27 maggio 2009

Ma torniamo alla scrittura...

...altrimenti m'intristisco troppo.
Sul blog di Nutza stavo riflettendo circa gli "effetti speciali" nei romanzi, specie se appartenenti al genere Fantasy. Così, riprendo, correggo e amplio il mio intervento lì, per riproporlo qui, a chi legge. Naturalmente per sapere cosa ne pensate.

Col tempo ho imparato una cosa: i finali di scena "a effetto" hanno un loro perché. Abusarne, però, è molto pericoloso.
In primis, non tutti li amano. Ricordo che un lettore, un giorno, scrisse letteralmente che "non sopportava" la chiusura a effetto. Il perché, secondo me, è presto detto: di solito, chi ne fa uso, ne fa abuso. Riprendo il concetto più avanti.
In secundis, cosa più importante ancora, l’autore perde prospettiva circa il senso della storia che sta raccontando, che invece dovrebbe emergere con prepotenza.
Una storia che ti resta nel cuore non è mai costituita da soli “effetti speciali” (cosa che il finale “a effetto” è). Li contiene, specie nel Fantasy, ma l'autore deve misurarne la quantità (e la qualità, ma oggi il discorso è sulla quantità e basta). Ne consegue che terminare le scene “a effetto”, in modo quasi sistematico, significa puntare troppo sugli effetti speciali e troppo poco sulla sostanza. È gettare fumo negli occhi del lettore, così, per distrarlo (spesso dalla pochezza dei contenuti).

Un giorno, destato dal torpore mentale sulla questione da quel commento sprezzante sui finali di scena "a effetto", ho iniziato a rileggerli tutti, uno dopo l’altro. Avevo ben in mente l’idea di cambiarne qualcuno da “a effetto” ad “a senso”. Così feci e mi accorsi che, prima o poi, se ne trova sempre uno che acquisisce una forza insperata, togliendo l'effetto e inserendo la "semplicità" del senso. Si taglia, spesso la sola frase finale, rivelatrice o stuzzicante, che però non aggiunge nulla alla storia e, anzi, fuorvia la riflessione del lettore, che ricorderà più l'effetto finale, che il succo della scena in sé. Quando il succo della scena è rivolto a quel finale a effetto, allora il senso viene rispettato. Quando, invece, l'effetto è soltanto un fronzolo, va eliminato senza pietà.
C’è una certa potenza nascosta nella narrazione “semplice”, che se ne infischia degli “effetti”.

La ricchezza, e quindi la godibilità di un romanzo, secondo me sta nella sua varietà narrativa. L'autore deve donare al lettore varietà, con la storia, ma anche con la tecnica. Questo è uno dei motivi per cui “I promessi sposi” è considerato uno dei massimi esempi della letteratura italiana (e mondiale): Manzoni ha usato praticamente tutto lo scibile grammatico-sintattico che ai giorni nostri adolescenti in fregola studiano senza fare proprio, annoiati, schiavi di una certo tipo di narrativa piatta, spesso perfino sciatta (almeno la piattezza fosse corretta!). Sul perché, a mio avviso, il discorso si farebbe lungo: ha a che fare con l'insegnamento. Ma, per oggi, lasciamo in pace anche i professori.

Insomma, dipende da qual è l'obiettivo che ci si prefigge e, soprattutto, da qual è il proprio "lettore ideale". A me piace adulto, intelligente, critico con schiettezza - ma equilibrato - e che sappia far proprie le sfide che l’autore gli propone, in modo attivo. Detesto il lettore passivo, quello che vuole la pappa in bocca. In ogni caso, ho scoperto che il “passivo” ricambia, detestando i miei romanzi. Perfetto!
Personalmente, insomma, prediligo la crescita artistica (e l'arte) nei testi che leggo. E tale predilezione passa attraverso innumerevoli riflessioni sul modo migliore di narrare. Una di queste è qui presente, ancorché annosa, per riflettere con voi.

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13 Commenti:

Anonymous Ohdrein ha detto...

Capisco quello che vuoi dire. Purtroppo lo stile ad "effetto" è figlio della cultura dell'apparenza e dell'apparire, privo di spessore e sostanza. Così è la nostra società: vuole solo divertirsi, non pensare e schiva ogni occasione o cosa che voglia far riflettere. E' quello che qualcuno ha voluto e che la maggioranza ha appoggiato. Condivido la tua visione sull'Italia e non credo che tu sia in errore (mi refirisco agli altri post), poichè non credo che una cosa sia giusta solo perchè la maggioranza la condivide. Purtroppo la massa non vuole vedere, vuole continuare a illudersi, anche quando tutto grida contro di essa. La vedo sempre più nera: l'Italia è un paese morto, abitato da cose morte.
Non sei solo: c'è ancora chi la pensa come te.

27 maggio 2009 13.20  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Condivido. Si tratta principalmente del destinatario: ahimè, sappiamo bene che qualsiasi cosa scriviamo, qualcuno la troverà geniale e qualcun altro tutto l'opposto.
Per effetti speciali però non credo di avere ben chiaro cosa si intende.
Se si tratta di "colpi di scena", temo che in effetti sia proprio l'ultima parola del racconto a rimanere impressa. Quindi, frasi ad effetto - difficili da trovare! - sono necessarie per chiudere in bellezza, secondo me.

27 maggio 2009 13.52  
Anonymous Nutza ha detto...

Come ho scritto nella nostra discussione di là, io non condanno i finali "a effetto". Anzi, questo è un artificio per cui - tra le altre mille cose più "di sostanza" - amo Erikson. Ovviamente abusare di questo artificio equivale a diventare narratori prevedibili oltrechè noiosi. Per evitare ciò è molto utile l'esercizietto che mi hai consigliato: rileggere ogni finale di paragrafo, passarlo sotto una lente d'ingrandimento e chiedersi se dietro la patina d'oro dell'effetto speciale ci sia effettivamente un tassello in più del puzzle che è la storia da raccontare.

27 maggio 2009 19.22  
Anonymous Anonimo ha detto...

Anche secondo me la "chiusa" del capitolo con un effetto speciale non è da condannare.
Sarà abusato e/o semplicistico come artificio ma permette d'incollare il lettore alla pagina, spingendolo a voltarne un'altra per vedere se, nella successiva, l'eroe lasciato in sospeso sul precipizio (mi si passi l'immagine trita) riuscirà a salvarsi e in che modo lo farà.
Questo non esclude che ci possano essere anche chiusure "a senso", tra l'altro parecchio più complicate di quelle sopra descritte.
Sta, secondo me, alla sensibilità dell'autore capire come alternare le une alle altre e al tenore del capitolo dettare quale dei due tipi gli conferisca un migliore equilibrio interno (perché se è vero che l'effetto speciale "tira", lo è altrettanto che non si tratta di un elemento avulso dal contesto capitolo e con tutto il resto si deve pur uniformare).

Michele

28 maggio 2009 17.27  
Blogger LucaCP ha detto...

Sono d'accordo con te, non bisogna mai abusare di niente in generale. Però, in tutta onestà, a me le frasi ad "effetto" vengono in modo spontaneo. Cerco sempre di non abusarne, ho anche rivisto il mio romanzo cento volte per "limitare i danni", ma spesso è come se fosse la storia ad esigerle. Poche parole al posto giusto e nel momento giusto.

28 maggio 2009 20.45  
Anonymous Nutza ha detto...

Luca, anch'io la vivo come te. Nel senso che anche a me le chiusure ad effetto vengono spontanee. Se invece a fine paragrafo "l'illuminazione" non mi viene, bene così, chiudo in maniera "semplice". Come ho scritto nel mio blog discutendo con Andrea, finchè queste chiusure rimangono genuine credo di riuscire a non cadere nell'abuso.
A proposito di te, Luca... se non sono troppo stanca stanotte un'altra "botta" al tuo romanzo gliela dò ;-P (nel senso di una bella sessione di lettura a letto!) Oddei... non potevo dire cosa più volgare... -__-' pietà di me, è che ho iniziato un mese serrato di studio di "Teatro Antico", "Critica Letteraria" e "Letteratura italiana" :-|

28 maggio 2009 21.24  
Blogger LucaCP ha detto...

Vero, si parla pur sempre di naturalezza. Inutile forzare i finali "ad effetto" se non vengono spontanei ^^

PS: Nutza, non sciuparmelo troppo il romanzo al letto, eh! XD

28 maggio 2009 23.08  
Blogger unadonna ha detto...

Non capisco cosa si intende per "finale a effetto"...:-)

31 maggio 2009 00.21  
Anonymous Andrea ha detto...

Sono in linea con i vostri commenti. Ci sono autori che sanno gestire con parsimonia questa tecnica e sono anche in grado di farla convivere con la profondità del senso e l'arte. In questi casi siamo davvero al top. In generale un utilizzo attento e ponderato di questo artificio coglie il segno, è chiaro che l'abuso finisce per sminuire, o meglio, cancellare lo stesso "effetto". L'abuso porta sempre all'usura, al luogo comune e, quindi, alla non-letteratura

31 maggio 2009 19.24  
Blogger Parao ha detto...

Mi spiace di essere stato frainteso. Le chiusure di scena "a effetto" a me piacciono. Dico solo che, spesso, di solito per inesperienza o mancanza di ponderazione, gli autori che ne fanno uso finiscono per abusarne. E, siamo tutti d'accordo, mi pare, l'abuso (di qualsiasi cosa, quindi anche dell'effetto) non fa mai bene all'opera.

Unadonna. Provo a spiegarti. Anzitutto, i "finali" di cui sto parlando sono quelli delle singole "scene", ove per scena s'intende la chiusura di un brano di romanzo seguito da almeno una riga vuota o, naturalmente, un finale di capitolo.
Con finale di scena "a effetto" mi riferisco all'ultimo paragrafo di una scena o, spesso, alla sola ultima frase, quando questo o questa tenta di sorprendere il lettore, con qualche colpo di scena o rivelazione inattesa o qualsiasi altro espediente comunque teso a "fare effetto" sul lettore, per l'appunto.
A questi finali, da non disprezzare in sé (si parla di abuso, ribadisco), si contrappongono quelli che, invece, puntano sul valore complessivo della scena, che un finale "a senso" di solito porta a ponderare.

Il problema si pone, dal mio punto di vista, in quei testi che ne abusano. "Dragonlance", per fare il primo esempio che mi viene in mente, era fatto così: ogni scena (o quasi) terminava con un "effetto". Cosa ne ricavavano in questo modo Margaret Weis e Tracy Hickman? Un certo divertimento, all'inizio, ma poi una discreta prevedibilità. L'abuso di una cosa positiva, anche quando si è tecnicamente e creativamente preparati per usarla, porta a una cosa negativa.
Spero di aver chiarito almeno un po' l'argomento, Unadonna. :)

01 giugno 2009 10.58  
Anonymous by Ax ha detto...

Non ho mai amato le cose ad effetto, tantomeno se fini a se stesse. Però sono quelle che colpiscono di più, indubbiamente. Quando servono la storia, la capovolgono o la impreziosiscono, donano una bella sensazione. Effetto contrario quando ne schiacciano l’anima, rendendola schiava e sottomessa al polverone sollevato. Bilanciare questi effetti è compito dell’autore, ma è così facile separarlo dall’uomo che sta dietro e che magari pecca in ego, in protagonismo, in desiderio di sbalordire?
Ciò che mi colpisce ancora di più, sono la serietà, l’onesta e la semplicità. Ma mi chiedo: con le pressioni cui è sottoposto un autore (forse più i professionisti, poiché devono conservare i lettori acquisiti), è comunque in grado di mantenerle alte ed evitare scivoloni di stile, anche se a effetto? È capace a gestirle nonostante il successo?

Se anche questa risposta sfocia nell'uomo che c'è dietro all'autore, allora la faccenda si fa più complessa, forse senza soluzione. ;)

Alex.

01 giugno 2009 11.04  
Blogger unadonna ha detto...

Compreso, e concordo. Credo che il lettore meriti di più di un finale ad effetto, quando è fatto solo per soddisfare il "palato" dell'autore e non per un motivo concreto, cioè quando viene inserito come naturale conclusione, quando lascia un senso di soddisfazione che non ha bisogno nè di chiarimento nè di commenti.

04 giugno 2009 22.24  
Anonymous Anonimo ha detto...

La ringrazio per Blog intiresny

15 novembre 2009 07.29  

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