31 marzo 2009

Il giorno dopo il progetto segreto

Michele Giannone, bravo ragazzo che scrive bene, si è posto una domanda e me l'ha rivolta: «Non è che, finito il "progetto segreto", non vorrai/potrai più continuare Il giorno dopo

La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.

Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.

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30 marzo 2009

La libertà dello scrittore

Cominciamo col dire che è imprescindibile.

Non so da dove cominciare, quindi, mi spiace, comincio dall'inizio. E, purtroppo per voi, dal mio inizio.
Dalla lettera datata 11 luglio 2001 a Gianfranco Viviani.
«Se relativamente al linguaggio migliore da utilizzare sono ricettivo ed umile (nei limiti del concepibile: ritengo sia il Libro Primo ad essere macchinoso, meno il Secondo e per nulla il Terzo), relativamente alla trama non oserei toccare una virgola [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Queste sono parte delle parole conclusive, spedite in risposta alle critiche mosse dallo stesso Viviani alla mia trilogia, che gli avevo proposto un paio di mesi prima. In pratica, riconoscendo una necessaria revisione, tale revisione doveva andare a toccare soltanto stile e sintassi, non la storia.
La morale? Tre giorni dopo ho ricevuto il contratto a mezzo posta, sorpreso dalla rapidità. I motivi per cui sono stato scelto, ritengo, sono molti di più e qui sto semplificando, ma scendere nei dettagli mi porterebbe fuori tema. (Ne parliamo un'altra volta?)

Il succo è: non svendere mai se stessi e credere nel proprio lavoro. Non conviene e non ci fate una bella figura. Anzi, semmai potrebbe capitarvi com'è capitato a me, cioè di essere apprezzati per la forza delle proprie idee.

Ciò detto, se volete diventare autori editi, con l'editoria dovete fare i conti. Ed è esattamente a questo punto che la brillante Nutza è spuntata con un po' di quel realismo mescolato al pessimismo da cui io stesso sono affetto. «[...] comprendo quanto debba essere difficile colmare il gap tra la voglia di render giustizia a una storia (che deve essere raccontata con onestà, che ciò richieda 500 o 1000 pagine) e la difficoltà di trovare un editore... [...]».
Non è poi così difficile. Dipende dalle priorità che si sentono nel proprio animo. Quando si crede a una storia e, una volta conclusa, si sa d'aver dato il massimo, non ci si deve fermare (cosa che la stessa Nutza afferma poco dopo, segno che sta bene, in fondo).
La questione che sottolinea Nutza, però, è più sottile e lei stessa credo abbia voluto indicarla. È necessario prendere delle decisioni a monte, che collidano con il proprio estro creativo, ma che permettano di aumentare le probabilità di pubblicazione? Direi che niente è davvero necessario, se non la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione presa.

Porto il ragionamento su di me. Sto scrivendo il progetto segreto e ho messo da parte Il giorno dopo, per ora. La mia scelta è ponderata. Il progetto segreto esce dalla nicchia, perché non è fantasy, bensì fantastico. Credo difficilmente supererà le 400 pagine e anche se lo farà andrà bene lo stesso. Il giorno dopo, invece, si preannuncia lunghissimo, di questo passo oltre le 900 pagine. Ma è così che dev'essere scritto, perché la vicenda è guidata da una visione ampia del mondo - inventato - e di ciò che vi accade: nulla può essere sottovalutato, nulla può essere fuori posto. E, del resto, questo è il solco della migliore fantasy contemporanea, perché molti degli autori più grandi sfornano tomi di oltre 900 pagine (Jordan, ahinoi trapassato, Martin, Erikson e altri, più conosciuti oltreoceano, ma che cominciano ad arrivare anche qui). Non dico che io sto seguendo il solco dei successi. Dico che, se i successi sono quelli, un perché ci sarà. La fantasia, nel fantasy, deve avere lo spazio di dominare, pena il calo della qualità.
Ciò detto, torniamo al punto di partenza. Da autore, ho fatto una scelta precisa: privilegiare temporalmente il progetto segreto a scapito de Il giorno dopo, in base a un ragionamento di bacino d'utenza e, non meno importante, in base alla mia breve carriera di scrittura: sono "fermo" da troppi anni a La Rocca dei Silenzi, pubblicamente parlando. Ultimare il progetto segreto il prima possibile è fondamentale, perché i tempi dell'editoria sono lunghi (l'Editrice Nord, in linea di massima, se mette sotto contratto un autore per il romanzo X a gennaio del 2009, lo pubblicherà nel secondo semestre del 2010 - se va bene nel primo semestre, ma dev'esserci rimasto uno spazietto per qualche motivo). Una volta ultimato, perorerò la sua causa, in cui credo in modo assoluto (scrivere è un investimento in fede, a meno che non ci si chiami Stephen King). Di contro questo mi permetterà poi di dare tutto lo spazio necessario a Il giorno dopo, che avrà le sue 900, 1000 o più pagine: non me ne frega un fico secco se poi non lo vorrà pubblicare nessuno. Quello è ciò che io sento di scrivere e, se riuscirò a dare al romanzo la struttura, la forma e la sostanza che sogno fin dall'inizio, ne sarà valsa la pena.

Il succo è: non è necessario svendersi, scendere a patti, ma usare la testa. Un autore vero, salvo casi rari, è una persona che scrive in modo prolifico, che ha idee di continuo. Ha i suoi tempi, ma non si ferma mai, creativamente parlando. Di conseguenza non c'è ragione per temere di non riuscire a scrivere almeno un romanzo che andrà bene ad almeno un editore (non a pagamento). Ci vuole forza, ci vuole pazienza, ma la libertà dell'autore è garantita.
Eppoi, vi chiedo, siamo davvero sicuri che sia l'editoria a bloccarci o forse sono i nostri sogni di gloria? O forse sono i nostri preconcetti? I casi editoriali nascono quando gli autori osano - parlando di quelli positivi -, riescono a farsi breccia, a essere convincenti, in un modo tutto loro.
Voi credete che nel lontano 2001 io, ricevendo a casa la rivista dell'Editrice Nord "Cosmo", non abbia pensato: "Ehi! Ma porca...! Chi è 'sta Redivo?! Ecco, pubblica una trilogia fantasy. E figurati se adesso la Nord vorrà la mia. Per un calcolo delle probabilità è impossibile! Una seconda trilogia da un esordiente italiano... Naaa... Ma porca miseria!" Mi sbagliavo. E per fortuna ho deciso di provarci lo stesso. Ora, certo, io non sono nessuno. Ma, ecco, la pesante cappa di sfiducia di cui mi ammantavo me la sono tolta. Oggi preferisco credere, ragazzi. In me e nella vita. Dovete credere.
Sapete una cosa, io sono felice di quanto ho fatto e di come l'ho fatto, errori compresi. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa e non mi sono mai svenduto. Forse mi è andata bene, sono stato fortunato. Eppure, come ho sempre candidamente dichiarato, credo la fortuna c'entri soltanto un po' con una pubblicazione. (Legge che applico a tutti gli editi, con sistematica coerenza, anche a quelli che si dicono semplicemente fortunati: non è così.)

L'editoria apprezza autori forti, capaci. Lasciate stare il baby-boom nel fantasy: chissene frega! Non è che vengono pubblicati soltanto loro e, tanto per dirne una, rispetto al 2001 sono molti, molti di più gli autori adulti di fantasy che vengono pubblicati, in Italia, nonostante i "baby" tra i piedi (eppoi, ragazzi, siete proprio sicuri che non portino acqua al vostro mulino anche loro? I "baby" di oggi potrebbero volere la fantasy adulta domani: pensate che bel bacino d'utenza volenterosi, giovanissimi autori italiani vi stanno preparando! Come sempre la questione è guardare la metà piena del bicchiere...). Tutto sta nel darsi da fare in piena libertà, considerando che i Vermilinguo vengono visti piuttosto male dai professionisti del settore, se sono veramente tali. Ricordate che voi siete gli autori, una casa editrice vi rispetterà sempre e rispetterà la vostra indipendenza di pensiero. Non potrà mai imporvi nulla dall'alto e sta a voi scegliere cosa proporre.
Semplicemente, quando avete in corpo un tomo di 1000 pagine, dovete dirvi: posso essere libero ed edito allo stesso tempo. Dovete credervi, perché è possibile.
Credere in se stessi, scrivere, rivedere e, alla fine, credere di nuovo in se stessi, più fortemente che all'inizio, perché avete lavorato duro e raggiunto una meta: un nuovo romanzo ultimato. (Meglio ancora se è il primo: che carica!)
Questo è il mestiere dello scrittore.
E non c'è editoria che vi tarperà le ali.

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25 marzo 2009

L'Italia e la mia vita

Quando sento una spinta a comunicare, è raro che vi rinunci. Un tempo, fino a 25 anni, ero un tipo piuttosto taciturno, con tutto ciò che ne consegue. Poi, la vita, ti cambia. E, se t'impunti, comincia a prenderti a schiaffi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.

Quest'anno mi sposo. È una cosa molto personale, che mi emoziona, perciò non mi piace scendere nei particolari. Basti sapere che la mia tenera metà è, in buona parte, artefice del cambiamento. Si dice che gli artisti abbiano sempre vicino una figura importante, che li sospinge e non soltanto sorregge. Nel mio caso è certamente vero.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)

Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.

Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Sarà che mi ritrovo a combattere quotidianamente con una cultura polarizzata, da un lato gli acculturati tromboni, dall'altra le scelte incomprensibili della massa. Ecco, ve lo confesso: io ho sempre tentato di elevarmi, col risultato di essermi sempre sentito diverso (cosa che, sono certo, capita quasi a tutti...). Ma so ciò che non voglio essere: un acculturato trombone. Acculturato mi sa che non lo sono - e questo credo sia un peccato. Trombone? Non lo so, fate voi.
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
No, basta. Grazie.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.

Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Quindi, perché voglio andarmene, alla fin fine? Perché gli italiani non si sentono popolo. Non lo sento io, non ci sentiamo così (altrimenti non si spiegherebbero troppe cose). Non sento l'affetto, non sento le emozioni del prossimo fluire verso di me, non sento che ci guardiamo con stima, ma con sospetto, con preconcetto, con astio (e non parlo del "flower power", sia chiaro). Mi è sempre mancato, in fondo. Non adesso, no. Da sempre. Ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, pur conoscendo belle persone. E tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, che fanno? Cammini per strada e ti senti solo, finché non incontri un amico. Ma a voi sembra normale? A me no. Quindi forse sono io che sono anormale.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.

Torno al secretum...

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24 marzo 2009

Sul primo trimestre 2009

Voglio rispondere direttamente con una nuova blog-considerazione ai vostri commenti a quella precedente. Andiamo per punti.

Pianificazione, non pianificazione. Sono uno scrittore che pianifica, ma che ama sperimentare, Michele. La verità è che tuttora mi sembra che la pianificazione, per il tipo di romanzi che scrivo io, sia la via migliore. Dato che negli ultimi tempi mi sono cimentato sia con un romanzo pedissequamente pianificato - Il giorno dopo -, sia con uno di cui ho soltanto il punto di partenza, il punto d'arrivo e parte dei personaggi - Il progetto segreto -, la mia affermazione è scritta con cognizione di causa (sempre e soltanto per ciò che concerne la mia scrittura; non pretendo di parlare per altri autori).
In sintesi, non mi sembra che l'invenzione del momento non si affacci quando scrivo un romanzo pianificato. Anzi! Ma forse dipende dal fatto che io ho soltanto alcuni "passaggi obbligati" per le singole scene, mentre tutto il resto può essere inventato sul momento (e così faccio). Insomma, il buon vecchio metodo descritto nella mia rubrica "Un nuovo mondo", che dovrei aggiornare in molte parti, rappresenta tuttora le fondamenta del mio scrivere.
Navigare a vista è più complesso e stancante che navigare con il satellite! (E, soprattutto, cosa che mi sta facendo riflettere e che forse mi farà cambiare metodo anche per questo "progetto segreto", impedisce un calcolo perlomeno approssimativo dei tempi di prima stesura: molto fastidioso, dato che a me piace gestire in modo efficiente il tempo e navigare a vista lo impedisce.)
A Nutza dico che, alla fin fine, ciò che lei chiama "briglia sciolta" per me è un metodo di pianificazione: io scrivo così. Ho sempre sottolineato l'importanza di pianificare lasciando l'estro il più libero possibile. La scelta di quelle che io ho chiamato "focalizzazioni" (comodità mia), cioè le liste di punti da affrontare in ogni singola scena, è stato l'espediente migliore a cui sia arrivato e che tutt'oggi considero vincente. Scrivi quello che vuoi, ma senza perdere di vista il tuo obiettivo, che è portare avanti la storia in ogni scena e avvicinarti sempre più al finale. Altrimenti non è scrittura, è una porcheria!
Sono molto curioso di leggere qualcosa di tuo, Nutza. Con una simile pianificazione credo che ne leggeremo delle belle.
Il progetto segreto continua. Per togliere un po' di curiosità a Francesco, posso dire che la mia definizione è "fantastico" per questo romanzo, perché accetto i generi e rifiuto i sottogeneri. Credo, però, che molti lo chiamerebbero urban-fantasy, cosa che io contesterò fino alla morte! È realtà con un elemento fantastico in più: un elemento importante, ma pur sempre sottomesso alla realtà.
Il giorno dopo. Luca, è più denso de La Rocca dei Silenzi: non c'è molto da tagliare e, comunque, anche tagliando alcune, eventuali digressioni, guadagnerei qualche decina di pagine? Resterebbe un tomone, te l'assicuro. C'è un solo punto in forse, fondamentale: uno dei fronti d'azione, che avevo deciso di togliere e poi, rivalutando gli appunti, ho deciso di reinserire. Ma sono tuttora dubbioso: devo valutare quanto dona al romanzo tale fronte d'azione e quanto guadagnerei, invece, in termini di pagine. Ho anche una mezza idea: scorporarlo e farlo diventare un racconto lungo, pubblicandolo on-line sul mio sito. Ma di nuovo sorgono dubbi: farebbe presa sui lettori? Non so quanto... Certo è che, essendo una sorta di "appendice" al romanzo, se lo leggerebbero i lettori de Il giorno dopo e il racconto acquisirebbe valore, grazie a ciò che hanno già letto. Vedremo. Sarà per il secondo trimestre. (Non vedo l'ora di rimetterci mano!)
A proposito del terzo romanzo che ho in progetto di scrivere, non si capisce qual è semplicemente perché non l'ho citato. Il mio sentire mi porta a Luce, un fantasy veramente strano, che non saprei come definire. Un libro a sé stante, non credo voluminoso e che affronterebbe tematiche a me care. L'ambientazione ideata è affascinante e m'è giunta come una sorta di illuminazione, in un'ora di ideazione forsennata (a suo tempo la pensai per un fumetto, parlandone con Massimo Perissinotto, che tentò di trascinarmi in quel mondo - cosa che medito di sperimentare).
Tuttavia, tengo a sottolineare che non ho deciso quale sarà questo terzo romanzo. Mi riservo di cominciare quello che avrò più voglia di scrivere in quel momento. E, naturalmente, sempre se ce la farò (Il giorno dopo avrà dalle 800 pagine in su: devo scriverne metà e rivederlo per intero... Spero di avere un po' di tempo per affrontare il terzo - anche se recenti sviluppi della mia vita mi fanno temere che sarà ardua, perché me ne mancherà il tempo materiale).
La pubblicazione dei miei romanzi. C'è stato un periodo in cui ho tirato i remi in barca. Avevo deciso che non me ne fregava più niente "del mondo là fuori", perché ero amareggiato e piuttosto pessimista sulla (mia) possibilità di crescere in un Paese rissaiolo e sull'assennatezza di farmi strada in una nicchia polverosa (a che pro?). Poi, però, mi sono detto che sarebbe stato un peccato perdere i (pochi) lettori che mi hanno apprezzato, una ricchezza che la vita mi ha permesso di accumulare (non in modo inatteso, perché desideravo l'esperienza da molto). Resta il fatto che io non sono uno scrittore per ragazzi e, quindi, la mia fetta di mercato è piuttosto ristretta. Figuriamoci, poi, se mi metto a scrivere tomi di quasi mille pagine...
Massimo Perissinotto mi ha abbastanza convinto sul "dovere" di cercare un editore che li pubblichi, più che sulla possibilità. Secondo lui sarebbe un peccato io non tentassi di trovare editore (l'Editrice Nord non vorrà mai Il giorno dopo), anche se io sono invece piuttosto aperto a strade alternative (e me ne frego di tutte le conseguenti pugnette dei detrattori). Si vedrà, ma ringrazio Fabrizio per l'augurio e Marco per il supporto.
Qui a Trieste piove, ma vedo le Prealpi illuminate dal sole, alla fine della pianura friulana. Bello spettacolo, davvero, che mi ricorda che devo tornare a scrivere.
Spero vi piaccia l'idea di rispondere con una blog-considerazione, anziché nei commenti.

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17 marzo 2009

Progressi primo trimestre 2009

Tanto per aggiornare chi ha nel suo lettore di feed il mio blog (tutti gli altri si saranno ormai stufati di venire a vistare un blog non-morto...).

La scrittura de "Il giorno dopo" è stata interrotta da un po' di tempo. Ricordate la blog-considerazione intitolata "sorprese"? Ecco, la brutta sorpresa di cui parlavo è che dovrete attendere un po' di più per veder nascere questo tomone. Ci giro attorno con molto amore, leggendo ciò che ho scritto sinora, ma sto lavorando ad altro.
Un paio di giorni fa mi sono accorto d'aver preso una decisione d'impaginazione, a inizio prima stesura, di cui poi mi sono dimenticato. Contavo le pagine scritte in base a quelle dei documenti di Word, quando invece, per spirito ecologico, avevo preso le misure dei margini laterali de La Rocca dei Silenzi, ma non quelli superiore e inferiore, per guadagnare spazio e usare meno carta. Il risultato è che ho dovuto rifare i conti, sempre sulla base dell'impaginazione decisa dall'Editrice Nord per il mio ultimo romanzo edito (per avere un paragone diretto). Il risultato mi ha stupito: a metà romanzo, cioè dopo aver scritto 24 capitoli dei quasi 50 previsti, ho superato le 480 pagine, anziché le 340 stimate a suo tempo. Il giorno dopo, cioè, a metà è già di 40 pagine più lungo de La Rocca dei Silenzi. Mi sembrava di essere troppo lento, nonostante la complessità del progetto. Non era così, considerando il poco tempo a disposizione.
Discorso a parte sarà la sua pubblicabilità: 800, 900 o 1000 pagine di romanzo? Duretta, eh... Ma si vedrà a suo tempo. In ogni caso io devo rispetto all'opera e alla sua qualità, non alla sua lunghezza. Se saranno 1000 pagine di qualità, sarò soddisfatto. Di 600 di minor qualità non me ne farei nulla. (E sono uno che punta alla sintesi, sottolineo. Le 480 pagine scritte sinora sono molto dense, come quelle de La Rocca dei Silenzi, per intenderci e forse nella loro totalità perfino di più.)
Di recente ho stampato ciò che ho già scritto per un amico, perché prima di rimettervi mano, entro un paio di mesi al massimo, ricevere qualche feedback critico non mi fa certo male. Ebbene, ho perso l'intera giornata a leggere brani di capitoli e capitoli interi. Devo dire che le ripetute riletture, spesso necessarie per ricordare e rispettare la coerenza interna dell'opera e lo sviluppo della caratterizzazione dei personaggi, hanno sortito il loro benefico effetto. Correggendo qui e là, alcuni capitoli mi sembrano già molto vicini a una forma che sia degna della (richiesta di) pubblicazione. La cosa mi soddisfa molto e mi ha donato ore liete di lettura: godendomi i dialoghi e l'azione, spesso mi sono dimenticato di esserne l'autore. Mi succede di rado e, a mio avviso, è un buon segno.

Il progetto a cui sto lavorando, invece, è "segreto". Non vi dirò nemmeno qual è il suo titolo, per motivi precisi. Sto sputando sangue su questo romanzo, ma inizio a credere che il testo mi ripagherà, alla fine: ha un grandissimo potenziale. Spero soltanto di riuscire a sfruttarlo.
L'idea viene da lontano ed è banale soltanto sulla carta o se riassunta in una frase. Il suo sviluppo è piuttosto complesso e, spesso, sorprendente - per il me scrittore/spettatore. Le mie difficoltà dipendono da due fattori determinanti: non è fantasy, è fantastico, e non è stato pianificato praticamente nulla - a parte chi sono i protagonisti e dove voglio andare a parare a grandi linee. La cosa mi ha creato parecchi problemi.
In primo luogo l'ambientazione reale, specie quella cittadina, all'inizio stroncava la mia ispirazione. Sono un amante della natura e il fantasy mi ha sempre dato la possibilità di muovermi in paesaggi incontaminati, in realtà più a misura d'uomo, ben lontane dal nostro presente. Questo ha fatto sì che io sviluppassi un'immaginazione molto fantasy-oriented, ho riscontrato. La conseguenza diretta è che ho fatto moltissima fatica all'inizio. Poi ho scoperto il modo per far leva sulla mia creatività nonostante l'ambientazione.
In secondo luogo non sono abituato a procedere alla cieca e, rilevo, la cosa impedisce un certo sviluppo della caratterizzazione. Così procedendo non si può controllare quasi nulla, se non in fase di revisione. I soli punti di riferimento sono il passato: è come essere un creatore che non ha poteri. Dove la mettiamo la preveggenza, l'ironia di certi avvenimenti, perché si sa che poi accadrà qualcosa che li renderà vani e renderà sciocche le parole pronunciate dai personaggi? E mille altre cose... C'è, però, il gusto dell'imprevisto, del guizzo dell'estro che si affaccia più spesso del solito. In tutta sincerità vi saprò dire a fine stesura cosa ne penso.
Allora, quando sarà ultimato questo romanzo? Non lo so, semplicemente perché non ho pianificato nulla. Non so quanti siano i capitoli e di conseguenza quanto ancora mi manchi. Ho scritto 150 pagine circa, per un totale di 11 capitoli. Ho una traccia di cosa succede fino al XIV compreso, poi... il nulla! Quello che mi sento di affermare è che la grande difficoltà iniziale - prima responsabile per il silenzio di questo blog - è passata e ora scrivo con una certa sveltezza, cosa che mi evita frustrazioni e mi lascia la serenità necessaria a sfruttare appieno le capacità narrative sviluppate in passato.

La meta dei 3 romanzi ultimati entro quest'anno è assolutamente alla mia portata, insomma.
Questo nonostante la mia vita è in totale fermento (ad altre blog-considerazioni i miei progetti di vita, quando qualcosa sarà più certo di ciò che posso dire oggi).

Questo è quanto, ragazzi.


Un sorriso,
Andrea

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