L'Italia e la mia vita
Quando sento una spinta a comunicare, è raro che vi rinunci. Un tempo, fino a 25 anni, ero un tipo piuttosto taciturno, con tutto ciò che ne consegue. Poi, la vita, ti cambia. E, se t'impunti, comincia a prenderti a schiaffi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.
Arriva il momento in cui le guance si sono ormai gonfiate e la tua faccia non ti piace più.
Così cambi.
Quest'anno mi sposo. È una cosa molto personale, che mi emoziona, perciò non mi piace scendere nei particolari. Basti sapere che la mia tenera metà è, in buona parte, artefice del cambiamento. Si dice che gli artisti abbiano sempre vicino una figura importante, che li sospinge e non soltanto sorregge. Nel mio caso è certamente vero.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)
Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.
Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Nel 2010, invece, me ne andrò dall'Italia. Verso dove? Oh, non chiedetemelo, per favore: ancora non lo sappiamo! :)
Frattano sono qui, come sapete, a scrivere. Ma, avendo guardato le cose in prospettiva con una certa attenzione, so che non sto scrivendo: sto costruendo. Per la precisione, il mio futuro. Sono troppe le cose coinvolte in quest'anno di svolta (niente di più lontano rispetto a un "anno di passaggio"). Inutile elencarle tutte, basti dire che qualsiasi cosa stia facendo in questi giorni non è niente meno che un progetto di vita. È così per tutti, si potrebbe obiettare. Be', forse non tutti decidono di lasciare il proprio Paese a 37 anni. E, naturalmente, pur riflettendovi molto non saprò mai a quanti cambiamenti andrò incontro, finché non mi ci troverò.
Una delle riflessioni più frequenti è: cosa c'è che non va nel mio amato Paese? Perché lo amo e non ci si può far nulla. Eppure, qualcosa me lo rende stretto.
Sarà che mi ritrovo a combattere quotidianamente con una cultura polarizzata, da un lato gli acculturati tromboni, dall'altra le scelte incomprensibili della massa. Ecco, ve lo confesso: io ho sempre tentato di elevarmi, col risultato di essermi sempre sentito diverso (cosa che, sono certo, capita quasi a tutti...). Ma so ciò che non voglio essere: un acculturato trombone. Acculturato mi sa che non lo sono - e questo credo sia un peccato. Trombone? Non lo so, fate voi.
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
Quando penso all'Italia, al mio Paese, sento che è tutt'altro che fossilizzato. Mi spiace, non concordo con chi dice che è un popolo fermo, quello italiano. Si muove, si muove eccome. Ma, ahimè, in una direzione che mi piace sempre meno. E più lo vedo spostarsi, più mi sento fermo io. Non riesco a crescere in un Paese così: mi sono fossilizzato!
Eh, no. Non è così facile. La frase corretta è "mi ero fossilizzato". All'età di Cristo in croce mi sentivo già bell'e morto. Artisticamente frustrato (cosa c'entra aver pubblicato quattro romanzi? Non c'entra, ragazzi), perché l'arte è il riflesso della vita. Mi sentivo legato a un popolo amato, ma dannatamente conservatore.
Il popolo italiano è tanto conservatore che trasforma sin troppo spesso l'educazione e la gentilezza in ipocrisia. È il popolo dei saluti di cortesia e dello sparlare alle spalle, del "vorrei" anziché del più sincero "voglio", delle mascherate in borghese di troppe persone che impostano la loro vita sull'apparenza, del "100 colpi di spazzola" e del Fantasy che è una "roba", delle "Vacanze di Natale '90" (perché quelli dopo sono peggio!), della Destra che sputa in faccia alla Sinistra e della Sinistra che disprezza la Destra con sufficienza, del Centro che sembra una corrente di medievalisti, dei "militari di quartiere", del "la Legge è uguale per tutti", del "Presidente operaio" e degli operai in Cassaintegrazione, dell'unico politico di spessore che vedo da decenni a Sinistra che preferisce pensare all'Africa, perché l'Italia è troppo dura per lui, delle centrali nucleari di terza generazione che chiuderemo già quando saremo in terza età, dell'eolico no perché rovino il paesaggio, delle banche forti (anche con i più deboli), della Nazionale di Calcio e delle altre Nazionali (forse, quali sono?), dei neo-fascisti negli stadi e a Verona per le strade, delle panchine di Treviso negate agli extracomunitari (che si sedevano ancora, così le hanno tolte fisicamente: siediti ora, negro! In che anno siamo? Obama lo sa), dei Mou (Premio Trombone 2009!) che ci danno dubbie lezioni di stile, del Montanelli che sbatte la porta de "Il Giornale" pur essendo stato gambizzato dalle Brigate Rosse, dell'Enzo Biagi epurato, dei Travaglio che diventano miti (solo perché fanno il loro lavoro), dei Corona che diventano miti (solo perché non sanno lavorare), della torre di controllo che si fa una partitella di calcio (chi perde paga l'aereo!), dei Bamboccioni, della popolazione anziana che schiaccia quella giovane, delle polemiche, delle intercettazioni no, delle intercettazioni sì, delle intercettazioni forse, della Iervolino che intercetta e poi si distrugge le prove da sola, dei talk show in cui prima si piange eppoi si parla male (anche l'italiano, che non è romanesco), dell'esterofilia, del calore umano che si sente dal centro in giù, dalla ricchezza che va dal centro in su, dello spinello no e dell'alcool sì (basta che non mi fai male con l'automobile), dei Grandi Statisti che io non ero ancora nato, dei falsi alternativi (forse erano paninari da adolescenti?), dei falsi ricchi col macchinone in 3256 rate, del maschilismo ancora imperante, delle multinazionali comandate secondo lo stile degli anni '70, dell'opportunismo dei sindacalisti, del collega, del coinquilino, del prossimo, di ogni prossimo: nascondiamoci! Aiuto, stiamo buonini buonini, in silenzio. Se proprio vogliamo fargliela, facciamogliela dietro... alle spalle, che hai capito?
No, basta. Grazie.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.
Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Ci si guarda attorno e, pur vedendo tanta bellezza, si sente che il Paese è chiuso su se stesso. Ti tarpa le ali, ti fa sentire impossibilitato a crescere. Negli ultimi sei anni sono stato interAnale e lo sarei ancora se non avessi deciso di prendere in pugno la mia vita. Che cosa mi promettevano? Che cosa volevano regalarmi? Una vita preconfezionata. Me ne vado. Voglio violentarmi, voglio spalancare la mia mente, vivere di più, voglio che quest'immobilità che mi si è appiccicata addosso scivoli via, spazzata da venti nuovi, che mi portano profumi nuovi. Voglio colori nuovi. Voglio qualcosa di nuovo, ché qui non lo trovo.
Eppure, prima che si pensi male di me, altrettante sarebbero le cose positive da scrivere. Facciamo un esempio, va, anziché una lista chilometrica. Ciò che di più bello mi ha dato l'Italia: un nome e un cognome comuni, che, poi, si sono fatti un po' strada nel vostro immaginario e, forse, nei vostri cuori. Il Sig. Nessuno che infine comincia a comunicare con persone che non conosce, ricevendo un'ondata di emozioni, belle e brutte (alla fin fine conservo gelosamente anche quelle brutte, perché mi hanno insegnato molto). Lo scambio, su internet, è tremendamente vitale e stimolante. Le persone che stanno dietro a questi pixel neri su sfondo bianco sono dannatamente intelligenti, interessanti, creative... Sono belle persone. E si muovono, eccome se si muovono. E allora ti rendi conto che tutto quanto vedi di negativo è soltanto la patina che si è depositata sull'Italia, non ciò che l'Italia è.
Quindi, perché voglio andarmene, alla fin fine? Perché gli italiani non si sentono popolo. Non lo sento io, non ci sentiamo così (altrimenti non si spiegherebbero troppe cose). Non sento l'affetto, non sento le emozioni del prossimo fluire verso di me, non sento che ci guardiamo con stima, ma con sospetto, con preconcetto, con astio (e non parlo del "flower power", sia chiaro). Mi è sempre mancato, in fondo. Non adesso, no. Da sempre. Ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, pur conoscendo belle persone. E tutti gli altri, che sono la stragrande maggioranza, che fanno? Cammini per strada e ti senti solo, finché non incontri un amico. Ma a voi sembra normale? A me no. Quindi forse sono io che sono anormale.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.
Là fuori c'è di molto peggio. Ma c'è anche di molto meglio. Dipende da quali sono le priorità di una persona. Così me ne andrò, forse per sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi, dato che mi sento cittadino del mondo e come tale intendo muovermi.
Torno al secretum...
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11 Commenti:
Un post incredibile.
Ora sono di fretta, ma stasera me lo rileggo tutto daccapo con calma.
Un post incredibile.
Di paesi stranieri ne ho visti, non ne sono rimasto così affascinato. Dove sono più poveri e sfigati di noi, l'amicizia e i sorrisi che ti regalano sono in realtà strumentali, quindi non te li regalano. E dove sono più civili, più corretti, più ricchi, bravi e belli di noi, vedi che in verità anche lì hanno dei difetti (e tu intanto rimani un italiano in mezzo a loro).
Andare via... perché no? Si fa sempre in tempo a pentirsi. E anche questa può essere lezione di vita.
Ma ti auguro di trovare quello che stai cercando.
Se da un lato capisco il difficile distacco da un paese che ti ha fatto crescere, nel bene e nel male, dall'altro condivido pienamente questa tua sete di 'nuova vita', di rigenerazione.
Io provo le tue emozioni di 'fastidio' — in aumento di anno in anno — nei confronti di Milano, città in cui vivo da sempre. Non riesco più a condividerne la mentalità; prima ero meno consapevole di ciò che giustamente chiami patina, forse ero un ingranaggio che non si prendeva il tempo per riflettere: questa città non aiuta di certo, sempre in corsa verso qualcosa, mai verso qualcuno, quasi con la gioia di far sentire diverso chi non veste le sue regole del gioco. Ecco, un grande giocattolone... guai non adorarlo. O forse sono semplicemente cresciuto, con il naturale cambio di priorità.
Mio fratello (con famiglia) si è trasferito all'estero (Minorca, Spagna) nel 2001 facendo un completo salto nel buio; gli è andata bene. L'idea lambisce continuamente la mia mente, un radicale cambiamento di vita, lavoro, amicizie, lingua e quant'altro, costretto ad annusare nuovi profumi e osservare nuovi colori, volente o nolente.
Non ho ancora trovato la necessaria energia per il mio salto. Tifo per il tuo. :)
Carissimo Andrea,
in merito a quanto ti dicevo su case editrici estere che danno gratis il primo tomo di una nuova saga, c'è la notizia oggi su FantasyMagazine (e l'editore è la Random House, mica bruscolini...)
Sull'andarsene d'Italia.
Non so e dopotutto devo ancora infilarmi in Milano e nel mondo del lavoro, cioé: devo ancora fare il pieno di nausea. ;)
Però, temo, che abbia ragione Bruno, trovarsi straniero in terra straniera, scoprendo che anche gli esteri i difettucci loro li hanno (diversi certo) non mi attrae. Dall'altro, provare a invertire la marea, cercando altri che concordano con noi, no?
Me ne sono andato dalla Sicilia addormentata e brutale, per scoprire che certa brutalità s'è espansa, che la maggiore civiltà del nord era dovuta a situazioni storiche diverse e che ora, con businessmen carichi di soldi insanguinati che vanno in giro fra il mondo delle imprese - integerrime, come no - con l'acqua alla gola e l'impreparazione locale a comprendere, a capire dove sta il pericolo, quali siano le conseguenze... Non so... e se me ne scappassi a Dublino, per poi scoprire che anche sotto il cielo d'Irlanda la piovra ha allungato i tentacoli?
Non c'è forse un conto in sospeso con me stesso da risolvere, prima?
Parlo per me, ovvio e citare i "tentacoli" non rende neanche minimamente l'idea... Ma è l'idea stessa d'espatrio che mi lascio molto dubitoso e me la giro e rigiro in testa senza che mi convinca...
Saludos!
Francesco
un muspelin
Francesco e Bruno hanno indubbiamente ragione scrivendo che anche 'altrove' si corre il rischio di incappare negli stessi difetti che si trovano qui, e me ne rendo conto. Ma questo tipo di cambiamento sottintende una rivoluzione che va ben oltre i limiti del quotidiano. Dipende soprattutto dallo spirito che lo anima, perché se il fine è vivere altri tipi di realtà, modi di interpretare la vita, approcci alle situazioni, potrebbe essere sufficiente cambiare regione, ma si resterebbe comunque nello stesso 'corpo' (passatemi il termine).
Diversamente, cambiare stato — se non addirittura continente — costringerebbe a ritarare la propria testa, a offrirle nuova linfa per apprendere un differente punto di vista nei confronti di ciò che non si conosce e soprattutto del conosciuto, (ri)scoprendoli con altri occhi. Sono conscio del fatto che anche di questo ci si può stufare, col tempo, ma nel mentre si sarebbe appreso molto, credo.
Tutto ciò, ovviamente, a patto che si intenda abbandonarsi al (vero) cambiamento anima e corpo, non unicamente alzare il culo per spostarlo altrove nella speranza di andare a stare meglio solo perché così si è immaginato.
Sarà che non ho mai avuto un forte spirito patriottico, ma nell'espatriare (dall'Italia come da qualsiasi altro stato) ci vedo una fonte di soddisfazioni; alcune immediate, altre nel tempo, a scrivere le migliori rughe sul viso di chi le ha provate.
Allora perché sono ancora in Italia? Quando avrò la risposta definitiva vi renderò partecipi, visto che attraverso internet si può essere ovunque. :)
Sono rientrato ieri sera da una quattro giorni toscana: che meraviglia! Peccato solo per la pioggia a Firenze, ecco.
Veniamo al tema.
Pur rispettando la tua esperienza personale, Bruno, mi chiedo dov'è che sei stato e con che occhio hai guardato i luoghi che visitavi. La tua definizione di "poveri aperti, sì, ma perché interessati" (sintetizzo) potrebbe essere applicata, per quanto ho visto, soltanto al Marocco (in tutta sincerità, i marocchini mi hanno davvero irritato: un peccato). La mia esperienza dice altro: quelli che stanno meglio, economicamente, spesso sono i peggiori, se presi come collettività (i singoli individui vanno sempre conosciuti a "cuore aperto"). E in Italia stiamo fin troppo bene, tuttora. Mi torna in mente il giro del mondo a piedi di un ragazzo italiano: la sua straordinaria esperienza (che gli invidio) conferma quanto ho visto e sperimentato io stesso (in minor, minor parte).
Per tornare a me, il mio cambio va verso un altro continente - forse con una tappa di due anni in Europa. Quindi si parla di un cambio sostanziale, non ipotetico. Dopo aver visto di persona (anche se mi manca molto), parlato con amici che vivono all'estero (amici non soltanto italiani), un'idea piuttosto chiara di ciò che c'è oltre frontiera me la sono fatta. Il Bel Paese è diventato un Paesetto, un'Italietta. Contento chi ci vive e lo considera migliore di tutto il resto: forse dovrei invidiarlo, ma non me la sento proprio. Personalmente ho la nausea di molti aspetti dell'Italia (ah, France'! A me sono bastati tre giorni tre per avere i conati, a Milano...). Mi porto addosso la sensazione che qui si faccia di tutto per farsi del male. In questo Paese si soffoca, spesso per colpa degli italiani stessi, non dei politici italiani (altrimenti sarei molto più positivo).
Comunque sottolineo: l'espatrio non è un esilio a vita.
Avrei molto da replicare su quanto dici, Bruno, davvero. Senza astio, per carità, ma con una certa fermezza: abbiamo un punto di vista quasi opposto. Ad esempio, chi ha detto che i più ricchi sono più civili? (L'accostamento che fai sembra dire questo: se non è così, scusami, ma è poco chiaro.) Gli statunitensi che non si fermano, quando vedono morire qualcuno in strada, sono civili? E non accade soltanto lì, ma anche in Europa. Certo, accadrà anche nei paesi più poveri, ma per ragioni ben diverse dal menefreghismo, dall'egoismo... dall'alienazione. Chi sta meglio è più corretto? Ridicolo: la correttezza in Italia è diventata una chimera! Nel grande e nel piccolo. Il Nostro è il paese dei furbi - e lo sappiamo bene tutti. Forse per questo non ne posso più.
by_Ax, cambiare regione è uno spreco d'energia, per come la vedo io, ma arricchisce comunque. Qualsiasi spostamento arricchisce, aiuta a crescere e ad aprire la propria mente. Io mi sento pronto. Si vedrà. Come dici tu, grazie a internet si possono comunicare le proprie esperienze. E io sono sempre pronto a cambiare idea, tanto quanto a cambiare Stato (questa è soprattutto per Bruno! :).
Sì, forse devo spiegarmi meglio.
Alla fine per me il mondo è paese, una volta che lo hai visto e capito, ma tu non puoi fare a meno di far parte della tua piccola realtà. Qualsiasi discorso breve e schematico come quello che ho fatto nel mio primo post ovviamente non rende merito ai molteplici altri che puoi incontrare, non può dar ragione delle enormi differenze che ci sono in ogni comunità. Sarebbe come credere agli stereotipi sugli italiani come li vedono all'estero.
Sono stato in Romania (sì, proprio lì, in quella che poi è diventata mediaticamente la tana degli zingari assassini) e ho incontrato frotte di persone che cercavano di fregarmi ma (complice forse il fatto che il comunismo era finito da poco) non sono mai stato minacciato in nessun modo e ho avuto modo di vedere tanta gente semplice che se poteva ti dava una mano, in mezzo a un paese devastato.
Nei paesi dove tutti sono bravi, belli, corretti e civili più di noi (c'era una piccola ironia ma non è stata notata forse? avrei dovuto metterci anche più biondi di noi, magari...) le cose non andavano come ho sperato. I tanto decantati pregi di questi popoli non erano così lampanti se ricercati in loco e mentre sono sgusciato indenne da campeggi pullulanti di Rom e da paesi di musulmani incazzati, per due volte ho rischiato di finire a fare a botte nella civilissima Scandinavia, e questo mentre cercavo disperatamente di farmi i civilissimi fatti miei. Sembra una barzelletta ma a me è andata così.
Poveri aperti perché interessati? Sintesi eccessiva, me ne rendo conto. In effetti la mia esperienza è stata più variegata.
Mi sono sciroppato l'India con zaino e viaggi ferroviari in seconda classe (è passato molto tempo da allora, forse le cose sono migliorate ma pensateci bene prima di fare una cosa simile, gente!) e ho scoperto la strumentalità con cui ci si rivolge al turista, per il quale i prezzi sono sempre 10 volte più alti anche se si veste come un poveraccio; ho pure visto gente che era protesa al business con un pragmatismo che avrebbe fatto invidia a un banchiere di Wall Street (quelli che non si sono ancora riciclati in qualcos'altro); tanti altri però accettavano una sfiga immane e inesorabile (quelli che vivono con l'equivalente di un paio di dollari al mese) ricchi di una dignità e serenità impressionanti, cosa di cui ero grato perché mi consentiva di rimanere in vita in certe situazioni dove la dura logica avrebbe forse suggerito loro di mangiarmi vivo, ma cosa posso dire, li avrei stimati di più se lo avessero fatto :) anziché confidare nel Karma.
Ho soprattutto visto che dove arriva la modernità e la macchina tutto diventa uguale, anche i pensieri e le speranze della gente, e i semi c'erano anche nei posti più miseri e disgraziati che ho visitato. Insomma se viaggi vedi che i pregi non sono così luccicanti e le differenze non sono così stridenti, basta che ti scomodi a vedere da vicino (da qualche anno mi muovo poco, è un peccato).
Ammetto che oggi l'Italia si trovi in una situazione un po', suvvia, sconcertante, ma non vedo consolazione nella fuga (o espatrio, o come la si voglia chiamare, non voglio dare per forza una connotazione negativa). Espatriare non cancella i problemi di nessuno; forse può farti perfino scoprire con sgomento che sei più italiano di quanto non credessi.
Temo che il nostro paese rimanga uno dei migliori posti in cui vivere, il che non è poi 'sta gran bella notizia a pensarci bene, ma immagino che avrai fatto i tuoi giri e tratto le tue conclusioni.
Quanto a me ho solo parlato della mia esperienza, e delle conclusioni poco ottimistiche che mi fa prendere riguardo all'andar via dal proprio paese: non mi aspettavo che suscitasse un feeling così aspro.
Grazie per il tuo commento tutt'altro che sintetico, Bruno. Mi spiace per il "feeling aspro", ma come già scritto la tua sintesi era un po' troppo sintetica, per così dire, e suscitava alla (mia) mente immagini poco edificanti. Così ti ho risposto di non essere d'accordo e il perché, ma era per ottenere una reazione e capire di più. Ben servito, dunque! :)
Ora che conosco di più il tuo pensiero, mi piace. In linea di massima lo trovo sensato e compatibile con il mio. Non siamo così distanti, molto meno di quanto mi sembrava all'inizio.
Se rileggi le ultime righe della mia considerazione, infatti, vedrai che accenno *esattamente* a quanto tu paventi come una delle possibilità in corso - per quanto riguarda la mia vita, ma anche quella di chiunque espatrii. Accenno, cioè, al fatto che il mio espatriare mi potrebbe portare a sentirmi più italiano di quanto mi senta oggi(perché chi ha mai "analizzato" l'emigrazione come cambiamento interiore, soprattutto se ha la fortuna di avere amici che hanno già affrontato questa esperienza, sa che quando te ne vai, guardi indietro con amore e inizi a vedere tutti i pregi del tuo Paese d'origine con altri occhi, più attenti e affettuosi).
E, sì, chiamarla fuga non mi sembra proprio il caso: non mi sento in fuga, mi sento stufo e, in quanto tale, cambio. Sono una di quelle persone che, quando non gli piace il proprio posto di lavoro, tenta di cambiarlo pragmaticamente, invece di passare il tempo a lagnarsi e non fare nulla. Lo stesso atteggiamento vale per il Paese in cui vivo. L'unica differenza è che la soglia di sopportazione da superare è molto più alta; a un certo punto, però, la si supera. L'Italia di oggi mi spinge lontano e il fatto mi addolora - e non sono io che la spingo via. E, se mi spinge lontano, un motivo ci sarà, perché io sono un "animale da tana" per natura, pur amando il viaggio esplorativo con tutto il mio animo.
Insomma, si vedrà.
Grazie ancora, Bruno, per il tuo punto di vista.
quello che stavo cercando, grazie
...a un anno dal tuo post..chissà dove sarai adesso...?!
Sara
Sono in Venezuela, ma non è lo Stato in cui mi fermerò a vivere. Purtroppo ancora non sappiamo: con una moglie ricercatrice, il vento spinge in molteplici direzioni. In ogni caso, entro maggio dovremmo decidere qualcosa.
Più che altro, a un anno da quanto scrivevo, l'Italia è caduta ancora, e di molto, più in basso. Sempre più giù... Che tristezza! Ma, insomma, nel frattempo abbiamo parlato anche di Italia, quindi non è detto che i nostri progetti ci portino al 100% all'estero.
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