Il giorno dopo il progetto segreto
Michele Giannone, bravo ragazzo che scrive bene, si è posto una domanda e me l'ha rivolta: «Non è che, finito il "progetto segreto", non vorrai/potrai più continuare Il giorno dopo?»
La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.
Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.
La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.
Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.



3 Commenti:
Bella l'idea di un mondo spalancato davanti a te di cui le storie che racconti sono frammenti di cammino (necessari) da percorrere perchè non puoi farne a meno.
Non è la mia concezione della scrittura ma la trovo comunque un intrigante modo di viverla (più che vederla).
A questo punto non mi resta che aspettare i "parti" di questo cammino e sperare che regali a noi lettori le stesse emozioni che, percepisco, speri di coglierne tu, Andrea.
Perchè, non c'è storia più bella che un narratore possa raccontare di quella che a lui per primo provoca emozioni.
Michele
Parole esaustive ed appassionate come sempre.
Non aggiungo altro se non ancora un augurio di cuore per la migliore riuscita di tutti i tuoi progetti di scrittura (tienici aggiornati sul tuo cammino eh! :-P).
...non vedo l'ora che tanta passione e impegno si tramutino in pagine e pagine da poter gustare col fiato sospeso ed occhi velati ;-)
Spero di esserne all'altezza, Nutza. E, sì, Michele, le emozioni vanno vissute. Tutte. anche quelle brutte. Quando sai che una di esse è bella, poi, non ci si guadagna un bel niente a lasciarsela sfuggire.
Ma, sono certo, Il giorno dopo emozionerà più di qualcuno. Come emoziona me, già ora, che lo rileggo nell'attesa laboriosa e finisco incollato alle sue pagine. È davvero una storia come piace a me, con un suo senso profondo, che perlomeno tenta di dire qualcosa al lettore, anziché "soltanto" raccontare. I romanzi sono come un figlio: quando li concepisci non ti rendi conto di quanto grandi diventeranno col tempo e di quanto ti conquisteranno, con gentilezza, quasi in silenzio, semplicemente vivendo.
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