30 marzo 2009

La libertà dello scrittore

Cominciamo col dire che è imprescindibile.

Non so da dove cominciare, quindi, mi spiace, comincio dall'inizio. E, purtroppo per voi, dal mio inizio.
Dalla lettera datata 11 luglio 2001 a Gianfranco Viviani.
«Se relativamente al linguaggio migliore da utilizzare sono ricettivo ed umile (nei limiti del concepibile: ritengo sia il Libro Primo ad essere macchinoso, meno il Secondo e per nulla il Terzo), relativamente alla trama non oserei toccare una virgola [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Queste sono parte delle parole conclusive, spedite in risposta alle critiche mosse dallo stesso Viviani alla mia trilogia, che gli avevo proposto un paio di mesi prima. In pratica, riconoscendo una necessaria revisione, tale revisione doveva andare a toccare soltanto stile e sintassi, non la storia.
La morale? Tre giorni dopo ho ricevuto il contratto a mezzo posta, sorpreso dalla rapidità. I motivi per cui sono stato scelto, ritengo, sono molti di più e qui sto semplificando, ma scendere nei dettagli mi porterebbe fuori tema. (Ne parliamo un'altra volta?)

Il succo è: non svendere mai se stessi e credere nel proprio lavoro. Non conviene e non ci fate una bella figura. Anzi, semmai potrebbe capitarvi com'è capitato a me, cioè di essere apprezzati per la forza delle proprie idee.

Ciò detto, se volete diventare autori editi, con l'editoria dovete fare i conti. Ed è esattamente a questo punto che la brillante Nutza è spuntata con un po' di quel realismo mescolato al pessimismo da cui io stesso sono affetto. «[...] comprendo quanto debba essere difficile colmare il gap tra la voglia di render giustizia a una storia (che deve essere raccontata con onestà, che ciò richieda 500 o 1000 pagine) e la difficoltà di trovare un editore... [...]».
Non è poi così difficile. Dipende dalle priorità che si sentono nel proprio animo. Quando si crede a una storia e, una volta conclusa, si sa d'aver dato il massimo, non ci si deve fermare (cosa che la stessa Nutza afferma poco dopo, segno che sta bene, in fondo).
La questione che sottolinea Nutza, però, è più sottile e lei stessa credo abbia voluto indicarla. È necessario prendere delle decisioni a monte, che collidano con il proprio estro creativo, ma che permettano di aumentare le probabilità di pubblicazione? Direi che niente è davvero necessario, se non la consapevolezza nei propri mezzi e della direzione presa.

Porto il ragionamento su di me. Sto scrivendo il progetto segreto e ho messo da parte Il giorno dopo, per ora. La mia scelta è ponderata. Il progetto segreto esce dalla nicchia, perché non è fantasy, bensì fantastico. Credo difficilmente supererà le 400 pagine e anche se lo farà andrà bene lo stesso. Il giorno dopo, invece, si preannuncia lunghissimo, di questo passo oltre le 900 pagine. Ma è così che dev'essere scritto, perché la vicenda è guidata da una visione ampia del mondo - inventato - e di ciò che vi accade: nulla può essere sottovalutato, nulla può essere fuori posto. E, del resto, questo è il solco della migliore fantasy contemporanea, perché molti degli autori più grandi sfornano tomi di oltre 900 pagine (Jordan, ahinoi trapassato, Martin, Erikson e altri, più conosciuti oltreoceano, ma che cominciano ad arrivare anche qui). Non dico che io sto seguendo il solco dei successi. Dico che, se i successi sono quelli, un perché ci sarà. La fantasia, nel fantasy, deve avere lo spazio di dominare, pena il calo della qualità.
Ciò detto, torniamo al punto di partenza. Da autore, ho fatto una scelta precisa: privilegiare temporalmente il progetto segreto a scapito de Il giorno dopo, in base a un ragionamento di bacino d'utenza e, non meno importante, in base alla mia breve carriera di scrittura: sono "fermo" da troppi anni a La Rocca dei Silenzi, pubblicamente parlando. Ultimare il progetto segreto il prima possibile è fondamentale, perché i tempi dell'editoria sono lunghi (l'Editrice Nord, in linea di massima, se mette sotto contratto un autore per il romanzo X a gennaio del 2009, lo pubblicherà nel secondo semestre del 2010 - se va bene nel primo semestre, ma dev'esserci rimasto uno spazietto per qualche motivo). Una volta ultimato, perorerò la sua causa, in cui credo in modo assoluto (scrivere è un investimento in fede, a meno che non ci si chiami Stephen King). Di contro questo mi permetterà poi di dare tutto lo spazio necessario a Il giorno dopo, che avrà le sue 900, 1000 o più pagine: non me ne frega un fico secco se poi non lo vorrà pubblicare nessuno. Quello è ciò che io sento di scrivere e, se riuscirò a dare al romanzo la struttura, la forma e la sostanza che sogno fin dall'inizio, ne sarà valsa la pena.

Il succo è: non è necessario svendersi, scendere a patti, ma usare la testa. Un autore vero, salvo casi rari, è una persona che scrive in modo prolifico, che ha idee di continuo. Ha i suoi tempi, ma non si ferma mai, creativamente parlando. Di conseguenza non c'è ragione per temere di non riuscire a scrivere almeno un romanzo che andrà bene ad almeno un editore (non a pagamento). Ci vuole forza, ci vuole pazienza, ma la libertà dell'autore è garantita.
Eppoi, vi chiedo, siamo davvero sicuri che sia l'editoria a bloccarci o forse sono i nostri sogni di gloria? O forse sono i nostri preconcetti? I casi editoriali nascono quando gli autori osano - parlando di quelli positivi -, riescono a farsi breccia, a essere convincenti, in un modo tutto loro.
Voi credete che nel lontano 2001 io, ricevendo a casa la rivista dell'Editrice Nord "Cosmo", non abbia pensato: "Ehi! Ma porca...! Chi è 'sta Redivo?! Ecco, pubblica una trilogia fantasy. E figurati se adesso la Nord vorrà la mia. Per un calcolo delle probabilità è impossibile! Una seconda trilogia da un esordiente italiano... Naaa... Ma porca miseria!" Mi sbagliavo. E per fortuna ho deciso di provarci lo stesso. Ora, certo, io non sono nessuno. Ma, ecco, la pesante cappa di sfiducia di cui mi ammantavo me la sono tolta. Oggi preferisco credere, ragazzi. In me e nella vita. Dovete credere.
Sapete una cosa, io sono felice di quanto ho fatto e di come l'ho fatto, errori compresi. Mi sono tolto un sassolino dalla scarpa e non mi sono mai svenduto. Forse mi è andata bene, sono stato fortunato. Eppure, come ho sempre candidamente dichiarato, credo la fortuna c'entri soltanto un po' con una pubblicazione. (Legge che applico a tutti gli editi, con sistematica coerenza, anche a quelli che si dicono semplicemente fortunati: non è così.)

L'editoria apprezza autori forti, capaci. Lasciate stare il baby-boom nel fantasy: chissene frega! Non è che vengono pubblicati soltanto loro e, tanto per dirne una, rispetto al 2001 sono molti, molti di più gli autori adulti di fantasy che vengono pubblicati, in Italia, nonostante i "baby" tra i piedi (eppoi, ragazzi, siete proprio sicuri che non portino acqua al vostro mulino anche loro? I "baby" di oggi potrebbero volere la fantasy adulta domani: pensate che bel bacino d'utenza volenterosi, giovanissimi autori italiani vi stanno preparando! Come sempre la questione è guardare la metà piena del bicchiere...). Tutto sta nel darsi da fare in piena libertà, considerando che i Vermilinguo vengono visti piuttosto male dai professionisti del settore, se sono veramente tali. Ricordate che voi siete gli autori, una casa editrice vi rispetterà sempre e rispetterà la vostra indipendenza di pensiero. Non potrà mai imporvi nulla dall'alto e sta a voi scegliere cosa proporre.
Semplicemente, quando avete in corpo un tomo di 1000 pagine, dovete dirvi: posso essere libero ed edito allo stesso tempo. Dovete credervi, perché è possibile.
Credere in se stessi, scrivere, rivedere e, alla fine, credere di nuovo in se stessi, più fortemente che all'inizio, perché avete lavorato duro e raggiunto una meta: un nuovo romanzo ultimato. (Meglio ancora se è il primo: che carica!)
Questo è il mestiere dello scrittore.
E non c'è editoria che vi tarperà le ali.

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8 Commenti:

Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Wow. Concordo con ogni singola parola. Certo, sono ancora un po' scettico sulla fiducia nel baby boom, ma credo che terrò presente anche quest'aspetto. :)

30 marzo 2009 14.03  
Anonymous LotharBasler ha detto...

Sottoscrivo la tua esortazione alla fiducia e alla perseveranza e, ancor più, alla libertà narrativa.

Non ci si guadagna un granché a barattare il proprio spirito creativo, credeteci. Viceversa, si perde il meglio di quanto l'attività di scrittore può offrire.

Faccio inoltre tesoro del tuo sprone a voler considerare il bicchiere dalla prospettiva migliore, Andrea. In ogni situazione.

Marco.

30 marzo 2009 17.09  
Anonymous Anonimo ha detto...

Osservazioni sensate le tue, Andrea. Soprattutto incoraggiamenti, quelli che rivolgi agli autori, che traggono linfa da un'esperienza vissuta (si leggono spesso in giro sapientoni che pontificano senza aver mai avuto una reale esperienza diretta).

Io sposto il tiro su un altro punto del tuo post, rivolgendoti una domanda. Il fatto che tu stia abbandonando "Il giorno dopo" non potrebbe implicitamente significare che il progetto non ti appassiona (più)?
Seguo sempre il tuo blog e - a giudicare dai vari interventi da te postati nel tempo - la risposta parrebbe no; d'altro canto, però, se valuto la cosa dal mio punto di vista, la conclusione a cui giungo è quella che ti ho sopra esposto: io non sono mai tornato su un progetto che ho abbandonato.
So che è soggettivo, ma tu non temi neanche un pò la possibilità che, quando - terminato il progetto segreto - tornerai a occuparti de "Il giorno dopo", possa scoprire di non volere/potere più riprenderlo e portarlo a conclusione?
Aspetto la tua risposta; so che sarà onesta.

Michele

PS: non avendo avuto tempo di postare riguardo al post precedente, ti rivolgo qui il mio personale in bocca al lupo per i tuoi progetti di vita.

30 marzo 2009 17.35  
Anonymous Nutza ha detto...

Caro Andrea, intanto ti ringrazio per il "brillante", troppa bontà la tua ;-)
Passiamo al punto del giorno: non vorrei che quella mia affermazione sul dover prender nota delle leggi del mercato sia stata fraintesa. In particolare spero che non sia passato, da ciò che ho scritto, il messaggio che lo scrittore debba piegarsi alle leggi spietate dell'editoria "violentando" la propria opera, poichè non è la mia convinzione. Anzi, come hai citato tu dalle mie parole: una storia deve essere raccontata con onestà innanzitutto, giusto per rispetto verso la storia stessa e, per trasposizione diretta, verso se stessi.
Inoltre, credo di non riuscire a comprendere un frammento (lo metto in corsivo) di ciò che hai scritto: "Quando si crede a una storia e, una volta conclusa, si sa d'aver dato il massimo, non ci si deve fermare (cosa che la stessa Nutza afferma poco dopo, segno che sta bene, in fondo)": non ho capito se ritieni che io stessa stia bene (in effetti a volte dubito io stessa della mia lucidità :-D) o che il concetto vada bene, sia da approvare... (?).

Quanto al discorso dell'editoria in generale, non biasimo la tua scelta di accantonare momentaneamente Il giorno dopo e ipotizzo che - per collegarmi al dubbio postoti da Michele - più che la scarsa passione verso Il giorno dopo probabilmente la tua scelta sia motivata da un'interesse sinceramente pressante verso il tuo "progetto segreto". Io mi porto appresso l'idea di un personaggio femminile (protagonista del mio progetto fantasy) dai tempi della scuola media e non l'ho mai abbandonato del tutto, seppure la sua esistenza nella mia mente abbia conosciuto sorti alterne. Ritengo che se un'idea, un personaggio, una storia appassionano veramente, non ce ne staccheremo facilmente, neanche dopo aver affrontato altro. E se anche tu, dopo aver concluso il progetto segreto, avessi difficoltà a rimettere mano al Giorno dopo, poco male: vorrà dire che non sarà la storia adatta a quel preciso momento della tua vita e che avrai bisogno di un'altra storia; quando se lo sentirà, la tua mente darà soddisfazioni alle tue mutate esigenze.
Sono curiosa di conoscere la risposta all'ipotesi di Michele e il tuo parere su questa mia interpretazione.

P.S. Forse innescherò una bomba, ma oso lanciarti una domanda a brucia pelo (off-topic in verità): che ne pensi della Scuola Holden? Dirò la mia nel prossimo commento :-)

31 marzo 2009 21.23  
Blogger Parao ha detto...

Prima le cose prime.
Intendevo che stai bene tu ed era, ovviamente, ironico (non mi permetterei mai di dubitarlo). Seconda cosa, non mi permetterei mai di dare a una mia convinzione un tono assolutista.

Riguardo all'input di Michele, ora scriverò una nuova blog-considerazione.

31 marzo 2009 22.11  
Blogger Parao ha detto...

Perdonami, Nutza, ho dimenticato di risponderti sulla Scuola Holden.
Ne penso tutto il bene possibile. Tuttavia non ne ho esperienza diretta, quindi le mie sono soltanto impressioni. Anche il suo "primo fondatore", Alessandro Baricco, ha il mio sincero appoggio. L'ho amato come scrittore, ai suoi inizi, come ne ho amati pochi. Poi s'è un po' perso. Ma Baricco resta, al di là di tutte le critiche che gli vengono mosse, uno scrittore che quando si mette a fare altro con la scrittura - cioè quando non scrive un romanzo - diventa potente, nella comunicazione e nella riuscita delle sue iniziative.
I nomi degli scrittori che "intervengono", ad esempio Dacia Maraini, sono la garanzia di vivere emozioni uniche e di toccare con mano cosa significhi essere uno scrittore nell'animo, in profondità.

L'unica cosa è che bisogna rendersi conto, se si vuol partecipare a un corso di due anni, che si sta puntando tutto su un sogno. I sogni si avverano, ma non sempre.

02 aprile 2009 11.00  
Anonymous Nutza ha detto...

Grazie per il tuo parere, cui aggiungo solo qualche mia perplessità. Intanto, concordo pienamente col fatto che bisogna essere consapevoli che si punta tutto (due anni di vita, ma vogliamo anche aggiungere qualcosa come 3-4000 euro di costi?) su un sogno, solo un sogno. Non avendo neanch'io alcuna esperienza diretta non posso dare giudizi attendibili, però mi chiedo: una scuola del genere ti dà veramente qualcosa in più rispetto a quello che puoi trarre - con intelligenza e impegno - in maniera solitaria col solo ausilio della lettura (di romanzi belli e brutti, perchè si impara da tutto)? Non vorrei cadere nel pregiudizio, ma mi pare la stessa questione della (non)utilità dei manuali/corsi di scrittura... mi chiedo cioè se si possa essere scrittori davvero "migliori" con queste "aggiunte" e "agevolazioni" oppure no.

Scusami ancora se ho "dirottato" la discussione su un tema totalmente off-topic, ma è una questione che mi sta dando pensieri in questi giorni... giorni in cui penso a quando finalmente raggiungerò la sospirata meta della laurea di primo livello e dovrò decidere che cosa farne del mio futuro.

04 aprile 2009 13.23  
Anonymous Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

28 novembre 2009 03.39  

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