Si dia inizio alle danze!
Ultimata la scaletta, rivisti tutti e quattordici i capitoli sinora scritti (ed era proprio il caso!), ho scritto alcune scene nuove per portarmi all'inizio del quindicesimo capitolo con il quadro completo della situazione. Ora ogni "fronte d'azione" è stato iniziato. Nulla è più in ombra, nonostante "le molte ombre della narrazione".
Cosa posso dire?
Il romanzo ha picchi notevoli. Ciò nonostante c'è una parte che va snellita, perché rischia di appesantire troppo la lettura. La revisione di questi giorni mi ha permesso di migliorarla, ma in revisione sarò spietato (quella di questi giorni era una revisione più attenta alle incongruenze interne - create dalla visione completa della storia, grazie alla scaletta - che alla prosa in sé).
In questi casi l'esperienza la fa da padrona. Senza esperienza, per poca che sia, non sarei riuscito a vedere con tanta chiarezza la possibile "zona d'ombra" del romanzo. Scrivendo, scrivendo tanto, ci si fa il callo e s'impara a conoscersi.
Oltre a questo, esistono le critiche dei lettori, nel loro complesso: danno spesso indicazioni di questo tipo, sottili ma profonde, che riguardano la tua scrittura molto più di sintassi e grammatica.
La critica a "La Rocca dei Silenzi" che più m'è rimasta impressa è quella relativa al "narratore soffocante", come qualcuno dotato di lucida immaginazione scrisse. Vidi ripetuto lo stesso concetto, mescolato a mille altre cose, in altre opinioni. E suonò il campanello d'allarme. "Questo è qualcosa su cui devi lavorare, Andrea", compresi. E così è, ci sto lavorando con impegno. Questo per dire che, quando una critica è fondata e viene portata alla conoscenza dell'autore con serietà, di solito resta aggrappata al suo animo, se davvero l'autore ama la scrittura e non, chessò, i suoi effetti collaterali (denaro, successo e amenità varie).
La "zona d'ombra" è dettata un po' dalla trama, va detto. Ma questo a me succede spesso e so come gestire i crescendo e i calando d'azione. Un po', però, da un mio difetto congenito: devo fare attenzione a non riversare la mia ponderosità sui personaggi, segandogli le gambe.
Mi spiego meglio. Nei miei romanzi c'è sempre stato un personaggio più riflessivo di altri e che, guarda caso, spesso vive esperienze "in solitaria", cioè senza l'appoggio (anche narrativo) di altri personaggi. Questo mi permette in primis di analizzare i fatti da un punto di vista calato nella storia - si spera non il punto di vista di un'idiota! :) -, in secundis, come conseguenza, di dare spessore alla trama, infittendola. Così facendo, però, rischio di lasciarmi andare a qualcosa che dall'introspezione del personaggio sconfina nell'autoreferenziale; ossia, in ciò che l'autore pensa. Non fate quelle facce orripilate! Ciò che l'autore pensa c'è sempre, in qualsiasi romanzo, ma molto dipende da come viene proposto. Ecco, qui il modo è sbagliato. Fortunatamente c'è un meccanismo d'allarme grazie al quale ora riconosco al più tardi alla seconda rilettura che ho "esagerato": di solito si affaccia la noia e mi fa cucù!
Sono noioso? No, a parte in alcuni frangenti, forse. Anzi, direi che le persone con me ridono spesso e volentieri. Ma questo perché non sono nella mia testa, che invece è un po' più intasata rispetto a ciò che di me si vede.
Ecco, intasare i pensieri di un personaggio, quando già si aggira da solo per alcuni capitoli, è uno di quegli errori che possono uccidere un romanzo. Ergo, spietatezza di revisione garantita.
Oggi sono in vena di riflessioni, anche perché sento che sono arrivato finalmente al punto di svolta di questo romanzo.
Che tipo di romanzo è? Lo chiedo più a me che a voi. Ma fatemi questa seduta psicanalitica in amicizia, suvvia. Non vi costa molto.
È un romanzo strano. Non capisco che forma abbia, né dove punti, in tutta sincerità. Ma è anche un romanzo ricco. Forse troppo ricco, e magari questo è il motivo per cui m'appare strano, non sappia che forma abbia, né dove punti. C'è tantissimo della vita e del mondo al suo interno. Così tanto che, come temo sin dall'inizio, forse è troppo ambizioso per le mie capacità. Ma, magari, sto semplicemente sentendo la fatica che mi costa scrivere un romanzo che non sia "fantasy", nonostante l'elemento fantastico. A tratti mi sento inadeguato, a tratti inesperto, a tratti troppo ignorante. Ma poi, come sempre, la scrittura mi conquista. Leggo un brano scritto due mesi prima e scopro che so scrivere come piace a me e allora mi si spalanca di fronte un mondo di possibilità.
Non mi resta che fare del mio meglio, ragazzi. La passione è ancora qui, forte e pulsante.
Come vedete non è che sappia darmi una risposta precisa su cosa sia questo romanzo. So quello che non è e quello che forse è.
Non è fantasy, non è banale, non è qualcosa di trito e ritrito (ma escludo l'originalità assoluta a priori, anche con cognizione di causa), non è qualcosa che io abbia mai letto (nemmeno lontanamente), non è una trilogia e nemmeno un tomo da 800 pagine, non è il mio pane, non è facile, non è lineare, non è abbastanza umile (nel senso che si dà le arie), ma non è aristocratico nonostante gli aristocratici (perché il popolo è il suo protagonista, inteso come individui del popolo), non è noioso (questa è una proiezione nel futuro, nell'attimo successivo all'ultimazione della revisione! :), non è quello che era prima del Sommo Consiglio, non è ancora quello che sarà, non è senza titolo (ma non ve lo dico).
Forse è fantastico, forse è (anche) commerciale, forse è abbastanza originale, forse è simile a qualcosa che io non ho letto, forse è un romanzo di meno di 400 pagine, forse è il mio dolce, forse è difficile, forse è un po' intricato, forse è poco umile (si dà le arie), forse è popolare nonostante gli aristocratici, forse è divertente (senza proiezione nel futuro questa volta), forse è meglio di ciò che spera il Sommo Consiglio, forse è già dotato di anima, forse il titolo è nell'elenco inserito nella mia homepage.
Frattanto, cullo "Il giorno dopo" con così tanto amore che esploderò prima di riuscire a rimetterci mano. Di Fantasy parlando, sono innamorato del mio ultimo pargolo in via di gestazione. E col tempo sta prendendo sempre più forma il successivo, che credo sarà un'altra impresa da titani. Ma sono felice dell'attuale sfida e me la pregusto.
Penso di aver riletto i suoi capitoli attorno alle dieci volte, ormai (sono ben oltre 400 pagine, per inciso). Riflettendovi molto nel contempo. Credo che in questo modo, al momento della ripresa, riuscirò a focalizzarmi sul suo enorme potenziale (parlando di senso). Sento che sarà una gioia per le mie dita, che fluirà dalla sua metà all'epilogo con una velocità travolgente.
Per il momento, però, riposa.
Cosa posso dire?
Il romanzo ha picchi notevoli. Ciò nonostante c'è una parte che va snellita, perché rischia di appesantire troppo la lettura. La revisione di questi giorni mi ha permesso di migliorarla, ma in revisione sarò spietato (quella di questi giorni era una revisione più attenta alle incongruenze interne - create dalla visione completa della storia, grazie alla scaletta - che alla prosa in sé).
In questi casi l'esperienza la fa da padrona. Senza esperienza, per poca che sia, non sarei riuscito a vedere con tanta chiarezza la possibile "zona d'ombra" del romanzo. Scrivendo, scrivendo tanto, ci si fa il callo e s'impara a conoscersi.
Oltre a questo, esistono le critiche dei lettori, nel loro complesso: danno spesso indicazioni di questo tipo, sottili ma profonde, che riguardano la tua scrittura molto più di sintassi e grammatica.
La critica a "La Rocca dei Silenzi" che più m'è rimasta impressa è quella relativa al "narratore soffocante", come qualcuno dotato di lucida immaginazione scrisse. Vidi ripetuto lo stesso concetto, mescolato a mille altre cose, in altre opinioni. E suonò il campanello d'allarme. "Questo è qualcosa su cui devi lavorare, Andrea", compresi. E così è, ci sto lavorando con impegno. Questo per dire che, quando una critica è fondata e viene portata alla conoscenza dell'autore con serietà, di solito resta aggrappata al suo animo, se davvero l'autore ama la scrittura e non, chessò, i suoi effetti collaterali (denaro, successo e amenità varie).
La "zona d'ombra" è dettata un po' dalla trama, va detto. Ma questo a me succede spesso e so come gestire i crescendo e i calando d'azione. Un po', però, da un mio difetto congenito: devo fare attenzione a non riversare la mia ponderosità sui personaggi, segandogli le gambe.
Mi spiego meglio. Nei miei romanzi c'è sempre stato un personaggio più riflessivo di altri e che, guarda caso, spesso vive esperienze "in solitaria", cioè senza l'appoggio (anche narrativo) di altri personaggi. Questo mi permette in primis di analizzare i fatti da un punto di vista calato nella storia - si spera non il punto di vista di un'idiota! :) -, in secundis, come conseguenza, di dare spessore alla trama, infittendola. Così facendo, però, rischio di lasciarmi andare a qualcosa che dall'introspezione del personaggio sconfina nell'autoreferenziale; ossia, in ciò che l'autore pensa. Non fate quelle facce orripilate! Ciò che l'autore pensa c'è sempre, in qualsiasi romanzo, ma molto dipende da come viene proposto. Ecco, qui il modo è sbagliato. Fortunatamente c'è un meccanismo d'allarme grazie al quale ora riconosco al più tardi alla seconda rilettura che ho "esagerato": di solito si affaccia la noia e mi fa cucù!
Sono noioso? No, a parte in alcuni frangenti, forse. Anzi, direi che le persone con me ridono spesso e volentieri. Ma questo perché non sono nella mia testa, che invece è un po' più intasata rispetto a ciò che di me si vede.
Ecco, intasare i pensieri di un personaggio, quando già si aggira da solo per alcuni capitoli, è uno di quegli errori che possono uccidere un romanzo. Ergo, spietatezza di revisione garantita.
Oggi sono in vena di riflessioni, anche perché sento che sono arrivato finalmente al punto di svolta di questo romanzo.
Che tipo di romanzo è? Lo chiedo più a me che a voi. Ma fatemi questa seduta psicanalitica in amicizia, suvvia. Non vi costa molto.
È un romanzo strano. Non capisco che forma abbia, né dove punti, in tutta sincerità. Ma è anche un romanzo ricco. Forse troppo ricco, e magari questo è il motivo per cui m'appare strano, non sappia che forma abbia, né dove punti. C'è tantissimo della vita e del mondo al suo interno. Così tanto che, come temo sin dall'inizio, forse è troppo ambizioso per le mie capacità. Ma, magari, sto semplicemente sentendo la fatica che mi costa scrivere un romanzo che non sia "fantasy", nonostante l'elemento fantastico. A tratti mi sento inadeguato, a tratti inesperto, a tratti troppo ignorante. Ma poi, come sempre, la scrittura mi conquista. Leggo un brano scritto due mesi prima e scopro che so scrivere come piace a me e allora mi si spalanca di fronte un mondo di possibilità.
Non mi resta che fare del mio meglio, ragazzi. La passione è ancora qui, forte e pulsante.
Come vedete non è che sappia darmi una risposta precisa su cosa sia questo romanzo. So quello che non è e quello che forse è.
Non è fantasy, non è banale, non è qualcosa di trito e ritrito (ma escludo l'originalità assoluta a priori, anche con cognizione di causa), non è qualcosa che io abbia mai letto (nemmeno lontanamente), non è una trilogia e nemmeno un tomo da 800 pagine, non è il mio pane, non è facile, non è lineare, non è abbastanza umile (nel senso che si dà le arie), ma non è aristocratico nonostante gli aristocratici (perché il popolo è il suo protagonista, inteso come individui del popolo), non è noioso (questa è una proiezione nel futuro, nell'attimo successivo all'ultimazione della revisione! :), non è quello che era prima del Sommo Consiglio, non è ancora quello che sarà, non è senza titolo (ma non ve lo dico).
Forse è fantastico, forse è (anche) commerciale, forse è abbastanza originale, forse è simile a qualcosa che io non ho letto, forse è un romanzo di meno di 400 pagine, forse è il mio dolce, forse è difficile, forse è un po' intricato, forse è poco umile (si dà le arie), forse è popolare nonostante gli aristocratici, forse è divertente (senza proiezione nel futuro questa volta), forse è meglio di ciò che spera il Sommo Consiglio, forse è già dotato di anima, forse il titolo è nell'elenco inserito nella mia homepage.
Frattanto, cullo "Il giorno dopo" con così tanto amore che esploderò prima di riuscire a rimetterci mano. Di Fantasy parlando, sono innamorato del mio ultimo pargolo in via di gestazione. E col tempo sta prendendo sempre più forma il successivo, che credo sarà un'altra impresa da titani. Ma sono felice dell'attuale sfida e me la pregusto.
Penso di aver riletto i suoi capitoli attorno alle dieci volte, ormai (sono ben oltre 400 pagine, per inciso). Riflettendovi molto nel contempo. Credo che in questo modo, al momento della ripresa, riuscirò a focalizzarmi sul suo enorme potenziale (parlando di senso). Sento che sarà una gioia per le mie dita, che fluirà dalla sua metà all'epilogo con una velocità travolgente.
Per il momento, però, riposa.
Etichette: Mie opere



6 Commenti:
Ottimo, Andrea! :)
Mi fa piacere di vederti in attività e contento di ciò.
Io attendo, ancora, paziente Il giorno dopo.
Tante Buone Cose!
Francesco
un muspeling
Grazie, Francesco.
Sono ripassato sul pezzo, mettendo a posto alcuni orrori da prima stesura. Mi scuso per aver sicuramente interrotto la tua concentrazione. (Di solito ho più tempo per prendermi cura della forma scritta nel blog. Ma, appena posso, ci ritorno: non sia mai! :)
Eh! Attendi, attendi...
Contento di vederti scrivere che la passione è ancora forte e pulsante; guai il contrario, ma non ne dubitavo. Per di più, sono anche dannatamente invidioso delle emozioni che provate voi artisti a stare a contatto col fenomeno della 'creazione'. :)
Indipendentemente dal contenuto del romanzo, Andrea, quella del "narratore soffocante" è una sensazione che ne 'La Rocca' avvertii anche io. Ma non te ne feci una colpa: pensai solo di non essere compatibile col tuo stile.
Il tuo desiderio di indagarne le ragioni, fondate o meno che siano, ti rende onore proprio perché ami la scrittura a prescindere dai 'suoi effetti collaterali'. Ed è giusto che sia così.
Che dire? Ovviamente cresce la curiosità verso i tuoi nuovi lavori: tutte le premesse sono incoraggianti e stimolanti.
Quanto entusiasmo! Sai, prima non riuscivo a capirlo del tutto, ma ora sì. L'entusiasmo di chi scrive e sa che sta facendo la cosa giusta, che ha scelto la strada corretta. E' fantastico davvero, anche se suppongo tu lo sappia già :P
PS: Questo conferma anche quello che ci eravamo già detti. Quando si scrive è anche bello imparare dai propri errori, è anzi la cosa più divertente!
Sono contento che sei all'opera di un nuovo romanzo! Ti stimo molto come scrittore e sono super entusiasta del fatto che ti sei cimentato con qualcosa di diverso dal tuo solito modus operandi. Ho sempre riconosciuto una grande anima dietro le tue opere, per questo credo che cimentarti col fantastico ti darà modo di riscoprire un lato, anche più fanciullesco se vogliamo, del tuo stile e del tuo essere scrittore. Aspetto con ansia ulteriori dritte svelatrici.
Risposta che arriva un bel po' dopo. Avevo le mie ragioni, ecco... (postate oggi, con un "no comment").
Paradossalmente, Cicobyo, scrivere questo romanzo fa uscire la parte adulta di me, anziché quella fanciullesca (che sta ben abbarbicata alla mia "vena fantasy", come un rampicante succhiasangue...).
Il mondo reale mette alla prova la mia maturità, proprio perché è un progetto diverso. Non c'è nulla di spensierato in ciò che scrivo, tutto è difficile e degno di mille revisioni. Me l'aspettavo, ma non così.
In ogni caso, staremo a vedere.
Ora sono rientrato e in questi giorni mi getterò a capofitto nella stesura della seconda metà del testo del Secretum.
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