29 luglio 2008

Che schifo

Una presa di posizione. No, a chiunque legga, non di sinistra. Non comunista.
La mia è una presa di posizione netta contro chi smantella il Paese a suo vantaggio e a svantaggio dei più deboli: che importa da che parte sta? Immondi farabutti seduti su sedie di velluto, vestiti dai sarti, liftati, imparruccati, nel più basso stile statunitense che guarda all'apparenza, anziché all'essenza (basta una vignetta, negli Stati Uniti, per spostare 10 punti di voto: democrazia evoluta? Uuuh! Come quando con 800mila voti in più, per il "fantastico" sistema che hanno inventato, Al Gore perse comunque le elezioni... - ho l'illusione che con lui le cose sarebbero cambiate davvero e in meglio. Come adesso spero che Obama cambi tutto).

Amo questo Paese.
Meno gli italiani. Molto meno, perché sembrano sciropparsi troppe ore di televisione al giorno per capire in anticipo chi sia il meno peggio da votare. Non sono nessuno per ritenere d'aver la Verità in mano, sia chiaro. Ma la realtà di questi giorni è talmente evidente che mi domando chi ancora possa avere dei dubbi... E come sempre l'Uomo è maestro del senno di poi.

Spero vivamente (perché sono ancora vivo e finché sono vivo, io penso positivo!), viste le IGNOMINIE approvate sinora da questo governo (non si merita l'iniziale maiuscola), che tutti quelli che erano indecisi tra i due schieramenti si siano amaramente pentiti del loro voto, regalando cinque anni di delirio megalomane a un imprenditore che si vanta di successi ottenuti in modo illecito e contro la libertà di mercato di cui tanto va blaterando in giro.

Il solo fatto di sancire enormi vantaggi per quattro gatti spelacchiati (come l'immunità, cioè l'impunità) e poi, come la beffa dopo il danno, colpire chi invece fa fatica a vivere (ho visto vecchietti ritirare pensioni di 400 euro!) rende questo esecutivo indegno di un Paese come il nostro.
Ma, come sempre più spesso sento dire, è quello che ci meritiamo.
Davvero? L'ho detto anche io. Comincio a pensare, però, che gli italiani si meritino molto di più. Hanno sbagliato molto in questi ultimi anni, ma molti hanno delle valide giustificazioni. Ora basta, ragazzi, basta giocare con il nostro Paese. Facciamo sul serio e prepariamoci a RIPRENDERCELO! (In modo democratico, sottolineo.)

Mi fanno schifo.
Sono nauseato e indignato. Tra le cose che più mi inorridiscono c'è il trattamento che questo Paese riserva agli immigrati, agli stranieri, blandendo la xenofobia di persone piccole, che sembrano non aver mai viaggiato in vita loro (9 italiani su 10 hanno paura della criminalità, in forma quasi paranoide, sembra, se si dà ragione a un recente sondaggio). Persone che hanno trasformato l'educazione in formalismo ipocrita, che mentre ti sorridono pensano il peggio di tutto e tutti, che non sono capaci di pensare ad altro se non ai propri minuscoli interessi, coltivando il loro orticello di verdurine tutte uguali e lucide quanto la plastica.

È inutile e sociologicamente molto triste: più cresce il benessere, più la gente si rincoglionisce. Assieme a tutti coloro i quali hanno paura del futuro, dimenticandosi che è nelle loro mani, guardiamo con estrema fiducia alla crisi economica, sperando che si aggravi: magari, un po' più poveri per davvero, gli italiani torneranno a essere il grande popolo che erano nel dopo guerra e che tuttora potrebbero essere, lasciandosi alle spalle questi ultimi anni di egoismo fatale.
Magari! Che gran sogno! Che gran desiderio per il mio Paese: più povero, ma più ricco!

Per ora mi resta lo schifo.

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15 luglio 2008

Duttilità

Sono a un bivio.
Questa mattina ho preso una decisione importante per Il giorno dopo: cambiare metodo di "avanzamento" della prima stesura. Non è stata una decisione semplice, perché da sempre ho la convinzione che i romanzi fluiscono verso valle in modo più naturale quando scritti capitolo dopo capitolo. E sono certo che il lettore se ne giova, anche se non lo percepisce in modo conscio. Così ho sempre fatto. Non ho mai tollerato il metodo che usa Martin, ad esempio (no, non ce l'ho con lui questa volta, tranquilli; semplicemente è l'unico scrittore di cui so per certo che affronta la prima stesura in questo modo. A lui si adatterà, a me no...).
Ma devo combattere con ogni mezzo l'assedio della vita: ho troppe cose da seguire, troppe emozioni da gestire, troppo per riuscire a scrivere con la stessa serenità e assiduità d'un tempo. La mia vita, semplicemente, è cambiata. Non sono più un giovane di belle speranze, sono un adulto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male.
Di conseguenza ho deciso di affrontare un fronte d'azione alla volta, mio malgrado. Così eviterò di dover ogni volta rileggere il capitolo precedente (che male non fa, in un certo senso, ma spesso mi porta via molto, troppo tempo). Non dovrò star lì a riannodare tutte le pennellate dell'affresco psicologico proprio di un personaggio (e sono tanti).
Lo svantaggio è il grosso rischio di rendere eterogenea la narrazione, di dipingere un grande quadro a settori, senza riuscire a far collimare in modo armonico i bordi di tali settori (anche se, a dir il vero, esistono quadri moderni così dipinti e di grande impatto e bellezza). Dovrò lavorare sodo in fase di revisione, aggiungendo, limando, nel tentativo di costruire quell'invisibile rete di riferimenti e rimandi che s'intreccia tra un fronte d'azione e l'altro, rete che dal mio punto di vista è lo scheletro che tiene in piedi il senso del romanzo, ovvero sia ciò che unisce tutte le sue parti.
I vantaggi, però, sono molteplici. Maggiore rapidità d'esecuzione. Maggiore coerenza interna ai singoli fronti d'azione fin dalla prima stesura - e, quindi, minor difficoltà da affrontare durante la revisione. Maggiore controllo sull'evoluzione dei personaggi con minore energie spese. E via dicendo...

Quello che mi viene richiesto da Il giorno dopo, insomma, è duttilità. È una parola che m'ero dimenticato, forse sedendomi un po'. C'era voglia di fare bene e in tempi accettabili. Impossibile. Scrivere non è mai così. Ogni romanzo è una storia a sé stante. Ogni romanzo richiede la capacità di adattarsi a esso, perché pretendere che la storia si plasmi sul proprio metodo di scrittura è violentarla, costringerla in una direzione che magari non le è congeniale. È lo scrittore che deve assecondare la storia, non viceversa.
Ma questa duttilità costa fatica e decisioni amare, a volte.

Forse sto esagerando, parlando d'amarezza. Già, forse qualcuno lo pensa. Eppure è il mio modo di vivere la scrittura: intenso, passionale, quasi esistenziale. Cambiare rotta all'improvviso è difficile.
Un giorno vi farò l'elenco delle decisioni più dure che abbia preso in materia. Le ricordo molto bene ancora oggi. Quella appena illustrata è soltanto l'ultima di una lunga serie.

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10 luglio 2008

Pietà a buon mercato

Di recente Uberto Ceretoli (autore de "Il Sigillo del Vento", che ho acquistato, ma non ancora letto) ha letto e "recensito" il mio La Rocca dei Silenzi. Oggi riflettevo sulla sua frase di chiusura, che cito: «Da leggere se volete qualcosa di spietato».

Lo scrittore è - in minuscolo - un Creatore (non voglio suonare blasfemo; mi scusi chiunque si senta offeso). E quando si crea, la pietà è cosa buona, che aiuta a creare meglio (non a caso è religiosamente considerato un dono).
Ciò detto, in che modo la pietà dello scrittore influisce su un romanzo? La risposta è semplice: la pietà dello scrittore fa piazza pulita dei giudizi morali sui personaggi, anche quando quelli sono malvagi.
Di conseguenza, seconda domanda, cosa implica aver scritto un romanzo "spietato"? Implica includere nel testo giudizi sugli stessi personaggi a cui si è dato la vita.

La Rocca dei Silenzi è un romanzo spietato, dunque? No. È, piuttosto, un romanzo onesto, che preferisce raccontare da spettatore, piuttosto che puntare il dito da giudice.
L'esempio che voglio utilizzare riguarda forse la scena più discussa dell'intero romanzo: il rito di resurrezione che l'Elfa Leshà si è guadagnata partecipando alla spedizione. È una scena cruda, che alcuni hanno definito "crudele" (tra i quali uno degli stessi personaggi: Lhoss'm). In primo luogo mi preme precisare - un'altra volta - che non c'è godimento quando si scrivono simili scene. Anzi, c'è sofferenza. Se vi fosse godimento, non ci sarebbero nemmeno le premesse per affrontare questo discorso: avrei fallito in partenza, sarei uno scrittore spietato.
E oggi sono qui per sottolineare che, dopo attenta riflessione, sono giunto alla conclusione che non c'è spietatezza in me. Ciò che mi anima è un altro principio: l'assunzione di responsabilità per le proprie azioni, che include l'accettazione delle conseguenze.
Quella scena, apparentemente crudele nel suo esito, è l'esempio perfetto per illustrare ciò in cui credo e ho sempre creduto (anche se via via più fortemente, nel corso degli anni). Nulla è a caso. Le decisioni che prendiamo non sono né giuste, né sbagliate. Sono nostre decisioni e come tali vanno rispettate. A patto che si sia pronti ad affrontare ciò che le segue, senza appellarsi alla sfortuna, alla crudeltà della vita, al caso...
Nulla è a caso.
Leshà Essenal, l'Elfa de La Rocca dei Silenzi, era stata avvertita. Di più, Moenias en'Dhat e Thal Dom Djèw avevano tentato di farla ragionare, ben sapendo cosa significasse chiedere una resurrezione. Nel pieno uso delle sue facoltà mentali, Elfa adulta, Leshà ha deciso di non ascoltarli. Poi è semplicemente accaduto ciò che era molto più probabile accadesse. Ed è stato, va detto, molto duro narrarlo: il Creatore ha dovuto accettare le amarissime conseguenze dell'aver donato il libero arbitrio alle proprie creature.

È spietatezza questa? Forse; io non lo credo affatto. O forse, mera supposizione, non ho mai guardato alla Fantasy come a una favola, bensì come alla miglior occasione (il miglior mezzo) concessami per comprendere la realtà. Ciò che io ricerco come lettore, ciò a cui ambisco come scrittore, è il parlare del mondo reale e di mondi possibili, non peggiori o migliori, ma in linea di massima veri.
Non può esistere trattamento di favore per i personaggi, nemmeno per uno di loro, pena lo svilimento dell'opera stessa, la distorsione del suo senso. Non può esistere la gentilezza, se non tra i personaggi stessi. Ma il flusso di emozioni che passa da creatore a creature, certo esistente, deve mantenersi su due livelli ben distinti, per amor di verità.
Quando lo scrittore annulla questa distinzione, consciamente o meno, l'opera viene tradita.
Confondere la spietatezza con l'amore per la verità è facile: la differenza a volte è sottilissima. Eppure questo è l'unico modo valido che io conosca di scrivere: nella verità, sapendo che nulla è a caso. E, certo, accettandone le conseguenze.
Ripeto: non m'è piaciuto scrivere quella scena, ma era mio preciso dovere farlo. Per rispetto, e nei miei confronti e nei confronti del lettore. Non c'è stato un grammo di soddisfazione nell'affrontare le conseguenze e ho dovuto stringere i denti per mantenermi saldo "nella penna".

Ecco come termina la scena in cui il monito di Moenias en'Dhat e di Thal Dom Djèw cade nel vuoto e la decisione presa fa scattare il conto alla rovescia delle terribili conseguenze.

“ «Il gioco vale la candela.» [Leshà, ndAndrea]
Una candela spenta o che si spegnerà, giovane Elfa, rifletté Thal Dom, mentre il suo umore piombava in un abisso di amarezza. ”

L'amarezza di Thal Dom era la mia amarezza. Far accadere qualcosa di diverso era tradire il senso dell'opera, le sue premesse. Rendendo lieta una delle scene finali, avrei distrutto una di quelle dei capitoli iniziali. Un legame sottilissimo, forse impercettibile, ma esistente.
Ignorare la realtà, infarcendo i miei romanzi di pietà a buon mercato, non mi gioverebbe. Mi distruggerebbe, piuttosto, rendendomi tutto fuorché uno scrittore.

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9 luglio 2008

Amare, viaggiare, daffare.

Mentre tutti s'interrogano su dove sta andando il Fantasy, il qui scrivente, che da autore potrebbe pure intervenire nella discussione, se ne resta immobile, interrogandosi su dove sta andando lui.

Esistono vari aspetti da valutare: il mercato e, di conseguenza, il lato commerciale. I sottogeneri (a patto che esistano davvero e non sia un'allucinazione collettiva, cosa che io sono propenso a pensare). Le classi degli editori e degli scrittori (malfattori o benefattori; adulti, giovanissimi o postumi). Le tematiche, i cliché, la grammatica e la sintassi italiana, l'uso di termini propri o impropri al contesto.
La mia impressione è che tutto questo sia un ribollire fine a se stesso, che finirà col far evaporare tutta l'acqua, anziché cuocere la pasta.
La pasta, mi chiedo io, chi la butterà? E si ricorderà di salare l'acqua?

Tutto molto bello, il dibattito fin troppo spesso acceso sul "fantasy italiano". Ma la verità è che bisogna sfornare romanzi di valore inconfutabile, a prescindere dal sottogenere, dall'età e dai termini utilizzati. Romanzi con più livelli di lettura, che intrattengono e nel contempo fanno riflettere, che raccolgano consensi anche tra i lettori che di Fantasy hanno letto soltanto "Il Signore degli Anelli", perché è un capolavoro e lo meritava.
Sono dell'avviso, cioè, che o si conquisteranno territori abitati da lettori che sono molto selettivi quando guardano al Fantastico in senso lato o l'acqua evaporerà.

E no, non sto affatto pensando a me. La mia strada è chiara ed è destinata a non dare frutti in questo senso. Una mia scelta, precisa, priva di compromessi (da sempre). La mia produzione ha ora una direzione stabilita e una meta precisa. Ciò non toglie che abbia anche - nel cassetto - spunti e canovacci per opere che potrebbero strizzare l'occhio a un pubblico molto più vasto.
A questo punto, però, la domanda è una sola: cosa vuole Andrea? Cosa sta cercando?
Conosco già da tempo la risposta e va nella sopraccitata direzione, tutt'altro che commerciale, tutt'altro che alla omnibus. Esistono sempre i casi letterari, ma nascono in zone d'ombra, non in zone che la gente illumina a giorno con la propria ignoranza (circa il genere Fantasy) e con idee preconfezionate, nient'affatto frutto d'esperienza personale. In una luce simile si può soltanto produrre ciò che la luce può rischiarare. Non c'è spazio per forme alternative d'esistenza, come le tenebre, l'ombra, il chiaroscuro, la luce filtrata...

Personalmente non intervengo più (di tanto). Seguo con interesse i singoli autori italiani, ne acquisto le opere e tento di leggerle integralmente. Per il resto, ragazzi, scrivo e basta.
A me, come autore, cosa serve tutto il resto?

So quello che mi serve: amare, viaggiare e darmi un gran daffare. Tutte cose che viste dal mondo di un lettore equivalgono al silenzio, fino all'eventuale pubblicazione dell'ultimo frutto del daffare.
Amen.

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