10 luglio 2008

Pietà a buon mercato

Di recente Uberto Ceretoli (autore de "Il Sigillo del Vento", che ho acquistato, ma non ancora letto) ha letto e "recensito" il mio La Rocca dei Silenzi. Oggi riflettevo sulla sua frase di chiusura, che cito: «Da leggere se volete qualcosa di spietato».

Lo scrittore è - in minuscolo - un Creatore (non voglio suonare blasfemo; mi scusi chiunque si senta offeso). E quando si crea, la pietà è cosa buona, che aiuta a creare meglio (non a caso è religiosamente considerato un dono).
Ciò detto, in che modo la pietà dello scrittore influisce su un romanzo? La risposta è semplice: la pietà dello scrittore fa piazza pulita dei giudizi morali sui personaggi, anche quando quelli sono malvagi.
Di conseguenza, seconda domanda, cosa implica aver scritto un romanzo "spietato"? Implica includere nel testo giudizi sugli stessi personaggi a cui si è dato la vita.

La Rocca dei Silenzi è un romanzo spietato, dunque? No. È, piuttosto, un romanzo onesto, che preferisce raccontare da spettatore, piuttosto che puntare il dito da giudice.
L'esempio che voglio utilizzare riguarda forse la scena più discussa dell'intero romanzo: il rito di resurrezione che l'Elfa Leshà si è guadagnata partecipando alla spedizione. È una scena cruda, che alcuni hanno definito "crudele" (tra i quali uno degli stessi personaggi: Lhoss'm). In primo luogo mi preme precisare - un'altra volta - che non c'è godimento quando si scrivono simili scene. Anzi, c'è sofferenza. Se vi fosse godimento, non ci sarebbero nemmeno le premesse per affrontare questo discorso: avrei fallito in partenza, sarei uno scrittore spietato.
E oggi sono qui per sottolineare che, dopo attenta riflessione, sono giunto alla conclusione che non c'è spietatezza in me. Ciò che mi anima è un altro principio: l'assunzione di responsabilità per le proprie azioni, che include l'accettazione delle conseguenze.
Quella scena, apparentemente crudele nel suo esito, è l'esempio perfetto per illustrare ciò in cui credo e ho sempre creduto (anche se via via più fortemente, nel corso degli anni). Nulla è a caso. Le decisioni che prendiamo non sono né giuste, né sbagliate. Sono nostre decisioni e come tali vanno rispettate. A patto che si sia pronti ad affrontare ciò che le segue, senza appellarsi alla sfortuna, alla crudeltà della vita, al caso...
Nulla è a caso.
Leshà Essenal, l'Elfa de La Rocca dei Silenzi, era stata avvertita. Di più, Moenias en'Dhat e Thal Dom Djèw avevano tentato di farla ragionare, ben sapendo cosa significasse chiedere una resurrezione. Nel pieno uso delle sue facoltà mentali, Elfa adulta, Leshà ha deciso di non ascoltarli. Poi è semplicemente accaduto ciò che era molto più probabile accadesse. Ed è stato, va detto, molto duro narrarlo: il Creatore ha dovuto accettare le amarissime conseguenze dell'aver donato il libero arbitrio alle proprie creature.

È spietatezza questa? Forse; io non lo credo affatto. O forse, mera supposizione, non ho mai guardato alla Fantasy come a una favola, bensì come alla miglior occasione (il miglior mezzo) concessami per comprendere la realtà. Ciò che io ricerco come lettore, ciò a cui ambisco come scrittore, è il parlare del mondo reale e di mondi possibili, non peggiori o migliori, ma in linea di massima veri.
Non può esistere trattamento di favore per i personaggi, nemmeno per uno di loro, pena lo svilimento dell'opera stessa, la distorsione del suo senso. Non può esistere la gentilezza, se non tra i personaggi stessi. Ma il flusso di emozioni che passa da creatore a creature, certo esistente, deve mantenersi su due livelli ben distinti, per amor di verità.
Quando lo scrittore annulla questa distinzione, consciamente o meno, l'opera viene tradita.
Confondere la spietatezza con l'amore per la verità è facile: la differenza a volte è sottilissima. Eppure questo è l'unico modo valido che io conosca di scrivere: nella verità, sapendo che nulla è a caso. E, certo, accettandone le conseguenze.
Ripeto: non m'è piaciuto scrivere quella scena, ma era mio preciso dovere farlo. Per rispetto, e nei miei confronti e nei confronti del lettore. Non c'è stato un grammo di soddisfazione nell'affrontare le conseguenze e ho dovuto stringere i denti per mantenermi saldo "nella penna".

Ecco come termina la scena in cui il monito di Moenias en'Dhat e di Thal Dom Djèw cade nel vuoto e la decisione presa fa scattare il conto alla rovescia delle terribili conseguenze.

“ «Il gioco vale la candela.» [Leshà, ndAndrea]
Una candela spenta o che si spegnerà, giovane Elfa, rifletté Thal Dom, mentre il suo umore piombava in un abisso di amarezza. ”

L'amarezza di Thal Dom era la mia amarezza. Far accadere qualcosa di diverso era tradire il senso dell'opera, le sue premesse. Rendendo lieta una delle scene finali, avrei distrutto una di quelle dei capitoli iniziali. Un legame sottilissimo, forse impercettibile, ma esistente.
Ignorare la realtà, infarcendo i miei romanzi di pietà a buon mercato, non mi gioverebbe. Mi distruggerebbe, piuttosto, rendendomi tutto fuorché uno scrittore.

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12 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Sante parole, Andrea!

Se restituissi il favore al Ceretoli, sarei curiosissimo di leggere la tua opinione.


Scintille!

un muspeling

10 luglio 2008 10.02  
Anonymous Andrea ha detto...

Vi lessi solo una scena viva e reale, come tutto il romanzo.
Di tutti i molteplici sentimenti che La Rocca ha suscitato in me, le emozioni e le riflessioni che ha fatto nascere, la spietatezza è l'unico che proprio non potrei citare; c'è un così profondo invito a "sentire" la natura, gli altri esseri, a dialogare con essi, che proprio la spietatezza non può albergarvi

10 luglio 2008 11.08  
Blogger Parao ha detto...

Leggerò sicuramente il romanzo di Uberto e ne parlerò nel mio apposito spazio.

Sono un po' indietro, però, per questioni di priorità. Ho ancora due "recensioni" in tema da scrivere, di libri già letti: "Pentar" e "Il dominio della Regola".

10 luglio 2008 12.21  
Anonymous Anonimo ha detto...

OCCHEY!

Non c'è fretta Andre, per me almeno,
che torno sbuffano fiamme alla mia tesi...

Faville!

un muspeling

10 luglio 2008 16.53  
Anonymous Anonimo ha detto...

Va bene,
faccio atto di contrizione e dichiaro che avrei dovuto scrivere, correttamente "Andrea" e "Sbuffando"

-_-

(lo scrittore-in-progres...)

10 luglio 2008 16.55  
Blogger Nutza ha detto...

Beh, di pietà a buon mercato (formula azzeccata) ne abbiamo davvero piene le tasche!

Condivido le tue parole, Andrea: il realismo (scambiato per spietatezza) è proprio ciò che cerco nella lettura e ciò che ambisco a rendere in quello che scrivo. Se c'è una cosa che odio è il buonismo gratuito e i facili moralismi: smettiamola con questi personaggi tutti d'un pezzo, che sanno sempre cosa fare e quando farlo, che salvano il mondo invece di sprofondare un po' con esso! Nel doppio della vita che è ilmondo del teatro, ad esempio, è accaduto proprio che a un certo punto il mito dell'eroe classico "senza macchia" è crollato, svelando un'anima lacerata e divisa. Questo è l'uomo! Eterna contraddizione, lotta con sè e col mondo. Mai equilibrio, mai pace, mai sosta; ma sempre movimento e guerra.
Lo stesso fenomeno è accaduto con la letteratura contemporanea (pensiamo alla lezione del maestro Pirandello... noi siamo Uno, nessuno e centomila); ma pare che raggiungere anche le lontane spiagge deserte dei romanzi fantasy sia un viaggio troppo lungo e faticoso. Così ci appioppano ancora eroi epici...

Non vorrei assumere toni "profetici", ma io penso sempre più che c'è tanto male al mondo, e soprattutto dentro di noi: non ci sono santi sulla terra (forse neanche in cielo, e scusate la blasfemia). I rapporti umani si muovono spesso attraverso dinamiche d'odio, invidia, orgoglio, sopraffazione. Soprattutto con chi ci sta vicino, coi nostri simili.

Ecco, per me un buon libro è quello che fotografa questa realtà (che poi è per me l'unica vera). Diffido spesso dalla gente, non vedo perchè dovrei fidarmi di belle morali ficcate nei libri per il buon mercato.

10 luglio 2008 23.09  
Anonymous by Ax ha detto...

Be’, credo sia necessario nei confronti della storia, da parte dell'autore, l'essere onesto con i propri personaggi, lasciarli liberi di assumersi le proprie responsabilità, senza inficiarne le decisioni per una sorta di tentazione al buonismo (o alla cattiveria), spezzandone la coerenza e rimescolandone le personalità. Ciò che tu chiami vero (o verità) mi pare esser l’approccio personale che ognuno di noi ha nei confronti della vita, e i personaggi che si mettono sul palco altri non sono che estensioni e rappresentazioni dell’infinito ventaglio di caratteri umani che ci differenziano tutti. Tentare di mitigarne la natura per rendere meno forte il l’impatto sul lettore equivale ad un tradimento nei confronti di tutti - autore, lettori e personaggi.
Riuscire a orchestrare tale banda di ‘anarchici’ è impresa impegnativa, come il fermar acqua con le dita, e riconoscersi comprensivo nei confronti di queste ‘creature’, accettandone le debolezze, credo sia un punto a vantaggio di chi racconta. Una sorta di amore incondizionato, arduo ma fondamentale per tentare di abbracciare questa sconfinata ‘terra’ che è l’essere umano. Nel bene e nel male.
In conclusione mi sento più a mio agio circondato da trame oneste piuttosto che da burattini con fili. -_-

11 luglio 2008 08.30  
Blogger Parao ha detto...

La triste realtà, però, vuole che troppo spesso si sia accusati di tutto un po' (anche di cose opposte relativamente allo stesso aspetto del proprio romanzo)... e che, infine, divetando editi, si scopre che quanto più si personalizzano i testi - rendendoli liberi al limite dell'anarchia, scevri da personaggi in qualche modo frustrati e impoveriti dall'unica mente del creatore - e più i lettori in sintonia sono la netta minoranza. È bello, da molti punti di vista, perché si ritrovano spiriti affini, davvero affini, quando con un romanzo simile ci si avvicina a qualcuno. Tuttavia si vorrebbe che la propria visione del mondo divenisse, ora che è condivisa, persino popolare (non nella direzione della fama). E qui si scopre la limitatezza della propria visione, la necessità di guardare il mondo attraverso gli occhi del prossimo, di ponderare le altre prospettive... perché, in fondo, senza di esse noi non siamo altro che carne per i vermi, inutili in quanto individui se gli ultimi sulla Terra, preziosi quanto individui in una collettività, dove ciò che conta è la collettività stessa, come agglomerato di ricchezze. Credo sia tardi...

14 luglio 2008 17.59  
Anonymous marco davide ha detto...

Onestà e non pietà, sono d'accordo.
E sofferenza dell'autore nel dispensare la prima, a favore di chi legge e a discapito, spesso, dei personaggi.
Le storie hanno la peculiarità, a tratti, di prendere una loro strada e sarebbe un delitto se l'autore forzasse loro la mano. In parte lo fa, fintantoché esiste un piano generale. Ma i piani sono destinati, nel dettaglio, ad essere rivisti quando la narrazione si sviluppa.
Molte persone hanno commentato le tinte fosche e a momenti truculente del mio romanzo. Qualcuno avrà pensato che mangio pesante prima di andare a dormire, altri che mi crogiolo in certi passaggi.
Niente di più falso. Non ho mai amato lo splatter fine a se stesso, anzi, tendo ad esserne disgustato. Io dipingo tenebra perché è coerente con un certo impianto narrativo che ho predisposto. E perché è funzionale a far risplendere quella luce che vi semino. Ecco, quella amo dipingere, la luce assediata. Ma se di guerra parlo, ad esempio, guerra sia. E' il realismo a calcare la mano, non la morbosità dello scrittore.
Ho versato lacrime nel raccontare alcune scene e non mi vergogno a dirlo. Mi sono detto che ero un vero stronzo a fare questo a quello o a quell'altro. Ma in tutti i modi ho impedito alla penna di allentare la pressione sul foglio. Perché, dici bene Andrea, giunti fin lì non sarebbe stato onesto.
Un saluto a tutti,
Marco.

15 luglio 2008 08.37  
Blogger Parao ha detto...

Il tuo romanzo, infatti, è onesto, Marco. Almeno, per ciò che ho potuto leggere finora (mi sono dovuto fermare per urgenti impegni...).

Forse è proprio per questo che è godibile: non riesco più a farmi prendere in giro dagli autori di fantasy. Davvero non lo reggo più.

15 luglio 2008 12.54  
Blogger Uberto Ceretoli ha detto...

Uhm, Andrea, ho paura di essere stato frainteso ma se lo sono stato è senz'altro colpa mia, nel senso che non mi sono espresso completamente come avrei dovuto. Faccio questo intervento per chiarirmi.
Il tuo libro è senz'altro un romanzo onesto, ma è (sempre a mio avviso) "spietato" in quanto parla di personaggi che quando dovrebbero mostrare pietà non la dimostrano, ovvero, meglio, quando io mi aspetto un gesto di pietà, o di comprensione, o di solidarietà non la dimostrano. Non sei tu ad essere spietato (e ci mancherebbe), e non lo è nemmeno il romanzo tout court, ma lo sono i tuoi personaggi.
Ho provato un disallineamento riguardo a quelle che erano le mie aspettative e a quello che è invece il messaggio che tu volevi mandare.
La "spietatezza" (e spietati è stata la parola più appropriata che ho trovato) dei tuoi personaggi però non l'ho riscontrata nella penultima scena (peraltro, sempre a mio avviso, splendida) ma l'ho riscontrata in vari passaggi: quando Lhoss'm segue il segretario e viene descritto quanto accade nelle viscere della torre di Dothròm dove l'agguato mortale è sport nazionale (e gli Eccelsi non fanno nulla per infrangere lo status-quo); l'ho riscontrato quando Vòrak uccide Thal Dom nonostante il fatto che egli sia vivo dipende soltanto dall'abilità e dalla cooperazione del mago; l'ho riscontrato quando Dèwera non ci pensa un attimo ad abbandonare i suoi compagni nella tormenta ritenendo loro colpevoli di tutti gli intrighi; ho trovato spietati i carcerieri dei "demoni"; ho trovato spietato il padre dell'assassino.
Ho trovato "spietati" altri comportamenti e, sebbene questo non sia il termine che possa rappresentarli tutti, è quello che mi è sembrato più adatto.
Ho paura che il mio (personale) giudizio sull'opera si sia propagato laddove non doveva nemmeno lontanamente arrivare: la mia non era una critica né al tuo modo di scrivere (che mi piace), né al tuo modo di essere (e non ti conosco), né al tuo modo di intendere il tuo rapporto con i personaggi (che è una cosa intima, viscerale).
Era una nota al rapporto che i tuoi personaggi hanno instaurato col lettore, nel caso specifico con me.
Credo che i personaggi, con la loro storia, veicolino messaggi.
Vòrak mi ha detto che non importa lo spirito di gruppo, che non importa il fatto che Thal Dom non fosse colpevole dell'accaduto, non importa neppure che mi abbia salvato la vita, mi ha mentito circa la Rocca dove sono morti i miei fratelli (sapendo ciò cui andavano incontro) e quindi deve morire perché io sono votato alla vendetta.
Dèwera mi ha detto sostanzialmente la stessa cosa: non importa che i miei due compagni rischino la morte senza i me, io sono stata ingannata (non da loro), quindi non mi meritano più.
Lo stesso mondo matriarcale da cui fugge il giovane mago non è proprio accondiscendente e comprensivo con i maschi.
Eccetera.
A me è giunto questo messaggio (persino la liberazione della propria madre da parte dell'assassino ha cupi risvolti: a che fine andrà incontro? Ucciderla era forse più pietoso?).
Ho frainteso i messaggi?
Insomma, il tuo romanzo mi è piaciuto perché ho trovato i suoi protagonisti privi della misericordia e dello spirito di cooperazione tipico delle specie senzienti (ma che non è "pietà a buon mercato"). Insomma, quello che ho evidenzaito è un pregio, perché affronta territori inesplorati.
Però attenzione: tu scrivi (giustamente) "[...] in che modo la pietà dello scrittore influisce su un romanzo?". La domanda è legittima e ne snoccioli la risposta in modo ineccepibile, non posso certo darti torto: la penso anch'io allo stesso modo.
Io però la tua domanda la vedrei anche in un altro modo: "in che modo la pietà dei personaggi influisce sul lettore?"

;-)

Continua così e in bocca al lupo.

15 luglio 2008 14.01  
Blogger Parao ha detto...

Uberto, tranquillo. Mentre scrivevo questo pezzo ho pensato di mandarti una breve email, per farti sapere che non avevo nulla contro di te e la tua recensione. Poi, come sempre, la spirale d'impegni e la carenza di tempo (miscela esplosiva!) m'ha fatto fare tutto in fretta e me ne sono scordato.
Immagino d'aver un po' frainteso, perché la tua spiegazione messa qui m'ha aiutato a comprendere meglio (grazie). Ma non avevo affatto "pensato male", vorrei lo sapessi.
A parole scritte sono sempre molto chiaro e netto, e questo a volte può far pensare che io sia stizzito. Purtroppo internet ha evidenti limiti di comunicazione: se ne avessimo parlato dal vivo avresti capito lo spirito con cui ho scritto la presente blog-considerazione: voglia di far capire il mio pensiero, di approfondire e di affrontare un tema che m'era caro. Tutto qui.

Nello specifico, tu hai percepito tutte quelle cose (sono tante!) come "spietate". Era quello il messaggio? A dir il vero non lo so. Non ho pensato a un messaggio, ma al realismo, a creare un mondo che riverberasse il nostro, amato e reale. La conseguenza è che parte delle brutture della realtà passano e sono sempre - così la penso - una piccola goccia di quelle che il Pianeta Terra offre. Steven Erikson si avvicina molto di più alla drammaticità della vita (e per questo lo amo).
La verità è che io voglio raccontare storie vere, Uberto, senza diplomazia, senza mezzi termini... senza filtri (tutte le mie scelte vanno da anni in questa direzione - ad esempio l'inserimento di parolacce del nostro mondo: uno shock per molti lettori, ma farei leggere loro la vecchia fantasy, in cui c'erano anche bestemmie... La Fantasy è diventata così delicatina? Che tristezza! Dobbiamo per forza inventarci "insulti fantasy", tipo "per la barba di Torax!" No, dai. Preferisco credere che esista ancora il concetto di libertà d'espressione nel genere di narrativa più libero che esista). E raccontare storie vere significa, come già detto, essere onesti prima con se stessi e con le proprie creature (i personaggi) e soltanto poi, di riflesso, col lettore. Così facendo, quando arriverà la speranza, sarà una speranza che toccherà di più, proprio perché sarà un'emozione forte quanto scorgere una rosa nel deserto - ed è previsto. E quando arriverà la gioia, in questo mondo pregno di disperazione, oscuro, violento e in apparenza spietato, sarà grande festa.

Questo è quello che voglio: verità. Niente messaggi, soltanto la mia soggettiva visione della vita e del giusto.

Grazie per il tuo lungo intervento.

16 luglio 2008 11.08  

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