione è cambiata. Ma è una cosa su cui avrò modo, spero, di soffermarmi a romanzo dato alle stampe. Ne riparleremo!
Fatto: per "girare questo film" ho formato un "cast" davvero interessante.

Ora mi attende un'attenta revisione dei primi quattordici capitoli, già scritti. Vanno tutti rivisti a valle della scaletta stesa. Non solo, a valle anche dei profili dei personaggi, curati nei dettagli durante questo periodo di ideazione (più lungo del previsto, ma non ho speranza di spuntarla con gli impegni di questo periodo - che avevo sottovalutato, pensando che una festa "alternativa" ai canoni consueti aiutasse a snellire i preparativi. Nient'affatto: li ha complicati! Dovevo aspettarmelo, in fondo: se si vuole originalità e, soprattutto, un uso accorto dei propri soldi, bisogna "lavorare" di più. Non mi lagno, constato: il matrimonio, inteso come sacramento, si organizza una volta nella vita).
A fine revisione, che è in un certo senso seconda stesura, avrò la strada spianata per viaggiare leggero, cioè libero da dubbi d'ideazione.

Sono curioso di mettermi alla prova, questa volta. Ho visto quanto poco efficiente io sia se non lavoro con metodo. Ma è una questione di metodo o l'Andrea d'un tempo non c'è più e l'inefficienza è ormai una condizione permanente?

Etichette: ,

03 giugno 2009

Il Secretum

Il Secretum è giunto, infine, al suo punto di svolta.
Ho terminato la scaletta, una volta di più in versione "modificata" rispetto al passato. Ne ho prodotte di diversi tipi e, sempre, la cosa viene in modo naturale. A seconda del romanzo che mi trovo ad affrontare, la scaletta muta forma. Cambia connotati. Le scalette si adattano, da sole, specie quando è chiaro lo scopo che ci si prefigge e quali saranno i vantaggi a lavoro ultimato. Non sempre, infatti, la scaletta è rivolta agli stessi aspetti di un romanzo, anche se restano elementi comuni che non si possono eliminare, pena l'inutilità della scaletta. (Questo è uno spunto: ho spesso affermato che "il metodo" dev'essere flessibile. Durante la stesura di una scaletta se ne capisce il perché nel concreto.)

La scaletta ha prodotto i risultati voluti. Anzi tutto ha fatto chiarezza. Poi, cosa non da poco, ha fatto emergere alcune gravi incongruenze. Non me ne sono stupido: finisce sempre così. La scaletta è una benedetta rompiscatole, che evidenzia tutti i tuoi limiti.
Infine, ed è la conseguenza della sua stesura che preferisco, ha suggerito visioni aggiuntive, accrescitive e migliorative, che si collocheranno armonicamente all'interno della vicenda.
Da qui, infatti, ripartirò dall'inizio, rivedendo nell'ottica complessiva ciò che è già stato scritto, in modo spesso miope.

Ora sono alle prese con una delle mie passioni. No, non la scrittura: National Geographic. Ma, certo, in funzione della scrittura. La vita, le passioni e i loro perché, irrompono nella scrittura. Se così non è, quella prodotta è carta straccia.
Torniamo al mio amato, amatissimo mensile. Sto sfogliando molti dei numeri che possiedo (tutti sarebbe eccessivo! È un'encicolpedia...). È necessario. Lo so, così la vostra curiosità aumenta. Non è voluto, ma l'idea mi fa sorridere.
Ebbene sì, il Secretum ha molto a che fare con National Geographic; ovvero, per come la vedo io, col mondo.
Un deciso salto a pié pari laterale, rispetto ai miei romanzi precedenti. Ma nemmeno tanto lontano dal sentiero battuto fino a oggi - per voi che avete letto i miei romanzi editi e che, ovviamente, solo quelli avete potuto leggere. Infatti c'è un quinto romanzo, inedito, che sta nel mezzo tra il pubblicato e il Secretum. Ecco perché il salto laterale non mi porta così distante, a ben riflettere.
Nelle prossime settimane percorrerò un sentiero parallelo, che porta allo stesso rifugio alpino, però. La meta, infatti, non può che essere la stessa di sempre: rileggere la realtà con i miei occhi, che si sforzano di guardare con umiltà lo stupefacente spettacolo della Vita.

Ora, il compito non sarà così facile. Una volta di più mi rendo conto di quanto ambizioso sia il mio intento, questa volta. Sarò all'altezza? Non lo so. Come si può sapere se si è all'altezza di un viaggio in territori sconosciuti, finché non lo si è affrontato e, tornati a casa, lo si "rilegge". Non si può... Non è umano.
Le tematiche sono importanti, anche se camuffate da una vicenda che sembra, in un certo senso, quotidiana e avventurosa nel contempo. Ma così m'è sempre piaciuto che fosse nei miei romanzi, affinché il senso emergesse pian piano, durante la lettura, e infine con prepotenza nel finale.

Intanto sono passato alla II fase, quella in cui capisco quale sia il "reale" senso che voglio dare a questo romanzo. Il virgolettato è semplice: a questo senso se n'è sempre aggiunto un altro, che invariabilmente scopro quando il romanzo è già in libreria da qualche mese. La riflessione a bocce ferme è d'altro tipo, è più alta (ignorando "il mondo là fuori", qualora si fosse capaci d'ignorarlo - a me, a periodi, viene spontaneo, per quanto riguarda la mia produzione). È quasi una riflessione sociologico-comportamentale su se stessi. Mi ritrovo, infatti, immancabilmente (quanti avverbi, oggi! ;) impelagato ad analizzarmi, come essere umano e scrittore. E, come per miracolo - un miracolo che si ripete -, scopro a una certa distanza dai fatti i perché più reconditi del mio scrivere. Una sorta di psicanalisi, se volete.
Il risultato è sempre sorprendete. Il suo messaggio, invariato nel tempo, è sempre lo stesso: "Scrivi. Scrivi ancora e non smettere, per conoscerti meglio e vivere appieno".

Dove mi porterà questo romanzo? A esplorare perché che non posso più attendere, se voglio crescere come autore. Non c'è altra via. La sfida che mi lanciai parecchi mesi or sono è giunta alle sue battute più drammatiche: resterò in piedi? Se sì, illeso o ferito? Questa volta non è all'arma bianca. C'è polvere da sparo, c'è digitale (attenti: il termine può fuorviare), c'è divino e c'è l'Uomo, per come lo conosciamo tutti noi.
Sarò capace di raccontare l'Uomo che tutti conoscono, anziché gli Uomini (de Il giorno dopo, ad esempio) che esistono soltanto nella mia mente, nel mio cuore e nella mia anima?
Ma, poi, c'è davvero differenza?

Etichette: , , ,

01 giugno 2009

Recensione di Geshwa Olers - I volume

Terminata la lettura del romanzo d'esordio di Fabrizio Valenza, ecco che vi propongo la mia opinione.

Leggete la recensione e tornate a commentare, qui. Grazie!
http://www.negrore.com/recensioni/13geshwaolers1.htm

Etichette:

Homepage Negróre.com Homepage Negróre.com Homepage blog-considerazioni