Ma torniamo alla scrittura...
Sul blog di Nutza stavo riflettendo circa gli "effetti speciali" nei romanzi, specie se appartenenti al genere Fantasy. Così, riprendo, correggo e amplio il mio intervento lì, per riproporlo qui, a chi legge. Naturalmente per sapere cosa ne pensate.
Col tempo ho imparato una cosa: i finali di scena "a effetto" hanno un loro perché. Abusarne, però, è molto pericoloso.
In primis, non tutti li amano. Ricordo che un lettore, un giorno, scrisse letteralmente che "non sopportava" la chiusura a effetto. Il perché, secondo me, è presto detto: di solito, chi ne fa uso, ne fa abuso. Riprendo il concetto più avanti.
In secundis, cosa più importante ancora, l’autore perde prospettiva circa il senso della storia che sta raccontando, che invece dovrebbe emergere con prepotenza.
Una storia che ti resta nel cuore non è mai costituita da soli “effetti speciali” (cosa che il finale “a effetto” è). Li contiene, specie nel Fantasy, ma l'autore deve misurarne la quantità (e la qualità, ma oggi il discorso è sulla quantità e basta). Ne consegue che terminare le scene “a effetto”, in modo quasi sistematico, significa puntare troppo sugli effetti speciali e troppo poco sulla sostanza. È gettare fumo negli occhi del lettore, così, per distrarlo (spesso dalla pochezza dei contenuti).
Un giorno, destato dal torpore mentale sulla questione da quel commento sprezzante sui finali di scena "a effetto", ho iniziato a rileggerli tutti, uno dopo l’altro. Avevo ben in mente l’idea di cambiarne qualcuno da “a effetto” ad “a senso”. Così feci e mi accorsi che, prima o poi, se ne trova sempre uno che acquisisce una forza insperata, togliendo l'effetto e inserendo la "semplicità" del senso. Si taglia, spesso la sola frase finale, rivelatrice o stuzzicante, che però non aggiunge nulla alla storia e, anzi, fuorvia la riflessione del lettore, che ricorderà più l'effetto finale, che il succo della scena in sé. Quando il succo della scena è rivolto a quel finale a effetto, allora il senso viene rispettato. Quando, invece, l'effetto è soltanto un fronzolo, va eliminato senza pietà.
C’è una certa potenza nascosta nella narrazione “semplice”, che se ne infischia degli “effetti”.
La ricchezza, e quindi la godibilità di un romanzo, secondo me sta nella sua varietà narrativa. L'autore deve donare al lettore varietà, con la storia, ma anche con la tecnica. Questo è uno dei motivi per cui “I promessi sposi” è considerato uno dei massimi esempi della letteratura italiana (e mondiale): Manzoni ha usato praticamente tutto lo scibile grammatico-sintattico che ai giorni nostri adolescenti in fregola studiano senza fare proprio, annoiati, schiavi di una certo tipo di narrativa piatta, spesso perfino sciatta (almeno la piattezza fosse corretta!). Sul perché, a mio avviso, il discorso si farebbe lungo: ha a che fare con l'insegnamento. Ma, per oggi, lasciamo in pace anche i professori.
Insomma, dipende da qual è l'obiettivo che ci si prefigge e, soprattutto, da qual è il proprio "lettore ideale". A me piace adulto, intelligente, critico con schiettezza - ma equilibrato - e che sappia far proprie le sfide che l’autore gli propone, in modo attivo. Detesto il lettore passivo, quello che vuole la pappa in bocca. In ogni caso, ho scoperto che il “passivo” ricambia, detestando i miei romanzi. Perfetto!
Personalmente, insomma, prediligo la crescita artistica (e l'arte) nei testi che leggo. E tale predilezione passa attraverso innumerevoli riflessioni sul modo migliore di narrare. Una di queste è qui presente, ancorché annosa, per riflettere con voi.
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