31 marzo 2009

Il giorno dopo il progetto segreto

Michele Giannone, bravo ragazzo che scrive bene, si è posto una domanda e me l'ha rivolta: «Non è che, finito il "progetto segreto", non vorrai/potrai più continuare Il giorno dopo

La prima parte della risposta, doverosa, è nel rispetto de Il giorno dopo. Lui, perché di una creatura si tratta, è sempre nei miei pensieri e non avrò alcuna difficoltà a continuarlo. C'è troppo di me, lì dentro, perché non voglia esplorarmi per bene. Ed è, inoltre e soprattutto, un piccolo grande sogno che diventa realtà.
Di questo piccolo grande sogno vorrei parlare. Forse, dietro a quanto dirò, Michele troverà una risposta ancor più chiara, pur se in forma implicita.
Da quando ho iniziato a scrivere, ho sempre concepito le mie storie come un continuum, come lo chiamo io. Senza il continuum non riesco a dar loro forza e spessore, rischio di arenarmi, mi sembrano sforzi vani. Il “c'era una volta”, fin da quando ero bambino, mi è sempre stato sulle scatole. E prima? pensavo sempre io. Non vi dico, poi, quel “e vissero felici e contenti”. Mi scappava da ridere. Non sto scherzando. Credo dipenda dal modo in cui guardo alla vita. Ovunque io osservi, aspiro a vedere il passato e il futuro, in modo istintivo. Un esempio per tutti: quando cammino da solo, mi capita di guardare Trieste, di guardarla bene. Spesso ricordo gli anni della mia adolescenza e di come la città sia cambiata. E non posso non interrogarmi su come cambierà in futuro - momento in cui, di solito, la mia immaginazione straripa e mi porta via. Così accade con le mie storie. Me le ritrovo di fronte, ne studio i tratti, le espressioni, l'umore. Poi comincio a chiedere loro da dove sono venute, del loro passato. E, d'un tratto soddisfatto, comincio a capire dove stanno andando. Così le seguo, mi faccio guidare per un pezzo di strada.
Per un pezzo di strada. Ecco dove voglio arrivare. Assisto a un pezzo di strada, non a tutta la strada. Il problema è, purtroppo, che di strada io ne immagino molta, pur sapendo che è soltanto un pezzo. Il mio piccolo grande sogno è riuscire, finalmente, a scrivere un romanzo che abbia alle spalle il suo passato scritto da me. Fino a oggi non ci sono ancora riuscito.
Ho scritto la prima trilogia de La Triade, e la seconda è lì, che attende nell'ombra. È di una grandezza spropositata, tanto che mi spaventa, perché so quanto grande è. Più grande della prima, molto di più. È meglio. Ho scritto La Rocca dei Silenzi, concepito come romanzo singolo, ma prima ancora del primo vagito è diventato padre di due figli: in questo modo è nata la saga de I Silenzi. Ma il primo Silenzio a tutt'ora non ha il suo seguito. Il suo seguito è Il giorno dopo, che è molto più di un seguito: è il mio piccolo grande sogno. Un romanzo di continuazione, dopo un punto fermo. Un romanzo che mi permetta, finalmente, di mostrare a me stesso - e a voi - il modo in cui io racconto storie, cioè per un pezzo di strada, fatto di tanti passi, uno dopo l'altro. Passo dopo passo, forse, riuscirò a dimostrare a me stesso di essere nato per scrivere come avevo immaginato, riuscendo infine a dipingere una parte importante dell'affresco che avevo in mente quasi vent'anni fa.

Il “progetto segreto” è un figlio più fragile, che necessita di un amore esclusivo e forte. Senza, morirebbe prima di nascere. E, in tutta sincerità, mi sembrerebbe un peccato, perché è una storia diversa, che fa vibrare corde di me che non sapevo di avere. È un'emozione. E non si può mai rifiutare a un'emozione di vivere.

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3 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Bella l'idea di un mondo spalancato davanti a te di cui le storie che racconti sono frammenti di cammino (necessari) da percorrere perchè non puoi farne a meno.
Non è la mia concezione della scrittura ma la trovo comunque un intrigante modo di viverla (più che vederla).
A questo punto non mi resta che aspettare i "parti" di questo cammino e sperare che regali a noi lettori le stesse emozioni che, percepisco, speri di coglierne tu, Andrea.
Perchè, non c'è storia più bella che un narratore possa raccontare di quella che a lui per primo provoca emozioni.

Michele

01 aprile 2009 17.01  
Anonymous Nutza ha detto...

Parole esaustive ed appassionate come sempre.
Non aggiungo altro se non ancora un augurio di cuore per la migliore riuscita di tutti i tuoi progetti di scrittura (tienici aggiornati sul tuo cammino eh! :-P).

...non vedo l'ora che tanta passione e impegno si tramutino in pagine e pagine da poter gustare col fiato sospeso ed occhi velati ;-)

01 aprile 2009 20.05  
Blogger Parao ha detto...

Spero di esserne all'altezza, Nutza. E, sì, Michele, le emozioni vanno vissute. Tutte. anche quelle brutte. Quando sai che una di esse è bella, poi, non ci si guadagna un bel niente a lasciarsela sfuggire.

Ma, sono certo, Il giorno dopo emozionerà più di qualcuno. Come emoziona me, già ora, che lo rileggo nell'attesa laboriosa e finisco incollato alle sue pagine. È davvero una storia come piace a me, con un suo senso profondo, che perlomeno tenta di dire qualcosa al lettore, anziché "soltanto" raccontare. I romanzi sono come un figlio: quando li concepisci non ti rendi conto di quanto grandi diventeranno col tempo e di quanto ti conquisteranno, con gentilezza, quasi in silenzio, semplicemente vivendo.

02 aprile 2009 10.57  

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